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UN COLPO DAVANTI CASA: CHI HA UCCISO JILL DANDO?

Indice

Il volto della cronaca diventato caso di cronaca

Il 26 aprile 1999, nel Regno Unito, inizia come una giornata apparentemente normale. Le redazioni lavorano a pieno ritmo, i telefoni squillano, le notizie si susseguono come accade ogni giorno. Poi, all’improvviso, una frase interrompe la routine e attraversa il Paese con la forza di uno shock collettivo: Jill Dando è stata uccisa davanti alla sua casa. 

Non si tratta di una donna qualunque. Jill è uno dei volti più amati della televisione britannica, una giornalista capace di entrare nelle case degli spettatori con calma, precisione e sensibilitàÈ la presentatrice di BBC News e soprattutto di Crimewatch, il programma che ricostruisce delitti irrisolti, lancia appelli al pubblico e contribuisce alla ricerca di criminali in fuga. Per anni è stata lei a raccontare le tragedie degli altri, a dare voce alle vittime, a spiegare casi complessi con un linguaggio chiaro e rispettoso. Quel giorno, però, il confine tra chi racconta la cronaca e chi ne diventa protagonista si spezza nel modo più brutale. 

Jill viene colpita con un solo proiettile alla testa, davanti alla porta della sua abitazione, nel quartiere londinese di Fulham. Le tracce sono poche, il movente non è evidente, la dinamica appare tanto precisa quanto inquietante. Negli studi della BBC cala un silenzio irreale: alcuni colleghi piangono, altri restano immobili davanti agli schermi, incapaci di accettare che una delle donne più conosciute e rispettate del Paese sia stata assassinata in pieno giorno. 

Eppure, il telegiornale deve andare in onda. Così, con una professionalità spezzata dal dolore, la notizia viene annunciata alla nazione. Da quel momento Jill Dando non è più soltanto la giornalista che aveva raccontato i casi più oscuri del Regno Unito. Diventa lei stessa uno dei misteri criminali più discussi, controversi e dolorosi della storia britannica recente. 

L’infanzia a Weston-super-Mare e la battaglia per la vita

Jill Wendy Dando nasce il 9 novembre 1961 a Weston-super-Mare, nel Regno Unito. I suoi genitori, Jack e Jean, crescono lei e il fratello maggiore Nigel, di nove anni più grande, in un ambiente familiare sereno, affettuoso e stabile. Weston-super-Mare è una località costiera tranquilla, un posto in cui la vita scorre lentamente e dove, negli anni Sessanta, i bambini possono ancora giocare per strada senza troppe preoccupazioni. È un contesto ordinariosemplice, ma profondamente rassicurante: una famiglia unita, una comunità vicina, una bambina vivace che cresce circondata da affetto. 

Poco dopo la nascita di Jill, però, i medici scoprono un problema di salute: la bambina ha un soffio al cuore. All’inizio la situazione non sembra particolarmente grave, ma con il passare del tempo i sintomi diventano sempre più evidenti. Jill fatica a correresi stanca con estrema facilità e persino attraversare una stanza può provocarle affanno. Gli esami rivelano una condizione molto seria: una malformazione cardiaca, con un foro nel cuore e un’arteria ostruita. All’inizio degli anni Sessanta, sottoporre una bambina di appena tre anni a un intervento a cuore aperto è considerato estremamente delicato. I medici parlano di un rischio altissimo, con una probabilità di fallimento stimata intorno al 70%. Nonostante questo, Jack e Jean decidono di tentare. 

L’operazione, fortunatamente, riesce. Jill si riprende in modo sorprendente e torna a crescere con energia, ma sul suo corpo resta un segno indelebile: una lunga cicatrice dal collo all’addome. Per lei, però, quel segno non diventa mai un trauma da nascondere. Nel corso della vita ne parlerà spesso, anche con una sorta di nostalgia per i momenti trascorsi in ospedale. Per i genitori, invece, quell’esperienza lascia una paura più profonda. In particolare, la madre Jean rimane segnata dalla possibilità concreta di perdere la figlia, diventando negli anni molto protettiva nei suoi confronti. 

Jill, intanto, cresce come una studentessa modellointelligentepartecipe, molto abile nella lettura e dotata di un carattere determinato, allegro e carismatico. Caratteristiche che, col tempo, diventeranno parte essenziale della sua identità pubblica. 

La vocazione per la televisione e i primi passi nel giornalismo

Fin da bambina, Jill Dando coltiva una passione molto chiara: la televisione. Non è un interesse passeggero, né un sogno vago come spesso accade nell’infanzia. Jill legge libri sul mondo televisivo, osserva con attenzione i programmi, studia quel linguaggio fatto di immagini, voci e presenza scenica. Arriva persino a scrivere a una trasmissione per chiedere se possa lavorare con loro. In quel momento è solo una bambina curiosa, determinata e affascinata da un universo che sembra lontanissimo dalla vita tranquilla di Weston-super-Mare. Non può sapere che, anni dopo, diventerà uno dei volti più riconoscibili e amati della televisione britannica. 

primi passi nel giornalismo arrivano molto presto. A soli 17 anni, Jill inizia a lavorare per il quotidiano locale Weston Mercury, seguendo una strada che in famiglia ha quasi il valore di una vocazione. Anche il padre Jack e il fratello Nigel, infatti, lavorano nel mondo dell’informazione. Jill si distingue rapidamente e diventa una delle prime reporter donne della testata. È giovane, ma ha già una qualità rara: sa comunicare con naturalezza, riesce a unire serietà e calore, attenzione ai dettagli e capacità di avvicinare il pubblico. Negli anni sperimenta anche il teatro e la radio, cercando la sua strada tra linguaggi diversi, fino ad arrivare finalmente alla televisione. 

A metà degli anni Ottanta entra ufficialmente nella BBC, iniziando da contesti regionali. Anche lì viene notata subito. I colleghi ne apprezzano la professionalità, il pubblico risponde con affetto, e Jill dimostra di avere una presenza davanti alla telecamera fuori dal comune. Ha un viso fotogenico, una voce limpida, una dizione precisa e soprattutto quella capacità di apparire autorevole senza risultare distante. È una combinazione difficile da costruire e impossibile da fingere. 

Per questo, in breve tempo, i vertici dell’emittente si accorgono di lei. Nel 1988 arriva il passaggio decisivo: Jill si trasferisce a Londra per lavorare a BBC Breakfast, il programma mattutino di notizie della BBC. È l’inizio di una fase nuova, più grande, più esposta, ma anche molto più complessa. La ragazza cresciuta in una cittadina di mare sta per diventare una presenza familiare per milioni di spettatori. 

Il successo nazionale e il legame con il pubblico britannico

Con il trasferimento a Londra e l’ingresso nella programmazione nazionale della BBC, la carriera di Jill Dando compie un salto decisivo. In pochi anni diventa un volto familiare, riconoscibile e rassicurante per milioni di persone. Il pubblico la percepisce come una figura vicina, una persona capace di raccontare le notizie con autorevolezza senza perdere umanità. Questa capacità, unita alla professionalità e al carisma, la porta a diventare una delle donne più amate del piccolo schermo britannico. 

Negli anni Novanta la sua popolarità cresce fino a renderla, secondo molti, una figura seconda forse solo a Lady Diana nell’immaginario collettivo del Paese. Il paragone con la principessa del Galles nasce anche da una certa somiglianza fisica: entrambe hanno un taglio di capelli biondo, corto e immediatamente riconoscibile. Il legame simbolico tra le due diventa talmente forte che il parrucchiere di Jill, che racconta di aver curato occasionalmente anche l’acconciatura di Lady Diana, sosterrà che a portare per prima quello stile sia stata proprio Jill. Un dettaglio forse leggero, ma significativo per comprendere quanto la giornalista fosse entrata nell’immaginario popolare. Non era soltanto una conduttrice: era diventata un punto di riferimento, una presenza quotidiana, quasi una persona di famiglia. 

Nel 1994 arriva uno dei ruoli più importanti della sua carriera: Jill entra a far parte di Crimewatch, il programma della BBC dedicato alla ricostruzione di crimini reali, spesso ancora irrisolti. Attraverso filmati, testimonianze e appelli delle forze dell’ordine, la trasmissione invita il pubblico a collaborare con le indagini, fornendo informazioni potenzialmente decisive. È un programma che unisce televisioneservizio pubblico e cronaca giudiziaria, e Jill ne diventa presto uno dei volti più iconici. 

Per anni racconta storie di omicidi, sparizioni, violenze e misteri, mantenendo sempre un equilibrio difficile: coinvolgere senza spettacolarizzareinformare senza perdere rispetto per le vittime. Il pubblico inglese la ama anche per questo. Nonostante il successo, Jill conserva un’immagine semplice, empatica e accessibile. È la “ragazza della porta accanto” che racconta le notizie più dure con compostezza e sensibilità. Ed è proprio questa vicinanza emotiva a rendere ancora più sconvolgente ciò che accadrà pochi anni dopo.

La fragilità privata dietro il successo pubblico

Mentre nella vita professionale Jill Dando appare sicura, centrata e naturalmente predisposta al contatto umano, nella sfera privata emerge una dimensione più fragile. Il successo televisivo la rende celebre, ma non cancella del tutto un’inquietudine personale fatta di timidezza, bisogno di protezione e difficoltà sentimentali. Le sue relazioni sono numerose, ma spesso brevi. Jill fatica a investire davvero in rapporti che non sente pienamente all’altezza di ciò che desidera. Una delle sue prime relazioni importanti è con Andrew Ray, una storia coinvolgente e ricca di momenti sereni, ma non esclusiva. Jill continua a vedere anche altri uomini e, alla fine, sarà lui a interrompere il rapporto. 

Nel 1986 Jill subisce una perdita devastantela madre Jean muore a causa di un tumore. È un dolore profondo, che apre nella sua vita un vuoto enorme e la porta ad attraversare un periodo di crisi. Come spesso accade nella sua storia, Jill reagisce immergendosi nel lavoro. La carriera, intanto, decolla. La vita nella capitale però si rivela più difficile del previsto. All’inizio Jill è entusiasta all’idea di vivere in una città piena di possibilità, poi comincia a soffrire il rumore, le distanze, la solitudine e la difficoltà nel costruire nuove amicizie. Anche l’ambiente della televisione nazionale è diverso da quello regionale: più competitivo, meno accogliente e, soprattutto in quegli anni, fortemente dominato dagli uomini. Jill deve confrontarsi con dinamiche professionali dure, in un contesto in cui il talento femminile viene spesso osservato con sospetto o ridotto a pregiudizio. 

A livello personale attraversa quindi una fase complessa. Si sente sola, arriva a pensare di aver commesso un errore lasciando Weston-super-Mare e sviluppa, per gestire lo stress, un rapporto problematico con il cibo, aumentando di peso in modo significativo. Eppure, davanti alle telecamere e sul posto di lavoro, continua a mostrarsi sorridente, disponibile e positiva. I colleghi notano sempre di più il suo talento naturale e la sua capacità di reggere la pressione. Con il tempo Jill ritrova il suo equilibrio: si rimette in forma, comincia ad aprirsi alla vita londinese e riesce finalmente a sentirsi più a suo agio nella città che, inizialmente, le era sembrata ostile. Ma il prezzo della popolarità rimane alto, soprattutto nella parte più intima della sua esistenza. 

La relazione con Bob Wheaton e l’amore con Alan Farthing

Tra le persone che apprezzano maggiormente Jill Dando all’interno della BBC c’è Bob Wheatonfigura affermata dell’emittente e suo superiore. Il loro rapporto, inizialmente professionale, diventa con il tempo sempre più stretto, fino a trasformarsi in una relazione sentimentale. Il fatto che Wheaton sia il capo di Jill, però, finisce presto per attirare l’attenzione della stampa. Nel 1990, il tabloid The Sun pubblica un articolo che rivela la relazione insinua l’esistenza di scambi di favori, attribuendo a Jill un presunto arrivismo professionale. L’accusa è pesante: secondo quella lettura, la giornalista avrebbe frequentato Wheaton per avanzare nella carrieraJill smentisce con fermezza questa interpretazione. Conferma la relazione, ma respinge l’idea che ci siano stati secondi fini. Per lei si tratta semplicemente di due adulti consenzienti coinvolti in un rapporto privato. 

Con il passare del tempo, però, anche questa storia comincia a risentire dei ritmi sempre più frenetici della carriera di Jill. Lei è spesso lontana per lavoro, impegnata in registrazioni, dirette, nuovi format e incarichi televisivi. Il successo porta visibilità, opportunità e riconoscimento, ma toglie spazio alla vita personaleDopo sei anni insieme, la relazione con Bob Wheaton si conclude. I due, tuttavia, restano in buoni rapporti, segno di un legame che, pur finito, non si trasforma in conflitto. 

Alla fine del 1997, una nuova conoscenza sembra cambiare davvero la vita privata di Jill. Un’amica le presenta Alan Farthing, un uomo che fin dal primo incontro riesce a conquistarla. I due vanno a cena insieme e da quel momento diventano inseparabili. Jill si convince presto di aver trovato l’uomo che aspettava da sempre. Lo descrive come “assolutamente meraviglioso”, ama il suo senso dell’umorismo e soprattutto il fatto che non sembri impressionato dalla sua fama. È un dettaglio importante per una donna abituata a essere riconosciuta, osservata e raccontata dai giornali. Con Alan, Jill sembra poter essere semplicemente sé stessa. 

I tabloid si interessano immediatamente alla coppia, pubblicando fotografie e dettagli della loro relazione. Ma questa volta Jill appare felice, proiettata verso una nuova fase della sua vita. Nel 1999, durante un weekend nel Sussex, Alan le chiede di sposarloJill accetta. Davanti a lei sembrano aprirsi prospettive luminose: il matrimonio, una nuova casa, il desiderio di avere figli con l’uomo che ama. Dopo anni di successi professionali e fragilità private, Jill sembra sentire finalmente che la sua vita è completa. Non può sapere che quella felicità, appena raggiunta, sta per essere spezzata in modo tragico e irreversibile. 

La mattina del 26 aprile 1999

La mattina del 26 aprile 1999, Jill Dando si sveglia piena di entusiasmo. I preparativi per il matrimonio con Alan Farthing procedono, così come i nuovi progetti televisivi a cui sta lavorando. Dal punto di vista professionale è all’apice: è una delle figure più note della BBC, ha guadagni importanti, incarichi prestigiosi e nuove prospettive davanti a sé. Quella mattina si trova nella casa di Alan, a Chiswick, anche se alcune delle sue cose sono ancora nella sua abitazione al numero 29 di Gowan Avenue, nel quartiere londinese di Fulham. Quella casa è stata da poco vendutaperché Jill sta per trasferirsi con Alan in una nuova abitazione. Ormai la utilizza quasi soltanto come appoggio e come ufficio: lì tiene ancora il fax, alcuni documenti e diversi cambi d’abito utili per le registrazioni. 

Alan esce intorno alle 7:30 per andare al lavoro. Jill rimane sola e decide di prendersela con calma, anche perché quello è uno dei suoi rari giorni liberi. L’unico impegno previsto è una sfilata di beneficenza all’ora di pranzo con un’amica, un appuntamento piacevole più che lavorativo. Durante la mattinata fa alcune telefonate, si occupa dei preparativi del matrimonio e poi, intorno alle 10:10, esce di casaSale in auto e si dirige verso la Great West Road. Lungo il tragitto si ferma a una stazione di servizio, dove una telecamera a circuito chiuso la riprende mentre fa benzina. Poi effettua alcuni acquisti e si rimette in macchina. 

A un certo punto parla con l’assistente del suo agente, che le segnala un possibile problema al fax: alcuni documenti inviati non risultano consegnati. Jill la rassicura. Le dice che comprerà una risma di carta e dell’inchiostro, poi passerà nel suo “ufficio”, cioè nella casa di Gowan Avenueper sistemare il problema. Acquista il materiale necessario e infine raggiunge la sua abitazione. Sono circa le 11:30. Jill trova parcheggio proprio davanti casa. Il tragitto tra l’auto e la porta è brevissimo, pochi passi. Attraversa il cancelletto in ferro battuto, ma non è chiaro se al suo arrivo fosse aperto o chiuso. Quello che è certo è che quell’azione sarà l’ultima della sua vita. In quel breve spazio, davanti alla porta della propria casa, Jill Dando viene raggiunta dalla violenza che trasformerà per sempre il suo nome in un caso irrisolto.

L’allarme a Fulham e la notizia che sconvolge il Paese

Alle 11:46 del 26 aprile 1999la stazione di polizia di Kensington riceve una chiamata concitata. A telefonare è una donna in evidente stato di panico, che racconta di aver visto una persona accasciata a terra davanti a un’abitazione nel quartiere di Fulham. C’è molto sangue. La donna ferita, secondo lei, somiglia alla famosa Jill Dando. In pochi minuti, la segnalazione assume un peso enorme. 

Il detective Hamish Campbell, della squadra omicidi, si precipita sul posto e poco dopo conferma ciò che all’inizio sembrava quasi impossibile da accettare: la vittima è proprio Jill. Viene soccorsa e trasportata d’urgenza in ambulanza, ma le ferite sono troppo gravi. Jill Dando muore durante il tragitto verso l’ospedale. 

Gli agenti iniziano immediatamente ad analizzare la scena del crimine. Davanti alla casa di Gowan Avenue c’è una grande quantità di sangue. Vengono ritrovati anche un proiettile e il relativo bossolo. La prima ricostruzione è netta: Jill Dando è stata uccisa con un solo colpo di pistolaesploso alla testa. La precisione del gesto, l’assenza apparente di rapina e la mancanza di un movente immediatamente comprensibile rendono il delitto ancora più inquietante. 

La polizia raccoglie le prime testimonianze. Un postino racconta di aver visto un uomo biancodalla corporatura robusta e con i capelli scuri, correre affannato verso una fermata dell’autobus. La descrizione, però, è generica e non permette ai detective di identificarlo con facilità. Un vigile, invece, riferisce di aver visto una Range Rover blu allontanarsi a tutta velocità dalla zona. 

Mentre gli investigatori tentano di capire se quei due avvistamenti siano collegati all’omicidio, la notizia raggiunge i media. Alla BBC l’annuncio viene affidato alla collega e amica Jennie Bond, costretta a leggere in diretta nazionale una notizia che appare surreale anche a chi lavora ogni giorno con la cronaca. La professionalità deve reggere il peso dello shock. Anche la famiglia di Jill, come spesso avviene nei casi ad altissima esposizione mediatica, apprende la notizia dai mezzi di informazione. Il fratello Nigel, giornalista a Bristol, lo scopre mentre si trova in redazione e si precipita dal padre. In breve tempo, fuori dalla casa familiare si radunano giornalisti in cerca di dichiarazioni. Per il Regno Unito, la morte di Jill Dando non è solo un fatto di cronaca: è la perdita improvvisa di una figura amata.

Il cordoglio nazionale e una scena del crimine difficile

La morte di Jill Dando provoca un’ondata di commozione immediata. Dal giorno successivo, i giornali riempiono le prime pagine con il suo voltole televisioni ricostruiscono la sua carriera e davanti alla casa di Gowan Avenue iniziano ad accumularsi fioribigliettimessaggi e omaggi lasciati dai fan. Jill era una figura pubblica, ma per molti spettatori rappresentava qualcosa di più: una presenza quotidiana, una voce affidabile, una donna capace di raccontare anche le vicende più drammatiche con misura e umanità. Persino la regina Elisabetta rilascia una dichiarazione ufficiale esprimendo tristezza per la sua morte. Nel Paese si diffonde una domanda semplice e impossibile da ignorare: chi avrebbe potuto uccidere una persona così amata? 

Le indagini partono subito, ma il lavoro degli investigatori è complesso fin dall’inizioLa scena del crimine, come ammetteranno gli stessi detective, risulta in parte contaminata. I tentativi di rianimazione, necessari e inevitabili, hanno alterato alcune tracce. Nonostante questo, gli agenti raccolgono tutto ciò che è possibile recuperare. Le analisi portano a una prima conclusione: Jill è stata uccisa da un singolo sparo alla testa, esploso da sinistra. Inizialmente si ritiene che l’arma sia una pistola calibro 9. Sul cancelletto vengono isolate alcune impronte, ma non offrono elementi utili per identificare l’assassino. I testimoni, intanto, continuano a rappresentare una delle poche basi investigative: da un lato l’uomo visto correre verso la fermata dell’autobus, dall’altro la Range Rover blu vista allontanarsi rapidamente dalla zona. 

Un vicino di casa riferisce inoltre di aver sentito un grido, probabilmente una voce femminile. Potrebbe essere stato l’ultimo istante di consapevolezza di Jill. Ma c’è un dettaglio che colpisce gli investigatori: nessuno nel vicinato sembra aver udito lo sparo. Questo elemento apre subito una possibilità inquietante, cioè che l’assassino abbia usato un silenziatore. La modalità dell’omicidio, un colpo solo, preciso, davanti alla porta di casa, fa pensare a un’esecuzione. Da qui prende forza l’ipotesi di un killer organizzato, forse un sicario incaricato da qualcuno. 

Una delle prime teorie è legata proprio al lavoro di Jill a Crimewatch: negli anni il programma aveva contribuito a raccogliere informazioni utili in molti casi criminali. Qualcuno poteva aver deciso di vendicarsi? È una pista che, all’inizio, appare plausibile. Ma per capire davvero da dove partire, gli investigatori devono guardare anche più vicino: nella vita privata della vittima. 

I primi sospetti: Alan Farthing, Bob Wheaton e l’agente Roseman

Nel caso di Jill Dando, l’attenzione si concentra su tre uomini: il promesso sposo Alan Farthing, l’ex compagno Bob Wheaton e il suo agente, Jon RosemanAlan appare da subito profondamente sconvolto. La relazione con Jill sembrava serena, solida, proiettata verso il matrimonio e verso una nuova vita insieme. Non emergono tensioni significative, né elementi concreti che possano far pensare a un suo coinvolgimento. Inoltre, Alan ha un alibi: al momento dell’omicidio si trova al lavoro. Dopo le verifiche, viene quindi escluso dalle indagini. Pubblicamente esprimerà tutto il proprio dolore, ricordando Jill come una persona dolce, gentile e profondamente buona. 

Anche Bob Wheaton finisce sotto osservazione. È stato un uomo importante nella vita di Jill e gli investigatori scoprono un dettaglio che, almeno inizialmente, suscita interrogativi: Jill gli aveva versato una somma considerevole, circa 35.000 sterline. Il motivo non è immediatamente chiaro. Quando viene interrogato, Wheaton spiega che quel denaro era legato al mutuo della sua casa. Jill aveva vissuto lì per un periodo e, secondo il suo racconto, aveva insistito per contribuire economicamente. Lui precisa di non averne una reale necessità, ma descrive quel gesto come un atto di generosità, coerente con il carattere di Jill. Anche nei suoi confronti non emergono ulteriori elementi sospetti e, dopo gli accertamenti, viene escluso. 

Più complessa è la posizione di Jon Rosemanl’agente di Jill. È una figura particolare, nota per un temperamento difficile e per episodi che ne avevano alimentato la reputazione di uomo impulsivo. Soprattutto, è una delle poche persone a sapere con certezza che Jill, quella mattina, si sarebbe recata nella casa di Gowan Avenue. 

È un dettaglio importante, perché l’assassino sembra averla attesa. Non pare un incontro casuale: chi ha ucciso Jill probabilmente conosceva i suoi spostamenti. A rendere Roseman ancora più interessante agli occhi degli investigatori è un elemento inquietante: aveva scritto un romanzo in cui il protagonista, un agente come lui, vede una propria cliente famosa venire uccisa con una pistola. Una coincidenza che i detective prendono sul serio, valutando anche la possibilità che qualcuno possa essersi ispirato a quella trama. Roseman, interrogato, nega ogni coinvolgimento e sottolinea un aspetto concreto: Jill era una cliente molto redditizia, e perderla non avrebbe avuto alcun senso per lui. Anche questa pista, alla fine, non produce prove decisive.

La telefonata alla BBC e l’ipotesi di una vendetta politica

Mentre gli investigatori cercano risposte nella vita privata e professionale di Jill Dando, alla redazione della BBC arriva una telefonata destinata ad aprire una nuova e inquietante direzione investigativa. A parlare è un uomo serbo, che pronuncia parole minacciose e apparentemente collegate al contesto internazionale del momento: il primo ministro britannico Tony Blair, dice, avrebbe massacrato giovani innocenti; “loro” si sarebbero vendicati uccidendo altrettante persone. E aggiunge una frase che sembra una rivendicazione: “la prima è stata ieri”. 

Il riferimento appare immediato. Jill è stata uccisa il giorno precedente. Per gli investigatori, a quel punto, si apre una domanda inevitabile: l’omicidio può avere un movente politico? 

Per comprendere il peso di questa pista bisogna guardare al contesto storico. Negli anni Novanta, la dissoluzione della Jugoslavia aveva generato una lunga serie di guerre sanguinose, attraversate da conflitti etnicivendette e divisioni profonde. Nel 1999, la guerra in Kosovo rende la situazione ancora più tesa: le violenze sono diffuse, la crisi umanitaria è drammatica e la NATO interviene contro il regime di Slobodan Milošević. In un clima così carico di tensione, l’idea che l’uccisione di una figura pubblica britannica possa essere un gesto di ritorsione non appare, almeno inizialmente, impossibile. A rafforzare l’ipotesi c’è un altro elemento: pochi giorni dopo la morte di Jill, la NATO bombarda Belgrado e colpisce anche la sede di un’emittente televisiva serba. Nell’attacco muoiono 17 civili, tra cui giornalisti. È proprio a quelle vittime che l’uomo al telefono sembra fare riferimento. 

Prende così piede la cosiddetta pista serbaJill, del resto, aveva lanciato tramite Crimewatch appelli legati agli aiuti umanitari e all’accoglienza degli sfollati, proprio nei giorni precedenti all’omicidio. Tuttavia, con il procedere degli accertamenti, la polizia giudica la rivendicazione poco credibile. I servizi di intelligence non trovano riscontri e le autorità ritengono improbabile che un’operazione del genere, se organizzata da gruppi serbo-bosniaci o jugoslavi, possa essere passata del tutto inosservata. Inoltre, se l’obiettivo fosse stato colpire simbolicamente la Gran Bretagna, esistevano bersagli molto più direttamente collegati alla guerra in corso. Perché scegliere proprio Jill Dando? Alla fine, in assenza di prove concrete, anche questa pista viene accantonata. Ma il suo peso continuerà a riemergere negli anni, soprattutto quando il caso comincerà a essere percepito come un mistero senza una spiegazione definitiva. 

Il funerale, le tracce deboli e la ricerca dell’uomo in fuga

Il 21 maggio 1999 si tiene il funerale di Jill Dando nella chiesa della sua città natale, Weston-super-Mare. È un momento di dolore collettivo. Al corteo partecipano migliaia di persone, mentre centinaia di amici, colleghi e volti della televisione britannica prendono parte alla funzione funebre. Il clima è di profonda commozione: Jill non viene ricordata soltanto come una professionista stimata, ma come una donna percepita da moltissimi come vicina, gentile e autentica. La sua morte ha colpito il Paese anche perché sembra impossibile da spiegare. Non c’è una rapina, non c’è una minaccia nota, non c’è un nemico evidente. Solo un colpo di pistola, in pieno giorno, davanti a casa. 

Intanto le indagini proseguono, ma gli investigatori hanno in mano pochi elementi solidi. Le figure più concrete restano l’uomo visto correre verso la fermata dell’autobus e la persona alla guida della Range Rover blu allontanatasi rapidamente dalla zona. Identificarli, però, si rivela estremamente difficile. Jill era una donna molto famosa e riceveva tantissime lettere da parte dei fan. Alcune erano inquietanti, altre invadenti, ma non emerge un vero stalker identificabilené qualcuno che risultasse averla seguita in modo stabile. All’inizio l’ipotesi del killer professionista sembra plausibile, soprattutto per l’assenza dello sparo udito dai vicini e per la precisione dell’attacco. Con il tempo, però, i detective cominciano a ridimensionarla. 

A cambiare la prospettiva è l’analisi dell’arma. In un primo momento si era pensato a una pistola calibro 9, ma dagli esami forensi emerge un quadro diverso: l’arma del delitto sarebbe stata una pistola a salve modificata, non una normale calibro 9L’arma non verrà mai ritrovata, ma il bossolo recuperato presenta sei tacche incise a mano, probabilmente necessarie a trattenere il proiettile all’interno dell’arma modificata. Per gli investigatori questo dettaglio suggerisce un livello di improvvisazione, qualcosa di artigianale, lontano dall’immagine di un sicario appartenente a un’organizzazione strutturata. 

Il profilo dell’assassino cambia: non più necessariamente un professionista freddo e addestrato, ma forse un individuo solitario, disturbato, capace di preparare l’arma in modo rudimentale e di agire per un movente personale o ossessivo. La ricerca, quindi, si sposta sempre di più verso una figura isolata, difficile da individuare e forse priva di legami diretti con la vittima. 

La Range Rover blu e la falsa pista del narcotraffico

Gli investigatori tornano più volte sulle prime testimonianze raccolte dopo l’omicidio, in particolare su quella relativa alla Range Rover blu vista allontanarsi rapidamente dalle strade vicine a Gowan Avenue. Il veicolo viene effettivamente individuato in alcuni filmati delle videocamere di sicurezza mentre percorre le vie adiacenti alla casa di Jill poco dopo il delitto. Ma le immagini non sono sufficientemente nitide: la targa non è leggibile e l’unico dato certo resta il modello e il colore dell’auto. Per questo la polizia decide di rivolgersi direttamente ai cittadini, lanciando un appello pubblico a chiunque si trovasse in macchina nei pressi di Fulham quella mattina. Chiunque avesse visto una Range Rover blu o ricordasse dettagli utili viene invitato a contattare le autorità. 

Le segnalazioni arrivano in gran numero. Alcuni affermano di aver visto l’auto a un semaforo, altri ricordano più o meno nitidamente una persona alla guida, altri ancora parlano di uomini nei paraggi. Ma nessuna informazione si rivela verificabile. Nel frattempo, una nuova possibile svolta arriva da un informatore già noto alle forze dell’ordine con il nome di James. L’uomo sostiene di sapere chi si nasconda dietro l’omicidio di Jill Dando. Secondo il suo racconto, i responsabili sarebbero criminali legati ai vertici del narcotraffico, e il delitto sarebbe quindi collegato a un’organizzazione criminale più ampia. 

La polizia prende sul serio la segnalazione. James accetta di incontrare i detective e il suo racconto, almeno inizialmente, appare coerente. Gli investigatori avviano controlli sull’organizzazione indicata, sorvegliandone i membri per mesi e ricorrendo anche a microspie. È un lavoro lungo, costoso e delicato, condotto nella speranza che da quelle conversazioni emerga almeno un riferimento all’omicidio. Ma non accade nulla. Nessuna frase, nessun dettaglio, nessun elemento concreto collega quel gruppo alla morte di Jill. Con il tempo, le autorità arrivano a una conclusione diversa: è probabile che James abbia mentito, forse per incastrare qualcuno con cui aveva un conto in sospeso. Anche questa pista, che per un momento aveva promesso una spiegazione organizzata e coerente, si dissolve. Il caso resta senza un colpevole, senza un movente e senza una direzione sicura. La pressione mediatica cresce, mentre la polizia continua a inseguire ombre.

L’identikit e la comparsa di James Shackleton

Nel tentativo di dare un volto all’uomo visto correre verso la fermata dell’autobus, gli investigatori elaborano un identikit basato sui ricordi dei testimoni. L’immagine viene diffusa ovunque: giornali, televisioni, appelli pubblici. La speranza è che qualcuno riconosca quell’uomo o che l’uomo stesso, se innocente, decida di farsi avanti per chiarire la propria posizione. A un certo punto arriva davvero una telefonata. Un uomo dice di riconoscersi nell’identikit diffuso dalla stampa. Si chiama James Shackleton ed è una figura quantomeno singolare: alto quasi due metri, sostiene di avere origini nobili, si sposta alla guida di un carro funebre e lavora come becchino. 

Shackleton non chiama la polizia per confessare, ma per spiegare che il giorno dell’omicidio si trovava effettivamente nella zona della casa di Jill Dando. Racconta di essere andato lì per raccogliere legna da utilizzare nella costruzione di bare. A un certo punto, secondo la sua versione, si sarebbe accorto di un uomo che aveva iniziato a inseguirlo. Per questo avrebbe cominciato a correre verso la fermata dell’autobus, attirando l’attenzione del testimone. Dice di non aver visto l’aggressione, di non aver assistito all’omicidio e di non conoscere l’identità dell’assassino. Il racconto, però, lascia gli investigatori perplessi. Da un lato potrebbe trattarsi davvero dell’uomo visto fuggire e quindi di un testimone insolito ma innocente; dall’altro, quella telefonata potrebbe sembrare un tentativo di anticipare i sospetti, presentandosi spontaneamente prima di essere identificato. 

Shackleton viene inserito tra i sospettati e poi arrestato. La sua abitazione viene perquisita. All’interno, gli agenti trovano una bara, un elemento coerente con il suo mestiere, ma anche materiale decisamente più problematico: una mappa della zona di Fulham, alcune fotografie e documenti della BBC. Per un momento prende piede l’ipotesi che Shackleton possa essere un fan ossessionato da Jill Dando. Lui respinge l’idea con una risata, sostenendo di essere omosessuale e di non avere alcun interesse sentimentale o sessuale nei confronti della giornalista. In seguito, emergerà un profilo diverso: Shackleton viene descritto come un bugiardo patologico, già incline a inserirsi in altre indagini per omicidio attirando attenzione su di sé. Alla fine, viene rilasciato. Anche questa pista, dopo aver acceso i riflettori su un personaggio anomalo, non porta alla verità.

La pressione mediatica e il nome che riemerge dalle segnalazioni

Con il passare dei mesi, l’indagine sull’omicidio di Jill Dando assume dimensioni sempre più estese. Gli investigatori arrivano ad analizzare quasi quattrocento profili di potenziali sospettati: persone legate alla sua vita privata, fan invadenti, soggetti con precedenti, mitomani, informatori, individui avvistati nei dintorni di Fulham. È un lavoro enorme, reso ancora più difficile dalla pressione costante dei media e dell’opinione pubblica. Jill non è una vittima anonima: è una delle donne più conosciute del Regno Unito. Il suo omicidio viene percepito come una ferita nazionale e il caso deve essere risolto a ogni costo. 

Per incentivare nuove informazioni viene stabilita anche una ricompensa di 250.000 sterline destinata a chiunque possa fornire elementi decisivi. Eppure, nessuno porta la svolta sperata. Questo dettaglio rafforza progressivamente una convinzione: forse il responsabile ha agito da solo, senza complici, senza confidenti, senza qualcuno a cui poter raccontare ciò che ha fatto. Se così fosse, solo lui conoscerebbe il movente e la dinamica esatta di quel giorno. Poi, il 24 febbraio 2000, arriva quella che sembra finalmente una svolta concreta. 

I detective, ormai quasi senza direzioni investigative solide, decidono di ripartire dall’inizio. Rivedono tutte le segnalazioni ricevute nel primo mese successivo all’omicidio e notano un nome ricorrente. Diverse persone avevano indicato un residente di Crockham Road, una strada non lontana dalla casa di Jill, che nei giorni successivi al delitto sembrava particolarmente interessato a ricostruire i propri movimenti. L’uomo si fa chiamare Barry Bulsara. In passato ha subito danni cerebrali ed è considerato una persona con disabilità. Frequenta spesso il centro Hafad, una struttura per persone con disabilità. Proprio lì, secondo più testimonianze, sarebbe tornato dopo la morte di Jill per chiedere conferma dell’orario esatto in cui si era presentato il giorno dell’omicidio. Agli occhi degli investigatori, quel comportamento appare sospetto: sembra il tentativo di costruire o consolidare un alibi. 

A rendere il quadro più rilevante c’è anche una testimonianza di una vicina di Jill, che afferma di aver visto Barry nei pressi dell’abitazione della giornalista intorno alle 7 del mattino del 26 aprile. Secondo il suo racconto, l’uomo appariva nervoso e si copriva il volto. Quando un detective si reca al centro Hafad e interroga i membri dello staff presenti all’epoca, emergono conferme sulle visite di Barry e sulle sue domande. 

Tuttavia, gli orari restano confusi: qualcuno ricorda una visita intorno alle 12:30, altri collocano il suo arrivo più tardi, altri ancora prima di pranzo. Sono passati mesi e le memorie non sono precise. Ma per la polizia il nome di Barry diventa centrale. Poco dopo emerge un altro dettaglio: Barry Bulsara non è il suo vero nome. Si chiama Barry George. “Bulsara” è un riferimento a Farrokh Bulsara, il vero nome di Freddie Mercury, di cui Barry sostiene falsamente di essere cugino. Da quel momento Barry George diventa il sospettato numero uno. 

Barry George, gli alias e un passato segnato da reati e ossessioni

Approfondendo la vita di Barry George, gli investigatori scoprono un profilo complessoframmentato e attraversato da numerosi elementi problematici. Barry Michael George nasce il 15 aprile 1960 a West London, dove vive praticamente per tutta la vita. Fin da bambino mostra difficoltà importanti: soffre di epilessia, diagnosticata soltanto nell’adolescenza, e manifesta seri problemi comportamentali. Frequenta una scuola speciale a Hammersmith e poi un collegio per ragazzi considerati, all’epoca, “disadattati”. Rientra a Londra a metà adolescenza e, dopo il sedicesimo compleanno, ottiene un incarico temporaneo come fattorino alla BBCprima che Jill Dando inizi a lavorare lì. Per lui, però, quel breve impiego diventa uno dei momenti più significativi della vita. 

Già allora Barry non si presenta con il proprio nome, ma come Paul Francis Gadd, il vero nome del cantante Gary Glitter, suo idolo adolescenziale. Racconta anche che Gary Glitter sarebbe suo cugino, una fantasia usata per attirare attenzione, soprattutto da giovani impiegate e segretarie. Questo schema si ripeterà più volte: Barry costruisce identità alternativespesso legate a celebrità o figure pubbliche, e le usa per ottenere ascolto, riconoscimento o una posizione immaginaria più importante della sua reale condizione. Dopo l’esperienza alla BBC, della sua vita lavorativa si sa poco. Probabilmente trascorre lunghi periodi disoccupato, vivendo di sussidi e conducendo un’esistenza priva di stabilità, senza amicizie durature e con pochi punti fermi. 

Il primo reato documentato risale all’inizio del 1980, quando, sempre usando il nome Paul Gadd, viene arrestato a Kingston dopo essersi finto un detectiveMostra un falso tesserino e chiede informazioni su una donna di nome Caroline, sostenendo di averla aiutata la sera prima durante una lite con il marito e di essere tornato per controllare come stesse. La polizia scopre che aveva già usato quel tesserino almeno cinque volte, anche per ottenere passaggi in auto. Barry si dichiara colpevole di essersi spacciato per agente e riceve una multa di appena cinque sterline. È un episodio che potrebbe sembrare bizzarro, ma che inserito nel quadro complessivo assume un significato più inquietante: Barry cerca identità, ruoli, autorità. E spesso lo fa invadendo lo spazio degli altri.

Le aggressioni, il carcere e la vita isolata a Crookham Road

Dopo il primo arresto, Barry George appare sempre più solo e sempre più instabile. Nell’estate del 1980 supera un nuovo limite: segue un’impiegata dell’ufficio sussidi di Kensington, le chiede di uscire e, dopo il suo rifiuto, tenta di baciarla e le palpeggia il seno. La donna riesce a colpirlo con la borsa, salire in auto e fuggire. Ma quella stessa notte Barry segue una seconda donna a Hammersmith, le offre da bere, entra con lei nell’ascensore del condominio e cerca di infilarle una mano sotto la gonna. Sono episodi che mostrano una condotta sempre più invasiva, soprattutto nei confronti delle donne, e che negli anni successivi diventerà parte centrale del suo profilo. 

All’inizio del 1981 viene processato usando ancora il nome Paul Gadd. La difesa presenta diverse perizie che evidenziano disturbi della personalità problemi neurologici. Barry ammette gli incontri con le donne, ma sostiene di non ricordare il resto. Per una delle aggressioni viene condannato a tre mesi con pena sospesa, quindi non entra in carcere. L’anno successivo avviene un episodio ancora più grave vicino alla stazione di Turnham Greenuna studentessa subisce una violenta aggressione sessuale e la polizia impiega mesi per arrivare al responsabile. La svolta arriva nel gennaio 1983, quando Barry viene fermato nei pressi di Kensington Palace, allora residenza dei principi del Galles. Ha con sé equipaggiamento mimetico e diversi coltelli. Inizialmente viene considerato soprattutto un fanatico dell’ambiente militare, ma quel fermo permette di raccogliere elementi, in particolare impronte digitali, che lo collegano ai reati precedenti. 

Poco dopo viene incriminato per il tentato stupro avvenuto a West London. Nel marzo 1983, all’Old Bailey, sotto un nuovo nome falso, Barry George viene condannato per tentato stupro a trenta mesi di carcere, ai quali si aggiungono i tre mesi sospesi precedenti. Alla fine sconterà circa diciotto mesi. Dopo il rilascio, il suo comportamento sembra per un periodo più contenuto e non emergono nuovi reati di pari gravità. Una volta libero, vive prima in un ostello, dove si presenta con un’altra identità inventata: Thomas Palmer, nome di un vero caporale del SAS morto nel 1983 e celebrato dalla stampa. Poi si stabilisce nell’appartamento di Crookham Road, vicino alla casa di Jill Dando. 

Quell’abitazione diventa il suo mondo per i successivi quindici anni: un’esistenza modesta, fatta di sussidi, isolamento, ossessioni, lamentele agli uffici comunali e continui tentativi di stabilire contatti sociali, spesso in modo invadente. Nel 1989 si sposa con Itsuko Toide, una studentessa giapponese interessata alla cittadinanza, ma il matrimonio dura pochi mesi. Lei lo denuncia per violenze e torna in Giappone pur di non incontrarlo mai più. Per Barry, i rapporti con le donne restano soprattutto incontri casuali e molesti: alle fermate dell’autobus, in metropolitana, nei parchi, sui treni, nei luoghi turistici. Alla fine degli anni Novanta è un quarantenne disoccupato, solitario, immerso nel caos del suo appartamento e nelle proprie fantasie.

La sorveglianza, l’interrogatorio e la casa di Barry George

Tornando alle indagini, i detective tentano più volte di contattare Barry George nel suo appartamento di Crookham Road, che si trova a circa sei minuti a piedi dalla casa di Jill Dando. Per tre volte si presentano alla sua porta senza trovarlo. Gli lasciano anche un messaggio nella cassetta della posta, ma Barry non risponde. A quel punto viene messo sotto sorveglianza. Gli agenti lo osservano mentre cammina per le strade del quartiere, senza una meta precisa, riempiendo giornate vuote, prive di lavoro e scandite da spostamenti apparentemente casuali. Dopo ulteriori tentativi falliti, gli investigatori decidono di cambiare strategia: individuano il luogo e l’orario in cui Barry ritira il suo sussidio e lo attendono lì. 

Quando finalmente riescono a incontrarlo, Barry spiega di non aver risposto al messaggio perché pensava fosse collegato a un incidente in bicicletta avuto alcuni giorni prima e di averlo inoltrato direttamente al suo avvocato. Viene accompagnato in stazione di polizia e rilascia una dichiarazione. Racconta che il giorno dell’omicidio ha trascorso la mattinata a casa e che, verso le 12:30 o 12:45è uscito a piedi per recarsi al centro Hafad, dove sostiene di essersi trattenuto per poco tempo prima di tornare a casa. Afferma anche di aver saputo della morte di Jill solo più tardi, grazie a un vicino. Ma aggiunge un dettaglio che agli investigatori appare poco credibile: sostiene di non conoscere Jill Dando, di non sapere chi fosse e di non averla mai sentita nominare. Un’affermazione difficile da accettare, considerando che Jill era uno dei volti più noti della televisione britannica. 

Barry viene interrogato per quattro giorni e continua a dichiararsi innocente. Il 17 aprile 2000, la polizia fa irruzione nel suo appartamento. Quello che gli agenti trovano è un ambiente estremamente degradato: la casa è sporcacaoticamaleodorante, piena di sacchi di spazzatura. In cucina e nelle stanze vengono trovati anche escrementi e insetti. Il disordine è tale che la perquisizione dura due giorni e porta al sequestro di numerosi oggetti. Tra questi c’è un cappotto compatibile con la descrizione dell’abbigliamento dell’uomo visto fuggire. Vengono trovati anche documenti legati ad armi e all’ambito militare, oltre a molti giornali, diversi dei quali contengono articoli su Jill Dando. Gli investigatori recuperano inoltre una busta con messaggi di cordoglio per la morte della giornalista e due note scritte a mano, verosimilmente da George, in cui l’uomo sostiene di essere rimasto colpito dalla morte di Jill perché suo cugino Freddie Mercury sarebbe stato intervistato da lei nel 1986 e lui sarebbe stato presente. Ancora una volta, realtà e fantasia sembrano intrecciarsi in modo inquietante.

Le fotografie, la pistola a salve e l’arresto

Tra gli elementi sequestrati nell’appartamento di Barry George, uno dei più rilevanti riguarda il materiale fotografico. Gli agenti trovano numerosi rullini non sviluppati, sparsi in diverse stanze. Quando le immagini vengono sviluppate, il contenuto appare inquietante: ci sono molte fotografie di donne, alcune riprese dalla televisione, altre probabilmente seguite o osservate per strada. Non si tratta quindi solo di un interesse generico per il mondo dello spettacolo, ma di una forma di attenzione insistente e invasiva, coerente con il profilo che gli investigatori stanno ricostruendo. Una delle fotografie, in particolare, risulta scattata a una donna proprio davanti alla casa di Jill Dando, un dettaglio che rafforza il sospetto che George conoscesse bene quella zona e potesse averla frequentata anche prima del delitto. 

Tra le immagini ce n’è poi una che colpisce in modo particolare gli investigatori: ritrae Barry mentre posa con una maschera antigas e impugna una pistola a salve. Il modello dell’arma appare compatibile con la tipologia di pistola che, secondo gli accertamenti, potrebbe essere stata usata per uccidere Jill. Non è l’arma del delitto, che non verrà mai trovata, ma per la polizia il collegamento è significativo. Durante un interrogatorio, quando gli viene mostrata quella fotografia e gli viene chiesto chi sia l’uomo ritratto, Barry nega persino l’evidenza. Nonostante il volto sia riconoscibile, risponde di non saperlo e sostiene che non si tratti di lui. Ancora una volta, le sue risposte appaiono confuse, elusive e difficili da interpretare: bugie consapevoli, difficoltà cognitive, paura o una combinazione di tutti questi elementi. 

Per gli investigatori, tuttavia, il quadro indiziario è ormai sufficiente. Barry George viene incarcerato in via preventiva mentre l’accusa costruisce il caso contro di lui. La notizia si diffonde rapidamente: i notiziari annunciano che il presunto assassino di Jill Dando è stato finalmente identificato e arrestato. Dopo mesi di pressione, paura e incertezza, l’opinione pubblica sembra ricevere una risposta. Ma non tutti sono convinti. La famiglia di Barry, in particolare sua sorella, sostiene con forza la sua innocenza e decide di affidarsi a uno dei più importanti avvocati penalisti britannici, Michael Mansfield. Da questo momento, il caso non è più soltanto l’indagine sull’omicidio di una giornalista amatissima. Diventa anche una battaglia giudiziaria sul valore degli indizi, sulla vulnerabilità di un imputato fragile e sulla possibilità che la necessità di trovare un colpevole abbia orientato l’intera indagine.

Le perizie psichiatriche e il profilo di un imputato vulnerabile

La difesa di Barry George viene affidata a Michael Mansfield, uno degli avvocati penalisti più noti del Regno Unito, specializzato in grandi casi criminali, errori giudiziari e inchieste pubbliche. Mansfield si convince dell’innocenza del suo assistito e, come primo passo, chiede una perizia psichiatrica. In realtà, nel corso del procedimento, ne verranno eseguite diverse, anche su richiesta dell’accusa. Il quadro che emerge è quello di un uomo con un funzionamento cognitivo molto basso rispetto alla media sociale, con difficoltà di apprendimento marcate e una storia personale segnata da problemi neurologici, isolamento e comportamenti disorganizzati. 

Le stime del quoziente intellettivo di Barry, riportate nei documenti, oscillano generalmente tra 60 e 75, una fascia compresa tra disabilità intellettiva lieve e funzionamento borderline. Secondo il perito della difesa, la memoria e la velocità di elaborazione risultano molto sotto la media. A questo si aggiungono episodi di epilessia pregressi, probabili danni neurologici, difficoltà significative nel linguaggio, problemi nella comprensione astratta, forte isolamento sociale e scarse competenze adattive. Nonostante tutto, Barry George non viene dichiarato incapace di intendere e di volere. Dal punto di vista formale, quindi, viene ritenuto imputabile e può essere processato per l’omicidio di Jill Dando. 

Diversi esperti, tuttavia, sottolineano un aspetto importante: il suo profilo lo rende particolarmente vulnerabile durante interrogatori lunghi e complessi. Barry tende a rispondere in modo confuso o incoerente sotto pressione e fatica a comprendere pienamente il contesto legale delle domande. Anche la sua tendenza a inventare storie fantasiose contribuisce a delineare un quadro instabile. Tra gli episodi più noti emersi sul suo passato ce n’è uno quasi surreale: da giovane si era spacciato per uno stuntman professionista e aveva dichiarato di poter saltare, con i rollerblade, una fila di quattro autobus a due piani. Non si era limitato a dirlo. Aveva davvero tentato l’impresa, riportando una spina dorsale lussata e un femore fratturato. È un dettaglio che, pur non avendo valore probatorio diretto sull’omicidio, aiuta a comprendere la personalità di un uomo incline alla fantasia, alla ricerca di attenzione e a decisioni impulsive e pericolose. 

Il processo del 2001 e la prova dei residui di sparo

Il processo per l’omicidio di Jill Dando si apre all’Old Bailey nel 2001. L’impianto accusatorio contro Barry George non si basa su una prova diretta, ma su una serie di elementi indiziari che, secondo l’accusa, convergono verso la sua responsabilità. La sua presenza nella zona, i comportamenti ritenuti sospetti prima e dopo il delitto, i precedenti violentigli episodi di molestie e stalkingl’uso di identità false, le bugie ripetute e il materiale trovato nel suo appartamento vengono presentati come parti di un quadro coerente. Non si tratta, secondo la procura, di coincidenze isolate, ma di tasselli che descrivono un uomo ossessionato dal mondo delle celebritàinstabile, vicino al luogo dell’omicidio e potenzialmente capace di colpire. 

A questo insieme si aggiunge l’elemento destinato a diventare centrale: una particella di residuo da sparo trovata nel cappotto che Barry avrebbe indossato il giorno dell’omicidio. Per l’accusa è la prova forense più significativa, quella che potrebbe collegare direttamente l’imputato all’arma usata per uccidere JillL’arma, però, non è mai stata ritrovata. La difesa contesta duramente il valore di quella particella, sottolineandone la natura microscopica e il rischio di contaminazione. Il nodo non riguarda soltanto la presenza del residuo, ma il suo significato: quanto può davvero indicare un contatto con un’arma da fuoco, considerando che è passato quasi un anno dall’omicidio e che sul cappotto non vengono trovate tracce di sangue o capelli della vittima? 

La difesa continua inoltre a richiamare l’attenzione sulla pista serba. Michael Mansfield sottolinea che pochi giorni prima dell’omicidio di Jill, un altro giornalista era stato assassinato nella propria casa a Belgrado. Evidenzia anche alcune segnalazioni secondo cui proiettili modificati e segnati a mano, come quello collegato al caso Dando, sarebbero compatibili con contesti di guerriglia. Ma nel processo, l’elemento che pesa di più resta la particella di residuo da sparo. Dopo oltre trenta ore di deliberazione, la giuria emette il verdetto: Barry George viene dichiarato colpevole dell’omicidio di Jill Dando. Ha 41 anni e viene condannato all’ergastolo. Per molti, in quel momento, il caso sembra finalmente chiuso. Ma quella sentenza non sarà l’ultima parola. 

La revisione del caso e l’assoluzione di Barry George

Dopo la condanna all’ergastolo, la difesa di Barry George continua a sostenere che il processo abbia dato un peso eccessivo a elementi indiziari e, soprattutto, alla particella di residuo da sparo trovata sul cappotto. Il primo appello viene respinto nel 2002, ma il caso non si ferma lì. Successivamente passa alla Criminal Cases Review Commission, l’organismo incaricato di riesaminare possibili errori giudiziari. Nel 2007, la Commissione rinvia il caso alla Corte d’Appello per nuove valutazioni sulle prove forensi. Le analisi successive ridimensionano il valore della particella, ritenendo possibile che potesse derivare da fonti esterne o da contaminazioni. A quel punto, la condanna viene dichiarata non sicura, annullata, e viene disposto un nuovo processo. 

Il secondo dibattimento si tiene a distanza di oltre sette anni dall’omicidio. In questa nuova fase, la prova dei residui di sparo viene esclusa. Il lavoro della difesa, affidata anche all’avvocato William Clegg, insiste sull’assenza di elementi diretti che colleghino George al delitto. Le condizioni cognitive, neurologiche ed epilettiche dell’imputato vengono utilizzate per sostenere con maggiore forza l’improbabilità che potesse aver pianificato un omicidio così preciso, rapido e apparentemente organizzato. Anche le testimonianze raccolte negli anni vengono riconsiderate con più cautela: il tempo trascorso, le discrepanze negli orari e la natura circostanziale degli avvistamenti ne indeboliscono il valore. 

Con il venir meno dell’elemento scientifico centrale e con un quadro probatorio considerato insufficiente, il secondo processo si conclude nel 2008 con l’assoluzione di Barry George. Dopo circa otto anni di detenzione, l’uomo viene scarcerato. Per molti giornalisti, opinionisti e cittadini, quella decisione rappresenta la conferma di un errore giudiziario: un uomo fragile, problematico e certamente controverso sarebbe stato trasformato nel colpevole ideale perché l’opinione pubblica e i media pretendevano una risposta. Anche molti mezzi di informazione che in passato avevano insistito sugli aspetti più oscuri della sua personalità cambiano posizione. Il caso Jill Dando comincia così a essere raccontato non solo come un omicidio irrisolto, ma anche come uno dei più discussi fallimenti della giustizia britannica. Formalmente, però, l’assoluzione di George non risolve la domanda centrale. Se non è stato lui, chi ha ucciso Jill Dando? 

Le ipotesi alternative e un caso ancora senza risposta

Dopo l’assoluzione di Barry George, il caso di Jill Dando rimane formalmente aperto. In teoria, la Metropolitan Police potrebbe riesaminare nuovi elementi o riaprire una linea investigativa qualora emergessero prove concrete. Di fatto, però, non risulta un’indagine attiva capace di indicare un nuovo sospettato. A più di venticinque anni dalla morte di Jill, ciò che accadde davanti alla sua casa di Gowan Avenue rimane un mistero. Proprio l’assenza di un movente chiaro ha alimentato, nel tempo, numerose teorie alternative: alcune costruite su elementi reali ma non risolutivi, altre nate soprattutto nel dibattito mediatico, nei documentari e nelle inchieste giornalistiche. Tutte cercano di rispondere alla stessa domanda: perché una giornalista amatissima, senza nemici evidenti, venne uccisa con una modalità tanto rapida e precisa? 

Una delle piste più discusse resta quella serba, legata al clima politico e militare del 1999, alla guerra in Kosovo, all’intervento della NATO e alla telefonata ricevuta dalla BBC dopo l’omicidio. È una teoria che ha continuato a circolare perché inserisce la morte di Jill in uno scenario internazionale molto teso, ma non ha mai trovato prove investigative solide. Un’altra ipotesi riguarda un possibile omicidio su commissione collegato alla criminalità organizzata o a circuiti di vendetta privata. Anche in questo caso, però, le indagini non hanno prodotto riscontri decisivi. Nel tempo si è poi sviluppata una teoria più controversa, quella di una presunta rete pedofila, secondo cui l’attività televisiva di Jill o alcune inchieste legate a Crimewatch avrebbero potuto attirare l’attenzione di persone coinvolte in reati sessuali. In versioni ancora più estreme, alcuni articoli e ambienti complottisti hanno ipotizzato che Jill avesse scoperto o indagato su una rete interna alla BBC o su poteri forti. Questa ipotesi, tuttavia, non ha mai trovato conferme nelle prove ufficiali né nelle revisioni giudiziarie del caso. 

Anche Barry George, dopo l’assoluzione, non è scomparso del tutto dalle cronache. Nel 2025 è tornato all’Old Bailey per nuove accuse di natura sessuale relative al passato: una contestazione di stupro e due di violenza sessuale per fatti che sarebbero avvenuti nel 1987, quando avrebbe abusato di una ragazza di 14 anni nel West London. Il procedimento, secondo quanto riportato, si trova ancora in una fase preliminare e non esiste alcuna condanna o conclusione giudiziaria definitiva. Questo sviluppo non cambia l’esito del caso, ma dimostra quanto la figura di George resti controversa e quanto, ancora oggi, il suo nome continui a essere associato a vicende giudiziarie complesse. La morte di Jill, però, resta un’altra storia: una storia senza un colpevole accertato, senza una verità processuale definitiva e con molte domande rimaste sospese. 

L’eredità di Jill Dando e una domanda rimasta aperta

La memoria di Jill Dando è rimasta profondamente radicata nella società britannica. La sua figura continua a essere ricordata non solo per la tragicità della morte, ma per il modo in cui aveva interpretato il giornalismo televisivo: con rigore, empatia e senso del servizio pubblico. A Weston-super-Mare, la città in cui era nata e aveva mosso i primi passi nel mondo dell’informazione, il suo nome resta legato a iniziative educative e commemorative. Tra queste c’è il progetto Good News Rooms, avviato nel 2011, che coinvolge giovani studenti nel racconto di notizie positive e nella formazione giornalistica di base. Un modo concreto per proseguire idealmente quella visione della comunicazione che Jill aveva portato sullo schermo: informare, coinvolgere, dare valore alle storie e alle persone. 

La sua eredità si è tradotta anche in un’iniziativa di grande rilievo accademico e sociale. Una raccolta fondi di oltre un milione e mezzo di sterline ha permesso la creazione del Jill Dando Institute of Crime Science presso l’University College London, un centro di ricerca dedicato allo studio scientifico del crimine e alla prevenzione. È forse una delle eredità più concrete del suo lavoro: trasformare il dolore per un omicidio irrisolto in un impegno stabile per comprendere, prevenire e contrastare la violenza. Jill aveva raccontato per anni casi di cronaca nera, aveva dato spazio agli appelli delle forze dell’ordine e aveva contribuito a portare l’attenzione pubblica su vittime e indagini. Dopo la sua morte, il suo nome è diventato anche simbolo di ricerca, memoria e prevenzione. 

Nel corso degli anni, il fratello Nigel Dando ha più volte espresso la propria interpretazione della morte della sorella, ipotizzando che Jill possa essere stata vittima di un atto casuale, non necessariamente mirato. Secondo questa lettura, si sarebbe trovata semplicemente nel posto sbagliato al momento sbagliato. È una possibilità che convive con tutte le altre, senza riuscire però a chiudere davvero il caso. Perché Jill fu uccisa? Da chi? E per quale motivo? A più di venticinque anni da quel 26 aprile 1999, la risposta resta sospesa. Jill Dando, la giornalista che per anni aveva raccontato i misteri degli altri, è diventata lei stessa un enigma giudiziario. Un caso che continua a interrogare la Gran Bretagna e chiunque si avvicini alla sua storia: che cosa è accaduto davvero davanti alla porta di Gowan Avenue?