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La sera del 17 gennaio 1998, poco dopo le 23:30, in casa Tollis arriva una telefonata destinata a segnare per sempre il destino di un’intera famiglia. A chiamare è Fabio Tollis, sedici anni, che chiede al padre Michele il permesso di fermarsi a dormire a casa di un’amica, una ragazza di nome Chiara Marino. È una richiesta che, in apparenza, potrebbe sembrare ordinaria. Ma Michele, operaio di 52 anni, capisce immediatamente che c’è qualcosa che non va.
Non ha mai sentito nominare quella ragazza, non sa chi sia, e soprattutto percepisce nella voce del figlio un dettaglio che lo allarma: Fabio biascica, trascina le parole, parla in modo insolito. È un particolare minimo, ma sufficiente a far scattare un’intuizione. Michele gli ordina di tornare a casa. Poi, appena chiusa la chiamata, decide di uscire lui stesso per andare a prenderlo. Attraversa la nebbia fitta di quella notte milanese con una convinzione precisa: Fabio si trova al Midnight, il locale abitualmente frequentato dal suo gruppo di amici, ragazzi legati alla scena metal e all’estetica dark. Ma una volta arrivato, del figlio e di Chiara non c’è traccia.
Davanti al pub incontra altri giovani della compagnia, tra cui Andrea Volpe e Nicola Sapone, che però non sanno dirgli dove siano finiti i due ragazzi. Gli riferiscono di averli visti allontanarsi per fare una telefonata e poi sparire nel nulla. Tentano perfino di rassicurarlo, sostenendo che probabilmente Fabio e Chiara si sarebbero semplicemente appartati da qualche parte e che presto sarebbero rientrati. Ma non sarà così.
Con il passare delle ore, la preoccupazione di Michele Tollis si trasforma in angoscia concreta. Quella sensazione avvertita durante la telefonata si fa sempre più insistente, quasi una certezza: a Fabio è successo qualcosa di grave. Il sospetto si rafforza quando Michele decide di contattare la famiglia di Chiara Marino, scoprendo che anche la ragazza non è mai rientrata a casa. A quel punto non si tratta più di un semplice ritardo. È una doppia scomparsa.
L’intera famiglia Tollis si mobilita immediatamente per cercare Fabio, avviando ricerche autonome che però non portano ad alcun risultato. Viene sporta denuncia e iniziano anche gli appelli televisivi, nella speranza che qualcuno possa aver visto qualcosa. Fabio viene descritto come un ragazzo di 16 anni, alto circa un metro e settantacinque, con capelli lunghi neri, occhi castani e una corporatura robusta. Nonostante gli sforzi però, l’ipotesi che prende piede tra molti è quella di un allontanamento volontario.
Il fatto che Fabio sia sparito insieme a una ragazza alimenta l’idea di una possibile fuga, magari una decisione impulsiva presa da due adolescenti. Ma Michele non crede a questa versione. È convinto che suo figlio non sarebbe mai scappato di casa, soprattutto senza dare spiegazioni. Il loro rapporto era sereno, privo di conflitti evidenti. A rafforzare questa convinzione c’è un dettaglio semplice ma significativo: poche ore prima di uscire, Fabio aveva chiesto al padre qualche lira in più per mangiare una pizza con gli amici. Michele gliene aveva date addirittura il doppio, come premio. Fabio aveva salutato con naturalezza, concludendo con un “a stasera” che oggi assume un peso drammatico. Quelle parole, pronunciate con leggerezza, diventano il simbolo di un’ultima normalità che non tornerà più.
Michele Tollis comprende rapidamente che, per trovare suo figlio, non potrà affidarsi solo alle indagini ufficiali. La convinzione che dietro la scomparsa ci sia qualcosa di più oscuro lo spinge a muoversi in prima persona, con una determinazione che nel tempo diventerà ossessione e missione personale.
Inizialmente trova supporto proprio negli amici di Fabio, che si mostrano disponibili, gli stanno vicino e lo aiutano a entrare in contatto con altre persone che frequentano il Midnight, nella speranza di ottenere informazioni utili. Ma ogni tentativo si rivela inconcludente. Nessuno sembra sapere nulla.
Nonostante questo muro di silenzio, Michele è convinto che la risposta si trovi proprio in quell’ambiente, nel mondo che suo figlio frequentava quotidianamente. È lì che decide di immergersi completamente. Nel giro di poco tempo cambia radicalmente vita: inizia a vestirsi come Fabio, frequenta gli stessi locali, partecipa ai concerti metal e si avvicina a una realtà che fino a quel momento gli era estranea. All’ingresso di ogni locale mostra la denuncia di scomparsa, chiede il permesso di entrare, parla con chiunque possa aver visto o conosciuto suo figlio. Gli viene sempre concesso di cercare, ma le risposte sono sempre le stesse: nessuna traccia.
Michele non si ferma, continua a spostarsi anche fuori città, arrivando a partecipare, come racconterà in seguito, a 84 concerti nella speranza di trovare un indizio. Riesce persino a far pubblicare sulla rivista specializzata Metal Shock una foto di Fabio con la scritta “SCOMPARSO”, tentando di raggiungere quante più persone possibile. Ogni piccolo spiraglio diventa una possibilità, ogni incontro un’occasione. Ma, nonostante gli sforzi, il mistero resta intatto, alimentando in lui un sospetto sempre più inquietante: qualcuno, in quel mondo, sa molto più di quanto voglia ammettere.
Nel corso delle sue ricerche, Michele Tollis entra progressivamente in contatto con una realtà che inizialmente gli era del tutto sconosciuta. Frequentando locali, concerti e ambienti legati alla scena metal milanese, inizia a osservare dinamiche, comportamenti e ritualità che lo colpiscono profondamente. Alcuni eventi, in particolare, gli appaiono ambigui, difficili da interpretare, ma accomunati da un elemento ricorrente: una componente che va oltre la semplice passione musicale.
Michele racconterà in seguito di aver avuto la sensazione che certi contesti somigliassero più a riti strutturati che a semplici momenti di aggregazione giovanile. È in questo momento che nella sua mente prende forma un sospetto preciso: e se Fabio fosse stato coinvolto in qualcosa di più grande, di più oscuro? Parallelamente, anche il comportamento degli amici del figlio inizia a cambiare. Le visite, inizialmente frequenti e partecipate, diventano sempre più sporadiche, fino quasi a interrompersi del tutto. Un distacco che Michele interpreta come un segnale.
Decide quindi di iniziare a fare domande più dirette, cercando di ottenere risposte su ciò che realmente accadeva all’interno di quel gruppo. Tuttavia, ogni tentativo si scontra con nuove reticenze. La situazione cambia definitivamente quando, una sera, Michele assiste a una puntata di “Chi l’ha visto?” dedicata proprio alla scomparsa di Fabio Tollis e Chiara Marino. Durante il servizio emerge un elemento inedito: i genitori di Chiara raccontano di aver trovato, nella stanza della figlia, oggetti insoliti come candele nere, immagini di caproni, pentacoli e simboli esoterici. Materiale che avevano fatto rimuovere, ma che, alla luce della scomparsa, assume un significato completamente diverso. È a questo punto che il sospetto diventa convinzione. Per Michele, non si tratta più di ipotesi: Fabio potrebbe essere stato coinvolto in un contesto legato a pratiche esoteriche o sataniche.
Per comprendere cosa possa essere accaduto a Fabio Tollis, è necessario ricostruire il contesto relazionale in cui il ragazzo era inserito. Uno degli incontri più significativi è quello con Mario Maccione, conosciuto a Cologno Monzese, in una piazza frequentata da giovani appassionati di musica metal. Tra i due nasce rapidamente un legame fondato su interessi comuni, in particolare la musica, tanto da portarli a fondare insieme una band chiamata “Ferocity”.
Tuttavia, accanto a questa passione, emerge fin da subito un altro elemento centrale nella personalità di Maccione: un interesse precoce e profondo per lo spiritismo. Già dall’età di undici anni, Mario sostiene di possedere capacità particolari, arrivando a definirsi un medium. Racconta di percepire la presenza di una voce, che descrive come oscura e inquietante, capace di manifestarsi improvvisamente e di assegnargli compiti precisi. In alcune occasioni, afferma che questa entità gli avrebbe rivelato la propria origine, dichiarando di provenire dal “mondo dei morti”. Un’esperienza che, lungi dallo spaventarlo definitivamente, contribuisce a rafforzare in lui la convinzione di essere in grado di comunicare con l’aldilà.
La sua prima seduta spiritica risale ai dodici anni, effettuata insieme a un coetaneo e registrata su nastro. Secondo il suo racconto, durante l’esperimento non accade nulla di evidente, ma riascoltando la registrazione emergerebbe una voce che conta in sequenza. Subito dopo, i due ragazzi, spaventati, assistono (sempre secondo quanto riferito) al crollo improvviso di una libreria nella stanza. Episodi che contribuiscono ad alimentare un immaginario già fortemente suggestionato.
Nonostante un iniziale tentativo di allontanarsi da queste pratiche, anche a causa della paura, Mario continua a vivere una condizione personale complessa: a soli tredici anni fa uso di alcol e sostanze, viene iscritto dai genitori a una scuola salesiana nel tentativo di aiutarlo, ma viene successivamente espulso. Quando nel 1995 incontra Fabio Tollis, il suo percorso è già segnato da elementi di fragilità e fascinazione per l’occulto, destinati a influenzare profondamente anche le dinamiche del gruppo che si formerà negli anni successivi.
Nel corso del 1996, il gruppo inizia ad ampliarsi con l’ingresso di nuove figure, tra cui Paolo Leoni, soprannominato “Ozzy” in riferimento al cantante dei Black Sabbath. La sua presenza segna un punto di svolta nelle dinamiche interne.
Ozzy vive nella periferia milanese ed è descritto da chi lo conosce come un ragazzo dal passato profondamente traumatico e instabile. La sua storia familiare è complessa: il padre, Corrado Leoni, con precedenti per furto e rapina, era stato coinvolto in un caso di omicidio negli anni ’80. Una donna di 46 anni, sua amante, era stata trovata senza vita dopo essere stata picchiata e strangolata. Corrado era stato ritenuto incapace di intendere e di volere e ricoverato in una struttura psichiatrica, per poi fare ritorno a casa solo nel 1995.
Nello stesso periodo, un’altra tragedia colpisce la famiglia: la sorella di Ozzy si ammala di tumore al cervello e muore nel 1996. Un evento che lo segna profondamente, portandolo a una condizione di forte fragilità emotiva. Emergono anche episodi di tentato suicidio, tra cui uno particolarmente significativo, in cui Ozzy si introduce nei tunnel della metropolitana con l’intenzione di lasciarsi travolgere da un treno, salvo poi cambiare idea all’ultimo momento.
Nonostante questo contesto, all’interno del gruppo Ozzy assume rapidamente una posizione centrale. Viene descritto come una figura dotata di forte carisma e capacità di influenza, in grado di esercitare controllo sugli altri membri, sia attraverso la persuasione sia, in alcuni casi, mediante l’intimidazione fisica. Diversi testimoni lo indicano come il leader naturale del gruppo, capace di orientarne decisioni e comportamenti. Anche lui, come gli altri, condivide l’interesse per lo spiritismo e partecipa attivamente alle sedute, contribuendo a rafforzare un clima già carico di suggestioni. Attorno a lui si consolidano progressivamente dinamiche gerarchiche e relazionali che, nel tempo, renderanno il gruppo sempre più chiuso e strutturato. Un contesto in cui l’influenza personale e il bisogno di appartenenza iniziano a intrecciarsi con elementi sempre più estremi e pericolosi.
Con il progressivo consolidarsi del gruppo, entrano a farne parte nuovi ragazzi, ciascuno con una storia personale complessa e spesso segnata da fragilità. Tra questi c’è Chiara Marino, la ragazza scomparsa insieme a Fabio Tollis.
È Paolo Leoni a introdurla nel gruppo: i due si conoscevano già, abitavano nella stessa zona. Chiara ha 17 anni ed è descritta come una giovane attratta da tutto ciò che è oscuro ed esoterico. Qualche anno prima era stata coinvolta in un incidente stradale sulle strisce pedonali, ottenendo un risarcimento molto elevato per l’epoca, pari a circa 110 milioni di lire. Una somma che, secondo diverse testimonianze, condivideva spesso con gli altri membri del gruppo, arrivando in alcuni casi a prestare o regalare denaro.
Questo elemento contribuisce a rafforzare la sua posizione all’interno del gruppo, ma anche a renderla particolarmente esposta. Dal punto di vista caratteriale, viene descritta come lunatica e scontrosa, poco incline ai rapporti, fatta eccezione per Ozzy, verso il quale sviluppa un forte legame emotivo, arrivando a confidare alla sorella di esserne innamorata.
Parallelamente, entrano nel gruppo anche Eros Monterosso e Marco Zampollo. Il primo vive in un contesto familiare difficile, ha un percorso scolastico problematico e scoprirà in seguito di soffrire di disturbo borderline. Il secondo, più grande, convive con problemi di salute importanti, tra cui l’anemia mediterranea, e fa uso abituale di sostanze come hashish. Entrambi assumono un ruolo marginale all’interno del gruppo, così come accade nel 1997 a Pietro Guerrieri, soprannominato “Wedra”. Quest’ultimo, tatuatore, è un ragazzo solitario, segnato da lutti familiari e da una costante sensazione di esclusione. Il suo ingresso nel gruppo coincide con un cambiamento evidente anche nell’aspetto: inizia a vestirsi esclusivamente di nero, aderendo completamente all’identità collettiva. La sua posizione resta però quella di un gregario, desideroso soprattutto di essere accettato.
A completare il quadro c’è Andrea Volpe, ventenne, caratterizzato da una forte dipendenza da sostanze, in particolare eroina, che assume per via endovenosa. La sua figura si distingue anche per la relazione con la fidanzata Mariangela Pezzotta, un rapporto che nel tempo si rivelerà profondamente violento e abusante. Con l’ingresso di questi membri, il gruppo assume una configurazione sempre più definita, in cui fragilità individuali, bisogno di appartenenza e dinamiche di potere iniziano a intrecciarsi in modo sempre più pericoloso.
All’interno del gruppo, una delle dinamiche più significative riguarda proprio il rapporto tra Andrea Volpe e la sua fidanzata Mariangela Pezzotta, una relazione che si configura fin da subito come profondamente abusante.
Mariangela non fa parte delle cosiddette “Bestie di Satana”, e secondo diverse testimonianze non conosce nemmeno tutti i membri del gruppo. Il suo legame con Andrea precede la nascita stessa del gruppo, ma nel tempo si trasforma in un rapporto segnato da violenza fisica e psicologica. I diari personali della ragazza, successivamente acquisiti agli atti, restituiscono un quadro estremamente chiaro della situazione: Mariangela descrive episodi ricorrenti di aggressioni, umiliazioni e manipolazione emotiva. Scrive di essere stata picchiata più volte, di aver subito strattoni, pugni e insulti, e di vivere in uno stato costante di paura. Nonostante ciò, emerge anche la difficoltà a interrompere il rapporto, una condizione tipica delle relazioni coercitive, in cui la vittima alterna momenti di consapevolezza al ritorno dal proprio aggressore.
Parallelamente, Andrea intrattiene altre relazioni, tra cui quella con Vera, con la quale arriva persino a convivere per un periodo. Anche in questo caso emergono comportamenti estremi: rituali in cui i due mescolano il proprio sangue, isolamento sociale imposto alla ragazza e atti di violenza fisica, tra cui bruciature di sigarette e ferite sulle braccia. Nonostante ciò, Andrea continua a mantenere il rapporto con Mariangela, arrivando a presentarla ad altre persone come una semplice parente.
Nei suoi scritti, Mariangela mostra una crescente consapevolezza del pericolo, temendo per la propria vita. In più occasioni esprime il desiderio di allontanarsi, riconoscendo la natura distruttiva della relazione, ma ammette anche la propria difficoltà a farlo. Questo legame rappresenta uno degli elementi più significativi per comprendere le dinamiche interne al gruppo: un sistema basato su controllo, dipendenza emotiva e violenza, in cui i confini tra relazioni personali e logiche di gruppo risultano sempre più sfumati.
Nel 1999 entra nel gruppo una figura destinata a diventare centrale negli sviluppi successivi: Elisabetta Ballarin. La giovane conosce Andrea Volpe presso la discoteca Nautilus quando ha 14 anni, mentre lui è significativamente più grande.
La relazione tra i due si sviluppa rapidamente e si sovrappone a quella già esistente tra Volpe e Mariangela Pezzotta. Fin dalle prime fasi emergono elementi di forte squilibrio relazionale, che secondo diverse testimonianze si traducono in comportamenti violenti e di controllo. Alcuni compagni di scuola riferiscono di aver notato su Elisabetta lividi, segni sul corpo e ferite, da lei stessa ricondotti al rapporto con Volpe. Parallelamente, si registra un cambiamento anche sul piano comportamentale e simbolico: la ragazza inizia a utilizzare un linguaggio legato all’immaginario satanico, affermando che il proprio compagno rappresenta una figura identificabile con Satana, e adotta segni distintivi come croci rovesciate e simboli esoterici.
L’ingresso di Elisabetta avviene in una fase in cui il gruppo ha già assunto caratteristiche più strutturate, con dinamiche che, secondo gli inquirenti, presentano tratti riconducibili a un contesto settario: forte coesione interna, pressione psicologica sui membri e una progressiva chiusura verso l’esterno. In questo quadro, emerge anche un principio condiviso all’interno del gruppo, più volte riferito nelle testimonianze: l’idea che l’appartenenza fosse vincolante e non reversibile, se non attraverso conseguenze estreme. Un elemento che contribuisce a delineare un contesto sempre più chiuso, coercitivo e potenzialmente pericoloso.
A partire dal 1997, con l’ingresso di nuovi membri come Nicola Sapone, le dinamiche interne al gruppo subiscono un’ulteriore evoluzione. Secondo quanto emerso dalle indagini e dalle testimonianze, iniziano a essere introdotte una serie di prove di coraggio, considerate necessarie per dimostrare la propria appartenenza. Si tratta di comportamenti estremamente rischiosi, spesso privi di qualsiasi logica, che espongono i partecipanti a gravi pericoli fisici.
Tra questi episodi vengono descritti gesti come attraversare i binari ferroviari con un treno in arrivo, lanciarsi da veicoli in corsa o affrontare percorsi in zone isolate sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. In altri casi, le prove consistono nell’assunzione eccessiva di alcol o droghe, oppure in atti di autolesionismo, come sopportare bruciature di sigarette sulla pelle.
Queste pratiche contribuiscono a rafforzare un senso di appartenenza e invulnerabilità, alimentato anche dall’assenza, almeno iniziale, di conseguenze fatali. Parallelamente, si sviluppa un immaginario condiviso sempre più orientato verso elementi esoterici: alcuni membri, in particolare Mario Maccione, dichiarano di ricevere indicazioni da presunte entità, che avrebbero suggerito comportamenti e decisioni del gruppo.
Durante questi momenti, spesso associati all’uso di sostanze, vengono riferiti episodi di alterazione percettiva, interpretati come manifestazioni sovrannaturali. Il linguaggio interno al gruppo cambia progressivamente, assumendo toni più estremi, con riferimenti espliciti alla violenza e alla morte. In questo contesto, ogni membro adotta anche un soprannome, rafforzando l’identità collettiva: Fabio Tollis diventa “Daemon”, Nicola Sapone “Enussen”, Paolo Leoni “Evol”, Andrea Volpe “Isidon”. Un sistema simbolico che contribuisce a creare una netta separazione tra il gruppo e il mondo esterno. Nel complesso, si delinea un contesto in cui pressione psicologica, emulazione e alterazione degli stati di coscienza si intrecciano, favorendo una progressiva perdita di controllo e un’escalation verso comportamenti sempre più estremi.
Per oltre sei anni, la scomparsa di Fabio Tollis e Chiara Marino resta avvolta nel silenzio. Poi, il 24 gennaio 2004, accade qualcosa che cambia radicalmente il corso delle indagini. Sono circa le 8 del mattino quando al 112 arriva una telefonata: un uomo segnala la presenza di un giovane nel cortile del proprio negozio, a Somma Lombardo, in evidente stato di alterazione.
Il ragazzo urla frasi sconnesse, prende a calci le auto parcheggiate e appare completamente fuori controllo. È vestito in modo inadeguato per il freddo e presenta macchie rosse sui jeans, compatibili con schizzi di sangue. Quel giovane è Andrea Volpe.
All’arrivo dei carabinieri, Volpe riferisce di essere stato aggredito insieme alla sua fidanzata da un gruppo di persone in un bosco, sostenendo che l’obiettivo fosse violentarla. Racconta di essere riuscito a fuggire per chiedere aiuto. Nonostante il suo evidente stato confusionale, i militari decidono di verificare le sue dichiarazioni e gli chiedono di indicare il luogo dell’aggressione. Volpe li conduce nei pressi del canale Villoresi, in una zona isolata. Qui vengono trovate due auto: una Fiat Uno e una Honda Accord. All’interno della Fiat, accasciata sul volante e con segni evidenti di malessere, si trova Elisabetta Ballarin.
La seconda auto risulta intestata alla madre di Mariangela Pezzotta, ma della giovane non c’è traccia. All’interno del veicolo vengono rinvenuti oggetti personali, vestiti e materiali che presentano tracce ematiche. A quel punto, i sospetti degli investigatori si intensificano. La situazione assume contorni ancora più gravi quando, contattato il padre di Mariangela, l’uomo reagisce con una frase immediata e significativa: “me l’ha ammazzata”.
Nel frattempo, Elisabetta viene trasportata in ospedale e, una volta ripresasi, pronuncia parole che segnano una svolta decisiva: ammette che è accaduto qualcosa di grave e fa riferimento diretto alla morte di Mariangela. Da quel momento, ciò che fino ad allora era rimasto irrisolto inizia a riemergere, collegando fatti apparentemente separati e riportando al centro dell’attenzione il gruppo di giovani già noto a Michele Tollis.
Le verifiche condotte nell’immediatezza portano i carabinieri fino a una villetta isolata nei boschi, utilizzata da Andrea Volpe ed Elisabetta Ballarin. L’abitazione si presenta in condizioni caotiche e compromesse: all’interno vengono trovati piatti sporchi, bicchieri rotti, oggetti disseminati a terra e numerose tracce di sangue, visibili su superfici e strumenti domestici.
In particolare, nel bagno vengono rinvenuti stracci, guanti e attrezzi chiaramente utilizzati nel tentativo di pulire. Gli investigatori individuano anche delle strisciate ematiche che conducono verso una serra esterna. È proprio lì che avviene la scoperta più rilevante: dal terreno affiora una mano. Scavando, viene riportato alla luce il corpo di Mariangela Pezzotta, sepolto in modo sommario.
Il cadavere presenta segni evidenti di violenza: la giovane è stata colpita da un colpo d’arma da fuoco al volto e successivamente aggredita con un oggetto contundente. Gli elementi raccolti escludono fin da subito l’ipotesi di un incidente. Le prime versioni fornite da Andrea Volpe risultano infatti incoerenti. Inizialmente parla di un colpo partito accidentalmente durante una discussione, ma questa ricostruzione non è compatibile con le caratteristiche dell’arma utilizzata né con le condizioni del corpo. La versione fornita da Elisabetta Ballarin introduce ulteriori dettagli: racconta di una serata trascorsa sotto l’effetto di sostanze, dell’arrivo di Mariangela su richiesta di Volpe e di una discussione degenerata rapidamente.
Dopo il colpo, secondo quanto riferito, i due avrebbero tentato di gestire la situazione in modo confuso, senza contattare i soccorsi. Dalle evidenze emerge inoltre che la vittima fosse ancora in vita dopo il primo colpo, elemento che contribuisce a definire la dinamica come particolarmente grave. Dopo l’aggressione, il corpo viene trascinato e sepolto nella serra, mentre i due si allontanano con le auto, fino agli eventi che porteranno all’intervento delle forze dell’ordine.
L’insieme di questi elementi consente agli inquirenti di delineare un quadro chiaro: non si tratta di un episodio isolato, ma di un fatto inserito in un contesto più ampio, destinato a riaprire definitivamente anche il caso della scomparsa di Fabio Tollis e Chiara Marino.
Dopo il ritrovamento del corpo di Mariangela Pezzotta, le indagini si concentrano immediatamente su Andrea Volpe ed Elisabetta Ballarin, le cui versioni dei fatti risultano fin da subito contraddittorie e incomplete.
Volpe viene sottoposto a interrogatorio, mentre gli inquirenti iniziano a ricostruire i suoi contatti e le frequentazioni degli anni precedenti. È in questa fase che emerge un elemento destinato a cambiare radicalmente il quadro investigativo: il nome di Volpe non è nuovo. Compare infatti tra le conoscenze di Fabio Tollis, il ragazzo scomparso nel 1998 insieme a Chiara Marino.
Quando la notizia dell’arresto viene diffusa dai media, è proprio Michele Tollis a riconoscere immediatamente quel volto e quel nome. Dopo anni di ricerche autonome, intuizioni e sospetti mai confermati, l’uomo vede finalmente un possibile collegamento concreto tra la scomparsa del figlio e quel gruppo di giovani. La reazione è immediata: Michele raccoglie tutto il materiale accumulato nel corso degli anni (appunti, articoli, testimonianze) e si presenta dai carabinieri per riferire quanto scoperto.
Il 29 gennaio 2004 incontra gli investigatori e illustra una ricostruzione dettagliata dei suoi sospetti: parla di un gruppo chiuso, di rituali, di comportamenti anomali e della convinzione che Fabio e Chiara possano essere stati coinvolti in qualcosa di estremamente grave. Parallelamente, anche gli inquirenti iniziano a raccogliere elementi che rafforzano questa ipotesi. Le intercettazioni dei colloqui di Volpe in carcere rivelano riferimenti ad altre persone coinvolte, tra cui Nicola Sapone, indicato come figura chiave.
Emergono così i primi indizi di un possibile coinvolgimento collettivo, che va oltre il singolo episodio dell’omicidio Pezzotta. La Procura decide quindi di adottare una strategia investigativa mirata, con l’obiettivo di mettere sotto pressione il gruppo e verificare eventuali responsabilità anche nei fatti rimasti irrisolti. È il momento in cui due vicende, fino ad allora separate nel tempo, iniziano a convergere in un’unica, complessa indagine.
Per far emergere eventuali responsabilità e mettere sotto pressione i membri del gruppo, la Procura decide di adottare una strategia precisa, che prevede anche il coinvolgimento dei media. Viene contattata la trasmissione “Chi l’ha visto?”, con l’obiettivo di dedicare una puntata alla scomparsa di Fabio Tollis e Chiara Marino, riportando il caso all’attenzione pubblica dopo anni di silenzio.
In studio viene invitato Michele Tollis, mentre gli altri ragazzi legati al gruppo rifiutano di partecipare. Prima della trasmissione, Michele viene preparato dagli inquirenti: il suo intervento deve essere mirato, deve sollevare dubbi e collegamenti senza fornire accuse dirette e formalmente circostanziate. Durante la puntata, l’uomo parla apertamente dei suoi sospetti, evidenziando possibili legami tra l’omicidio di Mariangela Pezzotta e la scomparsa dei due ragazzi, facendo riferimento a un gruppo di amici e a dinamiche riconducibili a pratiche esoteriche.
Nel frattempo, le forze dell’ordine attivano intercettazioni telefoniche sui soggetti coinvolti, monitorando le loro reazioni alla messa in onda. L’effetto è immediato: dalle conversazioni emerge un clima di agitazione e preoccupazione, con contatti frequenti tra i membri del gruppo. Parallelamente, continuano le intercettazioni dei colloqui in carcere di Andrea Volpe. Le dichiarazioni di Volpe, inizialmente frammentarie, diventano progressivamente più dettagliate, lasciando intendere l’esistenza di una rete più ampia di responsabilità.
La svolta decisiva arriva il 17 maggio 2004, quando Andrea Volpe decide di collaborare con gli inquirenti. Le sue dichiarazioni segnano un punto di rottura nell’indagine: per la prima volta viene delineato in modo esplicito il contesto in cui sarebbero maturati i fatti. Volpe descrive il gruppo come una realtà strutturata, con caratteristiche riconducibili a un’organizzazione gerarchica, in cui ogni membro aveva un ruolo e in cui le decisioni venivano prese seguendo indicazioni ritenute superiori. Fa riferimento a Nicola Sapone come figura di vertice, ma introduce anche l’ipotesi dell’esistenza di livelli ulteriori, mai però riscontrati concretamente nel corso delle indagini.
Secondo il suo racconto, alcune azioni – tra cui l’omicidio di Mariangela Pezzotta – sarebbero state motivate da logiche interne al gruppo, legate a rituali e a una visione distorta della realtà. Tuttavia, su questo punto gli investigatori mantengono una posizione prudente, non trovando elementi oggettivi che confermino l’esistenza di una struttura superiore organizzata.
Il passaggio più rilevante delle dichiarazioni riguarda però la scomparsa di Fabio Tollis e Chiara Marino. Volpe afferma chiaramente che i due ragazzi non sono scomparsi, ma sono stati uccisi. Una dichiarazione che, dopo sei anni, trasforma definitivamente un caso di sparizione in un’indagine per omicidio. Le sue parole aprono un nuovo fronte investigativo, permettendo agli inquirenti di ricostruire gli eventi del gennaio 1998 e di individuare un possibile luogo in cui cercare i corpi. È il momento in cui tutte le ipotesi, i sospetti e le ricerche portate avanti negli anni da Michele Tollis trovano un primo, drammatico riscontro. Da quel punto in avanti, l’indagine entra nella sua fase più complessa e determinante, destinata a portare alla luce uno dei casi di cronaca più gravi e discussi degli anni successivi.
Dopo la confessione, Andrea Volpe fornisce agli inquirenti una ricostruzione dettagliata di quanto sarebbe accaduto la notte del 17 gennaio 1998, giorno della scomparsa di Fabio Tollis e Chiara Marino.
Secondo quanto dichiarato, i due ragazzi vengono convinti a salire su un’auto insieme ad alcuni membri del gruppo, tra cui lo stesso Volpe, Nicola Sapone e Mario Maccione. Il gruppo si dirige verso una zona isolata nei pressi di Somma Lombardo, già conosciuta e frequentata. Durante il tragitto emergono tensioni, in particolare legate al fatto che uno dei partecipanti avrebbe dovuto essere presente ma non si sarebbe presentato.
Una volta giunti sul posto, i ragazzi vengono fatti scendere e accompagnati all’interno di un’area boschiva. Qui, secondo il racconto, era stata precedentemente scavata una fossa, elemento che suggerisce una pianificazione dell’azione. A questo punto, la situazione degenera rapidamente. Le dichiarazioni indicano che Chiara viene aggredita per prima, mentre Fabio tenta di opporsi. Ne scaturisce un’azione violenta condotta da più persone, utilizzando armi da taglio e oggetti contundenti.
Dalle successive risultanze emerge che entrambi i ragazzi vengono colpiti ripetutamente. Anche dopo le prime aggressioni, uno dei due risulterebbe ancora in vita, circostanza che porta a un ulteriore accanimento. I corpi vengono poi trascinati all’interno della fossa e coperti. Le modalità descritte, confermate dagli accertamenti medico-legali, rientrano nella definizione di overkilling, ovvero un livello di violenza superiore a quello necessario a causare la morte.
Dopo l’azione, il gruppo si allontana dal luogo senza segnalare l’accaduto, lasciando i corpi sepolti. Per anni, nessuno fornisce indicazioni utili a ricostruire i fatti. Solo nel 2004, grazie alle dichiarazioni di Volpe, gli investigatori riescono a individuare l’area e a procedere con il recupero dei resti. La conferma definitiva arriva con gli esami autoptici, che stabiliscono con certezza l’identità delle vittime e la natura omicidiaria degli eventi.
Il 4 giugno 2004 arriva la conferma ufficiale. Il tenente dei carabinieri contatta Michele Tollis per informarlo dell’esito delle indagini: Fabio è morto, così come Chiara Marino. Dopo oltre sei anni di ricerche, ipotesi e speranze, la verità emerge nella sua forma più definitiva.
Michele descriverà quel momento come una combinazione di “sollievo e apocalisse”: sollievo per la fine di un’attesa logorante, apocalisse per la brutalità delle circostanze emerse. La conferma della morte del figlio non rappresenta soltanto la chiusura di una lunga ricerca, ma anche l’inizio di una nuova fase, quella della ricostruzione giudiziaria e dell’accertamento delle responsabilità. A seguito delle dichiarazioni di Andrea Volpe e dei riscontri investigativi, vengono eseguiti diversi arresti: tra i coinvolti figurano Paolo Leoni, Mario Maccione, Pietro Guerrieri, Marco Zampollo ed Eros Monterosso.
L’indagine, a questo punto, non riguarda più un singolo episodio, ma un insieme di fatti collegati, che delineano un quadro complesso e articolato. La vicenda assume così una dimensione nazionale, attirando l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media. Per la famiglia Tollis, tuttavia, resta il peso di una verità difficile da accettare: quella di una morte maturata all’interno di un contesto relazionale che, per anni, era rimasto invisibile e incomprensibile.
Nel corso delle indagini emerge un ulteriore elemento destinato ad ampliare il quadro complessivo: la morte di Andrea Bontade, avvenuta il 20 settembre 1998, pochi mesi dopo la scomparsa di Fabio Tollis e Chiara Marino.
Bontade, secondo quanto ricostruito, aveva avuto un ruolo nella fase preparatoria dell’omicidio dei due ragazzi, occupandosi di scavare la fossa in cui sarebbero poi stati sepolti. Tuttavia, la sera del delitto non si era presentato all’appuntamento con gli altri membri del gruppo, un’assenza interpretata come un segnale di inaffidabilità.
Dopo quei fatti, il suo comportamento cambia in modo evidente. I familiari raccontano di un ritorno a una quotidianità più tranquilla: smette di frequentare il gruppo, modifica il proprio stile di vita e si riavvicina alla famiglia. Segnali che indicano una possibile volontà di allontanamento. Ma, secondo le testimonianze raccolte, questa decisione non sarebbe stata accettata. Emergono racconti di pressioni, minacce e tentativi di riportarlo all’interno del gruppo, anche attraverso comportamenti coercitivi e somministrazione di sostanze.
Il 20 settembre, dopo aver trascorso parte della serata con alcuni membri del gruppo, Bontade si mette alla guida della propria auto. Nelle ore successive, il veicolo viene visto procedere ad alta velocità fino a schiantarsi contro una rotonda, con un impatto che non lascia scampo al conducente. Gli accertamenti escludono la presenza di alcol o droghe nel sangue e non rilevano segni di frenata, elementi che portano a classificare l’evento come un suicidio. Tuttavia, nel corso delle indagini successive, alcuni collaboratori di giustizia riferiscono di pressioni psicologiche esercitate su Bontade nei mesi precedenti, ipotizzando un possibile collegamento tra il contesto relazionale e la sua morte.
Il reato di istigazione al suicidio, contestato in seguito ad alcuni membri del gruppo, risulta particolarmente complesso da dimostrare sul piano giuridico, ma contribuisce a delineare un contesto in cui la pressione esercitata sui singoli poteva avere conseguenze estreme.
Con la chiusura delle indagini da parte della Procura di Busto Arsizio, il quadro accusatorio assume una forma definitiva e articolata. I capi d’imputazione riguardano una pluralità di reati, tra cui omicidio, occultamento di cadavere, tentato omicidio, associazione a delinquere e istigazione al suicidio. Le accuse vengono formulate a vario titolo nei confronti dei membri del gruppo, sulla base delle responsabilità emerse nel corso delle indagini e delle dichiarazioni dei collaboratori.
Il procedimento giudiziario si sviluppa tra il 2005 e il 2008, attirando un’attenzione mediatica significativa per la complessità dei fatti e per il numero di persone coinvolte. Durante il processo, alcuni imputati scelgono di collaborare con la giustizia, fornendo elementi utili alla ricostruzione degli eventi, mentre altri negano ogni coinvolgimento, sostenendo di non aver mai partecipato ad attività illecite né di essere a conoscenza di quanto accaduto.
Le sentenze, emesse al termine dei vari gradi di giudizio, delineano un quadro di responsabilità differenziate. Nicola Sapone e Paolo Leoni vengono condannati all’ergastolo, riconosciuti come figure centrali nei delitti. Andrea Volpe riceve una condanna a 20 anni, anche in considerazione della collaborazione fornita. Condanne significative vengono inflitte anche a Marco Zampollo, Eros Monterosso, Mario Maccione e Pietro Guerrieri, con pene variabili in base al ruolo ricoperto e alle attenuanti riconosciute. Elisabetta Ballarin viene condannata per concorso nell’omicidio di Mariangela Pezzotta. Alcuni imputati beneficiano di riduzioni di pena legate al rito abbreviato o alla minore età al momento dei fatti.
Il processo rappresenta un passaggio fondamentale nella definizione giudiziaria della vicenda, stabilendo responsabilità precise e riconoscendo la natura omicidiaria e organizzata degli eventi ricostruiti.
Dopo la conclusione del processo, attorno alla vicenda delle Bestie di Satana emergono numerosi altri episodi che, nel tempo, vengono accostati al gruppo. Si tratta di morti e suicidi avvenuti tra la metà degli anni ’90 e i primi anni 2000, spesso in circostanze controverse o poco chiare.
Alcuni familiari delle vittime avanzano il sospetto di un possibile collegamento, ritenendo che i propri cari possano essere stati coinvolti, direttamente o indirettamente, nelle dinamiche del gruppo. Tra questi casi figura quello di Christian Frigerio, descritto dai familiari come profondamente cambiato dopo aver iniziato a frequentare determinati ambienti, fino alla morte avvenuta in circostanze drammatiche.
Analoghi dubbi vengono sollevati per altri giovani, come Doriano Molla, trovato senza vita in un parco, o Davide R., morto in seguito a un gesto estremo. In alcuni episodi emergono elementi che alimentano interrogativi, come cambiamenti comportamentali, stati di ansia o isolamento nei periodi precedenti alla morte. Tuttavia, dal punto di vista giudiziario, la maggior parte di questi casi non presenta prove concrete di un collegamento diretto con il gruppo.
In diverse occasioni, le indagini vengono archiviate come suicidi o incidenti, senza riscontri sufficienti per ipotizzare responsabilità esterne. Anche testimonianze successive, come quelle di soggetti che dichiarano di aver assistito a episodi violenti, vengono valutate con cautela, soprattutto quando non supportate da elementi oggettivi.
Il risultato è un insieme di vicende che, pur contribuendo ad alimentare l’attenzione mediatica e il dibattito pubblico, restano in gran parte non dimostrate sul piano processuale. Questo aspetto rappresenta uno degli elementi più controversi dell’intero caso: una serie di eventi che si collocano ai margini della vicenda principale, senza trovare una collocazione definitiva all’interno della ricostruzione giudiziaria.
A distanza di anni dai fatti, la vicenda delle Bestie di Satana continua a suscitare attenzione anche per gli sviluppi relativi ai singoli imputati. Alcuni di loro, dopo aver scontato parte della pena, hanno ottenuto misure alternative alla detenzione, intraprendendo percorsi di reinserimento sociale.
Andrea Volpe, dopo circa 17 anni di carcere, è tornato in libertà e ha intrapreso studi in ambito educativo, dichiarando di aver trovato nella fede un elemento di cambiamento personale. Anche Eros Monterosso e Marco Zampollo hanno ottenuto l’affidamento in prova, svolgendo attività lavorative rispettivamente presso un ufficio giudiziario e una biblioteca. Mario Maccione, tornato libero, ha pubblicato un libro in cui racconta la propria versione dei fatti. Elisabetta Ballarin, dopo la detenzione, ha conseguito una laurea e ha ricostruito una propria vita, ricevendo anche il perdono da parte del padre di Mariangela Pezzotta, che ha pubblicamente riconosciuto la complessità del contesto in cui la giovane si era trovata coinvolta.
Diversa la situazione per Nicola Sapone, condannato all’ergastolo e tuttora detenuto, che non ha mai rilasciato dichiarazioni né ammesso responsabilità. Anche Paolo Leoni, considerato una figura centrale, resta in carcere. Altri imputati, come Pietro Guerrieri, una volta scontata la pena, hanno scelto di mantenere un profilo basso, evitando esposizioni pubbliche. Questi sviluppi evidenziano come, a distanza di tempo, il caso continui ad avere ripercussioni concrete sulle vite dei protagonisti, pur in presenza di un quadro giudiziario ormai definito.
Il caso delle Bestie di Satana rappresenta uno degli episodi più complessi della cronaca italiana contemporanea, non solo per la gravità dei fatti accertati, ma anche per le dinamiche relazionali e psicologiche che lo caratterizzano. La ricostruzione giudiziaria ha permesso di chiarire responsabilità precise, ma restano interrogativi legati al contesto in cui questi eventi si sono sviluppati: un ambiente in cui fragilità individuali, uso di sostanze, bisogno di appartenenza e dinamiche di gruppo si sono intrecciati fino a generare conseguenze estreme. Rimane aperta anche la riflessione su quanto sia stato determinante il ruolo della pressione collettiva e del condizionamento psicologico nei comportamenti dei singoli. A distanza di anni, questa vicenda continua a interrogare non solo la giustizia, ma anche l’opinione pubblica, ponendo una domanda che resta senza una risposta definitiva: fino a che punto un gruppo può influenzare le scelte individuali, arrivando a superare ogni limite?