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Nel novembre del 2016, nella tranquilla cittadina di Surgoinsville, in Tennessee, una famiglia apparentemente unita viene sconvolta da una tragedia. La vicenda riguarda Mike e Lisa Guy, una coppia affettuosa, e il loro unico figlio biologico, Joel Michael Guy Jr., accusato di averli uccisi dopo aver pianificato il delitto nei minimi dettagli. Quella che inizialmente sembra una semplice scomparsa si trasforma rapidamente in una delle scene del crimine più sconvolgenti mai affrontate dagli investigatori locali, rivelando un piano caratterizzato da premeditazione, tentativi di occultamento e una ricostruzione agghiacciante degli eventi.
Prima di arrivare a quel tragico epilogo, però, bisogna conoscere la storia della famiglia Guy: i legami, le dinamiche interne e il rapporto tra un figlio considerato per anni un ragazzo brillante e una famiglia che, inconsapevolmente, stava andando incontro alla propria distruzione.
A Surgoinsville, una piccola comunità di circa 1.930 abitanti immersa nel paesaggio rurale del Tennessee, nasce nel 1955 Joel Michael Guy Sr., conosciuto da tutti come Mike. Le informazioni sulla sua infanzia e sui suoi studi sono limitate, ma sappiamo che in età adulta costruisce una carriera come progettista di sistemi di tubazioni per impianti industriali, un lavoro che diventa una delle sue grandi passioni.
Nel 1975 Mike sposa Patricia, dalla quale ha tre figlie: Chandise e le gemelle Angela e Michelle. Proprio Angela, crescendo, seguirà le orme del padre diventando progettista civile, occupandosi di infrastrutture e reti fognarie. Il matrimonio tra Mike e Patricia, tuttavia, termina quando le gemelle hanno appena un anno. Poco tempo dopo la separazione, nella vita di Mike entra Lisa Madere, una donna originaria della Louisiana, più giovane di sei anni, con cui nasce un legame destinato a cambiare completamente il futuro della famiglia.
I due si innamorano profondamente e vengono descritti da amici e parenti come una coppia molto affiatata: condividono lo stesso senso dell’umorismo, la stessa generosità e soprattutto un grande amore per la natura e per le attività all’aria aperta. Nel 1985, dopo che il divorzio con Patricia diventa ufficiale, Mike e Lisa si sposano.
Per le figlie di Mike, ancora molto piccole, Lisa non è soltanto la nuova moglie del padre: diventa una vera figura materna.
Dopo il matrimonio, Mike e Lisa si trasferiscono nel sud-est della Louisiana, poco distante da New Orleans. È qui che, il 13 marzo 1988, nasce il loro primo e unico figlio biologico insieme: Joel Michael Guy Jr.. Porta lo stesso nome del padre, ma per evitare confusioni viene chiamato semplicemente Joel.
Fin dai primi anni di vita, però, Joel mostra caratteristiche molto diverse rispetto agli altri bambini della sua età. Le sorellastre lo descrivono come un bambino molto riservato, poco incline alle dimostrazioni di affetto e spesso distante dagli altri. Sorrideva raramente, evitava il contatto fisico e sembrava preferire trascorrere il tempo da solo piuttosto che partecipare alle attività familiari.
Questa difficoltà nelle relazioni sociali, almeno inizialmente, non viene interpretata come un elemento preoccupante. Al contrario, la famiglia tende a leggerla come una conseguenza del suo carattere particolare e delle sue capacità fuori dal comune. Joel infatti dimostra fin da piccolo una spiccata abilità nel ragionamento logico e matematico, tanto che i suoi comportamenti più chiusi vengono associati all’immagine del bambino estremamente intelligente, concentrato soprattutto sullo studio.
Per molti anni, Joel viene quindi considerato un ragazzo dotato e brillante, quasi un bambino prodigio. La sua famiglia interpreta la sua difficoltà nel socializzare come una caratteristica tipica di una mente particolarmente sviluppata, senza immaginare che quelle stesse difficoltà relazionali potessero rappresentare anche un elemento importante nella costruzione della sua personalità.
All’interno della famiglia, inoltre, Joel sembra ricevere un trattamento diverso rispetto alle sorellastre. In particolare, Lisa nutre nei suoi confronti un affetto profondissimo e tende a proteggerlo molto. A differenza delle altre figlie di Mike, che durante l’adolescenza erano abituate ad aiutare in casa o a svolgere piccoli lavori estivi per guadagnare i primi soldi, Joel non viene coinvolto in questo tipo di responsabilità.
Lisa non gli assegna particolari compiti domestici e non sembra spingerlo verso una maggiore autonomia. Con il passare degli anni, questa dinamica porta alcuni familiari a descrivere il rapporto tra madre e figlio come caratterizzato da una forma di forte protezione e accudimento, che finirà per accompagnare Joel anche durante l’età adulta.
Nel 2007, quando Joel ha diciannove anni e inizia il percorso universitario, Mike e Lisa prendono una decisione importante: lasciano la Louisiana e si trasferiscono a Goldenview Lane, in Tennessee, insieme al loro cane Jake.
Questa nuova fase della loro vita sembra rappresentare finalmente il raggiungimento della stabilità che avevano sempre desiderato. Mike e Lisa sono grandi amanti della natura e dell’acqua, così acquistano una barca per trascorrere il tempo libero facendo escursioni e gite sul fiume. Nel frattempo, la famiglia continua ad allargarsi: le figlie Michelle e Chandise, ormai adulte, diventano madri e regalano a Mike e Lisa la gioia di diventare nonni.
La coppia arriva così ad avere sei nipoti, con cui ama trascorrere il proprio tempo. La casa di Goldenview Lane diventa il centro della vita familiare, un luogo dove riunirsi durante le festività e condividere momenti insieme.
Anche Lisa, dopo anni dedicati principalmente alla famiglia, trova un nuovo equilibrio professionale iniziando a lavorare come amministratrice dei pagamenti presso una grande società statunitense di ingegneria.
Nel frattempo, Joel prosegue il suo percorso scolastico. Dopo essersi diplomato alla Louisiana School for Math, Science, and the Arts, una scuola pubblica riservata a studenti con particolari capacità accademiche, si iscrive alla George Washington University di Washington D.C. Tuttavia, rimane lì soltanto un semestre.
Tra la fine del 2006 e l’inizio del 2007 torna infatti in Louisiana e si trasferisce a Baton Rouge, dove inizia a frequentare la Louisiana State University. Non è chiaro quale sia il suo indirizzo di studi definitivo: alcune fonti riportano che Joel avrebbe parlato del desiderio di diventare chirurgo plastico, ma senza mai intraprendere un percorso preciso.
A Baton Rouge si trasferisce nello stesso complesso residenziale del suo migliore amico dai tempi del liceo, Michael McCracken, che diventa anche il suo coinquilino. Un dettaglio apparentemente secondario, ma che negli anni successivi assumerà un significato importante: Michael è infatti una delle pochissime persone con cui Joel riesce davvero a mantenere un rapporto stretto.
Gli anni passano, ma il percorso universitario di Joel non segue quello dei suoi coetanei. Nonostante continui a frequentare corsi alla Louisiana State University, nel 2015 non ha ancora conseguito la laurea. La sua vita sembra rimanere sospesa: studia, ma senza un obiettivo definito, e al di fuori dell’università le sue attività diventano sempre più limitate.
Nel frattempo, il suo unico amico, Michael McCracken, si laurea e si trasferisce nel Maryland. Joel rimane quindi completamente solo nel suo appartamento di Baton Rouge, una situazione che contribuisce ad accentuare ulteriormente il suo isolamento.
Con il passare del tempo, infatti, Joel riduce sempre di più i contatti con il mondo esterno. Trascorre gran parte delle sue giornate online, evita le occasioni sociali e appare sempre meno presente nella vita della propria famiglia.
Anche il rapporto con le sorellastre e con i nipoti diventa praticamente inesistente. Joel torna a casa soltanto in alcune occasioni specifiche, come il Natale o il Ringraziamento, ma anche durante queste visite mantiene un atteggiamento distante e poco coinvolto. Una delle sorelle arriverà persino a raccontare che Joel sembrava non conoscere nemmeno i nomi dei suoi nipoti.
L’unica persona con cui mantiene un legame costante è sua madre Lisa. Con lei continua a parlare frequentemente al telefono e, almeno apparentemente, il loro rapporto rimane molto stretto.
È proprio questo rapporto privilegiato tra madre e figlio che negli anni successivi avrà un ruolo centrale nella ricostruzione delle dinamiche familiari. Lisa infatti continua a sostenere Joel, sia dal punto di vista emotivo sia, soprattutto, da quello economico.
Nel frattempo, però, la vita di Mike e Lisa sta entrando in una nuova fase.
Nell’autunno del 2016, la famiglia Guy si trova davanti a un importante cambiamento. Dopo anni trascorsi a Goldenview Lane, Mike e Lisa decidono di andare finalmente in pensione. La loro intenzione è quella di vendere la casa in Tennessee e tornare a Surgoinsville, la cittadina dove Mike era cresciuto.
La casa viene quindi messa in vendita e il 17 novembre 2016 Mike comunica alla famiglia, attraverso la chat di gruppo condivisa, che l’accordo è stato concluso: i nuovi proprietari sarebbero entrati nell’abitazione il 13 dicembre.
Per Mike e Lisa significa affrontare un trasloco in tempi relativamente brevi, ma la coppia non sembra vivere questo momento con ansia. Al contrario, sono entusiasti per l’inizio di questa nuova fase della loro vita. Dopo anni dedicati al lavoro e alla famiglia, immaginano finalmente un periodo più tranquillo, fatto di tempo libero, natura e momenti con i loro nipoti.
L’ultimo giorno di lavoro di Lisa è previsto per il 2 dicembre, ma prima c’è un appuntamento particolarmente importante per la famiglia: il Ringraziamento.
Come da tradizione negli Stati Uniti, questa festività rappresenta un momento di ritrovo familiare e i Guy decidono di celebrarla proprio nella loro casa di Goldenview Lane. Sarà quindi l’ultima festività trascorsa insieme in quell’abitazione.
Quel giorno, il 24 novembre 2016, l’atmosfera sembra essere quella di sempre: una famiglia riunita, pronta a condividere un momento felice prima del cambiamento imminente. Ci sono Michelle, il suo compagno e i loro tre figli. Ma c’è anche una presenza insolita: Joel.
La sua partecipazione sorprende tutti perché il suo comportamento è molto diverso dal solito. Lui, che negli anni precedenti aveva sempre mostrato distacco e difficoltà nel relazionarsi con gli altri, questa volta appare più sereno, aperto e coinvolto. Parla con i nipoti, scherza con loro e arriva persino a regalargli alcuni suoi vecchi giochi d’infanzia che aveva conservato per anni.
È proprio questo dettaglio a colpire particolarmente una delle sorelle. Poco tempo prima aveva raccontato quanto Joel fosse distante dai bambini della famiglia, al punto da sembrare quasi estraneo alla loro vita. Vederlo improvvisamente così affettuoso e disponibile appare quindi insolito.
Tuttavia, in quel momento, nessuno pensa a un possibile significato nascosto dietro quel comportamento. La famiglia vive semplicemente quella giornata come un ultimo ricordo felice insieme.
Il lunedì successivo al Ringraziamento, il 28 novembre 2016, accade qualcosa che immediatamente fa scattare un campanello d’allarme.
Lisa Guy non si presenta al lavoro.
Per chi la conosce, questa assenza è estremamente insolita. Lisa è una dipendente precisa e affidabile, una persona che avrebbe sicuramente avvisato in caso di un imprevisto o di un problema che le impedisse di raggiungere l’ufficio. Ma c’è un dettaglio ancora più preoccupante: proprio quel giorno aveva organizzato un pranzo di saluto con i colleghi, in vista del suo imminente pensionamento.
La sua responsabile, Jennifer, inizialmente prova semplicemente a contattarla. Le invia alcuni messaggi, la chiama più volte, ma Lisa non risponde. Il silenzio diventa sempre più inquietante.
Jennifer prova allora a contattare anche Mike, ma nemmeno lui risulta raggiungibile. Nessuno dei due risponde alle chiamate e, con il passare delle ore, la sensazione che qualcosa non va aumenta.
Intorno alle 9:00 del mattino, la responsabile di Lisa decide quindi di chiamare il 911 e richiedere un controllo di sicurezza presso l’abitazione della coppia. L’ipotesi iniziale è ancora quella di un possibile malore o di un incidente domestico: magari Lisa e Mike si trovano in casa e hanno bisogno di aiuto.
Un agente di polizia viene quindi inviato a Goldenview Lane.
Arrivato davanti all’abitazione, l’uomo suona il campanello e bussa più volte alla porta, ma nessuno risponde. Effettua quindi un controllo esterno della proprietà: nota che il cancello è chiuso a chiave e vede anche una cuccia per il cane nel giardino, ma all’interno non c’è alcun animale.
L’agente torna davanti all’ingresso e tenta nuovamente di attirare l’attenzione di qualcuno all’interno della casa. Anche questa volta, però, non riceve risposta.
Ci sono alcuni elementi apparentemente strani: davanti all’abitazione sono parcheggiate diverse automobili e, attraverso una finestra, l’agente riesce a vedere una luce accesa all’interno.
Nonostante questi dettagli, però, ritiene di non avere elementi sufficienti per entrare forzatamente nell’abitazione. Decide quindi di lasciare la proprietà e informa Jennifer che, secondo la sua valutazione, non sembra esserci nulla di anomalo.
Una risposta che, considerando quello che verrà scoperto poco dopo, appare drammaticamente lontana dalla realtà.
La responsabile di Lisa, infatti, non è convinta. Continua a sostenere che qualcosa non quadri e, nel frattempo, anche una delle figlie della coppia, Michelle, inizia a preoccuparsi seriamente.
Anche lei non riesce a mettersi in contatto con i genitori. Non sente Mike dal giorno precedente e nota un altro dettaglio insolito: il padre non ha nemmeno fatto gli auguri alla figlia Chandise, che ha appena compiuto gli anni.
Per la famiglia, un comportamento del genere è inspiegabile.
A quel punto l’ufficio dello sceriffo decide di inviare un secondo agente per un nuovo controllo. Questa volta sul posto arrivano l’agente Jeremy McCord e l’agente Stephen Ballard, che aveva già effettuato la prima verifica.
Quando McCord raggiunge l’abitazione, osserva immediatamente alcuni particolari che attirano la sua attenzione. Le automobili della famiglia sono ancora parcheggiate nel vialetto. Il cancello posteriore è chiuso. Anche la porta principale sembra essere chiusa. Ma attraverso il vetro dell’ingresso nota qualcosa di insolito: alcune borse della spesa lasciate a terra, proprio vicino alla porta.
All’interno delle buste ci sono ancora gli alimenti acquistati da poco, compresi prodotti che avrebbero dovuto essere conservati in frigorifero, come carne e altri cibi deperibili.
Per McCord questo dettaglio cambia completamente la situazione. Se Lisa e Mike fossero usciti volontariamente, difficilmente avrebbero lasciato la spesa appena acquistata abbandonata all’ingresso.
L’ipotesi diventa quindi un’altra: forse i proprietari sono ancora dentro la casa e potrebbero avere bisogno di aiuto.
Davanti a quei primi elementi sospetti, l’agente McCord decide di approfondire il controllo dell’abitazione. Insieme al collega Ballard supera la recinzione posteriore del giardino per cercare un possibile accesso alternativo.
Ma anche qui emerge immediatamente qualcosa di anomalo.
La porta sul retro presenta una caratteristica insolita: la maniglia è stata rimossa, come se qualcuno l’avesse smontata intenzionalmente. Inoltre, il vetro della porta appare stranamente caldo al tatto, un dettaglio incompatibile con una normale abitazione vuota.
Gli agenti percepiscono anche un odore particolare nell’aria, una sorta di odore chimico difficile da identificare, ma abbastanza evidente da destare sospetti.
Anche la porta principale presenta elementi inspiegabili. Il pomello dell’ingresso, infatti, non sembra corrispondere correttamente al meccanismo della serratura.
Poi emerge un altro dettaglio: quando una casa viene messa in vendita, come era successo per quella di Mike e Lisa, solitamente l’agente immobiliare lascia all’esterno una piccola cassetta di sicurezza contenente le chiavi, così da permettere agli incaricati di accedere all’abitazione per eventuali visite.
Quella cassetta, però, non c’è più. È sparita.
Gli agenti iniziano quindi a cercare un modo per entrare. Uno di loro trova all’interno di una delle automobili parcheggiate un telecomando del garage e riesce ad aprire la porta automatica.
Ma appena il garage si apre, gli agenti vengono investiti da una sensazione immediata e inquietante. Dall’interno esce una forte ondata di calore accompagnata da un odore chimico molto intenso. L’ambiente appare avvolto da una sorta di vapore sottile, una nebbia che provoca agli agenti anche una sensazione di formicolio sul volto.
Sul pavimento del garage e dell’abitazione sono presenti diversi contenitori di prodotti chimici. A quel punto diventa evidente che quella casa non è semplicemente in disordine per via del trasloco imminente. C’è qualcosa di molto più grave.
All’interno regna una confusione totale. Gli scatoloni pronti per il trasferimento si mescolano a oggetti sparsi ovunque, bottiglie, materiali abbandonati e le borse della spesa lasciate all’ingresso. Dentro quelle buste ci sono ancora alimenti ormai deteriorati: bacon, salsicce e persino del gelato completamente sciolto. La cucina presenta una situazione altrettanto caotica. Sul piano cottura e nel forno gli agenti trovano gli elettrodomestici ancora accesi.
Sul fornello c’è una grande pentola con il coperchio chiuso, al cui interno qualcosa sta ribollendo da chissà quanto tempo. In quel momento, però, gli agenti non comprendono ancora la reale importanza di quel dettaglio e non aprono immediatamente il contenitore.
Nel lavello, immersi in un liquido, vengono trovati diversi oggetti inquietanti: una maniglia di una porta, alcuni pomelli e proprio la cassetta di sicurezza dell’agente immobiliare che era scomparsa dall’esterno dell’abitazione.
La situazione diventa sempre più incomprensibile.
Nel soggiorno gli investigatori notano sul pavimento quello che sembra essere materiale organico, mentre nella sala da pranzo trovano una serie di fucili appoggiati sul tavolo.
Su un altro mobile ci sono invece alcuni oggetti personali di Lisa: la sua borsa, il suo telefono cellulare e due portafogli. Un dettaglio particolarmente significativo. Una persona che lascia volontariamente la propria abitazione difficilmente abbandona oggetti essenziali come il telefono e il portafoglio.
Gli agenti iniziano quindi a capire che quella casa potrebbe essere il luogo in cui è accaduto qualcosa di molto grave. Le immagini registrate dalle bodycam della polizia mostrano quei momenti drammatici. Ogni elemento trovato all’interno dell’abitazione aumenta il sospetto che dietro quella porta si nasconda una tragedia.
E tra tutti i suoni registrati in quei filmati ce n’è uno che colpisce particolarmente gli investigatori. È il pianto del cane della famiglia Guy. Jake è stato chiuso nella lavanderia e, mentre gli agenti si muovono nella casa, il suo lamento disperato risuona nell’abitazione.
Il cane viene immediatamente portato in salvo e fortunatamente non presenta ferite, ma la sua reazione sembra raccontare qualcosa di difficile da ignorare: anche lui sembra aver percepito che in quella casa è successo qualcosa di terribile.
Gli agenti decidono quindi di continuare la perlustrazione. Salgono al piano superiore. E proprio lì trovano la conferma definitiva che Goldenview Lane non è più soltanto una casa vuota e abbandonata. È una scena del crimine.
Mentre gli agenti salgono al piano superiore dell’abitazione, la situazione diventa ancora più drammatica. Il calore, già insopportabile al piano inferiore, aumenta progressivamente man mano che raggiungono il primo piano.
Lungo la scala compare il primo elemento inequivocabile: una macchia che sembra sangue.
Gli investigatori seguono quella traccia e, gradino dopo gradino, la quantità di sangue aumenta. È presente sulle pareti, sul corrimano e sul pavimento. Ogni dettaglio suggerisce che all’interno della casa si sia consumata una violenta aggressione.
Arrivati in cima alla scala, però, gli agenti si trovano davanti a una scoperta ancora più sconvolgente. Nel corridoio vedono qualcosa a terra. Sono delle mani. Mani umane mozzate, non collegate ad alcun corpo.
Uno degli agenti, incredulo, chiede se quelle siano davvero mani umane. A quel punto la priorità cambia immediatamente: gli investigatori decidono di uscire dall’abitazione e chiamare rinforzi.
In pochi minuti arrivano sul posto i tecnici della scientifica e altri agenti specializzati. La casa viene isolata e inizia un sopralluogo destinato a durare molte ore.
Quello che emerge conferma una delle ipotesi più terribili: quella non è soltanto la scena di un duplice omicidio, ma il luogo in cui qualcuno ha tentato di distruggere e occultare i resti delle vittime.
Uno dei primi elementi analizzati dagli investigatori è la temperatura dell’abitazione.
Il caldo soffocante non è casuale: qualcuno ha modificato il termostato sia al piano inferiore sia a quello superiore, impostandolo a circa 35 gradi.
L’ambiente è quasi irrespirabile. L’aria è pesante per il calore, ma anche per la presenza di sostanze chimiche corrosive e per l’odore dei resti umani in decomposizione.
Gli investigatori iniziano quindi la perlustrazione del piano inferiore. Nel garage vengono trovate tre grandi taniche, ognuna contenente circa 60 litri di benzina.
In cucina, invece, vengono recuperati numerosi prodotti: contenitori di candeggina, una bottiglia di acido muriatico, bicarbonato di sodio, sacchi per rifiuti, asciugamani e altri materiali chimici.
La scena appare sempre più chiara: qualcuno ha preparato tutto il necessario per tentare di ripulire la casa e cancellare le prove.
Ma resta una domanda fondamentale. Dove sono i corpi di Mike e Lisa?
La risposta arriva quando il detective McCord torna davanti alla grande pentola lasciata sul fornello. Quella stessa pentola che gli agenti avevano notato entrando, ma che fino a quel momento non avevano ancora aperto.
Quando solleva il coperchio, ciò che trova all’interno è una scena agghiacciante. Dentro la pentola c’è una testa umana mozzata. È la testa di Lisa Guy, immersa nell’acqua bollente.
Da quel momento non ci sono più dubbi: quella casa è il luogo in cui sono stati commessi due omicidi e dove qualcuno ha compiuto un lungo e metodico tentativo di smembrare i corpi delle vittime e cancellarne ogni traccia.
Gli investigatori continuano la ricerca nel bagno principale, quello collegato alla camera da letto di Mike e Lisa. Qui trovano una scena altrettanto sconvolgente.
Sul pavimento sono stati stesi grandi teli di plastica. Sopra sono presenti due grandi contenitori blu in plastica, talmente pieni da avere le pareti deformate dalla pressione interna.
All’interno vengono rinvenuti i torsi e gli arti di Mike e Lisa, immersi in una miscela altamente corrosiva composta da diverse sostanze chimiche, tra cui acido cloridrico, acido muriatico, candeggina e idrossido di sodio.
Le mani di Mike vengono invece trovate nella stanza adibita a palestra, secondo gli inquirenti il luogo in cui l’uomo sarebbe stato aggredito e ucciso. Quelle rinvenute nel corridoio appartengono invece a Lisa.
Nel bagno gli investigatori notano anche altri particolari inquietanti. Il soffione originale della doccia è stato rimosso e sostituito con un tubo da giardino, probabilmente utilizzato per lavare i resti, i contenitori o le superfici.
Sul lavandino vengono inoltre trovati diversi strumenti che potrebbero essere stati utilizzati per lo smembramento dei corpi. Ogni elemento della scena sembra indicare un unico elemento: chi ha agito non ha improvvisato. Ha preparato ogni dettaglio.
Dopo aver analizzato il bagno principale e i resti delle vittime, gli investigatori proseguono il sopralluogo nel resto dell’abitazione.
Una delle stanze che attira immediatamente la loro attenzione è quella degli ospiti, utilizzata durante il Ringraziamento proprio da Joel Michael Guy Jr., il figlio di Mike e Lisa. La camera racconta una presenza recente.
Il letto è disfatto, sul pavimento sono presenti tracce di sangue e altre macchie sono visibili sulla biancheria e su diversi asciugamani trovati nella stanza.
Gli investigatori trovano inoltre numerosi oggetti personali appartenenti a Joel: materiale universitario, effetti personali e diversi elementi che aumentano i sospetti nei suoi confronti.
Tra questi ci sono quattro scatole di munizioni calibro 12, guanti monouso e contenitori di perossido di idrogeno, uno dei quali presenta evidenti macchie rossastre.
A quel punto, l’ipotesi che Joel possa essere coinvolto nei delitti diventa sempre più concreta.
Ma la conferma definitiva arriva grazie a un oggetto trovato all’interno di uno dei suoi zaini. Un quaderno.
All’apparenza sembra un normale quaderno universitario, con appunti, esercizi matematici e annotazioni legate allo studio. Ma sfogliando le pagine, gli investigatori fanno una scoperta agghiacciante. Quelle pagine contengono un vero e proprio piano omicida, scritto a mano con una precisione impressionante.
Joel non si limita a immaginare un possibile delitto: descrive strategie, materiali da procurarsi e passaggi da seguire per uccidere i genitori, distruggere i loro corpi e tentare di eliminare le prove.
Le prime annotazioni riguardano gli strumenti necessari. Joel scrive della necessità di procurarsi dei coltelli, specificando che dovrebbero essere armi “silenziose”, preferibili rispetto alle pistole perché non avrebbero attirato l’attenzione dei vicini.
In alcune pagine annota: “Procurati dei coltelli affilati per tagliare tutto in piccoli pezzi.” E ancora: “Procurati un coltello per frantumare le ossa.”
Tra le frasi più inquietanti del quaderno compare poi l’idea di procurarsi un frullatore o un tritacarne per macinare la carne.
Un dettaglio che lascia gli investigatori sconvolti, soprattutto perché durante la perquisizione della casa vengono effettivamente trovati la base e il contenitore di un frullatore.
Il quaderno dimostra inoltre che Joel aveva studiato un metodo per cercare di eliminare le tracce biologiche.
Scrive della necessità di utilizzare contenitori, gli stessi grandi contenitori blu ritrovati nel bagno, e di utilizzare candeggina e altri prodotti chimici per “denaturare le proteine”, ovvero alterare materiale biologico come sangue e tessuti.
Le sue conoscenze, però, sono incomplete.
Joel sembra credere che l’utilizzo di determinati prodotti chimici possa rendere invisibili o inutilizzabili le prove scientifiche, ma gli investigatori sanno che non è così. Le tracce biologiche, soprattutto se analizzate con tecniche forensi moderne, possono essere recuperate anche dopo tentativi di alterazione.
Nel quaderno compare anche un riferimento alla temperatura della casa. Joel annota di voler aumentare il riscaldamento al massimo, convinto che il calore avrebbe accelerato la decomposizione dei corpi.
Ed è proprio questa la ragione per cui, al momento dell’arrivo della polizia, il termostato è impostato a 35 gradi.
Ma il suo piano si spinge ancora oltre. Joel scrive infatti di voler utilizzare il calore per eliminare le impronte digitali, annotando: “Alza i riscaldamenti a 90 gradi per sciogliere le impronte digitali e asciugare tutto.”
Anche in questo caso, però, il suo ragionamento si basa su una convinzione errata: le impronte digitali possono resistere a temperature molto elevate e il semplice aumento del calore non sarebbe stato sufficiente a cancellarle.
Nonostante l’accuratezza con cui Joel sembra aver costruito il piano, molte delle sue convinzioni si rivelano scientificamente sbagliate.
Il quaderno mostra quindi un aspetto particolarmente inquietante della vicenda: non un gesto improvviso, ma un progetto elaborato nel tempo da una persona convinta di poter controllare ogni dettaglio.
Il quaderno trovato dagli investigatori non contiene soltanto indicazioni sugli strumenti da utilizzare o sui metodi per eliminare le prove. Nelle pagine successive emerge un progetto ancora più articolato, che comprende anche il modo in cui Joel avrebbe voluto confondere gli investigatori e costruire una possibile fuga.
Tra le sue annotazioni compare anche una sorta di piano alternativo legato alle armi. Joel prende in considerazione l’utilizzo di proiettili a espansione, particolari munizioni progettate per deformarsi all’impatto, ma poi valuta che acquistarli potrebbe attirare troppo l’attenzione.
A quel punto annota una possibile soluzione: utilizzare una pistola già presente nella casa dei genitori, conservata nella stanza del computer, verificando prima che fosse carica.
Nel quaderno Joel riflette anche sul luogo in cui compiere gli omicidi. Secondo il suo ragionamento, non sarebbe stato fondamentale dove le vittime fossero state uccise, purché fosse riuscito a eliminare le macchie di sangue e rendere più difficile per gli investigatori stabilire con precisione cosa fosse accaduto.
Arriva persino a indicare alcuni ambienti da evitare, come il materasso o i divani, probabilmente perché più complessi da pulire completamente.
Ma la parte più inquietante delle annotazioni riguarda la ricostruzione passo dopo passo dell’azione. Joel descrive come attirare il padre Mike, come aggredirlo e successivamente come occuparsi di Lisa al suo rientro.
Un dettaglio colpisce particolarmente gli investigatori: nel quaderno Joel non utilizza quasi mai i nomi dei genitori. Non scrive “Mike” o “Lisa”. Si riferisce a loro soltanto con pronomi come “lui” e “lei”, un modo che sembra indicare una volontà di prendere le distanze dalle vittime come persone, trasformandole semplicemente in elementi del suo piano.
In una delle pagine scrive anche inizialmente: “Uccidere il cane.” La frase, però, viene successivamente cancellata. Al suo posto compare una nuova indicazione: “Lasciarlo vivo. Portare il cane con te.”
Un cambiamento che, fortunatamente, impedisce a Jake di diventare un’ulteriore vittima. Come sappiamo, il cane viene infatti ritrovato vivo nella lavanderia della casa e portato immediatamente in salvo.
Il piano prosegue con indicazioni estremamente dettagliate sulle modalità di occultamento dei corpi e sulla distruzione delle prove. Joel ipotizza di utilizzare la doccia, l’acqua calda e diverse sostanze chimiche per tentare di eliminare eventuali tracce forensi.
Arriva persino a progettare un depistaggio: immagina di manipolare la scena in modo che gli investigatori possano pensare a una diversa dinamica dell’omicidio.
Nel quaderno descrive anche l’idea di incendiare l’abitazione. Per farlo, prepara un sistema che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto distruggere completamente la scena del crimine e ritardare il ritrovamento dei corpi.
Il piano prevedeva di posizionare, in quattro punti diversi della casa (tra cui le camere da letto e i bagni) delle piastre per capelli avvolte in materiale facilmente infiammabile, insieme a taniche di benzina, asciugacapelli e altri dispositivi. Tutto sarebbe stato collegato a un timer elettrico ad alta resistenza, programmato per attivarsi alle ore 10:00 del venerdì mattina.
Secondo Joel, l’incendio avrebbe dovuto divampare quando lui ormai sarebbe stato lontano, distruggendo completamente l’abitazione e cancellando ogni prova. Ma qualcosa va storto. Quando la polizia entra nella casa, l’edificio è ancora in piedi e non c’è alcun incendio in corso.
Gli investigatori non possono stabilire con certezza se Joel abbia rinunciato al piano o se sia stato costretto ad abbandonarlo prima di completarlo.
Una delle ipotesi è che le ferite riportate durante l’aggressione ai genitori lo abbiano costretto a modificare i suoi programmi.
Il quaderno, però, non lascia spazio a molti dubbi. Secondo gli investigatori, dietro la morte di Mike e Lisa c’è proprio il loro figlio. Joel Michael Guy Jr. Ma quando la polizia arriva a questa conclusione, lui non si trova più nella casa. È scomparso. E ora deve essere trovato.
Dopo aver ricostruito il piano scritto nel quaderno, gli investigatori si concentrano sulla ricerca di Joel Michael Guy Jr.
La prima pista arriva da un elemento apparentemente secondario, ma fondamentale: uno scontrino Walmart trovato all’interno dell’abitazione. Il documento registra l’acquisto di diversi articoli, tra cui guanti e prodotti per il primo soccorso, e riporta informazioni precise: data, orario e luogo dell’acquisto.
L’agente McCord richiede immediatamente le immagini delle telecamere di sorveglianza del negozio. I filmati mostrano chiaramente Joel all’interno del Walmart mentre acquista proprio quegli oggetti. Ma c’è un dettaglio che colpisce immediatamente gli investigatori. Le sue mani sono entrambe fasciate.
In particolare, la mano destra appare gravemente ferita.
Un elemento che sembra compatibile con l’ipotesi secondo cui Joel potrebbe essersi fatto male durante l’aggressione ai genitori, probabilmente durante la violenta colluttazione con il padre Mike.
Le telecamere del negozio riprendono anche il momento in cui Joel lascia il parcheggio a bordo della sua automobile: una Hyundai Sonata. Grazie alle immagini, gli investigatori riescono a identificare con certezza il veicolo e la targa.
A quel punto entra in gioco un sistema automatico di lettura delle targhe, che permette alle autorità di ricostruire gli spostamenti dell’automobile. Ed è qui che emerge un altro elemento importante.
Nel suo quaderno Joel aveva ipotizzato di tornare a Baton Rouge, dove viveva, per trovarsi lontano dal Tennessee nel momento in cui l’incendio avrebbe dovuto distruggere la casa e creare quindi un possibile alibi. Ma il suo comportamento reale non segue completamente il piano.
Invece di dirigersi direttamente verso la Louisiana, Joel percorre una strada diversa: guida fino in Texas, affrontando un viaggio di circa dieci o undici ore, per poi successivamente dirigersi verso Baton Rouge, con altre sei o sette ore di tragitto.
A questo punto Joel diventa ufficialmente ricercato. Il caso coinvolge anche l’FBI, perché il sospettato ha attraversato i confini dello Stato in cui è stato commesso il crimine, trasformando la ricerca in un’indagine federale.
Ma mentre le autorità cercano di rintracciarlo, Joel compie una scelta che dimostra ancora una volta quanto il suo piano fosse distante dalla realtà. Decide di acquistare un’arma. Si presenta in un’armeria della Louisiana e tenta di effettuare un acquisto legalmente.
Il problema è che negli Stati Uniti, quando una persona compra un’arma, viene effettuato un controllo automatico dei precedenti e delle eventuali segnalazioni. Un sistema che, in questo caso, diventa proprio ciò che permette agli investigatori di localizzarlo.
Joel, infatti, non aveva previsto che quella procedura avrebbe generato una segnalazione immediata alle forze dell’ordine. Il controllo fa scattare l’allarme e fornisce agli investigatori un aggiornamento sulla sua posizione.
Poche ore dopo, intorno alle 15:00 del 29 novembre 2016, Joel Michael Guy Jr. viene arrestato. Il figlio di Mike e Lisa, accusato di aver pianificato e realizzato il duplice omicidio dei genitori, finisce così in custodia. Ma l’indagine non è ancora conclusa.
Mentre Joel rimane detenuto senza possibilità di cauzione con l’accusa di duplice omicidio di primo grado, gli esperti forensi iniziano ad analizzare ogni elemento raccolto nella casa di Goldenview Lane. E le prove scientifiche contribuiranno a costruire un quadro accusatorio sempre più pesante.
Dopo l’arresto di Joel, gli investigatori proseguono il lavoro di analisi sulla scena del crimine e sui reperti raccolti nella casa di Goldenview Lane. Gli esami scientifici iniziano a confermare il collegamento diretto tra il figlio di Mike e Lisa e quanto accaduto all’interno dell’abitazione.
Gli esperti identificano infatti sei impronte digitali appartenenti a Joel su diversi reperti analizzati. Inoltre, il suo DNA viene trovato su alcuni degli oggetti più importanti dell’indagine: sulla copertina del quaderno nero contenente il piano omicida, sui sei guanti monouso esaminati, su alcuni coltelli e nei campioni prelevati dalle unghie di Mike.
Considerati nel loro insieme, questi elementi rafforzano ulteriormente l’accusa secondo cui Joel non solo si trovasse nella casa durante il delitto, ma avesse avuto un ruolo diretto nell’omicidio dei genitori.
Anche gli esiti delle autopsie restituiscono un quadro drammatico della violenza subita dalle vittime. L’esame sul corpo di Mike Guy evidenzia 42 ferite distribuite in diverse zone del corpo. Gli specialisti rilevano inoltre segni compatibili con una violenta colluttazione prima della morte. Questo particolare suggerisce che Mike abbia cercato di difendersi durante l’aggressione, spiegando anche le ferite riportate da Joel alle mani.
Sul corpo di Lisa Guy, invece, vengono individuate 31 ferite da arma bianca, concentrate soprattutto nella zona del torace e della schiena. Le lesioni risultano fatali perché hanno coinvolto organi interni.
Parallelamente alle analisi sui resti delle vittime, gli investigatori esaminano anche i dispositivi elettronici sequestrati a Joel. L’analisi forense del computer della famiglia Guy evidenzia un’attività insolita avvenuta il 26 novembre 2016, proprio nel periodo in cui secondo l’accusa sarebbero avvenuti gli omicidi.
Quel giorno risultano collegati contemporaneamente sette dispositivi USB al computer di casa. Per gli investigatori, un comportamento anomalo che potrebbe indicare un tentativo di trasferire o cancellare materiale potenzialmente compromettente.
Vengono inoltre analizzati i telefoni cellulari e i movimenti bancari. Tra il 27 e il 28 novembre emergono diverse operazioni finanziarie effettuate utilizzando denaro collegato ai genitori. Tra queste compare un bonifico di 10.000 dollari destinato al complesso residenziale in cui viveva Joel e diversi pagamenti relativi alle sue spese personali e universitarie addebitati sul conto di Lisa.
Secondo l’accusa, Joel avrebbe quindi utilizzato le carte della madre dopo la sua morte per continuare a sostenere il proprio stile di vita. Ed è proprio questo elemento che porta gli investigatori a concentrarsi sul possibile movente. Un movente di natura economica.
Ma perché arrivare a uccidere proprio le persone che per anni lo avevano sostenuto? Per comprenderlo bisogna tornare indietro e analizzare il rapporto tra Joel e i suoi genitori negli ultimi anni della sua vita.
Nel novembre del 2016, poco prima dei delitti, Joel ha 28 anni.
Vive da solo a Baton Rouge, non ha un lavoro stabile e non sembra impegnato nella ricerca di un’occupazione che gli permetta di mantenersi autonomamente. Continua invece a frequentare corsi universitari senza aver ancora completato il proprio percorso.
La sua situazione economica dipende quasi completamente da Mike e Lisa. I genitori pagano praticamente tutte le sue spese: l’affitto dell’appartamento, le utenze, i costi universitari, l’automobile e altre necessità quotidiane. Per anni Lisa continua ad aiutarlo e a sostenerlo.
Secondo alcune ricostruzioni, la donna sarebbe tornata anche a lavorare principalmente per poter continuare a garantire un sostegno economico al figlio ormai adulto. Una parte molto significativa del suo stipendio viene destinata alle necessità di Joel.
Mike, però, avrebbe iniziato da tempo a ritenere questa situazione non più sostenibile.
Con il pensionamento ormai vicino e una nuova fase della loro vita da organizzare, lui e Lisa iniziano a rivedere attentamente il proprio bilancio familiare. Il loro reddito sarebbe presto cambiato e continuare a mantenere un figlio adulto che aveva la possibilità di diventare indipendente non appariva più possibile.
L’idea dei genitori era quindi chiara: Joel avrebbe dovuto trovare un lavoro e iniziare finalmente a provvedere alle proprie spese. Una decisione che, secondo gli investigatori, potrebbe aver rappresentato il punto di rottura.
Perché mentre Mike e Lisa stavano semplicemente cercando di costruire un futuro più tranquillo, per Joel quella prospettiva avrebbe significato perdere l’unica fonte di sostentamento su cui aveva fatto affidamento per anni.
Gli investigatori non devono cercare a lungo una possibile spiegazione alle azioni di Joel. Ancora una volta, è il suo stesso quaderno a fornire elementi fondamentali.
Tra le pagine contenenti il piano omicida, infatti, Joel dedica ampio spazio anche al patrimonio dei genitori. Non si limita a descrivere il modo in cui avrebbe voluto eliminare le prove, ma analizza nel dettaglio ciò che avrebbe potuto ottenere dalla loro morte. Scrive di assicurazioni sulla vita, immobili, automobili, pensioni e beni ereditabili.
In particolare, riflette sulla polizza assicurativa collegata alla morte della madre Lisa e arriva a calcolare che, in determinate condizioni, avrebbe potuto ricevere una somma di circa 500.000 dollari.
Per gli investigatori questo rappresenta un elemento centrale: il delitto non sarebbe stato soltanto una reazione alla decisione dei genitori di interrompere il sostegno economico, ma un tentativo di ottenere un vantaggio finanziario.
Le autorità interrogano familiari e conoscenti per ricostruire meglio la situazione. Ed emerge un quadro familiare complesso. Mike e Lisa avevano dedicato gran parte della loro vita al figlio. Avevano continuato a sostenerlo anche quando Joel era ormai adulto, permettendogli di vivere senza dover affrontare le normali responsabilità economiche della sua età.
Ma con il pensionamento ormai imminente, quella situazione doveva cambiare.
Le testimonianze raccolte indicano che i genitori avevano parlato con Joel e gli avevano comunicato la loro decisione: avrebbe dovuto iniziare a lavorare e diventare progressivamente autonomo. Non sarebbe stato abbandonato improvvisamente. Secondo quanto emerso, gli sarebbe stato concesso del tempo per organizzarsi. E forse proprio questo aiuta a spiegare un dettaglio che, con il senno di poi, appare ancora più inquietante.
Durante il Ringraziamento, pochi giorni prima degli omicidi, Joel si comporta in modo completamente diverso dal solito. È sorridente, partecipa alla vita familiare, gioca con i nipoti, parla e scherza con tutti. Un comportamento che aveva sorpreso la famiglia.
Ma secondo la ricostruzione dell’accusa, quel cambiamento potrebbe avere avuto una spiegazione precisa: Joel sapeva che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui avrebbe dovuto vivere quei momenti. L’ultima festività insieme. L’ultima occasione in cui avrebbe dovuto interagire con una famiglia dalla quale negli anni si era progressivamente allontanato. Pochi giorni dopo, secondo gli investigatori, avrebbe messo in atto il piano scritto nel suo quaderno.
Ma c’è un’altra persona che, dopo l’arresto di Joel, assume un ruolo importante nella ricostruzione della sua personalità. È il suo unico vero amico: Michael McCracken.
A pochi giorni dall’arresto, Joel riesce a telefonargli dal carcere. La conversazione viene analizzata dagli investigatori e colpisce immediatamente per il tono estremamente particolare. Non sembra una semplice telefonata tra amici.
Il rapporto tra Joel e Michael appare molto più profondo e intenso, quasi quello di una coppia. Fin dall’inizio della chiamata, Joel sembra prepararlo all’idea che il loro rapporto sia ormai destinato a finire. Gli dice che, in un’altra vita, avrebbero potuto essere felici insieme, ma che ormai quella possibilità non esiste più. Poi gli chiede di considerarlo morto e di andare avanti con la propria vita. Gli dice che non lo contatterà più, se non per alcune questioni pratiche già discusse, perché vuole che Michael possa essere felice.
Michael appare completamente spiazzato. Fatica a trovare le parole e sembra incapace di comprendere come rispondere a una situazione simile. A un certo punto Joel arriva persino a suggerirgli cosa potrebbe dirgli. Gli dice, in sostanza, di chiedergli perché lo abbia fatto, come abbia potuto arrivare a tanto, di dirgli che è un idiota.
Michael gli ricorda quanto sia importante per lui, ma allo stesso tempo ammette di essere arrabbiato, confuso e profondamente ferito. È allora che Joel pronuncia una delle frasi più significative dell’intera conversazione: “Ti penso continuamente. Tu sei l’unica cosa buona in tutta la mia vita.”
Quella telefonata rappresenta una delle rare occasioni documentate in cui Joel manifesta apertamente un legame emotivo così forte verso un’altra persona.
Nella parte finale della conversazione emerge però un altro dettaglio importante. Joel spiega a Michael che l’affitto del suo appartamento è già stato pagato fino ad agosto e che quindi il proprietario non potrà liberare immediatamente l’abitazione dai suoi effetti personali.
Quando Michael gli chiede come abbia fatto a pagare una somma così elevata, Joel risponde che una delle ultime cose fatte da sua madre Lisa prima di morire sarebbe stata proprio quella di pagargli l’affitto. Ma gli investigatori sanno che la realtà è diversa.
Secondo le prove raccolte, sarebbe stato Joel stesso a utilizzare la carta della madre dopo la sua morte. Un ulteriore elemento che, secondo l’accusa, dimostra come anche dopo il delitto abbia continuato ad agire pensando principalmente al proprio interesse.
Dopo l’arresto, Joel Michael Guy Jr. viene trasferito in un carcere del Tennessee, dove rimane detenuto in attesa del processo.
Il procedimento preliminare si protrae per quasi quattro anni, soprattutto a causa delle numerose contestazioni sollevate dalla difesa sulla legittimità delle perquisizioni effettuate dagli investigatori e sull’ammissibilità delle prove raccolte nella casa di Goldenview Lane.
Joel si dichiara non colpevole e sceglie di non testimoniare mai davanti alla giuria durante il dibattimento. Poco prima dell’inizio del processo, però, compie una scelta sorprendente. Joel presenta personalmente una richiesta per potersi rappresentare da solo in aula e dichiara di voler accettare la pena di morte nel caso in cui fosse stato condannato.
Il giudice, tuttavia, gli spiega che la questione non può essere gestita in questo modo. Un imputato non può decidere autonomamente di ricevere la pena capitale: soltanto la Procura può scegliere di perseguire un procedimento che preveda la pena di morte.
Poiché l’ufficio del procuratore della contea di Knox aveva già deciso di non richiedere una condanna capitale, Joel non poteva né rinunciare alle garanzie processuali né ottenere quella possibilità. Rimane quindi assistito dai propri avvocati e rischia, in caso di condanna, una pena detentiva a vita.
Il processo contro Joel Michael Guy Jr. si apre il 28 settembre 2020 presso la Knox County Criminal Court. Il dibattimento si svolge in un periodo particolare: l’emergenza sanitaria legata al COVID-19 è ancora in corso.
Nell’aula vengono quindi applicate misure straordinarie: giurati, testimoni, avvocati e personale del tribunale indossano mascherine, vengono mantenute le distanze di sicurezza e sono presenti barriere in plexiglass.
Anche Joel, ormai detenuto da quasi quattro anni, compare davanti alla giuria con una protezione trasparente davanti al volto. Le sue immagini in tribunale attirano immediatamente l’attenzione del pubblico anche per il suo comportamento.
Durante il processo, infatti, Joel appare quasi completamente privo di emozioni. La sua espressione rimane spesso impassibile anche durante la presentazione delle prove più drammatiche, comprese le immagini della scena del crimine e dei resti dei suoi genitori. In alcuni momenti viene visto sorridere o ridacchiare mentre parla con il proprio avvocato. L’unica occasione in cui sembra mostrare un’emozione evidente è durante la testimonianza di Michael McCracken, il suo unico amico.
Fin dall’inizio del processo emerge chiaramente quale sarà il tema centrale dell’accusa: la premeditazione. Secondo i pubblici ministeri, Joel non avrebbe agito in un momento di rabbia o dopo una discussione improvvisa. Al contrario, avrebbe preparato il duplice omicidio per settimane, raccogliendo materiali, studiando il modo di eliminare le prove e scrivendo un piano dettagliato nel proprio quaderno.
La difesa, invece, durante l’intervento iniziale sceglie una linea molto diversa. L’arringa introduttiva dura meno di due minuti e non propone una ricostruzione alternativa dei fatti. Gli avvocati invitano semplicemente la giuria a chiedersi se lo Stato sia davvero riuscito a dimostrare, oltre ogni ragionevole dubbio, che Joel sia responsabile degli omicidi.
Nel corso dei quattro giorni di dibattimento vengono ascoltati numerosi testimoni: familiari, investigatori, esperti forensi e tecnici che hanno analizzato i reperti.
L’accusa presenta tutte le prove raccolte negli anni: le fotografie della scena del crimine; i filmati delle telecamere di sorveglianza; le registrazioni telefoniche; i risultati delle analisi biologiche; il quaderno contenente il piano omicida.
La difesa insiste invece su alcuni punti critici. Sottolinea l’assenza di testimoni oculari e mette in dubbio alcuni aspetti legati al quaderno, evidenziando soprattutto che non è stata eseguita una perizia grafologica formale per dimostrare in modo assoluto che fosse stato scritto proprio da Joel.
Durante il processo, inoltre, non viene mai presentata una diagnosi psichiatrica ufficiale. La difesa non porta esperti che sostengano un’eventuale infermità mentale o una ridotta capacità di intendere e di volere.
Tuttavia, alcuni esperti chiamati a commentare il comportamento di Joel evidenziano la presenza di caratteristiche compatibili con una personalità fortemente narcisistica ed egocentrica, con possibili tratti antisociali. Anche il giudice, nel corso del procedimento, arriverà a descriverlo come una persona convinta di essere molto più intelligente di quanto fosse realmente.
Ma il punto centrale del processo resta sempre lo stesso: Joel aveva pianificato tutto? Per l’accusa, la risposta è sì.
Durante il processo, l’accusa presenta alla giuria la propria ricostruzione di quanto sarebbe accaduto nella casa di Goldenview Lane nei giorni precedenti alla scoperta dei corpi.
Secondo la versione dei pubblici ministeri, Mike e Lisa Guy vengono uccisi il 26 novembre 2016, il giorno successivo al Ringraziamento.
La ricostruzione parte dalle ultime ore in cui la famiglia viene vista insieme. Alle 12:18, le telecamere di sicurezza del Walmart riprendono Lisa mentre termina di fare la spesa.
Secondo l’accusa, Joel avrebbe approfittato della sua assenza per aggredire il padre.
Mike sarebbe stato colpito nella stanza al piano superiore utilizzata come palestra. La scena trovata dagli investigatori suggerirebbe proprio una violenta colluttazione avvenuta in quell’ambiente. L’uomo, secondo gli elementi raccolti, avrebbe tentato di difendersi durante l’aggressione.
Quando Lisa torna a casa, invece, non avrebbe nemmeno avuto il tempo di sistemare la spesa appena acquistata. Questo spiegherebbe perché le buste con gli alimenti siano state ritrovate ancora all’ingresso, con prodotti che avrebbero dovuto essere riposti in frigorifero.
Secondo la ricostruzione dell’accusa, Lisa sarebbe stata aggredita poco dopo il suo rientro, sul pianerottolo del primo piano. Dopo aver ucciso entrambi i genitori, Joel sarebbe rimasto all’interno dell’abitazione per un lungo periodo, fino alla tarda serata del 27 novembre.
Durante queste ore avrebbe iniziato il complesso tentativo di occultamento dei corpi. I resti di Mike e Lisa sarebbero stati suddivisi e sistemati nei due grandi contenitori blu trovati nel bagno principale, sopra i teli di plastica. All’interno dei contenitori sarebbero state versate diverse sostanze chimiche, tra cui prodotti disgorganti, idrossido di sodio, perossido di idrogeno, acido muriatico e candeggina.
Gli investigatori ritengono inoltre che il tubo da giardino installato al posto del soffione della doccia fosse stato utilizzato proprio durante questi tentativi di pulizia.
La testa di Lisa sarebbe stata poi portata al piano inferiore e collocata nella pentola lasciata sul fornello acceso. Parallelamente, Joel avrebbe preparato il sistema destinato a incendiare la casa.
Nel suo progetto erano previsti timer, prolunghe, taniche di benzina, piastre per capelli e altri dispositivi che, secondo il suo piano, avrebbero dovuto provocare un incendio quando lui ormai si fosse trovato lontano dal Tennessee.
Ma il piano non si realizza. La casa non prende fuoco.
Gli investigatori non riescono a stabilire con certezza se Joel abbia abbandonato volontariamente il progetto o se qualcosa lo abbia costretto a interromperlo. Una delle ipotesi è che le ferite riportate durante l’aggressione lo abbiano reso incapace di completare quanto aveva programmato.
Dopo essersi procurato il materiale per medicarsi al Walmart, Joel sarebbe rimasto ancora per qualche tempo nella casa dei genitori. Solo nella tarda serata del 27 novembre avrebbe lasciato definitivamente Knoxville a bordo della sua Hyundai Sonata, dirigendosi verso Baton Rouge.
Secondo l’accusa, il viaggio verso la Louisiana avrebbe avuto lo scopo di creare distanza geografica dagli omicidi e rafforzare un possibile alibi.
Nel quaderno, infatti, Joel aveva annotato anche un’altra idea: programmare il telefono della madre affinché inviasse automaticamente un messaggio in un momento successivo, facendo credere che Lisa fosse ancora viva quando lui si sarebbe già trovato lontano. La ferita alle mani, però, avrebbe complicato anche questo piano.
Presentarsi in un ospedale del Tennessee subito dopo un duplice omicidio avvenuto nelle vicinanze avrebbe potuto attirare l’attenzione delle autorità. Per questo, secondo la ricostruzione dell’accusa, Joel avrebbe preferito allontanarsi e ricevere cure soltanto una volta tornato in Louisiana.
Quando successivamente gli investigatori gli chiedono spiegazioni sul lungo viaggio prima di rivolgersi a un medico, Joel sostiene di non avere un’assicurazione sanitaria privata e di poter ricevere cure più economiche soltanto presso la clinica universitaria. Ed effettivamente il 27 novembre si presenta presso la clinica della Louisiana State University.
Ai medici racconta una versione completamente diversa: sostiene di essersi ferito cadendo dalle scale mentre trasportava alcuni oggetti fragili e taglienti. Per l’accusa, però, quella spiegazione non è credibile. Secondo i pubblici ministeri, le ferite sarebbero una conseguenza diretta della violenta aggressione ai genitori.
Durante il processo vengono ascoltati anche i familiari di Mike e Lisa. Le loro testimonianze sono tra i momenti più emotivamente difficili del dibattimento.
Michelle, una delle figlie della coppia, racconta il dolore non soltanto per la perdita dei genitori, ma anche per tutto ciò che quella tragedia ha sottratto alla sua famiglia. Parla dei figli, ai quali è stata tolta la possibilità di crescere accanto ai nonni, e del trauma destinato ad accompagnarli per sempre.
Dopo quattro giorni di testimonianze e presentazione delle prove, la giuria inizia la deliberazione il 1° ottobre 2020. Dopo un solo giorno di confronto, il 2 ottobre, torna in aula con il verdetto. Joel Michael Guy Jr. viene dichiarato colpevole di tutti e sette i capi d’accusa.
La sentenza nei confronti di Joel Michael Guy Jr. arriva il 19 novembre 2020. Il giudice lo condanna a due ergastoli per gli omicidi di Mike e Lisa Guy, oltre a due anni di carcere per ciascun capo d’accusa relativo all’abuso dei cadaveri.
La decisione assume un significato particolare considerando la legge del Tennessee in vigore al momento dei fatti. All’epoca, una condanna all’ergastolo prevedeva la possibilità teorica di richiedere la libertà condizionale soltanto dopo almeno 51 anni di detenzione. Due ergastoli consecutivi portano quindi il limite teorico a 102 anni, ai quali si aggiungono gli ulteriori anni per i reati legati all’occultamento dei resti.
In termini pratici, Joel avrebbe dovuto trascorrere in carcere almeno 106 anni prima di poter anche solo ipotizzare un eventuale rilascio. Una condanna che, di fatto, significa che rimarrà detenuto per il resto della sua vita.
Nel motivare la pena, il giudice utilizza parole molto dure nei confronti dell’imputato. Definisce il caso come “la forma più estrema di abuso di cadavere” affrontata nella sua carriera e descrive i crimini come caratterizzati da una malvagità fuori da ogni proporzione.
Secondo il giudice, durante tutto il procedimento non emerge alcun reale segno di rimorso da parte di Joel, il cui comportamento appare invece quello di una persona incapace di mostrare pentimento per ciò che ha fatto.
Anche dopo il processo, però, la vicenda giudiziaria di Joel continua a fare discutere. Mentre è detenuto, gli agenti carcerari intercettano una lettera scritta a mano nella quale Joel descrive fantasie estremamente violente nei confronti di un compagno di cella. Nel testo racconta di aver immaginato di cavargli gli occhi mentre dormiva, salvo poi aggiungere di non voler realmente commettere quel gesto e di essere consapevole che non dovrebbe avere accesso a un’altra persona mentre questa è incosciente.
Secondo la Procura della contea di Knox, però, quella lettera non sarebbe semplicemente un’espressione di impulsi violenti. Gli inquirenti ipotizzano che potesse trattarsi anche di una strategia per ottenere ciò che Joel desiderava: l’isolamento dal resto della popolazione carceraria.
Nel frattempo, il percorso giudiziario prosegue.
Nel 2023, la Corte d’appello penale del Tennessee conferma integralmente le condanne, respingendo le contestazioni presentate dalla difesa.
Successivamente anche la Corte Suprema del Tennessee rifiuta di riesaminare il caso.
Nel maggio del 2024, infine, la Corte Suprema degli Stati Uniti respinge l’ultima richiesta di ricorso. La condanna diventa quindi definitiva.
Parallelamente, Joel continua però a rivendicare alcuni benefici economici collegati alla morte dei genitori, sostenendo di avere diritto al denaro delle polizze assicurative. Una richiesta che viene respinta. Nell’agosto 2024, una corte d’appello federale stabilisce infatti che Joel non può ottenere alcun vantaggio economico dalla morte delle persone che è stato condannato per aver ucciso. Il principio applicato è chiaro: una persona responsabile dell’omicidio di qualcuno non può beneficiare finanziariamente della sua morte.
Oggi Joel Michael Guy Jr. è ancora detenuto. Senza eredità. Senza il denaro che aveva sperato di ottenere. E con una condanna destinata a tenerlo prigioniero per il resto della sua vita.