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La distanza tra essere e apparire può diventare una frattura profonda, capace di nascondere al mondo una realtà completamente diversa da quella mostrata all’esterno. L’essere riguarda ciò che una persona è realmente, mentre l’apparire rappresenta l’immagine costruita per gli altri: due dimensioni che spesso convivono, ma che in alcuni casi possono entrare in un conflitto impossibile da sostenere. È proprio all’interno di questa contraddizione che si colloca la storia di Andrej Romanovič Čikatilo, conosciuto come il Macellaio di Rostov, uno dei serial killer più brutali della storia contemporanea.
Per anni Čikatilo riuscì a mantenere una facciata rispettabile: un uomo sposato, padre di due figli, lavoratore stimato, membro del Partito Comunista e apparentemente integrato nella società sovietica. Dietro questa immagine, però, si nascondeva una realtà fatta di ossessioni, frustrazioni profonde e una violenza destinata a crescere nell’ombra fino a trasformarsi in una lunga scia di sangue.
Prima di ricostruire la lunga sequenza di delitti attribuiti a Čikatilo, però, è necessario tornare indietro nel tempo, alle sue origini. Per comprendere la formazione di un uomo che sarebbe diventato uno dei criminali più temuti dell’Unione Sovietica bisogna partire dal contesto nel quale nacque: un villaggio agricolo dell’Ucraina segnato dalla fame, dalla povertà e dalle conseguenze di una delle più grandi tragedie del Novecento.
Andrej Čikatilo nasce il 16 ottobre 1936 a Jabločnoe, nell’attuale regione ucraina di Sumy, quando il Paese porta ancora le ferite della grande carestia ucraina, terminata soltanto tre anni prima ma destinata a lasciare un segno indelebile sulla popolazione. È in questo ambiente di privazioni estreme che inizia la storia di un uomo che, molti anni dopo, sarebbe diventato il protagonista della più grande caccia al serial killer mai organizzata dall’apparato investigativo sovietico.
Andrej nasce in una famiglia di contadini. Suo padre Roman lavora come bracciante in una fattoria collettiva, mentre la madre, secondo alcune fonti chiamata Anna, è anch’essa una lavoratrice agricola e una donna profondamente religiosa. La loro vita è quella di molte famiglie delle campagne ucraine dell’epoca: segnata dal lavoro duro, dalla povertà e dalla dipendenza dallo Stato sovietico.
Per comprendere il contesto in cui cresce Andrej bisogna tornare alla fine degli anni Venti, quando Stalin avvia la collettivizzazione forzata dell’agricoltura.
Milioni di contadini vengono costretti a consegnare terre, animali e strumenti di lavoro alle grandi fattorie collettive controllate dallo Stato. Chi si oppone viene considerato un nemico del sistema.
Il principale bersaglio della repressione diventa il kulak, il cosiddetto “contadino ricco”. La definizione, però, diventa arbitraria: anche possedere una mucca, un cavallo o una casa leggermente migliore può bastare per essere accusati di appartenere a questa categoria.
Migliaia di famiglie vengono private dei propri beni e deportate verso gli Urali, la Siberia o il Kazakistan. In Ucraina, dove la resistenza alla collettivizzazione è forte, molti contadini arrivano persino ad abbattere il bestiame pur di non consegnarlo allo Stato, aggravando la crisi alimentare.
I sequestri obbligatori del grano peggiorano ulteriormente la situazione: le autorità confiscano raccolti e persino i semi destinati alle future semine.
È in questo clima che tra il 1932 e il 1933 si consuma l’Holodomor, la carestia ucraina che provoca milioni di morti. La disperazione raggiunge livelli estremi, con episodi di cannibalismo documentati nelle zone più colpite.
Questo contesto segna profondamente l’infanzia di Andrej. Secondo alcune ricostruzioni, un bambino della famiglia, probabilmente suo fratello maggiore, sarebbe scomparso prima della sua nascita mentre cercava cibo, probabilmente rapito e mangiato. Non esistono prove certe dell’episodio, ma la madre racconta spesso questa storia ai figli, avvertendoli di non uscire mai dal cortile.
Andrej cresce quindi in un ambiente dove fame, paura e morte fanno parte della quotidianità.
Nel 1941 arriva un nuovo trauma: la Seconda guerra mondiale. Quando la Germania invade l’Unione Sovietica, suo padre Roman viene arruolato nell’Armata Rossa e catturato dai tedeschi.
Durante l’occupazione nazista Andrej assiste agli orrori della guerra: ricorderà la casa di famiglia in fiamme, i cadaveri, i feriti e i corpi mutilati trasportati sui carri. Quelle immagini resteranno impresse nella sua memoria per tutta la vita.
Al termine della guerra, Roman Čikatilo torna finalmente a casa, ma nella società sovietica dell’epoca un soldato sopravvissuto alla prigionia nemica non viene accolto come un eroe. Nel sistema staliniano, infatti, essere stati catturati poteva essere interpretato come un segno di codardia o collaborazione con il nemico.
Roman non viene mai processato né condannato, ma sulla famiglia rimane comunque un’ombra. Andrej cresce così con il peso di essere il figlio di un possibile “nemico del popolo”, alimentando il suo senso di esclusione.
Durante i primi anni di scuola emergono le sue fragilità. I compagni lo ricordano come un bambino timido e introverso, incapace di inserirsi e spesso isolato. Vive con la paura del giudizio degli altri, aggravata da due problemi che cerca di nascondere: l’enuresi notturna, che durerà fino ai dodici anni, e una grave miopia.
Pur non riuscendo quasi a leggere la lavagna, non chiede aiuto per vergogna e timore delle umiliazioni. Nell’Ucraina rurale del dopoguerra anche ottenere un paio di occhiali era difficile, e Andrej riuscirà ad averli solo intorno ai trent’anni.
Queste esperienze contribuiscono a sviluppare in lui un profondo senso di inferiorità. Sempre più isolato, trova rifugio nei libri, appassionandosi a Dostoevskij e alla letteratura russa, grazie anche a una memoria eccezionale. Parallelamente si interessa alla propaganda sovietica e ai racconti degli eroi comunisti e dei partigiani, figure forti e rispettate nelle quali sogna di identificarsi.
Con la pubertà le sue insicurezze aumentano: nonostante diventi fisicamente robusto, viene deriso dai compagni e soprannominato “Baba”, un termine dispregiativo associato alla debolezza. Negli anni successivi, però, conquista il soprannome di “Andrej Sila”, cioè “Andrej il Forte”, e continua a distinguersi per intelligenza e risultati scolastici.
A sedici anni entra nel Komsomol, diventa direttore della rivista scolastica e riceve il ruolo di agitatore politico, un incarico riservato agli studenti considerati affidabili.
All’apparenza sembra aver trovato il proprio posto nella società, ma dietro questo successo rimane una costante ricerca di approvazione.
La fragilità emerge soprattutto nei rapporti sentimentali. Andrej è molto impacciato con le ragazze e la relazione con Tatjana, iniziata quando lui ha diciannove anni e lei diciassette, termina dopo appena due mesi a causa delle sue difficoltà sessuali.
Per lui questo problema diventa un’ulteriore conferma della propria inferiorità, trasformandosi in una vera ossessione.
Le difficoltà di Andrej Čikatilo nella sfera sentimentale e sessuale diventano progressivamente una fonte di frustrazione profonda. La sessualità si lega al senso di inferiorità accumulato fin dall’infanzia, alla paura del giudizio e alla convinzione di non essere all’altezza degli altri uomini.
Questa insicurezza, però, non resta soltanto un disagio personale. Nel tempo emergono anche comportamenti sempre più preoccupanti e aggressivi.
Uno dei primi episodi documentati risale all’adolescenza, quando un’amica tredicenne della sorella, Tanja Bala, si presenta a casa Čikatilo. Andrej tenta di aggredirla sessualmente, ma l’episodio viene interrotto prima che possa consumarsi un rapporto. Questo rappresenta uno dei primi segnali di una condotta violenta che negli anni successivi peggiorerà.
Le sue difficoltà sessuali continueranno ad accompagnarlo per tutta la vita, trasformandosi in un fallimento personale che cerca disperatamente di nascondere. La paura che gli altri possano scoprirlo diventa un’ossessione.
Dopo il diploma, Andrej punta a entrare alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Statale di Mosca, un obiettivo che per lui rappresenta un riscatto dalle origini contadine e dalle umiliazioni vissute. Il sogno però fallisce: non viene ammesso.
Questo rifiuto alimenta il suo senso di inferiorità e Andrej è convinto che la causa sia il passato del padre, considerato sospetto per la prigionia durante la guerra. Non esistono prove di questa teoria: potrebbe aver subito discriminazioni, ma è anche possibile che altri candidati abbiano semplicemente ottenuto risultati migliori.
L’episodio evidenzia però un meccanismo che si ripeterà nel tempo: davanti ai fallimenti, Andrej tende a cercare la responsabilità all’esterno, convincendosi di essere vittima di ingiustizie.
Dopo il rifiuto dell’università di Mosca abbandona il sogno di diventare avvocato e si iscrive a un istituto tecnico specializzato nelle comunicazioni. Terminata la formazione, il Komsomol lo invia come giovane specialista in una città degli Urali, lontano dalla sua terra d’origine. Il trasferimento rappresenta una nuova possibilità di ricominciare.
Sul lavoro viene apprezzato per disciplina e precisione, ma nella vita privata le difficoltà rimangono. I tentativi di costruire relazioni sentimentali falliscono ancora, l’isolamento aumenta e Andrej attraversa periodi di depressione, arrivando anche a pensare al suicidio.
Ancora una volta si rifugia nello studio, iscrivendosi a un corso universitario per corrispondenza presso l’Istituto Elettrotecnico di Mosca, quasi come se nuove qualifiche potessero compensare il suo senso di inferiorità.
Poco dopo viene chiamato al servizio militare in un reparto di telecomunicazioni. Anche qui fatica a creare rapporti con gli altri e continua a vivere la sessualità come una fonte di ansia e frustrazione.
Durante questo periodo avviene un episodio significativo: durante un appuntamento, una ragazza rifiuta un suo approccio fisico e Andrej reagisce cercando di trattenerla con la forza. Secondo le ricostruzioni successive, in quella situazione inizia ad associare il piacere sessuale non al consenso, ma alla resistenza e al controllo dell’altra persona.
Terminato il servizio militare, si trasferisce nella regione di Rostov sul Don, dove trova lavoro come tecnico telefonico. Per la prima volta sembra raggiungere una certa stabilità economica, ma dietro questa apparente normalità continuano a crescere insicurezze e ossessioni.
Durante gli anni in cui lavora come tecnico telefonico, un episodio contribuisce ad alimentare la sua vergogna. Durante una pausa si allontana in una zona boschiva per masturbarsi, ma a causa della sua grave miopia non si accorge della presenza di alcuni colleghi. La scena viene scoperta e il suo caposquadra diffonde la notizia, trasformandolo nuovamente in oggetto di derisione.
Nel 1963 la sorella gli presenta Fajina, che diventa sua moglie. Anche il matrimonio inizia con le difficoltà sessuali che avevano già segnato la sua vita: Andrej non riesce ad avere rapporti nella prima notte di nozze e solo dopo circa una settimana la coppia riesce a consumare il matrimonio.
Fajina prova a convincerlo a chiedere aiuto, ma lui rifiuta. Solo anni dopo si rivolgerà a uno psichiatra, senza però completare il percorso.
La coppia avrà due figli, Ljudmila e Jurij, e Andrej appare come un padre presente e premuroso. All’esterno costruisce così l’immagine di un uomo normale: marito, lavoratore diligente e membro rispettato del Partito Comunista.
Ma il bisogno di riscatto rimane forte. Nel 1964 riprende gli studi presso la facoltà di lingua e letteratura russa dell’Università di Rostov e nel 1971 si laurea in filologia. Dopo la laurea diventa insegnante in una scuola professionale di Novošachtinsk. Quello che dovrebbe essere il momento del riconoscimento sociale, però, si trasforma in un nuovo fallimento.
Davanti agli studenti mostra difficoltà nel mantenere l’autorità. Il suo carattere timido e insicuro viene percepito dagli alunni, che iniziano a provocarlo e deriderlo, arrivando a soprannominarlo “oca” per il suo aspetto fisico.
Ma il problema più grave riguarda il suo comportamento verso gli studenti.
Nel tempo iniziano a emergere segnalazioni e lamentele: secondo le testimonianze raccolte successivamente, Andrej cerca occasioni per avvicinarsi alle studentesse con pretesti scolastici e, in seguito, trattiene alcuni alunni dopo le lezioni arrivando a compiere molestie fisiche.
Nel maggio 1973, durante una gita scolastica al fiume, aggredisce fisicamente una studentessa quindicenne, Ljuba Terent’eva. La ragazza reagisce e alcuni compagni riescono a fermarlo. Nonostante la gravità dell’episodio, però, non arriva alcun provvedimento concreto: la scuola non denuncia il fatto e Andrej non subisce conseguenze penali.
Questa sarà una delle prime occasioni in cui avrebbe potuto essere fermato, ma l’istituzione sceglie di proteggere la propria reputazione invece di intervenire.
Dopo l’episodio ai danni di Ljuba Terent’eva, Andrej Čikatilo non si ferma. Al contrario, le segnalazioni aumentano e delineano un quadro sempre più grave. Emergono infatti episodi di abuso e violenza che, però, non vengono affrontati dalle istituzioni con la necessaria severità.
In un’altra occasione Andrej trattiene dopo le lezioni una studentessa quattordicenne, Anja Nikolaeva. Con il pretesto di punirla, la fa rimanere sola in aula e la aggredisce. La ragazza riesce a liberarsi e racconta tutto ai genitori, ma anche questa volta non viene adottato alcun provvedimento.
L’assenza di conseguenze permette ad Andrej di continuare. Nel frattempo circolano altre voci su comportamenti inappropriati nei confronti di adolescenti e bambine, anche fuori dalla scuola.
Nel 1974, alcuni genitori esasperati presentano finalmente un esposto ufficiale alla direzione scolastica. Il preside sceglie però di evitare lo scandalo e non coinvolgere la polizia: Andrej viene semplicemente spinto a dimettersi.
Non viene arrestato, processato né segnalato come persona pericolosa. Rimane quindi libero di cercare un nuovo lavoro. Nel 1978 ottiene un incarico presso un istituto tecnico di Šachty, questa volta anche come responsabile del dormitorio maschile della scuola.
Il ruolo gli garantisce un contatto quotidiano con numerosi adolescenti, anche durante le ore notturne. Secondo le testimonianze successive, proprio in quel contesto il suo comportamento continua e iniziano nuovamente a circolare segnalazioni.
Ancora una volta l’istituzione sceglie di evitare il coinvolgimento delle autorità e Andrej viene allontanato in modo discreto.
Successivamente cambia settore e trova lavoro come addetto agli approvvigionamenti in una fabbrica. Un impiego stabile, ma lontano dal prestigio che aveva sempre cercato. Le difficoltà nei rapporti con colleghi e superiori aumentano la sua frustrazione e il senso di rivalsa.
Nei primi mesi del 1978, all’insaputa della moglie, acquista una piccola casa abbandonata. Quel luogo isolato diventa uno spazio separato dalla sua vita pubblica, dove poter nascondere una parte della propria personalità.
Inizialmente lo utilizza per incontrare donne adulte, spesso prostitute, ma emerge un elemento fondamentale: per Andrej il consenso non è sufficiente. Le sue fantasie iniziano a concentrarsi sempre più sul controllo e sulla sopraffazione.
Ed è proprio in quella casa che, pochi mesi dopo, avviene il primo omicidio attribuito ufficialmente a Čikatilo.
La data è il 22 dicembre 1978. La vittima è Lena Zakotnova, una bambina di nove anni.
Quel giorno Lena, dopo la scuola, si ferma a casa di un’amica più del previsto. Quando torna verso casa, ormai in ritardo, incontra Andrej. L’uomo inizia a parlarle, facendole domande sulla famiglia, sulla scuola e sulla sua vita quotidiana. Agli occhi della bambina appare come un adulto tranquillo e rassicurante.
Lena si fida. Quando gli racconta di aver bisogno di andare in bagno ma di non volerlo fare all’aperto per il freddo, Andrej coglie l’occasione e le offre di usare il bagno della sua abitazione.
La bambina accetta e lo segue fino alla casa abbandonata. Ed è lì che avviene l’orrore.
Il 22 dicembre 1978 inizia una sequenza di violenza che segnerà l’inizio della lunga scia criminale del Macellaio di Rostov.
Secondo quanto emergerà anni dopo dalle confessioni di Čikatilo, una volta entrati nell’abitazione l’uomo tenta di aggredire sessualmente la bambina, ma le sue difficoltà fisiche gli impediscono di portare a termine l’abuso.
La frustrazione si trasforma in una violenza incontrollata. Durante la colluttazione Lena cerca disperatamente di difendersi e, nella lotta, riporta una ferita dalla quale inizia a fuoriuscire sangue.
È proprio davanti a quella vista che, secondo il racconto fornito successivamente da Andrej, qualcosa cambia nella sua mente: il sangue della vittima diventa un elemento di eccitazione e la violenza assume un significato completamente diverso.
Čikatilo estrae un piccolo coltello pieghevole che aveva iniziato a portare con sé e colpisce Lena ripetutamente. L’aggressione termina con lo strangolamento della bambina.
Anni dopo, durante le confessioni rese agli investigatori, Andrej descriverà quell’episodio come un momento di presunta “liberazione”, sostenendo di aver provato una sensazione di potere dopo una vita trascorsa tra umiliazioni, fallimenti e senso di inferiorità.
Quello di Lena, però, non è soltanto il suo primo delitto.
È il momento in cui, secondo la ricostruzione degli esperti, Andrej comprende che la propria gratificazione sessuale è ormai legata alla violenza estrema, al dominio sulla vittima e alla sofferenza inflitta.
Quando Lena non torna a casa, i genitori lanciano immediatamente l’allarme. Le ricerche iniziano quella stessa sera e il corpo della bambina viene ritrovato due giorni dopo, il 24 dicembre 1978, in un piccolo corso d’acqua non lontano dalla casa abbandonata di Andrej.
Le indagini partono immediatamente. Durante gli accertamenti porta a porta, diversi elementi sembrano indirizzare gli investigatori proprio verso Čikatilo.
Una vicina racconta di aver notato delle luci accese nella sua abitazione durante la notte. Altri residenti riferiscono di aver visto un insolito via vai di donne e ragazze che entravano e uscivano dalla casa. Un’altra testimone sostiene inoltre di aver visto Lena parlare con un uomo vicino a una fermata dell’autobus e che quell’uomo le ricorderebbe proprio Andrej.
Gli investigatori lo interrogano più volte. Čikatilo entra effettivamente tra i principali sospettati, ma presenta un elemento che sembra scagionarlo: un alibi fornito dalla moglie.
Fajina dichiara infatti che il marito quella sera era rimasto a casa con la famiglia. Sulla base di questa testimonianza, Andrej viene escluso dall’indagine.
La polizia decide quindi di concentrarsi su un altro sospettato: Aleksandr Kravčenko, un uomo di venticinque anni che vive vicino al luogo in cui era stato trovato il corpo di Lena e che aveva già una precedente condanna per omicidio. La sua descrizione, però, non coincide perfettamente con quella fornita dalla testimone.
Nonostante questo, gli investigatori seguono quella pista. Durante gli interrogatori Kravčenko confessa il delitto, ma successivamente ritratta sostenendo di essere stato costretto a confessare attraverso metodi violenti.
Le prove contro di lui sono deboli e le incongruenze numerose, ma viene giudicato colpevole.
Nel 1984 Aleksandr Kravčenko viene giustiziato per un omicidio che non aveva commesso. Nel frattempo, il vero responsabile è ancora libero.
Per Andrej Čikatilo, però, il rischio di essere scoperto è diventato improvvisamente concreto. La paura di essere identificato probabilmente contribuisce a interrompere temporaneamente la sua attività criminale.
Passeranno quasi tre anni prima del suo prossimo omicidio. Ma quella pausa non segnerà la fine della violenza. Sarà soltanto l’inizio di una nuova fase.
Dopo l’omicidio di Lena Zakotnova, Andrej Čikatilo rimane libero. La morte della bambina e il successivo errore giudiziario che porta alla condanna di un innocente rappresentano un punto fondamentale nella sua storia criminale: per la prima volta ha sperimentato la violenza estrema e, allo stesso tempo, ha scoperto di poter sfuggire alle conseguenze.
Passano quasi tre anni prima che torni a colpire.
Nel frattempo Andrej cambia vita professionale. Nel 1981 inizia a lavorare nel settore degli approvvigionamenti, un impiego che gli permette di viaggiare frequentemente per motivi di lavoro.
Questi spostamenti si riveleranno determinanti.
La possibilità di muoversi tra diverse località, frequentare stazioni, fermate degli autobus e luoghi di passaggio gli offre infatti nuove occasioni per individuare persone vulnerabili senza attirare immediatamente l’attenzione.
Il 3 settembre 1981, davanti alla Biblioteca pubblica di Rostov, Andrej nota una ragazza di diciassette anni: Larisa Tkačenko.
Ha quasi trent’anni più di lei, ma riesce ad avvicinarla utilizzando un atteggiamento apparentemente tranquillo e rassicurante. È lo stesso tipo di approccio che aveva già utilizzato durante gli anni da insegnante: mostrarsi come una persona affidabile, capace di instaurare un rapporto di fiducia.
Le propone di trascorrere del tempo insieme sulla spiaggia lungo il fiume Don, dicendole che avrebbero potuto passeggiare, rilassarsi e comprare qualcosa da mangiare e da bere.
La proposta sembra innocua. Larisa accetta. Andrej però la conduce in una zona isolata della riva del fiume, lontano dagli sguardi degli altri. È lì che tenta di aggredirla sessualmente.
Ancora una volta, però, le sue difficoltà sessuali gli impediscono di portare a termine lo stupro. La frustrazione si trasforma nuovamente in una reazione violenta.
Andrej colpisce Larisa, la strangola e la uccide.
Durante questo omicidio compare anche un elemento che diventerà caratteristico del suo modus operandi: il morso al seno della vittima.
Anni dopo, durante le confessioni, Čikatilo racconterà inoltre un dettaglio particolarmente inquietante: avrebbe danzato intorno al corpo di Larisa in una sorta di gesto rituale, stringendo tra le mani i suoi vestiti e sentendosi, nelle sue parole, “come un partigiano dopo una vittoria”.
Dopo questo delitto, la frequenza degli omicidi aumenta rapidamente.
La terza vittima identificata è Ljuba Birjuk, una ragazza di tredici anni. Il caso assume un’importanza particolare anche perché Ljuba è la nipote di un ufficiale del dipartimento investigativo criminale locale.
La mattina del 12 giugno 1982, prima di andare al lavoro, la madre chiede alla figlia di recarsi in un villaggio vicino per fare alcune commissioni. Ljuba esce di casa, svolge la commissione e poi aspetta l’autobus per tornare indietro.
Quel giorno, però, il mezzo non arriva nei tempi previsti. Dopo aver atteso inutilmente, la ragazza decide di proseguire a piedi. Ed è proprio durante quel tragitto che incontra Andrej. Anche lui, infatti, stava aspettando un autobus e, non vedendolo arrivare, aveva deciso di muoversi a piedi.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, Andrej avvicina Ljuba e riesce a convincerla a seguirlo verso una zona più isolata. Qui tenta di aggredirla sessualmente. Lo schema si ripete.
Quando non riesce a ottenere ciò che vuole, la violenza aumenta. Estrae un coltello e colpisce ripetutamente la ragazza fino a ucciderla. Dopo il delitto nasconde il corpo, insieme alla borsa e agli abiti della vittima, in una zona boschiva.
Il cadavere viene ritrovato soltanto quasi due settimane più tardi, lungo un sentiero vicino al fiume Don, in avanzato stato di decomposizione.
Gli investigatori si trovano davanti a una scena estremamente violenta: il corpo presenta numerose ferite da arma da taglio e gravi mutilazioni, soprattutto nella zona degli occhi. Un elemento che tornerà in diversi omicidi successivi.
Uno dei poliziotti intervenuti sulla scena dichiarerà di non aver mai visto una violenza simile.
Il fatto che Ljuba fosse la nipote di un investigatore rende il caso particolarmente importante anche all’interno delle forze dell’ordine. Per la prima volta, oltre alla brutalità del delitto, emerge il sospetto che possa esserci un collegamento con altri omicidi irrisolti.
Inizia così a prendere forma l’indagine destinata a trasformarsi nella caccia al Mostro di Rostov.
Tuttavia, in questa prima fase, le autorità decidono di non informare la popolazione della possibile presenza di un assassino seriale. Una scelta che avrà conseguenze drammatiche.
Se la popolazione fosse stata avvertita del pericolo, alcune potenziali vittime avrebbero forse potuto essere salvate. Nel frattempo, però, gli omicidi continuano. E il problema principale è che vengono ancora analizzati come episodi separati.
Le vittime hanno età diverse, provengono da contesti differenti e appartengono a categorie diverse: apparentemente non sembrano avere alcun collegamento.
Ma osservati nel loro insieme, quei delitti iniziano lentamente a rivelare un unico schema.
Dopo l’omicidio di Ljuba Birjuk, la scia di sangue di Andrej Čikatilo continua. Nel corso degli anni successivi il numero delle vittime aumenta progressivamente, ma per molto tempo gli investigatori non riescono a individuare un collegamento tra i diversi casi. Ma dietro questa apparente casualità esiste uno schema preciso.
Prima di proseguire, è importante ricordare che le vittime attribuite ufficialmente ad Andrej Čikatilo sono più di cinquanta. Ricostruire ogni singolo caso nel dettaglio significherebbe affrontare una narrazione estremamente lunga, ma ogni vittima rappresenta una storia individuale e una vita spezzata dalla violenza.
Nel settembre 1982, Andrej adesca una ragazza di diciotto anni, Irina Karabelnikova.
Irina vive in un ostello e si trova in una situazione particolarmente vulnerabile: è una ragazza sola, senza una rete familiare forte alle spalle. Questa condizione di isolamento diventa, secondo gli investigatori, uno degli elementi che Čikatilo cerca nelle sue vittime.
La sua scomparsa non viene immediatamente denunciata. Passano diversi giorni prima che qualcuno si renda conto che Irina non è più presente e che inizino le ricerche. Nel frattempo il suo corpo rimane nascosto per circa due settimane nel luogo in cui è stata uccisa.
Con il passare del tempo, Andrej sembra affinare sempre di più il proprio metodo. Non sceglie necessariamente una categoria precisa di vittime: il punto comune non è l’età o il sesso, ma la possibilità di avvicinare una persona in un momento di solitudine e vulnerabilità.
Predilige individui che si trovano temporaneamente senza protezione, persone che si spostano da sole o che, per diversi motivi, potrebbero non essere cercate immediatamente. Evita invece situazioni che potrebbero comportare un rischio maggiore, come l’aggressione a uomini adulti, potenzialmente capaci di opporre una maggiore resistenza fisica.
Negli anni successivi, inoltre, Andrej cercherà spesso di costruire una narrazione alternativa dei propri crimini. Nelle dichiarazioni rese dopo l’arresto tenterà in alcuni momenti di descrivere le vittime come persone “degenerate” o come individui che lo avrebbero seguito volontariamente.
Si tratta di una rappresentazione completamente distorta della realtà, utilizzata per attribuire alle vittime una colpa inesistente e rendere, almeno nella sua mente, più accettabili le proprie azioni.
Dopo la morte di Irina Karabelnikova si verifica un altro omicidio destinato ad avere un ruolo fondamentale nella futura ricostruzione dell’indagine. L’11 dicembre 1982 scompare Olga Stalmačenok, una bambina di dieci anni.
Quel giorno sembra inizialmente un normale pomeriggio d’inverno. Olga sta tornando a casa dopo le lezioni quando l’autobus sul quale viaggia si ferma improvvisamente a causa di un guasto nei pressi della stazione ferroviaria. Tutti i passeggeri sono costretti a scendere in attesa di un mezzo sostitutivo. È proprio in quel momento che Olga incontra Andrej.
Non sappiamo esattamente cosa l’uomo le abbia detto, ma una testimone racconta di aver visto i due allontanarsi insieme. Secondo la donna, Andrej teneva Olga per mano in modo piuttosto brusco, attirando la sua attenzione.
Agli occhi di chi osserva la scena senza conoscere il contesto, però, la situazione potrebbe sembrare completamente diversa: un adulto che accompagna una bambina, magari un padre che rimprovera la figlia o la porta via con sé.
La realtà è tragicamente diversa. Andrej conduce Olga in una zona isolata alla periferia della città. Lì la uccide con estrema violenza, infliggendo numerose ferite e provocando gravi mutilazioni.
Le indagini iniziano rapidamente, ma prendono quasi subito una direzione sbagliata. La famiglia di Olga riceve infatti una cartolina anonima indirizzata ai “genitori della bambina scomparsa”. Nel messaggio, l’autore sostiene che Olga non sia la prima vittima e che non sarà l’ultima. Indica anche un luogo dove cercare il corpo.
La firma è inquietante: “Il Sadico – Gatto Nero”.
La polizia sovietica e il KGB concentrano quindi gran parte delle proprie risorse sull’identificazione dell’autore della lettera. Vengono effettuate perizie calligrafiche e seguite diverse piste investigative, ma quella strada si rivela un vicolo cieco.
Il corpo di Olga viene ritrovato soltanto quattro mesi dopo.
Il tempo trascorso compromette gran parte delle prove biologiche, ma l’autopsia porta finalmente gli investigatori davanti a un elemento fondamentale. Le ferite e le mutilazioni presentano caratteristiche molto simili ad altri omicidi rimasti irrisolti. Per la prima volta emerge concretamente l’ipotesi che dietro quei delitti possa esserci un unico responsabile.
L’omicidio di Olga Stalmačenok rappresenta un momento decisivo per l’indagine. Per anni le autorità sovietiche avevano affrontato ogni delitto come un caso isolato, incapaci di individuare un collegamento tra vittime apparentemente diverse tra loro.
Ma quando gli investigatori iniziano a confrontare le modalità con cui vengono commessi gli omicidi, emerge finalmente uno schema.
Il 6 settembre 1983, l’investigatore Vladimir Kazakov, inviato dalla Procura di Mosca per verificare il lavoro svolto dalle autorità locali, decide di riunire formalmente il fascicolo relativo al caso di Olga con quello di altri cinque omicidi caratterizzati da elementi simili.
Per la prima volta viene presa seriamente in considerazione una possibilità fino a quel momento ignorata: quei delitti potrebbero non essere opera di persone diverse, ma di un unico assassino.
La costruzione dell’indagine sul cosiddetto Mostro di Rostov inizia quindi da un cambiamento radicale di prospettiva.
I singoli omicidi, osservati separatamente, sembravano episodi senza legami: vittime diverse, luoghi diversi e circostanze apparentemente casuali. Ma analizzati insieme rivelavano caratteristiche comuni. Le vittime venivano spesso avvicinate in luoghi pubblici come stazioni ferroviarie, fermate degli autobus o strade frequentate. L’assassino sembrava scegliere persone vulnerabili, spesso sole, che potevano essere convinte facilmente a seguirlo verso luoghi più isolati. Dopo la scomparsa, i corpi venivano ritrovati in aree poco frequentate: boschi, sentieri, zone vicino ai binari ferroviari o lungo il fiume.
Un altro elemento importante riguarda le numerose confessioni ottenute negli anni precedenti. Diversi sospettati avevano ammesso responsabilità per alcuni di quei delitti, ma Kazakov inizia a mettere in dubbio molte di quelle dichiarazioni. Secondo l’investigatore, alcune confessioni potevano essere state ottenute attraverso pressioni e metodi coercitivi utilizzati dalle autorità sovietiche durante gli interrogatori.
Questo porta a riconsiderare completamente il lavoro investigativo svolto fino a quel momento. La caccia al Mostro di Rostov diventa così una delle più grandi operazioni investigative mai organizzate nell’Unione Sovietica.
Ma individuare il responsabile non è semplice. Il problema principale è capire chi possa essere una persona capace di commettere crimini tanto estremi e, allo stesso tempo, continuare a vivere apparentemente una vita normale.
Per anni molti investigatori cercano un profilo preciso: immaginano un uomo emarginato, evidentemente disturbato, incapace di integrarsi nella società, magari già noto alle autorità per problemi psichiatrici o comportamenti violenti.
Ma la realtà è molto diversa.
L’assassino sembra infatti in grado di scegliere il momento giusto, individuare le proprie vittime, spostarsi liberamente tra diverse località e mantenere una facciata apparentemente normale. È proprio in questa fase che entra nell’indagine Aleksandr Buchanovskij, psichiatra e criminologo russo considerato uno dei pionieri della criminologia investigativa nell’area sovietica.
Il suo contributo si rivela fondamentale perché propone un modo completamente diverso di guardare al problema. Secondo Buchanovskij, l’errore principale da evitare è immaginare che un individuo capace di commettere violenze così estreme debba necessariamente apparire come un “mostro” anche nella vita quotidiana.
Al contrario, il responsabile potrebbe essere una persona completamente diversa dall’immagine tradizionale del criminale. Potrebbe trattarsi di un uomo di mezza età, istruito, sposato, con una famiglia, un lavoro stabile e una posizione apparentemente rispettabile nella società. Un individuo capace di mantenere una routine normale, parlare con gli altri senza destare sospetti e muoversi liberamente.
Ma dietro questa facciata, secondo il profilo elaborato dallo psichiatra, potrebbero nascondersi sentimenti profondi di inferiorità, frustrazione e difficoltà nella sfera sessuale.
Naturalmente, questa descrizione non permette ancora di identificare Andrej Čikatilo. Un uomo sposato con un lavoro regolare non è un elemento sufficiente per individuare un assassino tra migliaia di persone. Tuttavia, cambia completamente il modo in cui gli investigatori iniziano a osservare la lista dei sospettati.
Non cercano più soltanto un individuo evidentemente disturbato o socialmente emarginato. Cercano qualcuno capace di vivere una doppia vita. Un uomo che all’esterno possa sembrare perfettamente normale.
E proprio questa sarà una delle caratteristiche più inquietanti della storia di Andrej Čikatilo: per anni il Macellaio di Rostov riuscirà a nascondersi dietro l’immagine di un marito, un padre e un lavoratore rispettato.
Mentre gli investigatori cercano di dare un volto al responsabile della lunga serie di omicidi nella regione di Rostov, un elemento diventa sempre più evidente: l’assassino non agisce in modo casuale.
Dietro i delitti esiste una modalità precisa, un insieme di comportamenti che nel tempo permettono agli esperti di delineare il profilo del Mostro di Rostov. Uno degli aspetti più difficili da comprendere riguarda proprio la scelta delle vittime.
Andrej Čikatilo non segue infatti un’unica categoria. Nel corso della sua attività criminale colpisce bambine, bambini, adolescenti e donne adulte. L’età e il sesso non rappresentano quindi il vero elemento comune. Ciò che accomuna molte delle sue vittime è soprattutto una condizione di vulnerabilità.
Čikatilo cerca persone che si trovano sole, individui temporaneamente privi di protezione o che possono essere avvicinati senza attirare immediatamente l’attenzione. Per questo motivo tende a scegliere luoghi di passaggio come stazioni ferroviarie, fermate degli autobus o strade dove sia possibile iniziare una conversazione senza destare sospetti.
La sua capacità di adescamento non deriva da un particolare fascino personale. Non è un uomo carismatico o particolarmente brillante nei rapporti sociali. La sua strategia si basa soprattutto sulla capacità di apparire normale, rassicurante, una persona qualunque. Ed è proprio questa normalità apparente a renderlo così difficile da individuare.
L’arma più utilizzata da Čikatilo è il coltello. Non utilizza sempre lo stesso strumento, ma coltelli comuni, facilmente trasportabili e facilmente sostituibili. In alcuni casi porta con sé anche altri oggetti, come corde o lacci.
Le modalità degli omicidi possono variare, ma il filo conduttore rimane sempre lo stesso: la violenza non è finalizzata soltanto alla morte della vittima.
Secondo gli esperti, il delitto rappresenta per lui una sequenza nella quale il controllo, il dominio e la sofferenza assumono un ruolo centrale. L’aggressione supera infatti ampiamente ciò che sarebbe necessario per uccidere. La morte non è l’unico obiettivo. La violenza diventa parte di un rituale personale, attraverso il quale Andrej ricerca una gratificazione legata al potere assoluto sulla vittima.
Uno degli elementi più riconoscibili del suo comportamento sono le mutilazioni. Le scene del crimine presentano spesso ferite estremamente numerose e concentrate in particolare sul volto, sul torace, sull’addome e sulle zone genitali. Un’attenzione particolare viene riservata agli occhi delle vittime.
Su questo aspetto esiste una teoria legata a una vecchia superstizione secondo cui l’ultima immagine vista da una persona prima della morte potrebbe rimanere impressa nella retina. Secondo questa credenza, Čikatilo avrebbe creduto che gli occhi delle vittime potessero conservare il volto del loro assassino. Per questo motivo, in alcuni casi, avrebbe infierito proprio su questa parte del corpo.
Un altro elemento spesso associato al nome di Andrej Čikatilo è quello del cannibalismo. Il soprannome “cannibale” viene utilizzato frequentemente nei suoi confronti, ma è importante distinguere tra ciò che è documentato e ciò che è stato amplificato nel tempo. Non esistono infatti prove di un consumo sistematico di carne umana. Le fonti descrivono piuttosto episodi di morsi, manipolazioni del corpo delle vittime e comportamenti legati soprattutto alle zone intime.
Dopo gli omicidi, inoltre, non emergono alcuni comportamenti tipici osservati in altri serial killer. Čikatilo non sembra conservare sistematicamente trofei delle vittime, non lascia messaggi alla polizia e non costruisce una comunicazione diretta con gli investigatori.
La sua gratificazione sembra concentrarsi soprattutto sul momento dell’aggressione e sulla violenza esercitata sul corpo della vittima. Questo elemento rende ancora più complessa la sua individuazione. Non c’è un oggetto, un rituale pubblico o un segnale evidente che permetta di riconoscerlo.
C’è soltanto una serie di delitti estremamente violenti che, lentamente, iniziano a delineare il profilo di un assassino capace di nascondersi dietro una vita apparentemente ordinaria. E mentre gli investigatori cercano di capire chi possa essere quell’uomo, Andrej Čikatilo percepisce che qualcosa sta cambiando.
La pressione delle indagini aumenta. Le autorità sono sempre più vicine. E quella sensazione di essere osservato avrà un effetto devastante sul suo comportamento. Non lo fermerà. Al contrario, lo porterà verso una nuova escalation di violenza.
Con il passare degli anni, l’indagine sul Mostro di Rostov diventa sempre più complessa e strutturata. Anche se le informazioni che arrivano al pubblico sono limitate dalla segretezza tipica del sistema sovietico, Andrej Čikatilo inizia a percepire che qualcosa sta cambiando.
Non conosce tutti i dettagli dell’inchiesta, ma nota alcuni segnali. Vede un aumento della presenza della polizia nelle stazioni ferroviarie, nelle aree boschive e nei luoghi dove in passato aveva avvicinato alcune delle sue vittime.
Per la prima volta dopo anni, Andrej ha la sensazione di essere realmente vicino a essere scoperto. Questa pressione provoca in lui una reazione particolare. Invece di interrompere definitivamente i suoi crimini, sembra verificarsi una sorta di accelerazione della violenza.
Il 1984 diventa infatti l’anno più sanguinoso nella storia criminale di Čikatilo. In pochi mesi commette quindici omicidi, raggiungendo il punto più alto della sua attività criminale.
Nel frattempo, gli investigatori continuano a cercare un responsabile che sembra riuscire a muoversi senza lasciare una traccia definitiva.
Ma il 13 settembre 1984 qualcosa cambia.
Da settimane il tenente colonnello Aleksandr Zanasovskij sta conducendo una serie di appostamenti nei principali punti di transito della regione di Rostov. La sua strategia si basa su un principio investigativo semplice ma importante: un serial killer potrebbe tornare nei luoghi dove in passato ha trovato le proprie vittime o dove ha già sperimentato una sensazione di controllo.
Durante uno di questi appostamenti, alla stazione degli autobus di Rostov, Zanasovskij nota un uomo dall’aspetto assolutamente ordinario, ma dal comportamento insolito. Quell’uomo è Andrej Čikatilo. Nel giro di poco tempo cerca più volte di avvicinare diverse ragazze e donne sole, tentando di iniziare una conversazione con loro. I suoi tentativi però falliscono. Le donne rifiutano il contatto.
Per l’ispettore, però, non è la prima volta che quell’uomo attira la sua attenzione. Alcune settimane prima, infatti, lo aveva già fermato e identificato nello stesso luogo. In quell’occasione Čikatilo aveva raccontato con apparente tranquillità di essere un ex insegnante e di sentire semplicemente la mancanza del contatto con i giovani.
Una spiegazione che, alla luce degli eventi successivi, assume un significato inquietante. Quando Zanasovskij lo vede ripetere lo stesso comportamento, decide di seguirlo. Per diverse ore Andrej si sposta tra stazioni ferroviarie, fermate degli autobus, parchi e luoghi pubblici, apparentemente senza una meta precisa. Continua però a cercare occasioni per avvicinare nuove potenziali vittime.
Al termine del pedinamento, il 13 settembre 1984, l’ispettore decide di intervenire. Čikatilo viene fermato e sottoposto a perquisizione. Nella sua valigetta vengono trovati alcuni oggetti che attirano immediatamente l’attenzione degli investigatori: un coltello da cucina con una lama di circa venti centimetri, alcune corde e un barattolo di vaselina. Elementi che, considerando il contesto dell’indagine, appaiono estremamente sospetti.
Gli accertamenti sul passato di Andrej rendono il quadro ancora più inquietante. Zanasovskij scopre che quell’uomo era già stato interrogato anni prima per l’omicidio di Lena Zakotnova.
Approfondendo ulteriormente la sua storia, emerge anche che Čikatilo aveva lasciato il lavoro di insegnante dopo numerose accuse relative a comportamenti sessuali inappropriati nei confronti degli studenti.
Inoltre, gli investigatori notano altri elementi sospetti: il numero di scarpe compatibile con un’impronta rilevata in un altro caso e il fatto che Andrej abbia vissuto o lavorato in aree geografiche collegate a numerosi delitti.
Tutti questi elementi sembrano costruire un quadro estremamente compromettente. Ma c’è un problema. Si tratta soltanto di prove circostanziali. Sono indizi importanti, ma non sufficienti per sostenere un’accusa di omicidio. Per questo motivo gli investigatori decidono di concentrarsi sulle prove biologiche.
Durante alcune indagini precedenti erano state trovate tracce di liquido seminale appartenenti al presunto assassino. All’epoca non esisteva ancora il test del DNA e l’analisi disponibile era quella del gruppo sanguigno. Il campione era stato classificato come appartenente al gruppo AB.
Quando viene analizzato il sangue di Andrej, però, emerge un risultato diverso. Il suo gruppo sanguigno è A. Il dato sembra definitivo. Il profilo biologico del sospettato non coincide con quello del responsabile dei delitti.
Per questo motivo, nonostante tutti gli altri elementi contro di lui, Andrej Čikatilo viene rilasciato ed escluso formalmente dalle indagini. La caccia al Mostro di Rostov continua. E per la seconda volta, Andrej è riuscito a sfuggire.
Ma questa volta qualcosa è cambiato. È arrivato molto vicino all’arresto. Ha visto quanto gli investigatori siano vicini alla verità. E quella paura, almeno per un breve periodo, sembra spingerlo a fermarsi.
Dopo essere stato rilasciato nel 1984, Andrej Čikatilo torna libero.
Per gli investigatori, il caso sembra essersi nuovamente bloccato: tutti gli elementi che avevano portato a sospettarlo si sono rivelati insufficienti e il risultato dell’analisi biologica sembra averlo escluso definitivamente.
Ma ciò che nessuno sa è che quell’errore investigativo è dovuto a una particolarissima anomalia biologica.
Il gruppo sanguigno rilevato nel liquido seminale del killer non coincide con quello del sangue di Andrej semplicemente perché Čikatilo presenta una rara condizione chiamata fenotipo Bombay parziale.
In pratica, nel suo organismo sangue e liquido seminale possono presentare caratteristiche diverse nei test utilizzati all’epoca. Il suo sangue risulta infatti di gruppo A, mentre il liquido seminale viene classificato come AB, esattamente come quello del responsabile degli omicidi. Questa particolarità, però, verrà scoperta soltanto dopo il suo arresto definitivo.
Nel frattempo, dopo essere arrivato così vicino a essere identificato, Andrej cambia atteggiamento. Per la prima volta dopo molti anni sembra rendersi conto del rischio reale di essere scoperto. Sa di essere stato osservato, seguito e interrogato. Sa che gli investigatori sono arrivati molto più vicini a lui rispetto al passato.
Per questo motivo, durante la prima parte del 1985, interrompe completamente la propria attività criminale. Cerca di ricostruirsi una vita apparentemente normale.
Insieme alla moglie Fajina e ai figli si trasferisce nella vicina Novočerkassk, dove ottiene un nuovo lavoro come responsabile del reparto approvvigionamenti e logistica presso una fabbrica di locomotive elettriche.
Per alcuni mesi conduce una vita ordinaria. Un’esistenza apparentemente lontana da quella dell’uomo che per anni aveva terrorizzato la regione di Rostov. Ma la pausa non dura. Il bisogno di uccidere torna a prevalere.
Il 1° agosto 1985, durante uno spostamento legato al lavoro, Andrej incontra la diciottenne Natal’ja Poklistova. La ragazza si trova in una condizione di particolare vulnerabilità: ha un lieve deficit cognitivo e non ha una famiglia presente che possa proteggerla o cercarla immediatamente.
Čikatilo la conduce in una zona isolata. Lì la strangola e la colpisce con numerose coltellate.
Soltanto ventisei giorni dopo, il 27 agosto 1985, torna a colpire. La vittima è la diciottenne Irina Guljaeva, un’altra giovane donna che viene avvicinata nei pressi di una fermata dell’autobus. Ancora una volta il meccanismo è lo stesso: un incontro apparentemente casuale, l’avvicinamento, il trasferimento verso un luogo più isolato e poi la violenza.
Nel frattempo, le autorità sovietiche sono sottoposte a una pressione crescente. La popolazione chiede risposte e gli investigatori devono trovare il responsabile di una serie di delitti che sembra non avere fine. Ma il lavoro è estremamente complesso.
Gli strumenti investigativi dell’epoca sono molto diversi da quelli disponibili oggi. Non esistono database avanzati, analisi genetiche immediate o sistemi informatizzati per incrociare rapidamente migliaia di informazioni. Per ogni sospettato gli investigatori devono ricostruire manualmente una grande quantità di dati: dove si trovava nei giorni degli omicidi; eventuali precedenti penali; gruppo sanguigno; numero di scarpe; segnalazioni relative a comportamenti violenti o sessualmente devianti.
L’operazione assume dimensioni enormi.
Nel corso dell’indagine verranno controllate quasi 500.000 persone, circa un abitante su dieci dell’intera regione di Rostov. Ma nonostante gli sforzi, Andrej continua a rimanere libero. Gli anni passano. E arriva il 1990.
Dopo un altro periodo di inattività, durante il quale sembra nuovamente condurre una vita normale, Čikatilo riprende la sua attività criminale.
Le vittime identificate in questa ultima fase sono otto.
Tra loro c’è Svetlana Korostik, ventidue anni, il cui omicidio segnerà la fine della lunga scia di sangue del Mostro di Rostov. Il 6 novembre 1990, Andrej raggiunge una zona ferroviaria dove sa di poter incontrare persone sole.
Nonostante la presenza di controlli nell’area, riesce ad attirare Svetlana verso una zona boschiva. Lì la uccide seguendo ancora una volta il suo schema abituale: l’autopsia stabilirà che la giovane è morta a causa di numerose ferite da arma da taglio agli organi vitali e presenta mutilazioni compatibili con altri delitti attribuiti a Čikatilo.
Ma questa volta qualcosa va diversamente. Poco dopo l’omicidio, un dettaglio apparentemente insignificante porterà finalmente gli investigatori sulla strada giusta.
Dopo l’omicidio di Svetlana Korostik, avvenuto il 6 novembre 1990, per la prima volta gli investigatori hanno un elemento concreto che può collegare Andrej Čikatilo alla scena del crimine.
Nel pomeriggio dello stesso giorno, il giovane sergente Igor Rybakov, che si trova nei pressi della stazione ferroviaria dove Andrej aveva avvicinato Svetlana, nota un uomo uscire dalla zona boschiva.
L’uomo appare, almeno inizialmente, come una persona qualunque. Indossa un completo grigio, una cravatta e degli occhiali. Porta con sé una borsa e, a prima vista, potrebbe sembrare un normale cittadino di ritorno dalle proprie attività. Ma qualcosa non convince il sergente.
Quell’uomo appare diverso rispetto ai normali frequentatori della zona, come ad esempio le persone che si recano nei boschi per cercare funghi. Rybakov lo osserva e nota alcuni dettagli insoliti. L’uomo ha un dito fasciato, una macchia rossastra sul volto, alcune foglie sugli abiti e gli stivali sporchi di fango. Pochi minuti dopo si ferma vicino a un punto d’acqua e inizia a lavarsi.
La situazione appare sospetta, ma in quel momento non ci sono elementi sufficienti per un arresto. Il corpo di Svetlana non è ancora stato ritrovato. L’unica cosa che il sergente può fare è chiedergli i documenti e annotare il suo nome. Andrej Romanovič Čikatilo.
Dopo il turno, Rybakov redige un rapporto scritto descrivendo quanto accaduto. Quel documento contiene un’informazione fondamentale, ma rimane in attesa di essere analizzato. Nei giorni successivi infatti ricorre una festività importante: il 7 novembre, anniversario della Rivoluzione d’Ottobre.
Molti uffici rallentano la propria attività e il rapporto non viene immediatamente preso in considerazione. Un ritardo che rischia di compromettere ancora una volta l’indagine. Quando il 12 novembre il corpo di Svetlana viene finalmente ritrovato, però, gli investigatori fanno un collegamento decisivo.
L’autopsia stabilisce che la morte è avvenuta sei giorni prima. Esattamente il giorno in cui Čikatilo era stato visto uscire dal bosco. Per la prima volta, dopo anni di indagini e piste fallite, tutti gli elementi sembrano convergere verso una sola persona. Andrej Čikatilo.
Un uomo già noto agli investigatori, già sospettato in passato per l’omicidio di Lena Zakotnova e già allontanato dall’insegnamento dopo accuse di natura sessuale nei confronti degli studenti.
Questa volta, però, gli investigatori decidono di non commettere lo stesso errore del passato. Non lo arrestano immediatamente. La squadra sceglie invece di sorvegliarlo, nella speranza di raccogliere ulteriori prove o addirittura sorprenderlo mentre tenta di avvicinare una nuova vittima.
È una decisione rischiosa. Il pericolo che possa uccidere ancora è concreto.
Dopo giorni di osservazione, la mattina del 20 novembre 1990, gli investigatori decidono finalmente di intervenire. Alle 15:40, tre agenti in borghese raggiungono Andrej davanti a un bar e procedono al suo arresto. Dopo quasi dodici anni di omicidi, dopo una delle più grandi cacce all’uomo della storia sovietica, il Mostro di Rostov viene fermato.
Dopo l’arresto del 20 novembre 1990, Andrej Čikatilo viene sottoposto a una lunga valutazione psichiatrica per stabilire un aspetto fondamentale del procedimento giudiziario: se fosse capace di intendere e di volere.
La questione non riguarda semplicemente la presenza di eventuali disturbi psicologici.
Gli specialisti devono rispondere a una domanda precisa: Čikatilo era in grado di comprendere il significato delle proprie azioni e di scegliere consapevolmente se commettere o meno quei crimini?
Il 20 agosto 1991 viene trasferito all’Istituto Serbskij di Mosca, uno dei più importanti ospedali psichiatrici forensi dell’Unione Sovietica. Per circa due mesi un’équipe di specialisti analizza la sua personalità, il suo comportamento e il suo stato mentale. L’obiettivo è comprendere la struttura psicologica di un uomo accusato di decine di omicidi estremamente violenti.
Il quadro che emerge è complesso. Gli psichiatri individuano in Andrej una serie di caratteristiche patologiche: uno sviluppo psichico anomalo, tratti psicopatici, profonde distorsioni della sessualità e una forte componente sadica.
Secondo gli esperti, nella sua personalità convivono diversi elementi: una vulnerabilità biologica, una storia personale segnata da traumi, un rapporto problematico con la sessualità, una struttura caratteriale rigida e un’infanzia trascorsa tra fame, guerra, isolamento e umiliazioni.
Tuttavia, gli specialisti sottolineano un punto fondamentale. Non esiste una singola causa in grado di spiegare un comportamento criminale di questa portata.
Una possibile anomalia neurologica o un’infanzia difficile non trasformano automaticamente una persona in un assassino. La responsabilità individuale rimane un elemento centrale.
Secondo la valutazione psichiatrica, il nucleo principale della sua devianza è rappresentato dal sadismo. La gratificazione di Andrej non sembra essere legata soltanto all’atto sessuale, ma soprattutto al controllo totale sulla vittima, alla sofferenza provocata e alla sensazione di dominio. La violenza diventa progressivamente più estrema.
Ma anche questo non significa automaticamente incapacità mentale.
Gli psichiatri stabiliscono infatti che Čikatilo non è affetto da una condizione che gli impedisca di distinguere il bene dal male o la legalità dall’illegalità.
Non presenta una psicosi. Non è separato dalla realtà. Sa comprendere le conseguenze delle proprie azioni. Per questo motivo viene dichiarato imputabile e ritenuto in grado di affrontare un processo.
Questa conclusione diventa un elemento fondamentale per il procedimento giudiziario che sta per iniziare. Il 14 aprile 1992 si apre infatti il processo davanti al Tribunale regionale di Rostov.
L’Unione Sovietica è ormai scomparsa da pochi mesi, ma il sistema giudiziario russo conserva ancora molte caratteristiche del passato. A differenza dei sistemi basati sulla giuria popolare, a decidere non è un gruppo di cittadini chiamati a valutare il caso, ma un collegio formato da un giudice affiancato da due assessori popolari.
Andrej Čikatilo è imputato per 53 omicidi e per cinque aggressioni sessuali commesse contro minori durante il periodo in cui lavorava come insegnante. Nonostante dopo l’arresto abbia iniziato a collaborare con gli investigatori e abbia reso numerose confessioni, il tribunale deve comunque analizzare ogni singolo episodio.
Ogni omicidio deve essere valutato individualmente. Ogni prova deve essere verificata. Questo perché, nel corso del procedimento, Čikatilo inizia anche a ritrattare alcune delle dichiarazioni rese in precedenza.
Il processo diventa rapidamente uno dei primi grandi eventi mediatici della Russia post-sovietica. L’interesse pubblico è enorme.
Dentro l’aula Andrej viene rinchiuso in una gabbia metallica, una misura adottata non soltanto per impedirne una possibile fuga, ma soprattutto per proteggerlo dalla rabbia dei familiari delle vittime e delle persone che si radunano dentro e fuori dal tribunale.
Molti chiedono giustizia. Alcuni vorrebbero aggredirlo. Per i familiari delle vittime, però, il processo rappresenta soprattutto un nuovo trauma.
Durante le udienze sono costretti ad ascoltare la ricostruzione degli ultimi momenti vissuti dai loro cari, dettagli estremamente dolorosi che riportano davanti ai loro occhi anni di sofferenza.
Alcuni riescono a testimoniare. Altri non riescono nemmeno a terminare la propria deposizione. La violenza dei racconti è tale che persino alcune guardie presenti in aula fanno fatica a sopportare l’ascolto e arrivano a sentirsi male.
Nel frattempo, il comportamento di Andrej durante il processo sorprende tutti. In alcuni momenti appare lucido e dimostra una memoria estremamente precisa, ricordando dettagli di episodi avvenuti molti anni prima. In altri momenti, invece, interrompe il giudice, urla, canta, pronuncia discorsi politici e sostiene di essere vittima di un complotto.
Una condotta apparentemente contraddittoria che porta il tribunale a richiedere una nuova valutazione psichiatrica.
Dopo gli ulteriori accertamenti, gli psichiatri ribadiscono la conclusione precedente: Čikatilo presenta gravi anomalie psichiche, ma queste non compromettono la sua capacità di comprendere la realtà e di controllare le proprie azioni. Per questo viene nuovamente dichiarato responsabile penalmente dei propri crimini.
La difesa prova comunque a contestare questa valutazione, sostenendo che un individuo capace di commettere violenze di tale brutalità non possa essere considerato pienamente responsabile delle proprie azioni. Ma il tribunale non accoglie questa tesi.
Il 14 ottobre 1992, dopo mesi di udienze, arriva la sentenza. Andrej Čikatilo viene riconosciuto colpevole di 52 dei 53 omicidi contestati e delle cinque aggressioni sessuali commesse durante il periodo in cui lavorava come insegnante.
Il giorno successivo, il giudice pronuncia la condanna definitiva: la pena di morte. La decisione viene motivata dalla gravità dei crimini commessi e dalla loro estrema brutalità. Dopo la sentenza, Andrej viene trasferito nel braccio della morte del carcere di Novočerkassk.
Anche durante gli ultimi mesi della sua vita continua a sostenere la propria versione dei fatti. Scrive, rilascia interviste e in alcuni momenti afferma di essere stato incastrato.
Quando gli viene chiesto se provi rimorso per ciò che ha fatto, pronuncia una frase destinata a rimanere impressa: «Non so di che cosa dovrei pentirmi».
Nel frattempo, il suo caso arriva anche davanti agli organi giudiziari superiori. Nel 1993 la Corte Suprema russa respinge il ricorso contro la condanna. Successivamente viene presentata una richiesta di grazia al presidente, ma anche questa viene respinta il 4 gennaio 1994.
La fine arriva poche settimane dopo. Il 14 febbraio 1994, Andrej Romanovič Čikatilo viene condotto fuori dalla sua cella e giustiziato con un colpo di pistola alla nuca.
Dopo quasi dodici anni di omicidi, dopo una lunga indagine segnata da errori, false piste e occasioni mancate, il capitolo giudiziario del Macellaio di Rostov si conclude.
Ma la sua storia lascia dietro di sé una delle eredità più oscure della criminologia moderna. Non soltanto per il numero delle vittime o per la brutalità dei delitti. Ma anche per la capacità di un uomo di mantenere per anni una facciata apparentemente normale mentre, parallelamente, conduceva una vita completamente diversa.
Un marito. Un padre. Un lavoratore rispettato. E allo stesso tempo uno dei serial killer più prolifici e feroci della storia.
Dopo la sua morte, però, resta un’altra storia da raccontare: quella delle persone che gli sono rimaste accanto e che, per anni, hanno vissuto inconsapevolmente vicino a una verità terribile. La famiglia di Andrej.
Dopo l’arresto e la condanna di Andrej Čikatilo, anche la sua famiglia viene inevitabilmente travolta dalle conseguenze della verità emersa. Per anni la moglie Fajina e i figli avevano vissuto accanto a un uomo che, almeno all’apparenza, conduceva una vita normale.
Nessuno, all’interno della famiglia, sembrava conoscere la reale dimensione della sua attività criminale. Dopo l’arresto, Fajina collabora con gli investigatori nella fase iniziale delle indagini e fornisce informazioni utili per ricostruire la vita del marito.
Tuttavia, dopo averlo incontrato una sola volta successivamente all’arresto, decide progressivamente di allontanarsi dalla vita pubblica. Prima del processo cambia nome e lascia la regione di Rostov. La scelta è legata anche al timore che la rabbia dei familiari delle vittime possa riversarsi su di lei e sui suoi figli.
La famiglia Čikatilo diventa infatti una delle tante vittime indirette di una vicenda criminale che ha segnato profondamente la società sovietica e poi russa. Fajina continuerà a sostenere di non aver mai saputo cosa facesse realmente il marito.
Afferma di non essersi mai accorta della sua doppia vita e di non aver mai immaginato che dietro l’uomo con cui aveva condiviso decenni di matrimonio potesse nascondersi un assassino seriale. Una delle domande che accompagna ancora oggi la storia del Macellaio di Rostov riguarda proprio questa contraddizione.
Come è possibile che una persona capace di commettere crimini così estremi sia riuscita per anni a mantenere una vita apparentemente ordinaria?
Come può un individuo essere percepito come un marito e un padre presente, mentre contemporaneamente porta avanti una realtà completamente opposta?
La vicenda di Andrej Čikatilo mostra uno degli aspetti più complessi della criminologia: il fatto che la pericolosità di una persona non sia sempre visibile dall’esterno.
Non esiste un’immagine unica del criminale. Non sempre chi commette crimini terribili appare diverso, isolato o immediatamente riconoscibile. A volte la violenza può nascondersi dietro una quotidianità apparentemente normale.
La storia del Macellaio di Rostov rimane ancora oggi una delle pagine più oscure della cronaca criminale internazionale.
Una storia segnata dalle vite delle sue vittime, dagli errori investigativi che permisero a Čikatilo di rimanere libero per anni e dalla difficoltà di individuare un uomo capace di costruire una distanza enorme tra ciò che mostrava al mondo e ciò che realmente era.
Perché il contrasto tra essere e apparire, quello stesso conflitto da cui siamo partiti, rappresenta forse l’elemento più inquietante di questa vicenda.