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Nella Hong Kong degli anni Ottanta, l’immagine della città era quella di un luogo moderno, dinamico, internazionale. Una metropoli in rapida trasformazione, ancora sotto amministrazione britannica, dove i grattacieli convivevano con i mercati affollati, i tram a due piani, le insegne al neon e i sentieri immersi nel verde. Per molte famiglie occidentali, trasferirsi lì significava entrare in un ambiente considerato sicuro, privilegiato e pieno di opportunità: una città capace di offrire scuole prestigiose, quartieri residenziali ordinati e una vita apparentemente protetta.
A pochi minuti dal cuore finanziario, però, Hong Kong mostrava anche un altro volto. Bastava allontanarsi dalle strade principali per ritrovarsi tra colline, boscaglia, corsi d’acqua e percorsi isolati, luoghi che sembravano lontanissimi dal caos urbano. Era proprio questa doppia natura a renderla affascinante: da un lato la modernità, dall’altro una dimensione quasi selvaggia, silenziosa, in cui molti residenti cercavano tranquillità.
Quell’equilibrio si incrinò brutalmente nell’aprile del 1985, quando due adolescenti britannici, Kenneth McBride e Nicola Sharon Myers, studenti della prestigiosa Island School, vennero trovati morti nell’area collinare di Braemar Hill. Erano giovani, conosciuti, apprezzati. Appartenevano a famiglie inserite nella comunità internazionale della città e conducevano una vita che, almeno dall’esterno, sembrava lontana da qualsiasi minaccia.
Il loro omicidio non fu soltanto un fatto di cronaca nera. Fu un trauma collettivo. La violenza dell’aggressione, la giovane età delle vittime e il luogo in cui tutto avvenne trasformarono il caso in una ferita profonda per Hong Kong, costringendo la città a guardare oltre la propria immagine di sicurezza e a confrontarsi con una realtà molto più complessa, segnata da disuguaglianze, criminalità giovanile e zone d’ombra difficili da ignorare.
Kenneth McBride e Nicola Sharon Myers erano due giovani studenti della Island School, una delle scuole internazionali più note di Hong Kong. Fondata nel 1967 per offrire un’istruzione in lingua inglese ai figli delle famiglie straniere residenti in città, la scuola rappresentava un punto di riferimento per la comunità internazionale, in particolare per quella britannica. I McBride e i Myers facevano parte proprio di quel mondo: famiglie trasferitesi a Hong Kong per ragioni professionali, inserite in un contesto cosmopolita e benestante, tipico della colonia britannica degli anni Ottanta.
Il padre di Kenneth, Hugh McBride, era un ingegnere civile di origine scozzese, coinvolto in importanti progetti infrastrutturali e di sviluppo urbano. La moglie, Maggie, si occupava della famiglia. Insieme avevano due figli: Kenneth, il maggiore, che all’epoca aveva 17 anni, e la sorella minore Marion. Anche la famiglia di Nicola apparteneva alla comunità britannica di Hong Kong, pur avendo origini italiane. Il padre, John Myers, si trovava in città per lavoro; con la moglie Mary aveva due figli, Nicola, di 18 anni, e il fratello minore Joel.
Nicola e Kenneth si erano conosciuti proprio alla Island School. Erano una coppia molto legata, apprezzata da compagni e insegnanti. Kenneth era considerato uno studente brillante, curioso e determinato. Aveva un carattere deciso, amava confrontarsi, discutere, mettere alla prova le proprie idee. Questa inclinazione lo aveva portato a emergere nella squadra di dibattito della scuola, attività molto valorizzata nei sistemi educativi anglosassoni perché insegna agli studenti a costruire argomentazioni solide, parlare in pubblico e sviluppare pensiero critico.
Il suo impegno non si limitava alle lezioni. Kenneth era anche presidente del Consiglio Studentesco e capitano della squadra di canottaggio, segno di una personalità attiva, sportiva e coinvolta nella vita scolastica. Accanto a questa energia, però, c’era anche una parte più sensibile e riservata: Kenneth scriveva poesie, molte delle quali dedicate a Nicola. Lei, a sua volta, era una ragazza intelligente, determinata e portata per le lingue. Era l’unica studentessa della scuola a sostenere l’A-level in italiano, ma eccelleva anche in inglese e francese. Sognava di diventare interprete, e chi la conosceva ricordava soprattutto il suo sorriso luminoso, capace di illuminare il volto ogni volta che parlava.
Insieme, Kenneth e Nicola condividevano non solo la scuola e il sentimento che li univa, ma anche una forte attenzione verso gli altri. Organizzavano iniziative benefiche, tra cui una vendita di dolci per raccogliere fondi e spedire vestiti ai bambini in Africa. Erano giovani, pieni di progetti, vitali e aperti alla vita. Stavano già immaginando un futuro insieme. Un futuro che sarebbe stato interrotto, in modo improvviso e irreparabile, nel pomeriggio di sabato 20 aprile 1985.
Nel pomeriggio di sabato 20 aprile 1985, Kenneth McBride e Nicola Myers escono insieme. L’idea è semplice, ordinaria, quasi rassicurante: fare una passeggiata e trovare un posto tranquillo dove prepararsi agli esami imminenti. La zona scelta è Braemar Hill, un’area collinare situata nella parte nord-orientale di Hong Kong, sopra il quartiere di North Point e nei pressi del Mount Parker. Un luogo che i due conoscono bene, anche perché si trova vicino alla casa della famiglia Myers. Per loro non è un territorio sconosciuto, né percepito come pericoloso. È un posto familiare, frequentato, adatto a isolarsi dal rumore della città.
Braemar Hill prende il nome dal villaggio scozzese di Braemar, nelle Highlands, e negli anni Ottanta rappresenta uno degli esempi più evidenti della particolare struttura urbana di Hong Kong. La città, pur essendo densamente popolata e dominata da quartieri verticali, conserva ampie aree verdi e protette. Una parte consistente del territorio è costituita da country park, zone rurali, colline e sentieri escursionistici. È un paesaggio frammentato, in cui i grattacieli e i complessi residenziali benestanti si affacciano improvvisamente su boschi, pendii e percorsi non sempre segnalati. Questa vicinanza tra città e natura rende quei luoghi affascinanti, ma anche difficili da controllare.
Per molti residenti, Braemar Hill è un rifugio. Un’area in cui camminare, rilassarsi, respirare lontano dal traffico e dalle strade affollate. La vegetazione è fitta, i sentieri possono diventare impervi, e basta allontanarsi di pochi metri dalle vie principali perché il paesaggio cambi radicalmente. Proprio questa caratteristica, agli occhi di Kenneth e Nicola, rende il luogo ideale: abbastanza vicino alle abitazioni da sembrare sicuro, abbastanza isolato da garantire silenzio e privacy.
I due si incamminano verso una zona al di là della collina, alla ricerca di un punto appartato dove stare insieme e studiare. Le ore passano. Arriva la sera. Ma Kenneth e Nicola non rientrano. Le famiglie, inizialmente in attesa, cominciano a preoccuparsi. Hugh McBride, il padre di Kenneth, decide di uscire personalmente per perlustrare la zona. Ormai però è notte, e l’area è immersa nel buio: nel bosco non c’è illuminazione, i sentieri sono difficili da seguire, la vegetazione rende ogni movimento più complicato. Le ricerche devono fermarsi e riprendono il mattino seguente, questa volta con l’intervento ufficiale della polizia.
Il primo indizio arriva poco dopo: viene ritrovato un libro di scuola appartenente a Kenneth. Ma dei due ragazzi non c’è traccia. Sembrano svaniti dentro quella stessa vegetazione che, fino al giorno prima, appariva soltanto come uno sfondo familiare e innocuo. La svolta arriva poche ore più tardi, quando un dirigente bancario della zona, uscito a fare jogging, lancia l’allarme. Lungo un pendio ha visto due corpi. Uno maschile e uno femminile. Sono gravemente mutilati. Gli investigatori raggiungono immediatamente il punto indicato e si trovano davanti a una scena di violenza estrema. Quei corpi sono Kenneth e Nicola.
Quando gli investigatori arrivano sul pendio di Braemar Hill, capiscono subito di trovarsi davanti a un crimine di una brutalità fuori dal comune. I corpi di Kenneth McBride e Nicola Myers sono all’aperto, non nascosti nella vegetazione più fitta, non coperti con rami o foglie, ma lasciati in un punto visibile lungo il pendio. È un dettaglio che colpisce immediatamente gli agenti: non sembra esserci stato alcun vero tentativo di occultare i cadaveri. Chi ha ucciso i due ragazzi li ha abbandonati lì, come se fosse convinto che l’isolamento della zona bastasse a proteggerlo dalla scoperta.
Le condizioni dei corpi raccontano una violenza prolungata, disordinata, feroce. Kenneth presenta ferite diffuse su tutto il corpo, oltre un centinaio, lividi evidenti sul collo e segni di costrizione a mani e piedi, indicazione del fatto che potrebbe essere stato legato durante l’aggressione. Non indossa più le sue sneakers: un elemento che, in un primo momento, lascia aperte diverse ipotesi, dal furto al tentativo di impedirgli di muoversi o fuggire. Nicola appare in condizioni ancora più drammatiche. È parzialmente svestita, è stata vittima di violenza sessuale e presenta oltre cinquecento ferite. Una quantità di lesioni tale da sconvolgere anche investigatori abituati a scene molto dure.
La natura dell’aggressione rende evidente che non si è trattato di un gesto rapido. I colpi, le ferite, i segni sui corpi indicano un attacco durato a lungo, segnato da una rabbia estrema e da una componente sadica. Kenneth sembra aver tentato di difendersi: le lesioni compatibili con una resistenza fisica fanno pensare che abbia lottato fino a quando ha potuto. Nicola, invece, è stata sottoposta a una violenza particolarmente intensa e prolungata. Gli investigatori, fin dalle prime osservazioni, comprendono che la dinamica non può essere letta come una semplice rapina finita male. C’è qualcosa di più oscuro, più difficile da spiegare.
La scena del crimine, inoltre, presenta enormi difficoltà operative. Si trova in un’area all’aperto, impervia, immersa nel verde. Raggiungerla senza compromettere le prove è complicato. Ogni passo può spostare fibre, impronte, tracce biologiche o piccoli reperti nascosti nell’erba. In un ambiente simile, anche gli agenti atmosferici possono cancellare elementi cruciali: il vento può disperdere fibre, l’umidità può alterare tracce, la conformazione del terreno può rendere difficile distinguere ciò che appartiene alla scena del crimine da ciò che è semplicemente parte del paesaggio naturale.
Per questo motivo vengono coinvolte unità specializzate, compreso il reparto per i crimini organizzati. Il caso assume immediatamente una dimensione imponente. Circa quattrocento agenti perlustrano la zona in modo sistematico, avanzando in file ordinate, uno accanto all’altro, per evitare sovrapposizioni e contaminazioni. Le ricerche durano oltre tredici ore. Vicino a un corso d’acqua vengono ritrovati alcuni oggetti personali delle vittime, tra cui altri libri scolastici strappati. Tutto sembra suggerire una colluttazione concitata, un’aggressione prolungata e un tentativo maldestro di disperdere alcuni elementi. I corpi, invece, vengono recuperati con l’ausilio di un elicottero e trasportati prima all’ospedale militare britannico, poi all’obitorio pubblico per l’autopsia. Da quell’esame emergerà che Nicola è morta per le lesioni e gli stenti causati dai colpi subiti, mentre Kenneth è morto per asfissia.
La notizia della morte di Kenneth McBride e Nicola Myers si diffonde rapidamente, prima tra le famiglie, poi nella scuola, infine in tutta Hong Kong. Alla Island School, il trauma arriva con una forza difficile da contenere. Uno dei primi a sapere ciò che è accaduto è Chris Forse, insegnante di storia e tutor di alcuni studenti, tra cui proprio Kenneth e Nicola. Quella domenica sera avrebbe dovuto incontrarli per preparare una competizione di dibattito. Quando i due non si presentano, inizia a fare alcune telefonate. È così che apprende la notizia. Una notizia che lo lascia incredulo, sconvolto, incapace di ricondurre quei due ragazzi pieni di vita alla scena brutale appena scoperta sulle colline di Braemar Hill.
Il lunedì mattina, insieme al vice preside David James, Forse informa gli studenti. Alcuni compagni, però, sanno già tutto. Arrivano a scuola con una fascia nera al braccio, in segno di lutto. L’intera comunità scolastica viene travolta da un dolore collettivo: insegnanti e studenti si trovano improvvisamente davanti a una perdita incomprensibile, violenta, lontana da qualsiasi esperienza che una scuola dovrebbe affrontare. Si discute persino se sospendere le lezioni. Alla fine si decide di proseguire con le attività, anche per onorare quello che molti percepiscono come lo spirito di Kenneth e Nicola: due ragazzi attivi, presenti, determinati, profondamente legati alla vita della loro comunità.
Per ricordarli, gli studenti iniziano a condividere episodi, aneddoti, frammenti di quotidianità. Qualcuno racconta di Kenneth durante una lezione sul tetto, in una giornata di sole: pur di avere una superficie su cui scrivere, si era caricato il banco sulle spalle e lo aveva portato da solo. Un gesto semplice, ma capace di restituire la sua personalità: ostinata, brillante, concreta. Vengono lette anche alcune poesie che Kenneth aveva scritto per Nicola, testi in cui emergeva il legame profondo tra i due, fatto di affetto, complicità e una delicatezza che rende ancora più doloroso pensare alla fine che li ha raggiunti.
I funerali vengono celebrati pochi giorni dopo, a breve distanza l’uno dall’altro. Prima quello di Nicola, nella sinagoga del quartiere di Mid-Levels, perché la sua famiglia è di fede ebraica. Poi quello di Kenneth, con una cerimonia cattolica. Durante il funerale di Kenneth, il suo migliore amico avrebbe dovuto pronunciare un discorso commemorativo, ma poco prima di iniziare si rende conto di non riuscirci. Il dolore è troppo forte. Chiede allora aiuto a Chris Forse, che prende il suo posto e ricorda i ragazzi con parole destinate a restare nella memoria della comunità: mentre gli altri sarebbero invecchiati, Nicola e Kenneth sarebbero rimasti per sempre giovani negli occhi di chi li aveva conosciuti.
La reazione pubblica è enorme. Hong Kong era percepita da molti, soprattutto dalle famiglie straniere, come una città sicura, quasi una bolla protetta. Eppure, a metà degli anni Ottanta, la colonia stava attraversando una fase complessa: il passaggio alla sovranità cinese del 1997 era già all’orizzonte, le tensioni sociali crescevano e le disuguaglianze economiche si facevano sempre più visibili. Anche la criminalità e l’attività delle gang iniziavano a preoccupare. Ma per chi viveva nei quartieri residenziali internazionali, quella realtà sembrava spesso lontana. L’omicidio di Kenneth e Nicola infrange quell’illusione. La copertura mediatica diventa intensa, la pressione sulle autorità aumenta, e non mancano le polemiche: alcuni insinuano che il dispiego di risorse sia così imponente perché le vittime sono straniere. La polizia respinge queste accuse, sostenendo che la portata dell’operazione sia determinata esclusivamente dalla gravità del crimine. Intanto, però, una domanda comincia a pesare su tutta la città: chi ha potuto compiere un atto simile?
Le indagini vengono affidate a una squadra guidata dal detective Trevor Collins, affiancato dal collega Norman “Norrie” MacKillop. Fin dalle prime ore, però, il caso appare estremamente complesso. Non ci sono testimoni diretti, la zona è isolata, il terreno è difficile da perlustrare e la scena del crimine è stata esposta agli agenti atmosferici. Anche se vengono recuperati diversi reperti, gli elementi davvero decisivi sono pochi. Gli investigatori devono ricostruire ciò che è accaduto in un luogo dove ogni traccia può essere stata spostata, cancellata o contaminata, e dove la vegetazione rende difficile persino stabilire con precisione i movimenti delle vittime e degli aggressori.
Durante le ricerche, però, emerge un elemento importante: vengono trovati tre pezzi di legno, successivamente identificati come possibili armi utilizzate nell’aggressione. Su uno di questi reperti viene rilevata una traccia fondamentale: un’impronta digitale impressa in una miscela di sangue e fango. Accanto all’impronta c’è anche un capello. Per gli investigatori, si tratta di una scoperta preziosa, ma allo stesso tempo estremamente delicata. Analizzare l’impronta può compromettere il capello e le eventuali tracce biologiche; concentrarsi sul capello può danneggiare l’impronta. Ogni scelta rischia di far perdere qualcosa.
A complicare tutto c’è il livello tecnologico disponibile all’epoca. La polizia di Hong Kong non dispone ancora degli strumenti che oggi verrebbero considerati essenziali in un’indagine di questo tipo. L’analisi delle impronte è in gran parte manuale, basata su confronti lunghi, pazienti, spesso incerti. Ogni caso viene archiviato, ogni impronta registrata, ma il lavoro di comparazione può richiedere mesi e non sempre porta a un’identificazione. Viene isolato anche un profilo genetico, ma nella banca dati della polizia non emerge alcuna corrispondenza. Le impronte trovate sui libri, così come i campioni biologici e le tracce di sangue raccolte sul corpo di Nicola, non producono nell’immediato risultati utili.
La dinamica, tuttavia, comincia lentamente a prendere forma. Le ferite di Kenneth fanno pensare a una resistenza intensa. Il ragazzo avrebbe cercato di difendersi, nonostante una condizione fisica già compromessa: aveva infatti una clavicola fratturata e portava il gesso. Questo dettaglio rende ancora più evidente la sproporzione dell’aggressione. Le condizioni del corpo di Nicola, segnato da centinaia di lesioni, sembrano confermare l’ipotesi che non si sia trattato dell’azione di una sola persona. La violenza appare prolungata, caotica, compatibile con un attacco portato avanti da più aggressori.
Da quel momento, la polizia inizia a cercare gruppi di due o più persone, concentrandosi su soggetti già coinvolti in aggressioni, rapine o reati sessuali. Gli investigatori si addentrano anche nell’ambiente delle gang criminali, utilizzando informatori e raccogliendo segnalazioni. A soli quattro giorni dal ritrovamento dei corpi, arriva una pista: alcuni sospetti potrebbero nascondersi in un edificio residenziale di Pan Hoi Street, nella zona di Quarry Bay. L’edificio viene isolato e perquisito appartamento per appartamento per circa sette ore. Ma l’operazione non porta ad alcun arresto. È un falso passo avanti, uno dei tanti che segneranno le prime fasi dell’inchiesta.
La ricerca diventa vastissima. Tutte le stazioni di polizia dell’isola vengono coinvolte. Ogni controllo su gruppi di persone viene registrato, ogni individuo identificato viene poi rintracciato e interrogato. Alla fine, le persone sentite saranno circa 18.000, con centinaia di segnalazioni raccolte e catalogate. Ma la mole di dati diventa quasi un problema a sé: rapporti cartacei, faldoni, appunti, informazioni difficili da collegare tra loro. Per questo Trevor Collins si reca a Londra, dove studia un sistema informatico di catalogazione sviluppato dopo il caso dello Yorkshire Ripper. Grazie a quel metodo, la polizia di Hong Kong riesce a filtrare l’enorme quantità di informazioni e a restringere l’attenzione a circa 180 possibili sospetti. È un progresso significativo, ma non ancora la svolta. Il nome degli aggressori, a quel punto, resta ancora nascosto.
Nonostante il numero enorme di persone interrogate, l’indagine resta a lungo bloccata. Alcuni sospettati vengono esclusi attraverso le analisi del gruppo sanguigno, altri non reggono al confronto con gli elementi raccolti, ma nessuna pista riesce davvero a trasformarsi in una direzione concreta. Le impronte sono troppo parziali, i reperti troppo fragili, le testimonianze quasi inesistenti. Per provare a rompere lo stallo, viene istituita una ricompensa ufficiale di 50.000 dollari di Hong Kong, che inizialmente non produce risultati significativi. La svolta arriva solo quando un imprenditore cinese anonimo decide di aumentare la somma fino a circa mezzo milione di dollari. A quel punto, le segnalazioni iniziano a moltiplicarsi.
Tra le molte informazioni prive di fondamento, ne arriva una destinata a cambiare il corso dell’inchiesta. A parlare è una persona legata al mondo criminale, in particolare all’universo delle Triadi, le organizzazioni criminali di origine cinese radicate da tempo nel tessuto sociale di Hong Kong. Le Triadi hanno origini antiche, nate come società segrete e poi trasformatesi in reti illegali strutturate, con gerarchie, rituali di affiliazione, codici interni e un sistema rigido di lealtà. Le loro attività spaziano dalle estorsioni al gioco d’azzardo, dalla prostituzione ai traffici illegali, fino ai piccoli reati di strada, spesso affidati ai membri più giovani e vulnerabili.
L’informatore riferisce agli investigatori un episodio preciso. Durante una cena rituale legata alla Fuk Yee Hing, una Triade potente, un affiliato avrebbe chiesto protezione e aiuto economico al proprio capo dopo aver commesso due omicidi efferati. Quegli omicidi, secondo quanto raccontato, sarebbero proprio quelli di Kenneth McBride e Nicola Myers. Il nome indicato è quello di Pang Shun-Yee, ventiquattro anni. Sul momento, all’interno del gruppo criminale, le sue parole non sarebbero state prese sul serio: gli altri presenti lo avrebbero considerato un uomo in cerca di attenzione, invitandolo a sparire e a non creare problemi. Ma la ricompensa cambia gli equilibri. Qualcuno decide di infrangere l’omertà e di parlare con la polizia.
Da quel momento, Pang diventa il primo vero sospettato ufficiale. Gli investigatori iniziano a ricostruire il suo profilo e scoprono un elemento inquietante: in passato era stato accusato di violenza sessuale ai danni di una donna europea. Un precedente che, alla luce di quanto accaduto a Nicola, rafforza i sospetti nei suoi confronti. La polizia lavora giorno e notte per localizzarlo e, quando finalmente ci riesce, scopre che Pang è sempre stato molto più vicino alla scena del crimine di quanto si immaginasse. Vive in una casetta fatiscente nella cava di Mount Butler, un luogo isolato, circondato da sentieri e strade senza uscita, ma estremamente vicino a Braemar Hill.
Nel novembre 1985, per Pang Shun-Yee scatta l’arresto. Gli investigatori si aspettano forse negazioni, silenzi, tentativi di sottrarsi alle accuse. Accade invece il contrario. Durante l’interrogatorio, Pang non nega il proprio coinvolgimento. Ammette di sapere cosa è successo, fornisce dettagli e fa soprattutto i nomi degli altri membri del gruppo. Nel giro di circa quarantotto ore vengono arrestati anche Tam Sze-Foon, vent’anni, Chiu Wai Man, ventiquattro anni, Cheung Yau Hang, diciassette anni, e Won Sam Leung, di appena sedici. Un dettaglio conferma immediatamente la gravità della scoperta: al momento dell’arresto, Tam indossa le scarpe sottratte a Kenneth, usate per mesi dopo l’omicidio.
Con gli arresti di Pang Shun-Yee, Tam Sze-Foon, Chiu Wai Man, Cheung Yau Hang e Won Sam Leung, gli investigatori si trovano davanti a un gruppo diverso da quello che avevano immaginato nelle prime fasi dell’inchiesta. Non si tratta di criminali esperti, né di figure di alto livello all’interno delle Triadi. Sono piuttosto giovani marginali, legati alla criminalità di strada, cresciuti in contesti difficili e abituati a sopravvivere attraverso piccoli espedienti. Alcuni hanno precedenti per furti o reati minori, ma nessuno di loro è considerato, fino a quel momento, un nome centrale del crimine organizzato di Hong Kong. Questa marginalità, paradossalmente, ha contribuito a renderli difficili da identificare.
La loro appartenenza alle Triadi appare più periferica che strutturata. Sono l’ultimo livello di un sistema rigido, in cui i membri più giovani svolgono attività minori e dipendono completamente dal gruppo. Alcuni sopravvivono aprendo le portiere dei taxi in cambio di monete, altri vivono di piccoli lavori o di espedienti quotidiani. Le Triadi controllano anche questi micro-guadagni, offrendo in cambio il minimo necessario: cibo, un posto dove dormire, un senso di appartenenza. Cheung Yau Hang, appena diciassettenne, incarna in modo evidente questa realtà. È un adolescente senza una vera casa, senza una famiglia stabile, immerso in un sottobosco criminale segnato da povertà, disparità e dipendenza dai più forti.
Durante gli interrogatori, Cheung racconta che al mattino ai ragazzi più giovani veniva servito soltanto del riso, in porzioni scarse, mentre i membri di rango superiore consumavano carne e pasti più ricchi davanti a loro. È un dettaglio che restituisce la struttura di potere interna a quel mondo: chi è in basso obbedisce, subisce, cerca protezione, e allo stesso tempo impara a esercitare violenza quando qualcuno più forte lo richiede. In questo gruppo, la figura dominante è chiaramente Pang Shun-Yee. È il più adulto, il più aggressivo, il più capace di esercitare controllo sugli altri. Anche il detective MacKillop, ricordando il primo incontro con lui, parlerà di una sensazione immediatamente negativa, quasi inquietante.
Diverso appare invece Won Sam Leung, il più giovane del gruppo. Ha solo sedici anni, lavora come cuoco e non ha precedenti penali rilevanti. Eppure, anche lui gravita attorno a quei giovani criminali, li considera amici, appartiene alla loro cerchia. Per gli inquirenti, tuttavia, una cosa diventa presto chiara: al di là delle differenze individuali, tutti i membri del gruppo hanno avuto un ruolo nella violenza contro Kenneth e Nicola. Resta però un problema fondamentale: le prove materiali sono deboli. Per costruire un caso solido servono dichiarazioni coerenti, dettagliate, capaci di confermare quanto raccolto sulla scena. Servono, soprattutto, confessioni.
Gli investigatori adottano quindi una strategia precisa. I sospettati vengono separati e trasferiti in diverse stazioni di polizia, così da impedire qualsiasi contatto tra loro. Vengono interrogati ripetutamente, nel corso di settimane e mesi, con l’obiettivo di creare un rapporto di fiducia e spingerli a parlare. Nessuno sa cosa stiano dicendo gli altri. Questa pressione, gradualmente, produce risultati. I cinque iniziano a rilasciare dichiarazioni formali, le cosiddette caution statements, raccontando la propria versione dei fatti. Le loro parole, pur con alcune differenze, combaciano nei punti essenziali e costruiscono un quadro sempre più chiaro. Won Sam Leung è tra i primi a cedere e offre la ricostruzione più dettagliata, destinata a diventare una prova centrale in tribunale. Anche Tam confessa rapidamente. A quel punto, gli investigatori possono finalmente ricostruire cosa è accaduto nel pomeriggio del 20 aprile 1985 a Braemar Hill.
Secondo la ricostruzione emersa dalle indagini, nel pomeriggio del 20 aprile 1985 il gruppo formato da Pang Shun-Yee, Tam Sze-Foon, Chiu Wai Man, Cheung Yau Hang e Won Sam Leung non si sarebbe mosso inizialmente con l’intenzione di uccidere. I cinque si erano riuniti per trascorrere del tempo insieme, tra cibo e alcol, poi avevano iniziato a cercare un modo per procurarsi denaro. In un primo momento avevano pensato di rubare cavi di rame da alcune installazioni pubbliche, ma si erano presto resi conto di non avere né gli strumenti né le capacità per farlo. Così avrebbero ripiegato su un piano più semplice e immediato: una rapina.
Per evitare testimoni, il gruppo sceglie una zona isolata. La scelta cade su Braemar Hill, un’area che Pang conosce bene perché vive nei dintorni. Sa dove passano i sentieri meno visibili, conosce i punti più appartati e le zone in cui è possibile muoversi senza attirare attenzione. I cinque vagano tra edifici abbandonati e percorsi secondari, finché incontrano Kenneth e Nicola. Ai loro occhi, i due ragazzi rappresentano una possibile occasione. Sono europei, studenti di una scuola internazionale, e il gruppo presume che abbiano con sé denaro o oggetti di valore. Diventano, in pochi istanti, le vittime designate.
Gli aggressori si dividono e li accerchiano, bloccando ogni via di fuga. Ma Kenneth e Nicola non hanno quasi nulla con sé. Riescono a consegnare soltanto una somma minima, circa un dollaro. Non è chiaro se quel poco denaro venga interpretato come una provocazione o se la frustrazione, l’alcol e la dinamica di gruppo abbiano fatto precipitare la situazione. Quel che emerge dalle confessioni è che, da quel momento, la violenza esplode. I due studenti vengono colpiti con oggetti trovati sul posto, soprattutto rami e pezzi di legno. Nicola viene ferita quasi subito al volto, con colpi tanto violenti da provocarle una frattura alla mandibola. Kenneth tenta di resistere, nonostante il braccio ingessato, ma viene rapidamente sopraffatto, colpito, immobilizzato e legato.
In questa fase, il ruolo di Pang Shun-Yee appare centrale. È lui, secondo diverse dichiarazioni, a guidare l’aggressione, a incitare gli altri, a spezzare un manico di legno e a usarlo come arma. Le versioni non coincidono su ogni dettaglio: alcuni racconti suggeriscono che Pang abbia obbligato gli altri a partecipare, altri descrivono una dinamica di gruppo in cui nessuno riesce più a sottrarsi. Ma un punto resta fermo: tutti prendono parte alla violenza. Anche chi inizialmente rimane ai margini, come Chiu, finisce comunque coinvolto.
Dalle confessioni non emerge un momento preciso in cui il gruppo decide consapevolmente di uccidere. La dinamica appare piuttosto come una progressione caotica, in cui l’aggressione cresce, si alimenta da sola e diventa sempre più brutale. Won Sam Leung racconterà che alcuni di loro avrebbero tentato di allontanarsi o di opporsi almeno in parte a Pang, osservando mentre lui continuava a colpire Nicola. Secondo la sua versione, fino a un certo punto non ci sarebbe stata un’intenzione esplicita di uccidere. Poi Pang avrebbe ordinato di eliminare entrambi prima di lasciare la collina.
Kenneth viene colpito ripetutamente, legato e aggredito con rami e oggetti raccolti nell’area. Alla fine, muore per asfissia. Secondo la ricostruzione, un bastone viene posizionato sul suo collo e alcuni membri del gruppo vi saltano sopra; poiché Kenneth è ancora vivo, viene poi strangolato con un pezzo di stoffa tirato con forza da Pang e Tam. Prima di morire, è costretto ad assistere alla violenza sessuale subita da Nicola. L’aggressione contro di lei assume un carattere particolarmente sadico e prolungato. Pang la violenta, secondo le ricostruzioni anche usando oggetti, mentre gli altri restano nei dintorni, osservano e non intervengono. La violenza iniziata nel primo pomeriggio si protrae fino a sera. Dopo la morte di Kenneth, Pang continua a colpire Nicola per ore, soprattutto alla testa, finché anche lei muore per le lesioni multiple.
Dopo il duplice omicidio, il gruppo tenta in modo disordinato di eliminare alcune prove. Gli oggetti personali delle vittime vengono gettati verso il torrente lungo il pendio, così come alcuni pezzi di legno usati durante l’aggressione. È un tentativo maldestro, inefficace, che non cancella davvero le tracce. I corpi, invece, vengono lasciati all’aperto. Gli aggressori sembrano convinti che l’isolamento della zona basti a ritardarne il ritrovamento. Si sbagliano. Proprio quella scelta contribuirà a far emergere rapidamente l’orrore di quanto accaduto.
Nella ricostruzione ufficiale, il movente iniziale del gruppo sembra essere stato la rapina. Pang Shun-Yee e gli altri cercavano denaro, avevano individuato Kenneth e Nicola come possibili vittime perché europei e presumibilmente benestanti, e li avevano accerchiati in una zona isolata. Ma questo elemento, da solo, non basta a spiegare la ferocia dell’aggressione. Il denaro consegnato dai due ragazzi era pochissimo, circa un dollaro, e proprio da lì la situazione era precipitata in una spirale di violenza estrema. Resta quindi una domanda centrale: perché una rapina fallita si è trasformata in un duplice omicidio così brutale, prolungato e sadico?
Gli investigatori e gli osservatori del caso hanno avanzato diverse interpretazioni. Una delle ipotesi riguarda una possibile dinamica di iniziazione criminale, una sorta di prova di coraggio degenerata sotto la guida di Pang. Un’altra lettura si concentra invece sui rapporti di potere interni al gruppo: la violenza potrebbe essere diventata un modo per consolidare la supremazia del leader e vincolare gli altri membri a un atto irreversibile, dal quale nessuno avrebbe più potuto davvero prendere le distanze. In entrambi i casi, la figura di Pang resta centrale. È lui a emergere come il più dominante, il più aggressivo, il punto attorno al quale la brutalità del gruppo sembra organizzarsi e crescere.
Le confessioni diventano così il cuore dell’indagine. Gli imputati non si limitano a parlare nelle stazioni di polizia: accompagnano anche gli investigatori sui sentieri di Braemar Hill, ricostruendo i movimenti del gruppo, indicando i punti dell’aggressione e permettendo la realizzazione di ricostruzioni video dal forte impatto probatorio. Quelle immagini, insieme alle dichiarazioni formali, vengono preparate per essere utilizzate in tribunale. Nonostante questo, quando si avvicina il processo davanti all’Alta Corte di Hong Kong, gli imputati cambiano posizione processuale e si dichiarano non colpevoli dei due capi d’accusa per omicidio.
La svolta arriva nel novembre 1986, pochi giorni prima dell’inizio del processo, quando Won Sam Leung, il più giovane del gruppo, decide nuovamente di ammettere la propria colpevolezza. Accetta di testimoniare contro gli altri e diventa il testimone chiave dell’accusa, affiancato da altri trentasette testimoni. Il suo ruolo è decisivo perché offre alla corte una narrazione interna dei fatti: non soltanto ciò che gli investigatori hanno potuto dedurre dalla scena del crimine, ma il racconto di chi era presente durante l’aggressione.
L’accusa presenta fotografie, registrazioni audio e video, oggetti recuperati sulla scena e gli strumenti utilizzati nell’attacco. Tuttavia, il processo si fonda soprattutto sulle ricostruzioni e sulle parole degli stessi imputati. La difesa tenta di mettere in discussione la solidità del quadro probatorio, ma le confessioni, i filmati e la testimonianza di Won compongono una sequenza coerente e difficile da smontare, anche in assenza di prove forensi decisive come quelle che oggi verrebbero cercate attraverso il DNA. In aula, a colpire molti presenti è anche l’atteggiamento di Pang: immobile, inespressivo, apparentemente privo di emozioni, in netto contrasto con la tensione e il turbamento che attraversano ogni fase del dibattimento.
Il processo per i Braemar Hill Murders dura 56 giorni. È un procedimento lungo, teso, segnato dalla durezza delle prove e dal peso emotivo della vicenda. In aula vengono ripercorse le ultime ore di Kenneth McBride e Nicola Myers, la dinamica dell’aggressione, il ruolo dei singoli imputati e la progressione della violenza sulle colline di Braemar Hill. La testimonianza di Won Sam Leung, unita alle confessioni precedenti e alle ricostruzioni video, consente all’accusa di presentare un quadro compatto: il gruppo aveva accerchiato i due studenti, li aveva aggrediti, derubati, torturati e infine uccisi. La difesa prova a mettere in discussione alcuni passaggi, ma la struttura complessiva del racconto regge. Il 18 gennaio 1987, la giuria emette un verdetto unanime di colpevolezza.
Le condanne sono pesantissime. Pang Shun-Yee, Tam Sze-Foon e Chiu Wai Man vengono condannati alla pena capitale, che però nel 1989 viene commutata in ergastolo, anche perché a Hong Kong le esecuzioni non venivano più eseguite da anni. Per gli altri due imputati, minorenni al momento del duplice omicidio, la decisione è diversa: vengono condannati a una detenzione a tempo indeterminato “a discrezione della Corona”, secondo la formula inglese at Her Majesty’s pleasure. È una pena che non stabilisce da subito una data certa di rilascio, ma lascia alle autorità il compito di valutare, nel tempo, l’evoluzione del detenuto e l’eventuale possibilità di scarcerazione.
Dopo 17 anni di detenzione, nel 2004, Won Sam Leung viene rilasciato. La sua scarcerazione porta con sé uno degli aspetti più delicati e sorprendenti dell’intera vicenda: durante il lungo percorso che precede la decisione, quando si diffonde la possibilità che Won possa tornare libero, il padre di Kenneth scrive alle autorità di Hong Kong per sostenere la richiesta di clemenza. I genitori di Kenneth spiegano poi pubblicamente di non aver mai cercato vendetta. Il dolore per la perdita del figlio resta immutato, presente ogni giorno, ma non si è trasformato in desiderio di punizione eterna. I McBride dichiarano di credere nel perdono e nella possibilità che chi riconosce davvero la gravità delle proprie azioni possa ottenere una seconda possibilità.
Won, da parte sua, afferma di provare un rimorso profondo. Racconta di aver pensato anche al suicidio e di essere stato aiutato, nel suo percorso, proprio dal perdono ricevuto dalla famiglia McBride. Vorrebbe incontrarli di persona per chiedere scusa e ringraziarli, ma loro, almeno fino a quel momento, hanno sempre preferito non farlo. È una distanza comprensibile: il perdono, in casi simili, non cancella il trauma, non restituisce ciò che è stato tolto, non impone una riconciliazione diretta. Può essere una scelta morale, intima, dolorosa, ma non annulla la memoria della vittima.
Anche Cheung Yau Hang presenta in seguito ricorso, richiamandosi alla scarcerazione di Won. La sua difesa insiste soprattutto sul concetto di coercizione: Cheung aveva solo diciassette anni, viveva in una condizione di forte marginalità ed era sottoposto all’influenza di una figura dominante e violenta come Pang. Secondo questa prospettiva, avrebbe partecipato alla violenza perché convinto che, rifiutandosi, sarebbe stato ucciso a sua volta. La difesa riconosce che la coercizione non può cancellare la responsabilità per un omicidio, ma chiede che venga considerata come circostanza attenuante, insieme alla giovane età, all’immaturità e al contesto di soggezione psicologica. Diversi psicologi valutano la sua personalità e rilevano segnali di responsabilità, rimorso e desiderio di riscatto. Durante la detenzione, Cheung studia, si iscrive a un corso universitario di traduzione e cerca di costruire una nuova identità lontana dal crimine. Nel 2007 viene infine rilasciato. Anche lui viene perdonato dalla famiglia McBride.
Dopo le condanne, il caso dei Braemar Hill Murders continua a lasciare un segno profondo nella memoria di Hong Kong e delle famiglie coinvolte. Per quanto riguarda gli altri imputati, sappiamo che, nonostante la revisione delle pene detentive avvenuta nel 1997, in concomitanza con il passaggio di Hong Kong alla Cina, Pang Shun-Yee e Chiu Wai Man sono rimasti detenuti in strutture di massima sicurezza. Tam Sze-Foon, invece, è morto di cancro dopo aver trascorso oltre metà della propria vita in carcere. Le scarcerazioni di Won Sam Leung e Cheung Yau Hang, pur avvenute dopo lunghi percorsi detentivi e valutazioni ufficiali, non hanno cancellato il peso di ciò che era accaduto il 20 aprile 1985. Quel crimine resta uno dei più dolorosi e brutali nella storia moderna di Hong Kong.
Per le famiglie, la tragedia segna una frattura definitiva. Dopo il delitto, i McBride tornano a vivere nel Regno Unito. Solo Marion, la sorella minore di Kenneth, rimane a Hong Kong, dove diventa insegnante e lavora proprio alla Island School, la stessa scuola frequentata dal fratello. È un dettaglio che colpisce, perché lega la memoria di Kenneth a un luogo che per lui era stato fondamentale: la scuola, gli amici, il dibattito, lo sport, la vita quotidiana interrotta troppo presto. I Myers, invece, lasciano Hong Kong già entro un anno dalla tragedia e vi tornano soltanto una volta. Per entrambe le famiglie, la città resta inevitabilmente associata a una perdita impossibile da ricomporre.
Nel 1987, a pochi anni dal duplice omicidio, a Hong Kong viene distribuito un film in lingua cinese liberamente ispirato al caso, conosciuto con il titolo The Bo Ma Hill Murders o The Legend of Braemar Hill. La pellicola, destinata a un pubblico adulto, viene promossa con toni fortemente sensazionalistici, attraverso immagini esplicite e scene di violenza che trasformano una tragedia reale in materiale d’intrattenimento. Le famiglie di Nicola e Kenneth reagiscono con profonda indignazione. Dichiarano di non essere mai state informate del progetto e definiscono il film un’offesa alla memoria dei loro figli. Il padre di Kenneth, in particolare, si dice sconvolto dall’idea che il loro omicidio possa essere sfruttato come spettacolo e annuncia l’intenzione di intraprendere azioni legali per impedirne la distribuzione.
Accanto a questa rappresentazione controversa, però, nasce anche un modo completamente diverso di ricordare Kenneth e Nicola. In loro memoria viene creato il Nicola Myers and Kenneth McBride Memorial Fund, un fondo destinato ad aiutare studenti locali che, a causa di difficoltà economiche, rischiano di non poter proseguire gli studi superiori. Ogni anno, il fondo assegna borse di studio e contributi economici a giovani meritevoli, sostenendo spese come libri scolastici, trasporti e materiale didattico. È un progetto che continua a vivere grazie al sostegno di genitori, studenti e donazioni private, trasformando il ricordo di due ragazzi uccisi in un aiuto concreto per altri giovani.
La storia di Kenneth McBride e Nicola Myers resta una vicenda dolorosa, difficile da raccontare senza avvertire il peso dell’ingiustizia. Due studenti pieni di progetti, un pomeriggio qualunque, una passeggiata in un luogo familiare, e poi una violenza che ha distrutto vite, famiglie e certezze. Il caso dei Braemar Hill Murders non parla soltanto di un duplice omicidio, ma anche di memoria, responsabilità, perdono e del modo in cui una comunità sceglie di ricordare le proprie vittime.