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Il caso di Alessandra Vanni: Siena 22 e un mistero ricco di connessioni sinistre

Indice

Quell’unica corsa notturna fatale

Alessandra Vanni nasce a Siena il 22 agosto 1967. Dopo la scuola dell’obbligo, Alessandra sceglie di non proseguire gli studi e comincia subito a lavorare. Si adatta a ogni tipo di impiego: stagionale, occasionale, persino in fabbrica. Ma quando la fabbrica in cui lavora chiude, è lo zio Onorio, storico tassista senese, a offrirle una nuova occupazione: rispondere al centralino della cooperativa taxi di Siena. 

In questo ambiente, Alessandra ricostruisce anche la sua vita sentimentale, dopo un matrimonio fallito. In seguito al divorzio, era tornata a vivere dai genitori, ma sul lavoro incontra un nuovo amore: Stefano Bonechi, anche lui tassista. 

Alessandra diventa tassista

Nel frattempo, Alessandra decide di prendere la licenza da tassista. Inizia così a guidare, unicamente di giorno, il taxi di suo zio, identificato con la sigla Siena 22. È una delle poche donne al volante in città. La sera, però, non guida mai. Di notte subentra sempre lo zio Onorio. 

Tranne una volta. Una sola, cruciale, eccezione. 

La sera dell’8 agosto 1997, Onorio è in Ungheria per il Gran Premio di Formula 1. Alessandra decide di guidare Siena 22 di notte, per la prima – e ultima – volta. Quando lo comunica allo zio, lui la mette in guardia. Ma lei lo rassicura: in servizio c’è anche Stefano, il suo fidanzato. Si sente sicura. 

Alle 21:00, stacca dal centralino e saluta i colleghi con una frase che suona come un sinistro addio: “Sono le 21:00 e inserisco il centralino automatico, buonanotte a tutti.” 

Quella sarà l’ultima volta che qualcuno sentirà la sua voce. 

La notte dell’8 agosto: gli ultimi spostamenti di Alessandra

Alessandra rientra a casa per cenare. Alle 22:00, esce e si mette al volante del taxi Siena 22. Il tassametro permette di ricostruire nel dettaglio i suoi spostamenti. Alle 22:30, Alessandra si trova in piazza Matteotti, tradizionale punto di ritrovo per i taxi. Da lì, si dirige alla stazione di Siena, dove carica due paracadutisti diretti alla caserma in piazza d’Armi. 

Successivamente, trasporta una famiglia di turisti inglesi, e poco dopo riceve una chiamata da due studenti per una corsa in piazza Gramsci. Lì, viene avvicinata da due stranieri che chiedono informazioni sul costo di una corsa fuori città: Alessandra ipotizza un prezzo di 50.000 lire. 

Ritorna in piazza Matteotti e scambia qualche parola con i colleghi, finché non rimane sola. Sono da poco passate le 23:00. 

Alle 23:18, il tassametro non registra più alcuna chiamata dal centralino. Eppure, alle 23:25, Alessandra attiva la tariffa extraurbana (tariffa 2) e si dirige verso la via Chiantigiana, lasciandosi la città alle spalle. Non ha con sé il cellulare. 

Il taxi viaggia verso Castellina in Chianti a circa 60 km/h, raggiungendo la località di Quercegrossa poco prima di mezzanotte. Secondo alcuni testimoni, il Siena 22 rallenta davanti al bar del paese, come se Alessandra stesse cercando qualcuno o una strada precisa. Entra ed esce da via Vittorio, allontanandosi nuovamente. 

Altri testimoni riferiscono di averla vista ripassare davanti al bar, ma questa volta con due uomini a bordo, entrambi dai capelli scuri e corti. 

L’insolito tragitto nel buio e il ritrovamento del corpo

Poco dopo, il taxi si ferma nella frazione di Fonterutoli, davanti alla bottega di un fabbro. Uno dei due uomini a bordo scende dal veicolo per poi rientrare velocemente e sedersi accanto ad Alessandra, sul sedile anteriore. Un dettaglio che ritornerà più avanti, cruciale per comprendere la dinamica dell’omicidio. 

Alle 00:05, il Siena 22 viene avvistato da un altro testimone mentre imbocca una stradina sterrata nei pressi del cimitero comunale di Castellina in Chianti, una via che conduce ad una discarica. Un luogo isolato, in piena campagna toscana, completamente al buio. Destinazione insolita, soprattutto in quell’orario. 

Alessandra fa manovra, posizionando l’auto in direzione della via di uscita. Il tassametro si blocca: ha registrato una corsa di 44 minuti. Sarà l’ultima della sua vita. 

Poco dopo, il fidanzato Stefano Bonechi prova a mettersi in contatto con lei via radio, come d’abitudine, ma non riceve risposta. Suppone che Alessandra sia già rientrata, a casa dei genitori. 

Sono le 3:30 del mattino quando la famiglia di Alessandra si accorge che non è tornata. Il taxi non è parcheggiato sotto casa. Il panico è immediato: anche Onorio viene informato e rientra d’urgenza dall’Ungheria. 

Alle 5:30, i genitori allertano la polizia. Alessandra non si sarebbe mai allontanata senza avvisare. E soprattutto, non aveva con sé il cellulare. 

Poche ore dopo, alle 7:30 del 9 agosto, un uomo del posto, Luciano Boschi, si reca alla discarica per gettare alcuni materassi. In uno spiazzo isolato, trova un taxi bianco apparentemente abbandonato. È il Siena 22. 

Sul sedile del conducente c’è una giovane donna con gli occhi chiusi. Sembra dormire. Ma quando si avvicina, Boschi si accorge che la donna è priva di vita. È Alessandra Vanni. 

La scena del crimine: dettagli sinistri e un nodo misterioso

I soccorsi arrivano rapidamente, ma non c’è nulla da fare. Il corpo si trova seduto al posto di guida, la testa reclinata sulla spalla destra. Indossa gli stessi abiti della sera precedente. 

Fin da subito, alcuni dettagli appaiono inquietanti e fuori dal comune. Sul collo di Alessandra è visibile un solco profondo, che fa pensare a uno strangolamento. L’autopsia lo confermerà. Sotto il mento è presente un altro segno a forma di X, e sul lato sinistro del collo si notano graffi lunghi e profondi. 

L’elemento più sconvolgente, tuttavia, è la posizione delle mani: legate dietro al sedile con un nodo estremamente complesso, difficile da eseguire senza competenze specifiche. I polsi sono fissati appositamente per mantenere il corpo in posizione eretta. 

L’autopsia stabilisce che la morte è avvenuta tra l’1:00 e le 3:00 di notte, per strangolamento, senza segni di violenza sessuale o di lotta evidente. Ma sotto le unghie della vittima vengono trovati frammenti di pelle, segno che un debole tentativo di difesa potrebbe esserci stato. Lo suggerisce anche l’impronta di una scarpa sul cruscotto, come se Alessandra avesse tentato di liberarsi, facendo forza con il proprio piede. 

Lo spago usato per legarla presenta una radice di capello che non appartiene alla vittima. Sul sedile posteriore, inoltre, viene individuata una macchia di sudore o di altro liquido biologico, ulteriore conferma della presenza dell’assassino a bordo. 

Il tassametro è ancora acceso: segna un importo di 55.200 lire (circa 28 euro), il prezzo della sua ultima corsa. 

Le prime indagini e le piste investigative

Dopo il ritrovamento del corpo, le indagini iniziano immediatamente. Gli investigatori ricostruiscono i movimenti di Alessandra grazie ai dati del tassametro e alle testimonianze. Ma le versioni sono discordanti: alcuni parlano di due uomini a bordo del taxi, altri di uno solo, altri ancora sostengono che Alessandra fosse sola. 

C’è chi dice che uno dei due uomini sia salito a bordo in piazza Matteotti, prima della partenza per la campagna. Nonostante le incertezze, la teoria più condivisa è che gli uomini presenti al momento del delitto fossero due. 

Le prime persone interrogate sono l’ex marito e il fidanzato Stefano, ma vengono subito scagionati: il primo era all’estero, il secondo era in servizio a 50 km di distanza. 

Si valuta anche l’ipotesi di una rapina finita male: mancano circa 148.000 lire, ma l’orologio e altri oggetti personali non sono stati toccati. Un furto mirato al contante, che fa pensare a una messinscena più che a un vero movente. 

Si apre un’altra pista: lo spaccio di droga. Forse Alessandra ha visto qualcosa di compromettente. Sotto le sue scarpe c’è terriccio bianco, segno che potrebbe essere scesa dal taxi prima di morire. 

Ma c’è un dettaglio che cambia tutto: il nodo. Un nodo complesso, realizzato quando Alessandra era già morta. Perché perdere tempo a legare un cadavere in quel modo, rischiando di essere scoperti? Gli inquirenti ipotizzano quindi un gesto simbolico, o addirittura un rituale. 

La lettera anonima e l’ombra di un rituale

Due settimane dopo la morte di Alessandra, alla stazione dei Carabinieri di Castellina in Chianti arriva una busta anonima spedita dal Friuli. All’interno, una sola frase in latino: “Quis est dignus aperire librum et solvere signacula eius?” 

Gli inquirenti, incapaci di interpretarla, la affidano a Don Gino Giannini, parroco del paese esperto di Sacre Scritture. La frase proviene dal capitolo 5 dell’Apocalisse e si traduce con: “Chi è degno di aprire il libro e di romperne i sigilli?” 

Il pensiero va subito al nodo elaborato che lega i polsi di Alessandra: un sigillo? Un rituale? Per gli inquirenti, è una pista da prendere in considerazione. 

Don Giannini racconta che, pochi giorni prima del delitto, sul sacello del cimitero di Castellina era apparsa una tovaglia nera, poi rimossa. Ma dopo qualche giorno, ricompare nello stesso punto, accompagnata da una croce spezzata. 

Questi elementi alimentano ipotesi esoteriche: messe nere, simboli, messaggi in codice. Tuttavia, non emerge nessuna prova concreta. La lettera viene presto considerata un gesto da mitomane. 

Ma non sarà l’unica. 

Nei tre anni successivi, ogni 9 agosto, la redazione del quotidiano La Nazione riceve una lettera anonima. Le prime due contengono riflessioni sulle indagini, la terza una presunta testimonianza: un cameriere afferma di aver sentito, la sera dell’omicidio, due uomini parlare della morte di Alessandra, prima del ritrovamento del corpo. 

Lettere che accrescono il mistero, ma che non conducono a nessuna svolta concreta. 

Lo spago, il DNA e il sospetto su Nicolino “Steve” Mohamed

L’autopsia chiarisce che Alessandra è stata strangolata tra l’1:00 e le 3:00 di notte. I segni sui polsi rivelano che le legature sono avvenute post mortem, quando il sangue non circolava più. Questo dettaglio porta gli inquirenti a un’ipotesi ancora più inquietante: l’assassino è rimasto sulla scena dopo aver ucciso Alessandra, per mettere in posa il cadavere in quel modo preciso. Ma perché? 

Per molti, si tratta di un gesto rituale, o di una forma di controllo morboso sulla vittima. Forse anche di un messaggio simbolico, destinato a qualcuno in particolare. A corroborare questa teoria, le analisi forensi confermano che il solco sul collo è stato causato da uno spago ruvido da pacchi, con una trazione verso destra: l’aggressore era probabilmente seduto accanto a lei. 

Lo stesso spago è compatibile con quello usato per chiudere una scatola che, secondo le testimonianze, Alessandra aveva con sé quella sera: conteneva alcuni gattini abbandonati, che aveva trovato vicino alla cooperativa taxi. Aveva chiamato un suo conoscente per offrirglieli in adozione: Nicolino Mohamed Stefano, detto Steve, un somalo di 48 anni che lavorava in una pizzeria a Siena. 

Steve era solito spostarsi in taxi, ed è così che aveva conosciuto Alessandra. Proprio nei giorni precedenti al delitto, si era trasferito in via Vittorio a Quercegrossa – la stessa via dove Alessandra si ferma brevemente la notte del delitto. E proprio lui era stato l’ultimo ad averla sentita quel pomeriggio. 

La scatola con i gattini non verrà mai ritrovata, ma un segno sul sedile posteriore del taxi fa pensare che sia stata effettivamente trasportata lì. Steve viene interrogato più volte, ma nega ogni coinvolgimento e non fornisce alibi chiari. Nonostante le circostanze sospette, però, non ci sono prove sufficienti per incriminarlo. 

Nel 2006, Steve muore. 

La riapertura del caso e i nuovi sospettati

Nonostante le numerose piste aperte, nel maggio 1999, le indagini vengono archiviate per mancanza di prove. Ma il mistero rimane. Nel 2012, la trasmissione “Chi l’ha visto?” riporta il caso all’attenzione pubblica, grazie all’appello dello zio Onorio. 

Emergono nuove ipotesi: secondo una teoria, quella notte Alessandra potrebbe aver inconsapevolmente accompagnato due individui coinvolti nel sequestro dell’imprenditore Giuseppe Soffiantini, avvenuto proprio in quell’estate. Il tragitto verso la campagna senese sarebbe servito a fare un sopralluogo per scegliere un punto d’osservazione sicuro. Alessandra, forse, ha sentito troppo. 

Nel giugno 2013, il caso viene ufficialmente riaperto. Vengono iscritti al registro sei nuovi indagati, tra cui un uomo il cui nome non è mai stato reso noto, ma che viveva a Castellina in Chianti. Nel suo appartamento, gli inquirenti trovano 37 armi e una collezione macabra e ossessiva: 170 ritagli di articoli su Alessandra e altri giovani deceduti in incidenti, tutti avvenuti in provincia di Siena. 

L’uomo possedeva anche foto rubate dalle lapidi dei cimiteri locali. Interrogato, fornisce versioni contraddittorie. Sottoposto a perizia psichiatrica, viene comunque dichiarato estraneo ai fatti per assenza di prove. 

Viene riesumato anche il corpo di Nicolino “Steve” Mohamed per confrontare il suo DNA con quello ritrovato sotto le unghie di Alessandra. Ma tutti i test genetici, incluso quello degli altri cinque sospettati, danno esito negativo. 

Il caso, ancora una volta, si arena nel silenzio. 

Il ritorno dell’incubo: la riapertura del 2020 e il nome di Nicola Fanetti

Nel novembre del 2020, grazie a nuove tecnologie e tecniche investigative, la Procura di Siena riapre il caso. Vengono individuate nuove tracce di DNA da analizzare, ancora una volta prelevate sotto le unghie di Alessandra. Due nuove persone vengono iscritte nel registro degli indagati. Le loro identità non sono rese pubbliche, ma gli inquirenti sembrano riaprire anche la posizione dell’uomo già sospettato per le sue collezioni morbose. 

Tuttavia, anche questa volta il DNA lo scagiona completamente. 

Ma c’è un altro nome che emerge dalle indagini: Nicola Fanetti, artigiano di Castellina in Chianti e proprietario del terreno vicino al quale è stato trovato il taxi Siena 22 con il corpo senza vita di Alessandra. Un nome che per alcuni non è nuovo. 

Fanetti è infatti legato a un altro caso oscuro: la morte di Milva Malatesta e del figlio Mirko, trovati carbonizzati nella loro auto nel 1993, a Barberino Val d’Elsa, non lontano da Castellina. Secondo la ricostruzione, quella notte Milva aveva un appuntamento con Fanetti. Il suo nome, quindi, collega due donne morte in circostanze misteriose nelle campagne toscane. 

Infine, un ultimo dettaglio fa scattare supposizioni preoccupanti: il cognome di Alessandra, Vanni, è lo stesso di Mario Vanni, uno dei presunti complici del Mostro di Firenze. 

I puntini si uniscono: Milva Malatesta, forse vittima del Mostro, appuntamento con Fanetti; Fanetti, proprietario del campo dove è stata trovata Alessandra Vanni; Mario Vanni, legato a Pacciani e ai delitti del Mostro. Un intreccio di nomi, luoghi e tempi che accende sospetti. 

Ma è solo una coincidenza? O c’è un filo rosso che lega tutti questi eventi? 

Il Mostro di Firenze e le ipotesi che intrecciano i due casi

Il caso di Alessandra Vanni finisce per sfiorare uno dei misteri più inquietanti della cronaca nera italiana: quello del Mostro di Firenze. Tra il 1968 e il 1985, questo serial killer uccise otto coppie appartate nelle campagne toscane, agendo con un preciso modus operandi: prima una pistola Beretta calibro 22, poi un coltello con cui mutilava sempre il seno sinistro delle vittime femminili. 

Per questi crimini venne indagato Pietro Pacciani, ma morì nel 1998 senza una condanna definitiva. Insieme a lui finirono sotto accusa i presunti complici, tra cui Mario Vanni. 

Il cognome di Alessandra, Vanni, e la sua morte avvenuta nelle stesse zone delle uccisioni del Mostro, alimentano sospetti e teorie. 

A complicare il quadro c’è anche la cosiddetta “pista americana”. Alcuni ritengono che il Mostro fosse in realtà Joe Bevilacqua, ex custode del cimitero militare americano di Firenze, già sospettato di essere anche il serial killer Zodiac. Si ipotizza il suo coinvolgimento in un traffico internazionale di organi o feticci sessuali, ipotesi che lo collega alle mutilazioni delle vittime. 

Bevilacqua viene indagato anche per il caso Vanni. Il suo DNA viene confrontato con quello ritrovato sotto le unghie della ragazza. Ma anche in questo caso, nessuna corrispondenza. 

Neppure i tabulati telefonici dell’epoca, rianalizzati con strumenti moderni, offrono nuovi indizi. Così, anche questa indagine si conclude senza risposte. 

Un mistero che rimane irrisolto

Dopo anni di indagini, piste contraddittorie, lettere anonime, riaperture e analisi, il caso di Alessandra Vanni rimane senza colpevoli. Nessuno sa cosa sia accaduto davvero quella notte del 9 agosto 1997, nei pressi della discarica di Castellina in Chianti. 

La sua famiglia, in particolare la madre Mirella, ha lottato a lungo per mantenere l’attenzione sul caso, chiedendo giustizia e verità. Alessandra non aveva mai guidato il taxi di notte prima di quella sera. Chi erano gli uomini a bordo? Li conosceva? Si fidava di loro? Perché l’hanno portata in quel luogo isolato? E soprattutto: perché legarla così, dopo la morte? 

La scena del crimine, il nodo simbolico, i sospetti mai confermati: tutto parla di un caso profondamente disturbante, in cui la violenza sembra essere solo una parte della narrazione. L’altra parte è fatta di mistero, rituali e silenzi. 

Il caso di Alessandra Vanni rimane uno dei più inquietanti della cronaca nera italiana.