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IL MOSTRO DI UDINE

Indice

Un cold case lungo quasi vent’anni

Tra il 1971 e il 1989, nella provincia di Udine, una serie di donne venne trovata senza vita in circostanze estremamente violente. Alcune erano giovani donne che si prostituivano lungo le strade della periferia friulana, altre sembravano non avere alcun legame diretto con quel contesto. All’inizio, i casi furono trattati come episodi separati: delitti diversi, vittime diverse, luoghi e dinamiche apparentemente non sovrapponibili. Con il passare degli anni, però, cominciò ad emergere un dubbio sempre più inquietante. Dietro quegli omicidi poteva esserci la stessa mano?

A colpire gli investigatori fu soprattutto un dettaglio ricorrente, una sorta di firma lasciata su alcuni corpi: un’incisione profonda sul ventre, eseguita con estrema precisione, come se l’autore sapesse esattamente dove intervenire. Un particolare così insolito da far ipotizzare conoscenze anatomiche, forse persino mediche, o comunque una particolare familiarità con strumenti affilati. Negli anni, la stampa avrebbe dato a quel presunto assassino un nome destinato a rimanere nella memoria della cronaca italiana: il Mostro di Udine.

Ancora oggi, però, nessuno sa con certezza chi fosse. E non è nemmeno certo che si trattasse davvero di una sola persona. Il caso del Mostro di Udine rimane infatti uno dei cold case più complessi e controversi del nostro Paese: una storia fatta di vittime spesso dimenticate, indagini frammentate, sospetti mai confermati, piste lasciate cadere e domande rimaste senza risposta per oltre quarant’anni.

Il ritrovamento di Marina Lepre lungo il torrente Torre

È il 25 febbraio 1989 quando un uomo, mentre sta facendo jogging lungo le rive del torrente Torre, nella periferia di Udine, in località San Bernardo, nota qualcosa a terra. Si avvicina e capisce immediatamente che non si tratta di un rifiuto abbandonato né di un oggetto trascinato dalla pioggia. Davanti a lui c’è il cadavere di una donna.

Il corpo è parzialmente coperto da rifiuti, circondato da spazzatura e cumuli di calcinacci. È riverso quasi in posizione prona, adagiato sul lato sinistro. La donna indossa un vestito a fantasia floreale e un golfino giallo; le calze e gli slip sono abbassati. La scena appare subito compatibile con un’aggressione brutale. La vittima è stata sgozzata con un’arma appuntita e presenta sul corpo un segno destinato a diventare centrale nell’intera inchiesta: una profonda incisione a forma di S, che parte dal seno e arriva fino al pube, girando attorno all’ombelico senza attraversarlo.

È un dettaglio che colpisce gli investigatori per la sua precisione. Non sembra un taglio casuale, né il gesto disordinato di un’aggressione nata all’improvviso. Sembra piuttosto un’incisione eseguita con metodo, con una freddezza che apre da subito scenari inquietanti.

La donna non ha con sé documenti. All’inizio, dunque, non è possibile identificarla. Ma i Carabinieri notano un particolare apparentemente secondario: sul mento ha un cerotto, applicato in un modo che sembra riconducibile a una medicazione ospedaliera. È proprio quel dettaglio a permettere agli investigatori di risalire alla sua identità. Recandosi in ospedale e chiedendo informazioni, scoprono che la vittima si chiama Marina Lepre.

Marina ha 40 anni, è originaria di Comeglians, in provincia di Udine, e vive insieme alla figlia, Fedra. È una donna laureata, proviene da una famiglia borghese e lavora come insegnante di scuola elementare. Non appartiene al contesto della prostituzione, che invece ricorrerà in altri delitti collegati o presunti tali. Marina non vive ai margini, ma attraversa una fase personale molto fragile: soffre di una forte depressione e ha sviluppato una grave dipendenza dall’alcol. Da cinque anni convive con il compagno, Giancarlo Gusola, che racconterà agli investigatori di una donna spesso segnata dall’alcol e da un carattere talvolta conflittuale.

Quel taglio sul mento, coperto dal cerotto che consentirà di identificarla, Marina se lo era procurato appena cinque giorni prima della morte, durante una rissa. Un dettaglio tragicamente decisivo: una piccola ferita, nata da un episodio precedente, diventa il primo filo concreto per restituire un nome a un corpo abbandonato tra i rifiuti.

Le ultime ore di Marina Lepre

Il giorno della sua morte, 25 febbraio 1989, Marina Lepre va dal parrucchiere e si fa tagliare i capelli a caschetto. È un dettaglio semplice, quasi ordinario, che contrasta in modo netto con ciò che accadrà nelle ore successive. Nel pomeriggio, intorno alle 17, Marina fa l’autostop, un’abitudine che aveva già avuto in altre occasioni e che, di per sé, non appare quindi insolita. Qualcuno le offre un passaggio, ma l’identità di quella persona non verrà mai chiarita. Un’ora dopo, Marina entra in ospedale in uno stato di fortissima agitazione.

Ai medici dice di temere che il suo compagno, Giancarlo Gusola, sia stato ucciso. Chiede dove si trovi, insiste, appare confusa e spaventata. Il personale sanitario capisce che Marina è ubriaca, cerca di tranquillizzarla e le spiega che Giancarlo non è lì, non è stato ricoverato. A quel punto lei lascia l’ospedale. Da quel momento, la sua serata diventa una sequenza di avvistamenti frammentari, dichiarazioni inquietanti e passaggi mai completamente ricostruiti.

Più tardi Marina raggiunge un bar. Anche lì, però, la situazione degenera. La titolare le chiede di andarsene perché la donna è già alterata dall’alcol e sta discutendo con alcuni clienti. Secondo le testimonianze, avrebbe avuto da ridire anche con dei militari presenti all’esterno del locale. Proprio quei militari sentiranno Marina pronunciare una frase destinata a diventare uno degli elementi più angoscianti dell’intero caso: “Lo sai che quando esco da qui mi ammazzano?”.

È una frase difficile da ignorare. Può essere stata pronunciata in un momento di confusione, paura o alterazione. Ma resta il fatto che, poche ore dopo, Marina verrà davvero uccisa. Dopo l’uscita dal bar, non si sa con certezza cosa le accada. Un tassista riferirà di averla vista attraversare la strada sotto il diluvio, barcollante e completamente fradicia. Altri testimoni diranno di averla notata mentre camminava sotto la pioggia lungo la strada che da Udine porta a Cividale. Poi, secondo alcune ricostruzioni, sarebbe salita su una Fiat 124 scura. Da quel momento, di Marina Lepre non si saprà più nulla fino al ritrovamento del suo corpo.

L’ipotesi degli inquirenti è che Marina abbia accettato un passaggio da qualcuno. E che proprio quella persona, approfittando della sua vulnerabilità, l’abbia portata in un luogo isolato per poi ucciderla.

I primi sospetti e la testimonianza ignorata

Le indagini sull’omicidio di Marina Lepre si avviano subito e, come spesso accade nei casi di morte violenta, i primi accertamenti si concentrano sulle persone più vicine alla vittima. Tra queste c’è il compagno, Giancarlo Gusola. È lui, inizialmente, a finire sotto l’attenzione degli inquirenti. Ma la pista si indebolisce rapidamente: Giancarlo ha un alibi solido, perché il giorno dell’omicidio si trovava in un locale pubblico ed era stato visto da numerosi testimoni. Inoltre, secondo quanto emerge, la relazione tra i due procedeva senza elementi tali da far ipotizzare un movente concreto. Per questo motivo viene escluso dalle indagini.

Nei giorni successivi, però, una donna decide di presentarsi in Questura. Si chiama Lara Cantier e racconta un episodio avvenuto la sera del 18 febbraio 1989, circa una settimana prima della morte di Marina. Secondo la sua testimonianza, quella sera avrebbe visto Marina camminare per strada insieme a un uomo dai capelli scuri. L’uomo, però, non si sarebbe limitato ad accompagnarla. Lara riferisce un comportamento estremamente aggressivo: più volte avrebbe tentato di spingere Marina verso le auto in transito, come se volesse farla investire.

È un racconto grave, potenzialmente rilevante. Un uomo violento, visto in compagnia della vittima pochi giorni prima dell’omicidio, mentre compie gesti che sembrano quasi un tentativo di provocarne la morte. Eppure, per ragioni che resteranno poco chiare, questa pista non viene approfondita come avrebbe forse meritato. Il suo peso emergerà solo molti anni dopo, quando il caso tornerà all’attenzione pubblica e quella figura verrà indicata come possibile “Signor X”.

Intanto, nelle ore immediatamente successive al ritrovamento del corpo, accade qualcosa che cambia l’intera direzione dell’inchiesta. La sera stessa del ritrovamento di Marina, il carabiniere Edi Sanson decide di tornare sul luogo in cui il cadavere è stato scoperto. Non sono passate nemmeno ventiquattro ore. La notizia non è ancora stata resa pubblica. Eppure, vicino a quel punto preciso, Sanson nota un’auto ferma: un Maggiolone verde. A bordo c’è un uomo di circa sessant’anni. La sua presenza, in quel luogo e in quel momento, appare subito difficile da spiegare.

Il chirurgo fermato vicino al luogo del delitto

Quando il carabiniere Edi Sanson vede quel Maggiolone verde fermo nei pressi del luogo in cui è stato trovato il corpo di Marina Lepre, avverte subito che qualcosa non torna. Sono circa le 17:30 del giorno del ritrovamento. Nessuno, fuori dagli investigatori, dovrebbe sapere che proprio lì è stato scoperto un cadavere. L’uomo seduto a bordo dell’auto ha circa sessant’anni. Sanson si avvicina, gli chiede i documenti e, leggendo la carta d’identità, nota un dettaglio che rende quella presenza ancora più inquietante: quell’uomo è un chirurgo.

Il particolare non è secondario. Sul corpo di Marina, infatti, è stata trovata una incisione profonda, precisa, apparentemente compatibile con una mano abituata a strumenti affilati e a conoscenze anatomiche. A rendere la situazione ancora più sospetta ci sono alcune macchie sul tettuccio dell’auto, che a un primo sguardo sembrano sangue. Sanson e il collega decidono di non intervenire apertamente. Fingono di allontanarsi, spengono i fari e iniziano a seguire la vettura a distanza.

Il chirurgo imbocca alcune stradine sterrate di campagna, fino a fermarsi vicino al sagrato di una chiesetta abbandonata. A quel punto scende dall’auto, si inginocchia a terra e comincia a pronunciare frasi incomprensibili. Sembrano preghiere, o una sorta di cantilena. Secondo alcune ricostruzioni, riportate anche in servizi dedicati al caso, l’uomo avrebbe chiesto perdono, rivolgendosi a Dio.

Di fronte a una scena tanto anomala, Sanson chiede l’intervento di una pattuglia di supporto. Il chirurgo viene accompagnato in caserma per ulteriori controlli. Durante l’interrogatorio si mostra inizialmente disponibile. Racconta di preferire la campagna alla città, sostiene di essersi trovato lì di passaggio dopo aver bevuto un bicchiere di vino e aggiunge di essersi fermato in un locale per mangiare qualcosa. Ma quando Sanson cerca il numero del locale per verificare la sua versione, il medico cambia improvvisamente racconto: spiega che in realtà aveva solo intenzione di entrare, ma non lo aveva fatto davvero.

Poi gli investigatori gli chiedono se, il giorno della morte di Marina, abbia dato un passaggio a qualcuno. Non gli viene nominata Marina Lepre, né viene specificato il sesso della persona. La domanda è generica. Eppure, lui risponde subito, in modo netto, dicendo che non frequenta donne, che non si accompagna alle donne. Una risposta sproporzionata, che colpisce Sanson. Quando gli viene mostrata una fotografia di Marina, il chirurgo non la guarda nemmeno e ripete, nervosamente, di non avere mai rapporti con donne. Da quel momento si chiude progressivamente nel silenzio e smette di collaborare. Gli elementi sono numerosi, le stranezze anche. Ma non ci sono prove sufficienti per incriminarlo.

La casa del chirurgo e il fratello avvocato

Dopo il fermo del chirurgo, gli investigatori decidono di approfondire il suo profilo e si presentano presso la sua abitazione. Non hanno un mandato, quindi non possono procedere con una vera perquisizione. A rendere la scena ancora più particolare è il fatto che ad aprire la porta non sia il medico, ma il fratello: un uomo che si presenta come avvocato e che appare subito come una figura eccentrica, teatrale, quasi fuori dal tempo.

Secondo il racconto dei carabinieri, l’uomo indossa una lunga vestaglia decorata con cordoni e pendagli dorati, un abbigliamento che sembra appartenere a un’altra epoca. Alla vista dei militari reagisce in modo duro, mettendoli immediatamente in difficoltà. Chiede se siano in possesso di un mandato, e il punto è proprio questo: il mandato non c’è. Il colonnello presente sul posto gli spiega allora che il fratello chirurgo è stato trovato a vagare nei pressi del luogo del delitto di Marina Lepre, motivo per cui gli investigatori vogliono capire qualcosa di più.

L’avvocato consente loro di entrare solo in parte, praticamente fino all’uscio. Non si tratta di una perquisizione formale, ma quel poco che i carabinieri riescono a vedere è sufficiente a colpirli. La casa appare in condizioni di profondo degrado: piatti sporchi, muffa, polvere, ragnatele, oggetti alla rinfusa. Un ambiente disordinato, trascurato, segnato da un disagio evidente. Senza un mandato, però, gli investigatori sono costretti ad andarsene.

A quel punto iniziano a scavare nella vita del chirurgo. Il suo nome non verrà mai divulgato ufficialmente nelle ricostruzioni pubbliche del caso, nei documentari e nei podcast dedicati alla vicenda. Per questo, ancora oggi, viene spesso indicato semplicemente come “il chirurgo”. Lui e il fratello appartengono a una delle famiglie più conosciute e benestanti di Udine. I genitori avevano tre figli e, per ciascuno, immaginavano un futuro prestigioso: uno medico, uno avvocato, uno ingegnere.

In gioventù, il chirurgo era considerato una persona brillante. Aveva una carriera promettente, si era specializzato in ginecologia e ostetricia, praticava tennis ad alti livelli e sembrava destinato a una vita piena di possibilità. Poi, secondo la ricostruzione degli investigatori, qualcosa si sarebbe spezzato. Prima una dolorosa delusione sentimentale: il medico si sarebbe innamorato di una ragazza che lo avrebbe lasciato, forse tradendolo proprio con il fratello avvocato. Una versione non confermata in modo definitivo, ma ritenuta dagli inquirenti uno dei primi eventi capaci di incrinare il suo equilibrio psicologico.

A quella ferita privata si sarebbe aggiunto un trauma ancora più devastante. Durante una gita familiare, il terzo fratello, l’ingegnere, scivola in un lago ghiacciato e muore annegando nelle acque gelide. Il chirurgo avrebbe tentato disperatamente di salvarlo, mentre il fratello maggiore, l’avvocato, sarebbe rimasto immobile, senza intervenire. Anche questo episodio, nella ricostruzione degli investigatori, diventa una frattura profonda nella vita del medico. Una frattura che precede il suo crollo psichico, la lettera alla madre in cui manifesta l’intenzione di togliersi la vita e il successivo ricovero nel manicomio di Udine.

Il ricovero in manicomio e il crollo psicologico

Quando il chirurgo viene ricoverato nel manicomio di Udine, la sua condizione appare già molto compromessa. Secondo le ricostruzioni, scivola progressivamente in uno stato di confusione mentale profonda, fino a non riuscire più a comprendere con lucidità ciò che accade attorno a lui. I medici ipotizzano inizialmente una forma di schizofrenia, diagnosi che nel tempo verrà definita come “schizofrenia cronica con tratti paranoidi”. Per contenere le sue crisi più violente e gli stati di agitazione, vengono utilizzati trattamenti invasivi, tra cui elettroshock e coma insulinici, praticati con il consenso della madre e del fratello.

Per comprendere il peso di questo passaggio, è necessario ricordare il contesto in cui avvengono quei ricoveri. Negli anni Sessanta e Settanta, molti manicomi italiani erano luoghi di profonda disumanizzazione, dove i diritti dei pazienti erano spesso quasi inesistenti. Non tutti gli istituti erano uguali, ma numerose testimonianze raccontano strutture in cui le persone ricoverate venivano legate ai letti per ore, giorni o settimane, con cinghie ai polsi e alle caviglie o con camicie di forza. Non sempre si trattava di misure di emergenza: spesso diventavano strumenti ordinari di gestione del reparto.

Le conseguenze erano devastanti: piaghe, atrofia muscolare, traumi fisici e psicologici. I pazienti considerati più difficili venivano isolati in stanze vuote, talvolta per giorni, in condizioni igieniche precarie. Con l’arrivo dei farmaci psichiatrici, in molti istituti si ricorreva a dosi massicce di tranquillanti e antipsicotici non sempre per curare, ma per rendere i pazienti più facili da controllare. Meno si muovevano, meno parlavano, meno “problemi” creavano. In alcune strutture, inoltre, erano documentati maltrattamenti fisici, umiliazioni, minacce e violenze rese possibili da un sistema chiuso, poco controllato e difficilissimo da denunciare.

Anche l’elettroshock, terapia ancora oggi utilizzata in ambito medico in casi specifici e con procedure controllate, all’epoca veniva spesso praticato in condizioni molto diverse: senza anestesia, senza rilassanti muscolari, su pazienti terrorizzati, con convulsioni così violente da provocare fratture, lussazioni e lesioni. In questo contesto, il ricovero del chirurgo non rappresenta solo un passaggio biografico, ma un elemento che aiuta a comprendere la complessità della sua storia personale e il progressivo deterioramento del suo equilibrio psichico.

Le donne nei manicomi e il peso dello stigma

Uno degli aspetti più inquietanti di quel sistema riguarda il destino di molte donne ricoverate. In quegli anni, non finivano in manicomio soltanto persone affette da gravi disturbi psichiatrici. Spesso bastava essere considerate “scomode”, non conformi al ruolo imposto dalla famiglia o dalla società. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta molte donne venivano internate con diagnosi oggi considerate violente e stigmatizzanti: “ninfomania”, “eccitazione”, “malinconia”, perfino definizioni legate a presunte forme di immoralità.

Dietro quelle etichette c’erano spesso donne che avevano avuto relazioni ritenute scandalose, madri di figli avuti da uomini diversi, mogli che si ribellavano a mariti violenti, giovani che fuggivano da contesti familiari oppressivi, oppure donne segnate da depressione post-partum, abusi, povertà e isolamento. Invece di ricevere aiuto, venivano allontanate dalla società e rinchiuse. Una volta entrate, molte restavano marchiate per sempre. Fragili, sole, vulnerabili, diventavano anche facili vittime di abusi, compresi abusi sessuali, in un sistema in cui la loro parola aveva pochissimo valore proprio a causa della diagnosi ricevuta.

In Italia, la denuncia di queste condizioni porterà al movimento guidato dallo psichiatra Franco Basaglia e alla Legge 180 del 1978, che avvierà la chiusura dei manicomi italiani. Una frase spesso associata al pensiero di Basaglia riassume la disumanizzazione di quel sistema: “Il malato mentale entrava in manicomio come una persona e ne usciva come un oggetto”.

Tornando al chirurgo, nonostante i ricoveri e lo stato mentale debilitato, l’uomo riesce più volte a fuggire dalle strutture psichiatriche. Quando accade, si rifugia spesso nelle campagne attorno a Udine, che diventano una sorta di seconda casa. Nel tempo compaiono comportamenti sempre più ossessivi: trascorre ore a lavarsi, come se l’acqua rappresentasse per lui una forma di purificazione. A quanto emerge, senza prima essersi lavato non riuscirebbe nemmeno a mangiare. Parallelamente cresce anche una forte ossessione religiosa: giornate intere trascorse recitando litanie e preghiere dedicate alla Madonna. Elementi che, anni dopo, verranno riletti dagli investigatori alla luce delle incisioni trovate sui corpi e dell’ipotesi di un delitto carico di significati rituali.

L’alibi del fratello e i dubbi degli investigatori

Dopo la visita dei carabinieri nell’abitazione dei due fratelli, è proprio il fratello del chirurgo, l’uomo che si presenta come avvocato, a decidere di recarsi spontaneamente dai militari. Il suo obiettivo è chiaro: difendere la posizione del medico e fornire una versione dei fatti che possa allontanarlo dall’omicidio di Marina Lepre. Racconta che la sera del delitto il fratello era rimasto nella propria stanza a guardare il film Per qualche dollaro in più. Aggiunge poi un elemento ancora più netto: il chirurgo, secondo lui, non guidava mai, quindi non avrebbe potuto uscire da solo e raggiungere il luogo in cui Marina venne uccisa.

Ma questa affermazione entra subito in contraddizione con ciò che i carabinieri hanno visto con i propri occhi. Il chirurgo, infatti, era stato fermato proprio mentre si trovava alla guida del Maggiolone verde, nei pressi del luogo del ritrovamento del corpo. Quando gli investigatori fanno notare l’incongruenza, il fratello corregge la propria versione: non voleva dire che il chirurgo non guidasse mai, ma che non guidava quasi mai. Una precisazione che non elimina i dubbi. Anzi, li rafforza. Perché in un’indagine già piena di elementi anomali, anche una piccola correzione può assumere un peso importante.

L’alibi fornito dal fratello resta comunque un ostacolo. Per quanto la situazione appaia fumosa, le autorità non dispongono ancora di prove concrete. Non basta il comportamento sospetto vicino alla chiesetta, non bastano le risposte contraddittorie in caserma, non basta neppure la professione medica dell’uomo. Servono riscontri, elementi verificabili, collegamenti materiali. E in quel momento non ci sono.

A non darsi pace, però, è Edi Sanson. Il carabiniere è convinto che l’assassino di Marina Lepre, chiunque sia, non abbia colpito per la prima volta. L’incisione sul corpo della donna, la precisione dei tagli, la struttura stessa dell’aggressione gli sembrano troppo particolari per essere il frutto di un delitto isolato. Così, durante i turni notturni, quando il lavoro in caserma è più silenzioso, Sanson comincia a sfogliare i fascicoli conservati negli archivi. Cerca omicidi irrisolti, casi dimenticati, vittime che possano avere qualcosa in comune con Marina. Ed è così che si imbatte in tre nomi destinati a diventare centrali nella vicenda: Maria Carla Bellone, Luana Giamporcaro e Aurelia Januszewicz.

Maria Carla Bellone, il primo delitto con la firma

Il primo fascicolo che richiama con forza l’attenzione di Edi Sanson è quello di Maria Carla Bellone. Maria Carla ha appena 19 anni quando viene trovata senza vita, il 19 febbraio 1980, nove anni prima dell’omicidio di Marina Lepre. La sua storia personale è segnata da una fragilità profonda: tossicodipendenza, prostituzione secondo la ricostruzione degli inquirenti, e una situazione familiare estremamente difficile. A soli sedici anni era già stata fermata per detenzione e spaccio di sostanze, ma dietro quella vita spezzata c’era un contesto domestico carico di tensioni, violenze e paura.

La madre aveva problemi di alcolismo, mentre il padre reagiva con rabbia e aggressività, alimentando in casa un clima costante di conflitto. Maria Carla, per proteggere se stessa e i suoi fratelli, aveva preso l’abitudine di alzare il volume della musica al massimo, nel tentativo di coprire le urla dei genitori. Crescendo, però, aveva cercato rifugio nell’eroina, che in quegli anni colpiva duramente Udine e molte aree del Nord Italia. Era una vera emergenza sociale, capace di travolgere soprattutto i più giovani. Molti, per procurarsi la droga, finivano in situazioni di marginalità estrema, compresa la prostituzione.

Gli investigatori ritengono che Maria Carla, il giorno in cui venne uccisa, fosse in strada per prostituirsi. La famiglia, però, ha sempre respinto con decisione questa ipotesi, sostenendo che negli ultimi tempi la ragazza stesse cercando di uscire dalla dipendenza e che riuscisse a mantenersi in altri modi. Un elemento sembra sostenere almeno in parte questa versione: gli esami tossicologici post mortem non rilevano tracce di eroina né di altre droghe.

Il corpo di Maria Carla viene trovato nella periferia più isolata di Udine. È supino, con la gola tagliata e diverse ferite da arma da taglio. Ma il dettaglio decisivo è sul ventre: un’incisione a forma di S, che parte dal petto e arriva fino alla zona vaginale. È un segno molto simile a quello che, anni dopo, verrà trovato sul corpo di Marina Lepre. Maria Carla era stata vista viva per l’ultima volta tra il 15 e il 16 febbraio 1980, intorno alle tre di notte, in via Leopardi, mentre saliva a bordo di una Mercedes chiara, probabilmente l’auto di un cliente.

Le indagini si concentrano sul mondo della droga e della prostituzione, ma è un terreno difficilissimo da esplorare. Una donna che si prostituisce può aver incontrato molte persone nelle ore precedenti alla morte, e non tutte sono rintracciabili. Inoltre, eventuali tracce biologiche non appartengono necessariamente all’assassino. Vicino al corpo viene trovato anche uno spinello, che oggi potrebbe rappresentare un reperto cruciale per l’analisi del DNA. All’epoca, però, la genetica forense è ancora lontana dall’essere uno strumento investigativo ordinario. Quel reperto viene comunque raccolto e conservato nei fascicoli della Procura, in attesa di un futuro che allora nessuno può davvero immaginare.

Luana Giamporcaro e Aurelia Januszewicz, due corpi segnati dagli stessi tagli

Il secondo delitto individuato da Edi Sanson nei vecchi fascicoli è quello di Luana Giamporcaro, uccisa il 24 gennaio 1983, quasi tre anni dopo Maria Carla Bellone. Luana ha 22 anni, vive una condizione di estrema precarietà e si prostituisce. Dopo essere scappata di casa, trascorre spesso le notti nella stazione di Udine, senza una dimora stabile, esposta a rischi continui e a una vulnerabilità che la rende facilmente avvicinabile da chiunque voglia approfittarne.

Il suo corpo viene ritrovato in un campo di mais nella periferia della città. È completamente nuda. Indossa soltanto un foulard stretto attorno al collo e degli stivali sporchi di sangue. Anche Luana, come Maria Carla, ha la gola tagliata. E anche sul suo ventre compare quella stessa incisione a forma di S, profonda, netta, riconoscibile. Non è più possibile considerarla una coincidenza. Due giovani donne, entrambe in condizioni di marginalità, entrambe aggredite di notte, entrambe abbandonate in zone periferiche, entrambe uccise con modalità simili e segnate dallo stesso tipo di incisione.

Il terzo caso è quello di Aurelia Januszewicz, una donna di 42 anni, di origine francese, anche lei prostituta, con un passato segnato da dolore, solitudine e violenza. Aurelia nasce nel 1943, sotto i bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Le bombe le portano via entrambi i genitori e, rimasta orfana a soli due anni, viene trasferita in Friuli perché la madre era italiana. Cresce in un orfanotrofio, già privata di una famiglia, di una stabilità, di una protezione.

A vent’anni, però, la sua vita viene segnata da un’altra decisione devastante: un sacerdote la fa internare nel manicomio di Udine, perché considera la sua sessualità scandalosa. Nei documenti dell’epoca, Aurelia viene descritta con espressioni oggi violentissime, come “gracilità mentale immorale” e “ninfomania”. Termini che allora venivano usati come vere diagnosi, soprattutto contro donne giudicate troppo libere, troppo disinibite o difficili da controllare. Nel suo caso, l’istituzione psichiatrica diventa un altro luogo di coercizione, un sistema che non la protegge, ma la marchia.

Anche in età adulta Aurelia vive una condizione di forte vulnerabilità. È terrorizzata dal marito, un uomo violento che la picchia e, secondo le ricostruzioni, la costringe a prostituirsi perché lui non può lavorare. L’ultima volta viene vista viva il 3 marzo, intorno alle 22:30, mentre esce ubriaca da un bar e sale su un’auto, probabilmente quella di un cliente.

Il suo corpo viene ritrovato poco dopo in una strada sterrata vicino alla Fiera di Udine. È completamente nudo e immerso nel fango. Le mani sono legate dietro la schiena con un foulard; indossa soltanto una calza e uno stivale. Sul collo ci sono numerosi tagli. Sull’addome, invece, compaiono tre incisioni nette e precise, con bordi che sembrano cauterizzati. Secondo il medico legale, quelle ferite potrebbero essere state inferte con un elettrobisturi oppure con una lama arroventata, strumenti capaci di cauterizzare immediatamente i margini ed evitare un forte sanguinamento.

Maria Carla, Luana e Aurelia hanno storie diverse, ma i loro omicidi mostrano elementi comuni: sono donne vulnerabili, spesso marginalizzate, aggredite di notte e abbandonate nelle periferie friulane. Soprattutto, presentano la gola squarciata e tagli verticali sull’addome che aggirano l’ombelico. È da queste somiglianze che prende ufficialmente forma l’ipotesi di un serial killer attivo da anni. Fino a quel momento, i delitti erano stati trattati come episodi isolati. Ora, invece, sembrano tasselli di una stessa, terribile sequenza.

Il profilo del possibile serial killer

A questo punto, gli investigatori iniziano a guardare quei fascicoli con occhi diversi. Non più come singoli omicidi irrisolti, ma come possibili frammenti di un’unica serie. Il dettaglio dell’incisione sull’addome, la precisione dei tagli, la scelta di luoghi isolati e la vulnerabilità delle vittime portano a ipotizzare l’esistenza di un assassino seriale attivo nella provincia di Udine da diversi anni. Un uomo che non uccide soltanto, ma che sembra compiere sul corpo delle vittime un gesto ulteriore, rituale, carico di un significato ancora da decifrare.

Il profilo che prende forma è quello di un individuo con una forte misoginia, ossessionato dal corpo femminile e dotato di conoscenze anatomiche fuori dal comune. Secondo gli investigatori, l’autore potrebbe avere competenze mediche o chirurgiche, oppure una particolare familiarità con lame molto affilate. Si muoverebbe in automobile durante la notte, avvicinando donne sole, vulnerabili, spesso disposte ad accettare un passaggio. Poi le condurrebbe in zone periferiche o di campagna, dove le aggredirebbe e le ucciderebbe.

Dal punto di vista psicologico, gli inquirenti ipotizzano una personalità profondamente disturbata, forse incapace di gestire frustrazioni, impulsi sessuali e ostilità verso le donne. Una violenza che non appare soltanto esplosiva, ma organizzata, ripetuta, quasi codificata. Le incisioni sul ventre non sembrano necessarie all’omicidio. Sono qualcosa che arriva dopo o durante l’aggressione, qualcosa che distingue quei delitti da molti altri. Ed è proprio questo a renderle così importanti.

Il profilo, inevitabilmente, riporta l’attenzione sul chirurgo. L’uomo possiede competenze mediche, ha studiato ginecologia e ostetricia, conosce il corpo femminile e potrebbe essere in grado di praticare incisioni precise. Secondo gli inquirenti, la forma di quei tagli ricorderebbe alcune tecniche insegnate fino agli anni Settanta per eseguire i cesarei post mortem: incisioni praticate quando una donna moriva durante la gravidanza, con lo scopo di estrarre il feto e consentirgli una sepoltura distinta da quella della madre.

Questo elemento apre una lettura ancora più inquietante. Per secoli, il cesareo post mortem non fu legato soltanto alla possibilità di salvare il bambino o di garantirgli una sepoltura separata. Nella tradizione cristiana, poteva avere anche un valore spirituale: estrarre il feto significava permettergli di ricevere il battesimo o comunque riconoscergli un’identità davanti a Dio. In altre parole, quel gesto poteva essere associato all’idea di salvezza dell’anima, di redenzione, di purificazione.

Ed è qui che gli investigatori collegano un altro aspetto della vita del chirurgo: la sua ossessione per l’acqua, il suo lavarsi in modo compulsivo, quasi come se ogni gesto quotidiano dovesse essere preceduto da una purificazione. Se davvero l’autore dei delitti attribuiva alle incisioni un significato morale o religioso, allora l’ipotesi più disturbante è che si vedesse come una sorta di purificatore. Qualcuno che, nella propria mente, non stava solo uccidendo donne considerate “impure”, ma compiendo un gesto simbolico, distorto, profondamente violento.

Livia Fratte, le simulazioni chirurgiche e il dettaglio della pioggia

Tra gli elementi che rendono il profilo del chirurgo ancora più controverso c’è la testimonianza di Livia Fratte, una donna che racconta agli inquirenti di averlo incontrato più volte in un ristorante. Secondo il suo racconto, l’uomo aveva abitudini molto particolari: era talmente ossessionato dalla pulizia da portarsi le posate da casa, evitando di usare quelle del locale. Un comportamento già insolito, ma non sufficiente, da solo, a collegarlo a una serie di omicidi. È ciò che Livia afferma di aver visto dopo, però, a colpire gli investigatori.

La donna racconta che, dopo essere uscito dal ristorante, il chirurgo avrebbe preso una tovaglia dal bagagliaio, si sarebbe diretto verso un torrente e l’avrebbe stesa su un grosso masso. Poi, con alcuni strumenti portati con sé, avrebbe finto di eseguire un’operazione chirurgica. Una scena anomala, quasi rituale, che sembra richiamare tanto la sua formazione medica quanto il suo rapporto ossessivo con gesti, strumenti e luoghi isolati. Livia riferisce anche di averlo seguito una seconda volta, accompagnata da un’altra donna, indicata come possibile compagna del fratello avvocato. In quell’occasione, però, il chirurgo si sarebbe accorto di essere osservato e avrebbe interrotto ciò che stava facendo.

Durante le indagini sul Mostro di Udine, i carabinieri decidono inoltre di mettere sotto intercettazione il telefono del fratello del chirurgo, l’avvocato. Da una conversazione emergerebbe un altro dettaglio inquietante. Parlano l’avvocato e una donna. Lui le avrebbe detto di aver dormito pochissimo quella notte a causa del fratello. Quando la donna gli chiede come stia il chirurgo, l’uomo avrebbe risposto facendo riferimento al temporale: avrebbe spiegato di averlo dovuto chiudere in camera, poiché è necessario controllarlo di più quando fuori piove. Una frase che, se confermata, avrebbe un peso notevole.

Il problema è che quella intercettazione, anni dopo, risulterà perduta. Non è più possibile ascoltarla direttamente. Ciò che resta sono le annotazioni e i riferimenti riportati dagli investigatori negli atti. Per questo motivo, anche su questo punto, il caso resta sospeso tra elemento indiziario e zona d’ombra. Secondo le ricostruzioni, però, gli inquirenti controllano il meteo relativo alle notti dei quattro omicidi principali: Maria Carla Bellone, Luana Giamporcaro, Aurelia Januszewicz e Marina Lepre. In tutti e quattro i casi, quella notte, pioveva.

È un dettaglio che non costituisce una prova, ma che rafforza la lettura investigativa costruita attorno al chirurgo: un uomo fragile, disturbato, ossessionato dalla purificazione, dalla religione, dall’acqua e forse dalla pioggia stessa. Un insieme di coincidenze che per alcuni investigatori appare troppo fitto per essere casuale, ma che sul piano giudiziario non basta ancora a trasformare un sospetto in una verità processuale.

La riapertura del fascicolo e le contraddizioni del fratello

Bisogna attendere il 1992 perché il fascicolo sul Mostro di Udine venga riaperto e analizzato con nuova attenzione. Edi Sanson, insieme ad altri investigatori, torna a scavare nella vita dei due fratelli: il chirurgo e l’uomo che per anni si è presentato come avvocato. La pista del medico resta l’unica davvero strutturata, ma è ancora costruita su sospetti, coincidenze e comportamenti anomali. Serve qualcosa di più concreto. Serve capire chi siano davvero quei due uomini, quali siano le loro abitudini, quali parti del racconto fornito in passato reggano ancora.

Una svolta arriva quasi per caso. Un ex maresciallo dei carabinieri, sentendo parlare del fratello come di un avvocato, reagisce con stupore. Racconta che quell’uomo, conosciuto in città, in realtà non esercita più la professione da tempo perché radiato dall’albo. Anzi, secondo alcune ricostruzioni, forse non avrebbe mai esercitato davvero, pur essendo laureato. È un dettaglio che cambia il modo in cui gli investigatori rileggono le sue dichiarazioni. Per anni, le parole del fratello erano state considerate quelle di un professionista, una persona apparentemente affidabile, capace di fornire un alibi e di proteggere la posizione del chirurgo. Ora, invece, quella credibilità comincia a incrinarsi.

Emergono anche altri elementi. L’uomo era rimasto coinvolto in un noto furto al Castello di Udine, durante il quale erano state sottratte numerose monete antiche di grande valore. Le indagini avevano condotto proprio alla sua abitazione, dove diverse monete erano state effettivamente ritrovate. Il quadro, quindi, diventa diverso: chi aveva fornito l’alibi al chirurgo non era forse il testimone solido che gli investigatori avevano creduto, ma una figura ambigua, capace di mentire sulla propria professione e coinvolta in vicende giudiziarie gravi.

Poco dopo emerge un’altra contraddizione decisiva. Gli investigatori chiedono a un brigadiere della polizia municipale se il chirurgo fosse mai stato fermato alla guida in città. La risposta è significativa: il vigile ricorda di averlo multato più volte perché guidava senza indossare gli occhiali obbligatori. Questo dato smentisce ulteriormente la versione del fratello, secondo cui il medico non guidava mai, o quasi mai, perché non sarebbe stato in grado di farlo da solo. In realtà, il chirurgo guidava eccome. E lo faceva anche di notte.

A quel punto viene finalmente emesso un mandato di perquisizione per l’abitazione dei due fratelli. All’interno della casa i carabinieri trovano diversi elementi che attirano la loro attenzione: appunti medici, abiti femminili appartenuti alla madre e un kit di strumenti chirurgici da cui manca proprio il bisturi. Viene rinvenuta anche una raccolta di lettere indirizzate alla cosiddetta “signorina L”, la donna amata dal chirurgo e considerata la causa della sua grande delusione sentimentale. In quelle lettere il medico torna ossessivamente sui temi del tradimento, dell’abbandono e della ferita mai superata. Le prime appaiono ancora lucide, scritte da una persona capace di esprimere dolore in modo coerente. Poi, progressivamente, il tono cambia. Le parole diventano più confuse, più disturbate, sempre più vicine al delirio.

Durante la perquisizione, i carabinieri vengono avvisati che il chirurgo sta rientrando. Quando l’uomo entra in casa, il suo comportamento colpisce tutti: non chiede chi siano quelle persone, non domanda spiegazioni al fratello, non sembra interessato a ciò che sta accadendo nella sua abitazione. Gli investigatori utilizzano anche il luminol per cercare eventuali tracce di sangue, ma non trovano nulla di realmente rilevante. Ancora una volta, il quadro è pieno di elementi inquietanti, ma nessuno riesce a collegare in modo definitivo il chirurgo agli omicidi.

La struttura psichiatrica, la sorveglianza e l’archiviazione

Durante gli approfondimenti, i carabinieri si recano anche presso una struttura psichiatrica in cui il chirurgo era stato ricoverato. Lì accade un episodio destinato a rafforzare ulteriormente i sospetti degli investigatori. Appena i militari si presentano come investigatori di Udine, il direttore del centro avrebbe chiesto loro: “Siete qui per il chirurgo? Chi ha ucciso? Sua madre? Oppure un’altra donna?”. Una frase pesante, che lascia intendere quanto il comportamento dell’uomo fosse considerato preoccupante anche da chi lo aveva avuto in cura. Non una prova, naturalmente, ma un altro elemento capace di alimentare l’idea che il medico potesse coincidere con il profilo del presunto assassino.

Per un periodo, il chirurgo e la sua famiglia vengono messi sotto stretta sorveglianza. E anche questo dettaglio, nella lettura degli investigatori, assume un peso particolare: da quel momento, infatti, i delitti riconducibili alla cosiddetta firma del Mostro di Udine sembrano interrompersi. È un dato che colpisce, ma che resta difficile da trasformare in un elemento giudiziario solido. La fine di una serie di omicidi può dipendere da molti fattori: il controllo su un sospettato, un cambiamento di abitudini, la morte o la malattia dell’assassino, oppure il semplice fatto che quella serie non sia mai esistita come sequenza unica. In un caso così complesso, ogni ipotesi apre nuove domande.

Nonostante anni di indagini, sospetti, comportamenti anomali e coincidenze, contro il chirurgo non emergerà mai una prova definitiva. Nel 1997, un magistrato di Udine dispone la cessazione delle indagini a suo carico, sostenendo che gli elementi raccolti dai carabinieri siano soltanto sospetti e indizi, non prove capaci di dimostrare che sia stato lui a uccidere. L’uomo resta quindi il principale sospettato per una parte degli investigatori, ma non viene mai incriminato formalmente per i delitti attribuiti al Mostro di Udine.

Il caso, però, non si esaurisce con lui. Perché accanto ai quattro omicidi considerati più compatibili con la firma del presunto serial killer esistono molti altri delitti avvenuti nella stessa area e nello stesso arco temporale. Alcuni riguardano donne che si prostituivano, altri vittime con profili differenti. Alcuni presentano modalità violente ma diverse, altri sembrano lontani dal modus operandi del Mostro. Sono casi che non verranno attribuiti ufficialmente alla stessa mano, ma che finiranno comunque per gravitare attorno a quell’enorme zona d’ombra della cronaca friulana.

Irene Belletti, il primo omicidio nella lunga ombra del caso

Il primo delitto che, nel tempo, verrà accostato alla vicenda del Mostro di Udine risale al 21 settembre 1971. La vittima si chiama Irene Belletti, ha 35 anni e lavora come prostituta nella zona attorno alla stazione di Udine. Quella notte, intorno a mezzanotte, una persona rimasta anonima telefona alle autorità per segnalare la presenza del corpo di una donna in viale delle Ferriere. Quando gli investigatori arrivano sul posto, trovano Irene all’interno di una Lancia Fulvia parcheggiata vicino alla stazione. Le luci dell’abitacolo sono ancora accese, come se tutto fosse accaduto in modo improvviso, senza il tempo di spegnere l’auto o nascondere davvero la scena.

Il corpo presenta sette ferite da arma da taglio, localizzate nella zona dello sterno, sulla schiena e dietro il collo. La brutalità è evidente, ma il modus operandi appare diverso da quello che, anni dopo, verrà considerato tipico del Mostro di Udine. Non ci sono incisioni sull’addome, non c’è la gola tagliata, non compare quella firma che diventerà centrale nei delitti ufficialmente collegati. Eppure, il contesto porta comunque gli investigatori e la stampa a interrogarsi: una donna vulnerabile, uccisa nella stessa area geografica, in un periodo in cui la violenza contro le prostitute sembra rimanere ai margini dell’attenzione pubblica.

All’interno dell’auto vengono isolate numerose impronte digitali, ma le tecniche investigative dell’epoca non consentono di ricavarne elementi sufficienti per identificare con certezza l’assassino. La borsetta e gli effetti personali di Irene sono ancora nella vettura, quindi l’ipotesi della rapina viene esclusa. Si pensa piuttosto a un incontro appartato degenerato in violenza, forse con un cliente o con un conoscente. Il delitto resta irrisolto.

Negli anni, alcuni faranno un collegamento con altri grandi casi italiani, primo fra tutti quello del Mostro di Firenze, attivo nello stesso periodo e destinato ad avere un’eco mediatica molto più ampia. La differenza, però, è significativa: a Firenze venivano colpite coppie appartate, mentre a Udine molte vittime erano donne ai margini, spesso prostitute, spesso considerate meno “notiziabili”. Anche questo contribuisce a spiegare perché il caso friulano sia rimasto a lungo meno conosciuto, più frammentato, quasi sommerso. Per Irene Belletti, come per molte altre, la verità non arriverà mai.

Elsa Moruzzi, Eugenia Tilling e Maria Luisa Bernardo

Un anno dopo l’omicidio di Irene Belletti, il 6 novembre 1972, viene trovata senza vita Elsa Moruzzi, 52 anni. Il suo corpo viene scoperto in un appartamento del centro di Udine. Anche in questo caso la scena è segnata da una violenza estrema: sul corpo vengono riscontrati segni evidenti di strangolamento, mentre il cranio appare gravemente fracassato. Le modalità sono diverse rispetto al delitto di Irene e ancora più lontane da quelle che, anni dopo, saranno associate alla firma del Mostro di Udine. Non ci sono incisioni sull’addome, non c’è uno schema riconoscibile, non emerge un legame immediato con altri omicidi. Gli investigatori brancolano nel buio e anche questo caso resta senza un colpevole.

Tre anni più tardi, il 12 dicembre 1975, viene assassinata Eugenia Tilling, un’altra donna che si prostituisce. Il suo corpo viene rinvenuto sul letto dell’abitazione in cui riceveva i clienti, prono e immerso nel sangue. Eugenia è stata uccisa con diverse coltellate al collo. Questa volta le indagini sembrano arrivare a una svolta: gli investigatori individuano un cliente abituale, Walter Lizzi, 25 anni, che confessa il delitto. Racconta di aver perso il controllo dopo alcune umiliazioni ricevute dalla donna riguardo alla sua presunta impotenza. Lizzi viene condannato a 16 anni di carcere, ma durante la detenzione ritratta la confessione, sostenendo di averla resa sotto minaccia e di aver subito violenze durante gli interrogatori. Anche in questo caso, quindi, la verità processuale resta accompagnata da un’ombra.

Il 20 settembre 1976 viene uccisa Maria Luisa Bernardo, 26 anni. Vive con il marito, gravemente malato ai reni, e con i loro due figli. Proprio la malattia del marito la spinge, secondo le ricostruzioni, a prostituirsi per mantenere la famiglia. Frequenta la stessa area in cui, anni prima, lavorava Irene Belletti, vicino alla stazione ferroviaria di Udine. Il suo corpo viene ritrovato in un campo di grano a Moruzzo, in provincia di Udine. L’autopsia rivela ventidue coltellate. Le ferite alle mani e agli avambracci mostrano chiaramente che Maria Luisa ha tentato di difendersi con tutte le sue forze.

L’ultima volta viene vista viva la notte dell’omicidio, intorno alle 23, a Udine, in via Cicconi. Poco dopo, un suo cliente si presenta spontaneamente dai carabinieri: racconta aver visto un altro uomo salire sull’auto di Maria Luisa subito dopo di lui. Lo descrive come un individuo biondo, con capelli lunghi e baffi. L’uomo viene identificato e interrogato, ma nega di frequentare prostitute e sostiene di non aver mai conosciuto Maria Luisa. Il testimone partecipa anche a un riconoscimento faccia a faccia e conferma senza esitazioni che si tratta proprio della persona vista sull’auto della vittima. Ma non esistono prove ulteriori. L’uomo viene lasciato andare e il delitto resta irrisolto. Anni dopo, nel 2019, anche questo caso tornerà al centro di nuovi accertamenti, soprattutto per alcuni reperti conservati dagli archivi giudiziari.

Gli altri delitti e le piste rimaste sospese

Dopo Maria Luisa Bernardo, la lunga scia di omicidi continua. Il 29 settembre 1979 viene trovata senza vita Jacqueline Brechbuhler, 46 anni, nata in Francia e costretta, anche lei, a prostituirsi saltuariamente a causa delle difficoltà economiche. Il suo corpo viene rinvenuto a Colugna, alle porte di Udine: è stata colpita dieci volte con un coltello. Anche in questo caso, però, non compare la firma più riconoscibile del Mostro di Udine: niente incisioni sull’addome, niente sgozzamento. Il delitto resta irrisolto.

Pochi mesi dopo, nel febbraio del 1980, avviene l’omicidio di Maria Carla Bellone, il primo ufficialmente attribuito al Mostro per la presenza della gola tagliata e dell’incisione a S sul ventre. Appena un mese più tardi, il 18 marzo 1980, scompare Wilma Ghin, 18 anni. A differenza di molte altre vittime, Wilma non si prostituisce. Viene vista per l’ultima volta a Marano Lagunare, a circa 35 chilometri da Udine, e il suo corpo viene ritrovato carbonizzato nella discarica di Gradisca d’Isonzo. Qui tutto appare diverso: il profilo della vittima, il luogo, il modus operandi. Le indagini si concentrano inizialmente su un giovane pugliese, ma le accuse crollano per mancanza di prove e anche questo delitto resta senza soluzione.

Nel gennaio del 1983 viene uccisa Luana Giamporcaro, seconda vittima ufficialmente attribuita al Mostro. Poi, il 20 maggio 1984, viene trovata morta Maria Bucovaz, 44 anni, madre di quattro figli e anche lei prostituta. Maria viene uccisa per strangolamento, una dinamica diversa da quella dei delitti con incisione sull’addome. Tre mesi dopo, il 23 agosto 1984, viene scoperto il corpo di Matilde Zanette Bazzo, 44 anni. La scena è devastante: il corpo, rimasto esposto per circa un mese, è in avanzato stato di decomposizione e parzialmente divorato dai topi.

Per la morte di Matilde, le indagini sembrano finalmente trovare una direzione. Alcune donne raccontano di averla vista salire su un’auto precisa, fornendo modello e persino numero di targa. L’auto conduce a Gianluigi Sebastianis, 27 anni, già segnalato per comportamenti aggressivi verso le prostitute. Sebastianis confessa, raccontando di aver stretto le mani attorno al collo di Matilde fino a ucciderla, e viene condannato a 17 anni di carcere. In seguito, però, ritratta tutto, dichiarandosi innocente e sostenendo di essere stato spinto a confessare. Anche qui, il collegamento con il Mostro di Udine resta debole: mancano la firma, le incisioni e lo schema più tipico dei quattro delitti principali.

Gli ultimi omicidi collegati e l’ombra del 1991

Il 29 dicembre 1984 viene uccisa Stojanka Jokimovic, conosciuta da tutti come Sonia. Il suo corpo viene trovato vicino alla discarica di San Gottardo. Anche lei è stata strangolata, probabilmente con una calza di nylon che gli investigatori non riusciranno mai a recuperare. L’autopsia rivela inoltre numerose ferite superficiali da arma da taglio distribuite sul corpo, ma anche in questo caso non compaiono le incisioni addominali considerate la firma più riconoscibile del Mostro di Udine. Il colpevole non verrà mai identificato.

Nel marzo del 1985 avviene invece il quarto e ultimo delitto ufficialmente attribuito al Mostro: quello di Aurelia Januszewicz, già emerso tra i fascicoli collegati da Edi Sanson. Aurelia viene ritrovata nuda, nel fango, con le mani legate dietro la schiena. Ha il collo segnato da numerosi tagli e sull’addome presenta tre incisioni nette, dai bordi apparentemente cauterizzati. È uno degli elementi più inquietanti dell’intera serie, perché suggerisce l’uso di uno strumento particolare, forse un elettrobisturi o una lama arroventata. Una modalità che rafforza l’ipotesi di un assassino con competenze anatomiche o chirurgiche.

Sei anni dopo, il 4 settembre 1991, viene trovato il corpo di Nicla Perabò, 47 anni. Il suo caso viene in qualche modo avvicinato all’inchiesta, anche se il legame resta molto incerto. Nicla non si prostituiva e, secondo gli inquirenti, conosceva personalmente il suo assassino. Viene trovata strangolata e seppellita in un boschetto. Per il delitto viene arrestato Bruno Leita, condannato nel 1993 a 17 anni di carcere. L’uomo confessa, raccontando di averla strangolata in preda a un raptus e di non essere riuscito a staccare le mani dal suo collo. Afferma persino di aver pensato di fare a pezzi il corpo e disperderlo in vari punti della regione con sacchi di plastica. In seguito, però, anche lui ritratta, negando ogni responsabilità.

Nel 1997, il caso del Mostro di Udine viene nuovamente archiviato contro ignoti. L’unico vero sospettato, il chirurgo, resta fuori da qualunque processo. Nel 2006 l’uomo muore, portando con sé l’unica pista concreta seguita per anni dagli investigatori. A quel punto, per molti, la storia sembra chiusa per sempre. Ma non lo è.

La riapertura del 2012 e lo scialle di Marina Lepre

Nel 2012, quando il caso sembra ormai destinato a restare confinato negli archivi, è Fedra Peruch, la figlia di Marina Lepre, a riportare l’attenzione pubblica sull’omicidio della madre. Partecipa alla trasmissione Chi l’ha visto? e consegna agli autori un oggetto che ritiene fondamentale: lo scialle che Marina indossava il giorno in cui venne uccisa. È un reperto che, secondo Fedra, potrebbe ancora custodire una traccia dell’assassino. Una fibra, una cellula, un frammento biologico rimasto lì per anni, invisibile ma decisivo.

Durante la trasmissione viene spiegato che quello scialle non era mai stato analizzato a fondo. Fedra spera che le tecnologie moderne possano finalmente fare ciò che le indagini dell’epoca non erano riuscite a fare: individuare un profilo genetico, una prova, un elemento capace di dare un nome a chi ha ucciso sua madre. Le indagini vengono effettivamente riaperte e lo scialle viene affidato ai RIS per nuovi accertamenti. Ma il risultato non è quello sperato: non vengono trovate tracce biologiche utilizzabili.

Eppure, proprio grazie alla puntata di Chi l’ha visto?, riemerge una pista rimasta a lungo ai margini. È quella dell’uomo visto con Marina una settimana prima dell’omicidio, la stessa figura segnalata da Lara Cantier, che aveva raccontato di averlo visto comportarsi in modo aggressivo, tentando più volte di spingere Marina verso le auto in transito. Dopo la messa in onda, la donna contatta la trasmissione e quel racconto torna finalmente al centro dell’attenzione.

Il maresciallo Pasquariello decide allora di sequestrare il filmato della puntata e convoca in caserma sia la testimone sia Fedra Peruch, con l’obiettivo di identificare quello che verrà indicato come il “Signor X”. Nel corso degli accertamenti emerge che Fedra nutre sospetti su quell’uomo da moltissimi anni: quando aveva appena sedici anni, suo nonno le avrebbe confidato di ritenere proprio lui coinvolto nell’omicidio di Marina.

Il dettaglio diventa ancora più rilevante perché anche il Signor X avrebbe avuto competenze in ambito medico, e quindi avrebbe potuto possedere le capacità necessarie per praticare incisioni precise come quelle trovate sul corpo della vittima. Nonostante questo, secondo le ricostruzioni, su di lui vengono svolti pochi approfondimenti. In alcune fonti viene persino sottolineato che non sarebbe mai stato interrogato formalmente. Una nuova pista, o forse una pista antica mai davvero seguita, resta così sospesa. Un’altra occasione mancata in un caso costruito, fin dall’inizio, su ritardi, omissioni e domande senza risposta.

Le nuove analisi del 2019 e la speranza del DNA

Nel 2019 il caso torna nuovamente al centro dell’attenzione grazie a una docu-serie di Sky e al successivo podcast dedicato al Mostro di Udine. Per la prima volta dopo decenni, investigatori, familiari delle vittime, giornalisti e consulenti forensi tornano a esaminare gli atti originali dell’inchiesta, chiedendosi se la scienza moderna possa riuscire dove le indagini del passato si erano fermate. Il punto centrale diventa il DNA: ciò che negli anni Settanta e Ottanta non era utilizzabile, oggi potrebbe rappresentare una possibilità concreta.

L’avvocata penalista Federica Tosel, legale di alcuni familiari delle vittime, in particolare delle famiglie Bernardo e Bellone, presenta alla Procura di Udine una richiesta ufficiale di riapertura delle indagini. Chiede che i reperti raccolti sulle scene del crimine decenni prima vengano riesaminati con le moderne tecnologie genetiche. Il 21 maggio 2019 la Procura apre così un nuovo fascicolo. Tra i materiali recuperati dagli archivi ci sono reperti considerati potenzialmente decisivi, soprattutto un preservativo usato e un capello biondo, entrambi rinvenuti vicino al corpo di Maria Luisa Bernardo.

Nel 1976 nessuno era riuscito a chiarire a chi appartenessero quei reperti, né perché si trovassero accanto alla vittima. Quando vengono finalmente affidati ai RIS di Parma, gli specialisti riescono a isolare tracce biologiche maschili dal preservativo. Per i familiari è un momento importante: per la prima volta sembra possibile ottenere un profilo genetico da confrontare con eventuali sospettati dell’epoca. Ma anche in questo caso la prudenza è necessaria. Quel DNA potrebbe appartenere all’assassino, ma potrebbe anche essere di un cliente o di una persona estranea al delitto.

Il capello biondo resta un altro elemento potenzialmente significativo, soprattutto perché, all’epoca, un testimone aveva indicato un uomo biondo come l’ultima persona salita sull’auto di Maria Luisa. Anni dopo, il regista del documentario e del podcast riesce a incontrare quell’uomo. Lui ribadisce la propria innocenza e racconta di essersi presentato spontaneamente dai carabinieri già all’epoca, partecipando anche a un confronto faccia a faccia con il testimone. La sua versione non cambia: sostiene di non avere nulla a che fare con l’omicidio. Ancora una volta, il caso resta sospeso tra un indizio possibile e una prova che non arriva.

La questione più amara riguarda però la conservazione dei reperti. Negli anni Settanta e Ottanta non esisteva ancora una cultura investigativa strutturata sulla preservazione sistematica di ogni elemento raccolto sulla scena del crimine. Abiti, oggetti personali, materiali biologici venivano talvolta restituiti alle famiglie, dimenticati negli archivi o persino distrutti per fare spazio.

Secondo le ricostruzioni più recenti, dalle nuove analisi sarebbero emersi quattro profili genetici distinti, due maschili e due femminili, e alcuni di questi comparirebbero anche su reperti collegati ad altri omicidi irrisolti. Se confermato, sarebbe un passaggio enorme: non più soltanto analogie tra scene del crimine, ma possibili collegamenti biologici tra diversi delitti. Ad oggi, però, non risultano svolte definitive rese pubbliche.

Il mistero ancora aperto del Mostro di Udine

La domanda, dopo decenni di indagini, resta la stessa: chi era davvero il Mostro di Udine? Per molti investigatori che hanno lavorato al caso, la risposta più probabile continua a portare al chirurgo. Il suo profilo sembrava coincidere con diversi elementi emersi negli anni: le competenze mediche, la specializzazione in ginecologia e ostetricia, i comportamenti ossessivi, il rapporto disturbato con il corpo femminile, la religiosità estrema, la presenza vicino al luogo del ritrovamento di Marina Lepre e le molte contraddizioni raccolte attorno alla sua figura. Eppure, tutto questo non è mai diventato una prova definitiva.

Non tutti, infatti, condividono quella ricostruzione. Alcuni ritengono che gli investigatori possano essere caduti in una visione a tunnel, concentrandosi sempre di più su un sospettato e interpretando ogni nuovo elemento alla luce di quella convinzione iniziale. Anche la famosa intercettazione sulla pioggia, quella in cui il fratello avrebbe parlato della necessità di controllare il chirurgo durante i temporali, resta un punto controverso: anni dopo risulta perduta, e secondo alcuni non sarebbe mai esistita nei termini raccontati. In questa prospettiva, altre piste sarebbero state lasciate in secondo piano: il Signor X, altri uomini con competenze mediche, altri sospettati e collegamenti mai approfonditi fino in fondo.

Oggi non sappiamo se dietro quei delitti ci fosse davvero un solo assassino. Non sappiamo se il Mostro di Udine fosse il chirurgo, un’altra persona, o se alcune morti siano state collegate tra loro più dalla paura e dalle somiglianze che da una reale responsabilità comune. Quello che sappiamo è che molte donne sono state uccise, spesso dopo vite già segnate da fragilità, violenza, dipendenza, povertà o emarginazione. Donne che per troppo tempo sono rimaste ai margini anche della memoria pubblica.

Le nuove analisi genetiche hanno riaperto una speranza, ma non hanno ancora consegnato una verità definitiva. Finché non emergerà una prova capace di sciogliere questo nodo, il Mostro di Udine resterà uno dei misteri più inquietanti e controversi della cronaca italiana.