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È il 21 luglio 2005 quando Fabrizio Catalano, diciannove anni, scompare misteriosamente ad Assisi, dove frequenta un corso di musicoterapia. Vent’anni dopo, il caso rimane insoluto. La sua storia è diventata un simbolo: del dolore che si trasforma in azione, della speranza ostinata che resiste al tempo, e della lotta di una famiglia contro l’indifferenza.
Una donna sta guidando da sola su una strada secondaria, quando sul ciglio nota qualcosa di insolito: un ragazzo solo, stanco e trasandato, con addosso un saio da frate. Spinta da un istinto che non sa spiegare, la donna decide di fermarsi.
Il giovane sale in macchina, ringrazia con gentilezza, ma non ha voglia di parlare. Dice solo che sta andando “molto lontano”. Nessun dettaglio. Nessuna richiesta. Quando scende, saluta con educazione e si allontana.
Ma quell’incontro turba profondamente la donna. Un senso di inquietudine la spinge ad andare dai Carabinieri. Racconta di aver dato un passaggio a un ragazzo che potrebbe essere una persona scomparsa o qualcuno che ha bisogno di aiuto.
Viene invitata a rivolgersi alla redazione di Chi l’ha visto?, una risposta che la lascia perplessa, ma che la porta ad agire. Giunta a casa, accede al sito del programma e comincia a scorrere la galleria delle persone scomparse. Finché una foto la colpisce: è lui. Lo riconosce subito, senza alcun dubbio. Il nome sotto quella foto è Fabrizio Catalano, scomparso da tredici anni.
Fabrizio Cristian Catalano nasce a Torino il 30 novembre 1985. È il primo figlio di Caterina ed Ezio, coppia molto unita, e qualche anno dopo arriva anche il fratellino Alessio.
Caterina ed Ezio sono genitori presenti. Fabrizio cresce curioso, creativo e generoso. Fin da piccolissimo si dedica allo sport e alla musica. Prende lezioni di pattinaggio e nuoto, e a soli 3 anni inizia a studiare violino con il metodo Suzuki, basato sull’apprendimento naturale, simile a quello della lingua madre. A quattro anni suona già con passione. La musica diventa una parte essenziale di lui. Nel 1996 si esibisce in una trasmissione su Canale 5, condotta da Lorella Cuccarini.
Frequenta l’oratorio della Parrocchia San Giuseppe di Collegno, dove fa l’animatore e approfondisce la sua fede. Col tempo, lascia il violino per la chitarra, che considera uno strumento “capace di abbracciare la gente”. La scelta nasce da un episodio particolare: un mendicante gli regala un rametto di palma che, seccandosi, prende la forma di una chitarra. Fabrizio lo legge come un segno.
Dopo il liceo scientifico, Fabrizio Catalano capisce di voler usare la musica per aiutare gli altri. Scopre la musicoterapia durante un’esperienza di volontariato in un centro diurno, e sente che quella è la sua strada. Decide così di iscriversi al corso quadriennale ad Assisi, affascinato anche dall’atmosfera spirituale della città.
Supera il test d’ingresso con successo. Può seguire parte delle lezioni da remoto e andare ad Assisi solo quando serve. Questo gli consente di restare a Torino, dove frequenta un corso per diventare operatore socio-assistenziale e inizia il tirocinio in una residenza per anziani.
È l’estate del 2005. Fabrizio ha appena concluso il primo anno del corso di musicoterapia ad Assisi e decide di tornare in città per frequentare un turno estivo di lezioni.
Prima di partire, saluta gli ospiti della residenza per anziani e promette che tornerà a settembre, portando con sé solo la sua inseparabile chitarra. Fabrizio ha già acquistato i biglietti per raggiungere la famiglia in Calabria e, ad agosto, partirà con gli amici per Vallestretta, vicino Bardonecchia.
Il 16 luglio 2005, prende il treno. Quella che sembra una partenza qualunque si carica presto di significato: per una serie di coincidenze fortuite, tutta la famiglia è presente per salutarlo alla stazione di Torino. Nessuno immagina che sarà l’ultimo saluto.
Arrivato ad Assisi, Fabrizio condivide un appartamento con tre coinquiline. Frequenta regolarmente le lezioni e la sera suona in Piazza del Comune, insieme ad altri artisti di strada. La città, con la sua atmosfera spirituale e pacifica, sembra perfetta per lui.
Ai genitori dice che è molto impegnato, ma tranquillo. Nulla fa presagire che qualcosa non vada. Ma giovedì 21 luglio, Fabrizio esce di casa alle 8 del mattino per andare a lezione e svanisce nel nulla.
Nessuno lo vede, nessuno lo sente. Nessun messaggio, nessuna traccia. Il silenzio si trasforma in preoccupazione. E poi, in angoscia.
Il 21 luglio 2005, Fabrizio non si presenta a lezione e la sera non torna a casa. Le coinquiline si allarmano. Con il passare delle ore, e poi dei giorni, la situazione appare sempre più grave. I genitori, Caterina ed Ezio, vengono avvisati e si precipitano ad Assisi, sperando in un malinteso. Ma entrando nella stanza del figlio, capiscono subito che qualcosa non torna.
Fabrizio ha lasciato indietro oggetti essenziali. Il cellulare, ancora in carica. E soprattutto, i suoi occhiali da vista. Era molto miope: anche se usava le lenti a contatto, quegli occhiali – appena rifatti – erano indispensabili, specie in caso di emergenza. Non li avrebbe mai dimenticati.
Mancano solo tre cose: il portafoglio, la sua amata chitarra e una sacca bianca che usava come zaino. Tutto il resto è rimasto nella sua stanza. È difficile credere a un allontanamento volontario e pianificato.
Parlando con le coinquiline, i genitori scoprono che la sera prima Fabrizio aveva suonato in Piazza del Comune con due artisti di strada, Franco e Ottavio, arrivati da Arezzo. I due ragazzi vengono rintracciati e parlano con Caterina ed Ezio: raccontano che Fabrizio era stato gentile, sereno, e li aveva persino ospitati in casa. Dovevano rivedersi, ma lui non si è più presentato.
Lo descrivono come una persona buona, così gentile che, a loro dire, “nessuno gli avrebbe mai fatto del male”. Parole che rincuorano, ma che non colmano il vuoto. Fabrizio è sparito, e nessuno sa dove sia.
I genitori si rivolgono ai Carabinieri per denunciarne la scomparsa. Ma l’approccio è blando. I due artisti di strada non vengono identificati. Nessun nome, nessun contatto. Nessun verbale. Un’occasione persa. Un errore che non sarà mai più recuperato.
Tre giorni dopo la scomparsa, arriva il primo segno concreto. Lungo il Sentiero Francescano della Pace, nella zona di Pieve San Nicolò, viene trovata una sacca bianca abbandonata tra i cespugli. È identica a quella che Fabrizio portava sempre. I genitori la riconoscono subito: è la sua.
Quel sentiero non è un luogo qualunque. Unisce Assisi a Gubbio, seguendo le orme di San Francesco. È un percorso spirituale, immerso nella natura, frequentato da pellegrini. Il punto esatto del ritrovamento era delimitato, all’epoca, da un canalone di scolo, oggi nascosto dalla vegetazione.
Il ritrovamento sconvolge Caterina ed Ezio. Temono il peggio, ma si fanno strada anche altre ipotesi: e se Fabrizio avesse scelto una vita francescana? Se avesse deciso di abbandonare tutto e seguire un cammino spirituale, lasciando ogni bene materiale alle spalle?
Ma la situazione si complica: i Carabinieri non sanno indicare chi abbia trovato la sacca. La spiegazione è surreale: mancava la carta carbone, quindi non è stato possibile fare il verbale. Una negligenza che priva la famiglia di informazioni cruciali.
Qualcuno però si fa avanti. Una donna del posto, Fiorella Brilli, afferma di aver visto Fabrizio il giorno dopo la scomparsa, proprio in quella zona. Era vestito con un saio, sembrava stanco. Ne è certa: era lui.
La testimonianza rafforza l’ipotesi spirituale, ma apre nuove domande. Dove stava andando? Perché ha lasciato tutto? Era davvero una scelta consapevole?
Con il ritrovamento della sacca e la testimonianza di Fiorella Brilli, prende corpo l’ipotesi che Fabrizio si sia allontanato volontariamente per seguire un cammino spirituale. Non è un’idea improvvisata: Fabrizio aveva sempre mostrato interesse per la vita monastica, il silenzio, la semplicità francescana. Ma se davvero ha scelto quella strada, perché non ha lasciato alcun messaggio?
Un’amica d’infanzia racconta che, due giorni prima della scomparsa, al telefono Fabrizio le disse: “Mi è successa una cosa bellissima… Ho trovato la strada, con l’aiuto del Buon Signore. Quando torno, ti racconto.”
Quelle parole sembrano confermare la scelta spirituale, ma quel “quando torno” lascia intendere un’assenza temporanea, non una fuga definitiva. Fabrizio aveva progetti, vacanze organizzate, biglietti già acquistati. Nulla lasciava presagire una decisione così radicale. Eppure, è scomparso.
Convinti che possa trovarsi in una comunità religiosa, i genitori iniziano un lungo percorso: visitano monasteri, conventi, case di accoglienza, ma si scontrano con un mondo chiuso e diffidente.
Il pellegrinaggio di Caterina ed Ezio nei monasteri e nelle comunità religiose umbre si trasforma presto in un cammino fatto non di scoperte, ma di porte chiuse. Di fronte alla loro richiesta – semplice e umana – riscontrano spesso diffidenza, freddezza, silenzi. Invece di empatia, si imbattono in un muro di omertà che li lascia sconcertati.
Alcune comunità li accolgono con disinteresse, altre pongono loro domande sospettose. Chiedono se Fabrizio avesse problemi di droga, come se questo potesse giustificare la sua scomparsa, o addirittura ridurne la gravità. È un atteggiamento che colpisce Caterina nel profondo, non solo come madre, ma come credente.
Nessuno sa nulla. Tra confratelli e consorelle non c’è comunicazione, né collaborazione. In certi casi, si arriva al punto di non aprire nemmeno la porta. Caterina è costretta a passare la foto del figlio attraverso la ruota monastica, un antico meccanismo di legno per scambiare oggetti tra il mondo esterno e le monache di clausura, senza vedersi.
È un’esperienza che li segna profondamente. Quel mondo, che immaginavano accogliente e solidale, si rivela sordo e distaccato, quasi impermeabile al dolore altrui. Un universo sospeso, fuori dal tempo, dove i valori di carità e accoglienza sembrano svaniti.
Ma non tutto è negativo. Alcuni uomini e alcune donne di fede si mostrano disponibili, accoglienti, sinceramente colpiti. Come ricorda Caterina, la differenza la fa sempre il singolo. Ci sono stati frati che hanno ascoltato, pregato con loro, cercato di dare un supporto. Ma sono stati l’eccezione, non la regola.
Tra le tante comunità che i genitori di Fabrizio cercano di contattare, ce n’è una che torna con insistenza: la Comunità di Taizé, in Francia. Fabrizio vi era stato nel 2004 e ne era rimasto profondamente colpito. La descriveva come “il paradiso”, e aveva espresso il desiderio di tornarci, magari con suo fratello Alessio.
A rafforzare questa ipotesi, anche il racconto di uno dei due artisti di strada che aveva suonato con Fabrizio l’ultima sera. Aveva detto che il ragazzo parlava di voler tornare in Francia, in un luogo che sembrava corrispondere proprio a Taizé.
Questa comunità, fondata nel 1940 da frère Roger Schutz, ospita monaci di diverse confessioni cristiane. Ogni anno, migliaia di giovani vi si recano per vivere in preghiera, silenzio e condivisione. Un contesto in cui Fabrizio, con la sua spiritualità e sensibilità, avrebbe potuto sentirsi a casa.
Sperando in un riscontro, Caterina va a Taizé. Ma non trova nessuna conferma. Nessuno dice di averlo visto. Anche lì, regna il silenzio.
Poi, una coincidenza allarmante: solo un mese dopo la scomparsa di Fabrizio, frère Roger viene ucciso durante la preghiera serale. Una donna con gravi disturbi psichiatrici lo accoltella alla gola, davanti a oltre 2.500 persone. Il gesto sembra senza movente.
In quei giorni, migliaia di persone si recano a Taizé per i funerali. È impossibile sapere con certezza chi fosse presente, ma la domanda sorge spontanea: Fabrizio era tra loro? È riuscito a raggiungere quel luogo che tanto amava?
Anche questa pista, però, non porta a nulla. Nessuna testimonianza, nessun indizio.
Dopo settimane di ricerche solitarie, la famiglia Catalano riesce finalmente a portare il caso di Fabrizio all’attenzione nazionale. Il 19 settembre 2005, Chi l’ha visto? dedica una puntata alla sua scomparsa. È un momento cruciale.
In trasmissione, Caterina parla al pubblico e al figlio, con parole piene d’amore. Nessuna accusa, solo un messaggio: tornare, o almeno far sapere di stare bene. Ma nonostante la visibilità, nessuna nuova pista concreta emerge da quella sera.
La famiglia, però, non si arrende. Decide di agire. In ottobre, organizza una spedizione di ricerca nei boschi di Assisi, con l’aiuto di amici, cittadini, volontari. Il Comune di Collegno li sostiene. Centinaia di persone si mettono in cammino, armati di speranza.
Le forze dell’ordine partecipano, ma in modo marginale. Per loro è ancora un allontanamento volontario. Non ci sono elementi che giustifichino un intervento pieno.
La ricerca dura due giorni ma non conduce a nessuna svolta concreta.
Nel 2006, un anno dopo la scomparsa, arriva una segnalazione: un uomo afferma di aver visto una chitarra nera abbandonata vicino a una panchina nei pressi di Assisi. La famiglia si mobilita subito. È proprio quella di Fabrizio, la sua inseparabile compagna.
Il ritrovamento avviene non lontano dal punto dove era stata trovata la sacca. Ancora una volta, un oggetto abbandonato, come lasciato di proposito, emerge dal silenzio. La chitarra è in buone condizioni, non danneggiata, come se fosse stata posata con cura, non dimenticata.
Nel frattempo, Caterina ed Ezio chiedono l’accesso al fascicolo investigativo. Vogliono capire cosa sia stato fatto, se ci sono piste, ipotesi, tracce. Ma quello che trovano è inaccettabile: il fascicolo è praticamente vuoto.
Poche testimonianze, nessun approfondimento, nessuna ricostruzione sistematica. È come se nessuno avesse realmente cercato Fabrizio. Un colpo durissimo per la famiglia, che si aspettava almeno un’indagine formale. La verità è stata trascurata, forse ignorata. Le autorità si sono fermate troppo presto all’ipotesi dell’allontanamento volontario, lasciando che ogni altro scenario finisse ai margini.
Nel 2007, due anni dopo la scomparsa, arriva una svolta. A dirigere il commissariato di Assisi è nominato il Commissario Capo Francesco De Miccoli, che decide di riaprire il caso. Il suo approccio è diverso: si chiede finalmente se Fabrizio possa non essersi allontanato volontariamente.
Viene organizzata una nuova battuta di ricerca lungo il Sentiero Francescano della Pace, lo stesso dove erano già stati trovati la sacca e la chitarra. Questa volta, però, l’operazione è strutturata in modo metodico: squadre suddivise in settori, unità cinofile specializzate, vigili del fuoco, volontari, personale esperto. Ogni zona viene perlustrata con attenzione.
Si cercano anfratti naturali, grotte, fossati, perfino un pozzo viene ispezionato con una videocamera a infrarossi. Le ricerche durano tre giorni, ma purtroppo non emergono nuovi elementi. Eppure, per la prima volta, la famiglia sente che qualcuno sta cercando davvero. De Miccoli non si nasconde dietro giustificazioni: ammette che le prime indagini sono state incomplete, che non si può escludere alcuna ipotesi, compreso il coinvolgimento di terze persone. È il primo funzionario a restituire serietà e rispetto al caso.
Ma la nuova speranza dura poco. Dopo poco tempo, anche lui viene trasferito, e con la sua partenza si affievolisce anche l’attenzione istituzionale. Il fascicolo rimane aperto, ma torna a impolverarsi, in attesa che qualcuno decida di riaprirlo davvero.
Negli anni, il caso Catalano è stato sommerso da segnalazioni, non sempre attendibili. Tra chi vuole sinceramente aiutare e chi approfitta del dolore, maghi, sensitivi e sedicenti veggenti offrono “visioni” e messaggi “spirituali”, ma nessuna informazione reale.
Arrivano anche piste più concrete, ma si rivelano infondate. Una segnalazione lo colloca a Perugia, in un parco. L’uomo che dice di averlo visto fornisce dettagli precisi. Ma si tratta di un senzatetto romeno. Una nuova delusione.
Non mancano le incongruenze: testimoni che si contraddicono, racconti che cambiano, informazioni mai verificate. Alcune celle telefoniche non sono mai state analizzate, i movimenti non ricostruiti. Le lacune delle prime indagini pesano ancora.
Nel 2022, una donna contatta la famiglia Catalano con una testimonianza sorprendente. Racconta di aver dato un passaggio in auto a un ragazzo incontrato lungo una strada secondaria in Umbria. È solo e indossa un saio da frate. Ha un’aria provata ma gentile, parla poco. Dice solo che sta andando “molto lontano”.
Dopo pochi minuti, chiede di scendere e scompare nel verde. La donna decide di andare dai Carabinieri, ma riceve una risposta disarmante: “Provi con Chi l’ha visto?”.
Accedendo al sito del programma, sfoglia le schede degli scomparsi e quando vede la foto di Fabrizio, rimane colpita: è lui, più grande, segnato, ma quello è il suo volto. Non ha dubbi.
Diciassette anni dopo la scomparsa, arriva finalmente una segnalazione credibile, dettagliata, diversa dalle tante precedenti. Forse Fabrizio è ancora vivo, ha scelto una vita ritirata, lontano da tutto. Forse si è davvero rifugiato in un eremo, come aveva sempre sognato.
La donna accetta di raccontare pubblicamente la sua esperienza. Nell’ottobre 2022, il caso torna sotto i riflettori, ancora una volta per merito di Chi l’ha visto?. Dopo anni di silenzio e false piste, questa voce si distingue: seria, lucida, coerente.
È un segnale che riaccende la speranza.
Nel 2023, Caterina Catalano compie un gesto straordinario: affronta, da sola, un cammino di 800 chilometri da Collegno ad Assisi. Un viaggio fisico e spirituale, nato dal desiderio di tenere viva la memoria di Fabrizio, chiedere giustizia e risvegliare l’attenzione pubblica.
Parte il 17 luglio, due giorni dopo l’anniversario della scomparsa, con l’obiettivo di arrivare ad Assisi il 21 agosto, giorno del compleanno del figlio. Porta con sé solo uno zaino, una foto e una determinazione incrollabile. Cammina ogni giorno, accolta da famiglie, parrocchie, cittadini. Ogni incontro è un’occasione per raccontare Fabrizio.
Il cammino diventa testimonianza viva. Caterina parla, consegna volantini, partecipa agli eventi. Ogni passo è un messaggio, ogni tappa una denuncia pacifica. Il suo passaggio riporta il caso sotto i riflettori locali. La sua voce rompe il silenzio istituzionale.
Il 21 agosto arriva ad Assisi. Davanti alla Basilica, alza la foto del figlio e prega. Ma quel gesto non è solo spirituale: è un atto d’amore e di resistenza. Quel cammino è più di un pellegrinaggio. È una marcia contro l’oblio. Caterina ha percorso le strade che altri non hanno voluto percorrere.
Sono passati più di 18 anni dalla mattina in cui Fabrizio Catalano è uscito di casa ad Assisi e non è più tornato. Da allora, la sua famiglia vive in un tempo sospeso, un limbo fatto di attese, segnalazioni, speranze che si accendono e si spengono. Una ricerca che non si è mai fermata, ma che, ad oggi, non ha ancora trovato risposte.
Il caso di Fabrizio è anche il caso di un’assenza collettiva: quella delle istituzioni, delle indagini, della Chiesa. È la storia di una spiritualità profonda, di un ragazzo sensibile e generoso, e di una società che, davanti a certe scomparse, non sa come agire.
Ma è anche la prova che l’amore non si arrende. Caterina Catalano oggi si batte anche per gli altri. Partecipa a incontri pubblici, convegni, gruppi di sostegno per i familiari delle persone scomparse. Ha fatto della sua lotta una missione di giustizia.
E il nome di Fabrizio, oggi, è un appello costante, una domanda che non si spegne. Dov’è Fabrizio Catalano? E soprattutto: chi ha deciso che non fosse importante scoprirlo?