Hai scelto la voce più adatta? Verifica prima di procedere.
Quella di Marco Mariolini, conosciuto come “il cacciatore di anoressiche”, è una vicenda che ha segnato profondamente la cronaca nera italiana degli anni ’90. Una storia di ossessione, manipolazione e violenza culminata nell’omicidio di Monica Calò, giovane studentessa trascinata in una spirale di controllo e privazione.
Brescia, 3 giugno 1996. In un tranquillo ristorante della città, due clienti non passano inosservati. Lui è robusto, sicuro di sé, loquace. Lei è silenziosa, scheletrica, visibilmente provata. Non ha un piatto davanti a sé. Si limita ad osservare, con sguardo spento, l’uomo che divora ogni portata. Il contrasto è disarmante.
L’uomo si allontana per un attimo e, proprio in quel momento, un cameriere serve alla donna un piatto di gnocchi ai quattro formaggi. Quello che accade dopo lascia interdetti tutti i presenti: lei inizia a ingurgitare il cibo con una voracità disumana, mangiando addirittura con le mani. Ma l’uomo torna, la vede mangiare e si infervora. Le urla contro, la minaccia: per espiare quegli gnocchi dovrà digiunare per settimane.
La scena culmina con un gesto brutale: la donna corre verso la cucina, ma viene raggiunta, afferrata, e colpita con uno schiaffo violento, davanti a decine di clienti ammutoliti. Nessuno interviene.
Dietro questa scena si nasconde una storia ben più oscura, perversa e crudele. Una storia che culminerà in una tragedia irreversibile.
Marco Mariolini nasce il 13 aprile 1959 a Pisogne, in provincia di Brescia, in una famiglia disfunzionale. Il padre, autista di autobus, è un uomo passivo e assente, mentre la madre ha una personalità dominante e ossessiva.
Uno degli episodi più inquietanti avviene quando Marco ha appena due anni. Soffre di una gastroenterite cronica e piange continuamente. Un giorno, esasperata, la madre lo afferra per le caviglie e lo fa penzolare dal balcone, minacciando di gettarlo nel vuoto. Un gesto estremo che riflette la tensione e la pericolosità di quell’ambiente familiare.
Quando nasce la sorellina, la madre decide di mandare Marco a vivere dai nonni sul lago d’Iseo, alimentando il suo senso di rifiuto e abbandono.
Durante l’adolescenza, emerge in lui una deviazione profonda. Sfogliando un manuale di scienze, Marco scopre di provare eccitazione sessuale non verso immagini erotiche, ma verso illustrazioni anatomiche: scheletri, muscoli, organi. Un desiderio che presto si trasforma in una vera e propria ossessione per la magrezza estrema.
Questa fissazione evolve in parafilia: l’attrazione per corpi scheletrici, ossuti, privi di qualsiasi rotondità. Non si tratta di semplici gusti, ma di un impulso compulsivo e deviato, che lo accompagnerà per tutta la vita. Mariolini stesso parlerà di “anoressofilia” e dichiarerà: “La mia donna ideale deve avere la spina dorsale visibile dalla pancia”.
Il primo legame sentimentale di Marco Mariolini è con Lucia, una giovane donna che conosce attorno ai 19 anni. Lucia è molto magra, ma non abbastanza per i canoni distorti di Marco. Al primo rapporto sessuale, rimane deluso dal suo corpo: le ossa non sono abbastanza visibili, le forme troppo morbide.
Ciò nonostante, la frequentazione continua. Quando Mariolini parte per il servizio militare, Lucia si avvicina a un altro uomo. Da quel momento, la volontà di possesso prende il sopravvento: inizia a bombardarla di lettere e telefonate e, nelle sue fantasie più oscure, immagina di uccidere il rivale e darlo in pasto a Lucia. Una visione disturbante che segna l’inizio della sua deriva sadica.
Lucia, alla fine, cede alla pressione e accetta di fidanzarsi con lui. Ma la relazione si trasforma presto in un incubo: Mariolini è violento e maniaco del controllo, alternando episodi di maltrattamenti a momenti di apparente dolcezza. Lui stesso, in un’intervista successiva, ammetterà di averla picchiata, rivolgendole spesso insulti umilianti.
Lucia è ancora “troppo grassa”. Mariolini la sottopone a continue pressioni per dimagrire, la fa sentire inadeguata, le impone il digiuno. E Lucia, purtroppo, cede. Perde 6 chili, arrivando a pesarne 40 per 1.65m di altezza.
Nel 1980, i due si sposano. Ma Mariolini vuole di più. La convince a sottoscrivere un patto assurdo: non dovrà mai superare i 33 chili, pena punizioni fisiche, silenzi e umiliazioni.
Quando però Lucia rimane incinta, il cambiamento del suo corpo lo disgusta e al secondo concepimento i due si separano.
Dopo la fine della relazione con Lucia, Marco Mariolini entra in una fase di autoanalisi disturbata. Cerca di dare un nome alla sua ossessione e lo trova: anoressofilia. La definisce come un’attrazione sessuale patologica verso donne scheletriche, con corpi così magri da ricordare le illustrazioni anatomiche dei manuali di scienze.
Da quel momento, inizia a “cacciare”, letteralmente, utilizzando questo termine lui stesso. Si muove per strade e locali con uno scopo ben preciso: trovare donne emaciate da sedurre, possedere e controllare. Non cerca partner, cerca prede.
La prima vittima è Ulrike, che conosce mentre è ancora sposato con Lucia. Ulrike pesa 25 chili e diventa immediatamente un’ossessione. Mariolini la usa come termine di paragone per umiliare la ex moglie. Seguono Astrid, ventenne che pesa 28 chili, poi Roberta, 35 chili, e infine Sandra, 23 chili per 1.60 di altezza. Un corpo, dirà lui, “perfetto”.
Mariolini non si limita a corteggiare queste donne. Le pedina, si apposta, si introduce nelle loro case. È disposto a usare la forza.
Nell’estate del 1992, incrocia per strada una donna che definisce “un teschio”: si chiama Bianca. La segue, la contatta, la perseguita per mesi. Ma un giorno scopre un necrologio sulla porta di casa sua: Bianca è morta. La sua malattia l’ha portata via. Mariolini, però, non prova alcuno sconvolgimento. Passa semplicemente alla prossima.
Poco dopo, incontra un’altra Bianca. Giovane, 28 chili. La segue per strada, la osserva divorare quattro brioche in pochi minuti in un bar, per poi correre in bagno a vomitare. Per lui è una visione eccitante. Quando esce, le offre un caffè. Poi la segue fino a casa. Si apposta, indossa un passamontagna, la aggredisce e la trascina dentro l’abitazione, costringendola a spogliarsi.
Ma la ragazza, colta da un attacco d’asma, crolla a terra. Mariolini si spaventa, si toglie il passamontagna e la aiuta. Lei lo riconosce. Eppure, in un momento di fragilità estrema, si impietosisce e accetta un rapporto sessuale.
Subito dopo, però, lo respinge. Gli dice chiaramente che non vuole rivederlo. E in quel momento scatta un cambiamento cruciale nella mente di Mariolini. Le anoressiche non fanno per lui.
O meglio: non sono abbastanza. Perché una donna già malata non ha bisogno di essere dominata. Già rifiuta il cibo, già rifiuta il sesso, già si autodistrugge. E per Mariolini questo non è sufficiente. Lui vuole una donna sana, che può controllare, plasmare, ridurre alla fame per puro piacere sadico.
Non gli basta il risultato. Gli serve il processo.
Nell’ottobre del 1994, Marco Mariolini decide di ampliare la sua “caccia” attraverso gli annunci sui giornali. In uno di questi scrive testualmente: “Sono un commerciante di buona posizione economica e vorrei conoscere, a scopo di convivenza o matrimonio, una ragazza tra i 18 e i 50 anni, che sia veramente magrissima, anzi, scheletrica.”
Nonostante la natura inquietante dell’annuncio, una ventina di donne rispondono. Tra tutte, una in particolare colpisce Mariolini: Monica Calò, 23 anni, studentessa di logopedia a Padova, originaria di Domodossola. È una ragazza intelligente, riservata, con un passato senza eccessi e una vita familiare stabile.
Ma dietro quell’equilibrio apparente, Monica nasconde una profonda fragilità emotiva. Si sente insicura, inadeguata, e quando legge l’annuncio di Mariolini ne rimane affascinata. Decide di telefonargli.
I due si incontrano per la prima volta il 12 ottobre 1994 alla stazione di Padova. Mariolini la osserva, la analizza. Per lui è una potenziale preda: è magra, pesa 54 chili per 1 metro e 72 di altezza, ma soprattutto è plasmabile. Durante il primo incontro, lui le rivela i propri gusti sessuali. Monica non si mostra turbata, anzi, sembra curiosa.
Per Mariolini è un segnale sufficiente: capisce di poterla controllare, dominare, e soprattutto portare verso la magrezza estrema che tanto desidera. Anche perché è Monica stessa a confessargli di avere un rapporto difficile con il cibo. Racconta di momenti in cui digiuna, altri in cui si abbuffa e poi vomita. La sua è una sofferenza reale, non ancora esplosa in una malattia clinica, ma già visibile e soprattutto sfruttabile.
Da quel momento in poi, la relazione prende forma e si trasforma rapidamente in una spirale tossica. Mariolini è violento, infedele, abusante, ma Monica, giorno dopo giorno, cede sempre più al suo controllo.
Nel giugno del 1995, stanno insieme da circa sei mesi. Mariolini insiste per andare a vivere insieme. Non sopporta l’idea di non averla sotto controllo 24 ore su 24. Quando Monica rifiuta, la aggredisce davanti alla ex moglie e ai figli, con pugni e calci. Cinque giorni dopo, Monica acconsente e va a vivere con lui.
Quando Marco Mariolini e Monica Calò iniziano la convivenza, la loro relazione si trasforma in un regime di controllo assoluto. Vivono sopra il negozio di antiquariato di lui a Clusane, sul lago d’Iseo. Da quel momento, ogni aspetto della vita di Monica è regolato e sorvegliato: non può lavorare, non può uscire, non può mangiare liberamente.
Mariolini impone un programma di deperimento: decide lui quanto può mangiare, quando deve digiunare e persino quando deve vomitare. Una bilancia ai piedi del letto serve a controllare quotidianamente il suo peso. Se ingrassa, anche di poco, Monica viene umiliata e punita.
Il suo obiettivo è farle raggiungere i 33 chili, come aveva imposto a Lucia. Monica promette di arrivare a 42, ma per lui non è abbastanza. La manipola emotivamente, la picchia, le fa credere che dimagrire sia l’unico modo per dimostrargli amore. A volte, per aiutarla a vomitare, le tira pugni nello stomaco. Mariolini dirà che lei era consenziente, che addirittura fosse lei a chiederlo.
Nel frattempo, Monica si spegne. Perde peso, insieme alla propria identità e alla volontà di reagire. Quando le mestruazioni si interrompono, segno evidente che il corpo sta cedendo, Mariolini minimizza: lo considera un vantaggio. Monica diventa sempre più passiva. E lui, soddisfatto, dichiarerà: “Volevo il controllo totale. Come se fosse una mia protesi.”
Mariolini si appropria anche della sua indipendenza economica. Monica aveva qualche risparmio e due appartamenti in eredità: lui la convince a venderli. I 76 milioni di lire ricavati finiscono tutti sul conto di Marco. Monica rimane senza denaro, senza forza e senza autonomia.
Eppure, inizia a ribellarsi in silenzio. Quando può, mangia di nascosto, persino rovistando nei cestini: non è ancora del tutto annientata.
Ma Mariolini l’ha isolata da tutto: famiglia, amici, rete di sostegno. Ha seguito uno schema preciso e devastante: love bombing, dipendenza, isolamento. La famiglia di Monica scoprirà tutto solo molti anni dopo.
Il 3 giugno 1996, Marco Mariolini e Monica Calò entrano in un ristorante di Brescia. Come sempre, Mariolini ordina diverse portate, mentre Monica dovrebbe limitarsi a un tè. Ma quella sera, qualcosa cambia: ordina un piatto di gnocchi ai quattro formaggi.
Mariolini rimane interdetto, la rimprovera subito: “Ti ci vorranno settimane di digiuno per smaltirli!”. Monica non risponde. Quando lui si alza per andare in bagno, il piatto arriva, e lei inizia a mangiare con una fame disperata. Li prende con le mani, li ingurgita senza nemmeno masticare.
Mariolini la sorprende mentre mangia. Grida, la insulta, cerca di bloccarla. Monica si alza e corre verso la cucina, con il piatto in mano. Lui la raggiunge, le strappa il piatto, le dà uno schiaffo, forte, davanti a tutti. Nessuno interviene. Monica ammutolisce. Viene trascinata fuori con la forza.
A casa, Mariolini è furioso. Le ordina di spogliarsi e di dormire nuda sul pavimento, ai piedi del letto. L’ennesima umiliazione. Monica obbedisce, tremando sotto una coperta. Ma durante la notte, qualcosa cambia.
Quando Mariolini si addormenta, Monica prende un martello e lo colpisce alla testa quattro volte. Poi grida, chiama i Carabinieri e confessa tutto. I soccorritori arrivano e trovano una scena surreale: Mariolini col cranio spaccato, Monica in lacrime, emaciata e scossa, che ripete: “Sono stata io.”
Entrambi vengono portati in ospedale. Mariolini è in coma, Monica è in condizioni fisiche gravissime. Il loro incubo non è finito. Ma qualcosa, finalmente, si è spezzato.
Mariolini si risveglia dopo pochi giorni. Viene ricoverato nel reparto psichiatrico e dimesso dopo otto giorni, con diagnosi di disturbo bipolare e una cura a base di psicofarmaci. Torna a vivere dalla ex moglie Lucia.
Monica, invece, viene posta agli arresti domiciliari per tentato omicidio. Si trasferisce dalla nonna a Domodossola, dove inizia lentamente a riprendersi, sostenuta dalla sua famiglia, ora consapevole dell’orrore che ha vissuto.
Ma per Mariolini la distanza è intollerabile. Inizia a scriverle lettere, a telefonarle, e soprattutto decide di pubblicare un libro. Il titolo è “Il cacciatore di anoressiche”: un’autobiografia sconvolgente, in cui racconta apertamente la sua parafilia, le sue vittime e la sua ossessione per Monica, che nel libro chiama Barbara, a cui dedica l’opera “Con amore e con odio.”
Tra le frasi più agghiaccianti: “Barbara non avrebbe avuto più scampo. L’avrei portata alla morte per denutrizione, costringendola a dimagrire sempre di più.”
Il libro ottiene un certo clamore. Alla conferenza stampa partecipano anche due carabinieri, che, allarmati dai contenuti, inviano un’informativa alla Procura di Brescia. Eppure, nessuno interviene. Mariolini si autodefinisce un potenziale assassino, ma rimane libero.
Nel frattempo, Monica legge il libro. Ogni pagina è uno schiaffo. Finalmente comprende di essere stata vittima di una strategia di distruzione. L’uomo che le parlava d’amore voleva in realtà consumarla fino alla morte.
Mentre Monica cerca di ricostruire la sua vita, Marco Mariolini continua a perseguitarla. Le invia il suo libro, la riempie di telefonate e lettere, la minaccia. Monica registra 27 conversazioni, come prova delle sue pressioni e intimidazioni.
Lui alterna dichiarazioni d’amore e minacce di morte: se non tornerà con lui, ucciderà lei o se stesso. Monica, sopraffatta, tenta anche il suicidio. Lei e la famiglia denunciano tutto, chiedono di tenerlo lontano, ma le autorità non intervengono.
Mariolini si presenta a casa della nonna di Monica con la scusa di restituirle degli oggetti. Lei non si fa trovare. Lui continua a chiamarla ossessivamente, dicendole persino di poter accettare il suo nuovo peso, quasi fosse una concessione.
Alla fine, Mariolini ottiene un ultimo appuntamento. Monica accetta, forse per chiudere definitivamente, forse per mostrarsi più forte. Gli dà appuntamento in un luogo pubblico: Intra, sul Lago Maggiore. Passeggiano, pranzano insieme. Lei mangia davanti a lui, per la prima volta. Un gesto simbolico, potente.
Lui la supplica di tornare. Lei rifiuta. Si dirigono verso la riva, lui si spoglia, le chiede di fare lo stesso. Monica dice di no. Quando prova ad andarsene, Mariolini la blocca. Lei urla. Lui estrae un coltello e la colpisce 22 volte al petto.
Nel suo zaino vengono trovate catene e lucchetti: voleva rapirla, non ucciderla subito. Dopo l’aggressione, si getta nel lago. Nuota lentamente, quasi senza fuggire. Viene arrestato dai Carabinieri senza resistenza.
Dopo l’arresto, Marco Mariolini viene interrogato per 15 ore e accusato di omicidio volontario. Durante il processo alla Corte d’Assise di Novara, si dichiara colpevole e chiede il rito abbreviato, assistito da un avvocato legato alla famiglia.
In aula, Mariolini appare lucido e arrogante. Tenta di far passare per infermità mentale il suo gesto. La prima perizia parla di semi-infermità, ma altre tre smentiscono questa tesi: Mariolini ha un disturbo narcisistico-istrionico, ma è perfettamente capace di intendere e volere.
Il 30 marzo 2000, viene condannato a 30 anni di reclusione. Durante la lettura della sentenza, si rivolge ai genitori di Monica dicendo: “Mi dispiace, ma non posso chiedere perdono per qualcosa che sono stato costretto a fare.” Per lui, il rifiuto è intollerabile. Monica non poteva lasciarlo. E se lo ha fatto, doveva morire.
Nel 2001, Mariolini appare a “Storie Maledette” su Rai 3, intervistato da Franca Leosini. Si presenta con il volto diviso in due: metà testa e metà barba sono rasate. Un look che, dice, simboleggia la dualità dell’animo umano.
Durante l’intervista, Mariolini si definisce una vittima della sua ossessione. Non si pente. Afferma che Monica avrebbe potuto fingere di amarlo per sopravvivere. E chiude con queste parole: “Moralmente e spiritualmente mi sento innocente. Meriterei l’assoluzione.”
Franca Leosini dichiarerà, in seguito, di aver temuto per la propria sicurezza. Mariolini era razionale, controllato, e proprio per questo terrificante.
Dopo la condanna, Marco Mariolini sconta parte della pena in carcere, ma a causa della sua pericolosità sociale viene trasferito in una residenza psichiatrica. È la primavera del 2021. La decisione è presa non tanto per una diagnosi di malattia mentale, quanto per la necessità di monitorarlo in un ambiente controllato.
Oggi, non si conosce la sua collocazione precisa. La sua vicenda, per molti, è conclusa. Ma c’è un ultimo dettaglio che lascia un’impressione indelebile: al momento del trasferimento nella struttura psichiatrica, Mariolini pesa 40 chili e rigetta quasi tutto ciò che mangia. Sembra aver sviluppato un disturbo alimentare.
Un’inversione inquietante. L’uomo ossessionato dalla magrezza altrui, che per anni ha fatto della distruzione fisica delle sue vittime il proprio scopo, ora si ritrova nel corpo che imponeva alle donne: un corpo fragile, scheletrico, malato.
In un documentario di Discovery+, Mariolini appare a 61 anni. È irriconoscibile. Il volto scavato, la voce debole, i movimenti rallentati. Non c’è più traccia della spavalderia mostrata durante il processo o nell’intervista a “Storie Maledette”. A chi gli chiede un commento sulla sua storia, risponde solo: “Non ho niente da dire. È acqua passata. La parola fine l’ho già detta.”
La storia di Marco Mariolini e Monica Calò è uno dei casi più disturbanti e complessi della cronaca italiana. Non solo per la violenza fisica e psicologica esercitata da lui, ma anche per l’indifferenza collettiva che ha permesso a tutto questo di accadere. Un uomo che scrive un libro in cui annuncia di voler uccidere, e nessuno interviene. Una donna che denuncia, chiede aiuto, e viene lasciata sola.
Monica è stata isolata, svuotata, consumata, giorno dopo giorno, fino alla fine. Ma prima di essere uccisa, ha avuto la forza di reagire, di ribellarsi, di risalire, anche solo per un istante. È riuscita a dire di no. È riuscita a liberarsi.
Mariolini si è sempre definito una vittima della propria ossessione, ma era, ed è, un carnefice consapevole, che ha usato l’ossessione come giustificazione per esercitare potere, dominio, distruzione.
Quante volte, ancora oggi, le ossessioni vengono scambiate per amore? Quante volte la violenza si maschera da passione? Quante volte chi denuncia non viene ascoltato?