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IL CASO FARIA: QUANDO TUTTO SEMBRAVA GIÀ DECISO

Indice

Una storia di denaro, sospetti e vite spezzate

Quando il denaro smette di essere uno strumento e diventa il centro attorno a cui ruotano decisioni, rapporti e convenienze, qualcosa può cambiare in modo silenzioso ma irreversibile. Non sempre esiste un momento preciso in cui una persona sceglie di mettere il profitto davanti a tutto il resto. A volte accade poco alla volta: una bugia giustificata, una scelta discutibile, un interesse personale che prende spazio fino a deformare anche i legami più vicini.

È in questa zona grigia, fatta di rapporti familiari complessi, malattia, polizze assicurative e versioni contrastanti, che si inserisce la tragica vicenda di Betsy Faria. Una donna amata, madre di due figlie, malata di cancro, trovata senza vita nella sua casa nel Missouri la sera del 27 dicembre 2011. All’inizio, tutto sembra puntare verso il marito, Russ Faria. Ma con il passare del tempo, quella che appare come una storia già chiusa si trasforma in un caso molto più inquietante, segnato da un possibile errore giudiziario, da indagini controverse e dalla figura sempre più centrale di Pamela Hupp, amica di Betsy e ultima persona ad averla vista viva. La morte di Betsy non resterà un episodio isolato: attorno a questa vicenda si allargherà una scia di sospetti, processi e altre morti, fino a trasformare il caso in una delle storie criminali più discusse degli Stati Uniti.

Chi era Betsy Faria: una vita costruita intorno agli affetti

Elizabeth Kay Meyer, detta Betsy, nasce il 24 marzo 1969 a Richmond Heights, nel Missouri, e cresce nei sobborghi di St. Louis in una famiglia cattolica molto praticante. È la terza di quattro figlie: prima e dopo di lei ci sono Mary, Julie e Pamela, sorelle con cui Betsy sviluppa fin dall’infanzia un legame profondo, destinato a restare una presenza importante per tutta la sua vita.

In casa Meyer l’ambiente è unito, familiare, segnato da una dimensione comunitaria forte, e Betsy cresce mostrando presto quella che diventerà una delle caratteristiche più riconoscibili della sua personalità: la capacità di creare connessioni. Chi la conosce la descrive come una donna solare, capace di attirare le persone con un sorriso aperto, una risata contagiosa e una naturale predisposizione a trasformare ogni incontro in un momento di condivisione. Anche a scuola Betsy è molto popolare. Costruisce una rete di amicizie ampia, stabile, destinata ad accompagnarla negli anni successivi. Tra le sue passioni più grandi c’è la musica, che diventa per lei non solo un interesse, ma anche una forma di espressione personale.

Durante l’ultimo anno delle superiori fonda una piccola attività da DJ, la PartyStarters, con cui nel tempo arriverà a organizzare circa 1.500 eventi tra matrimoni, feste private e celebrazioni. Parallelamente, però, Betsy lavora anche in ambito commerciale, prima come commessa, e poi nel settore delle assicurazioni, dove troverà una maggiore stabilità professionale.

Poco dopo la fine delle superiori inizia una relazione importante con un uomo la cui identità non è nota per ragioni di privacy. Da quella relazione nascono le sue due figlie: Leah, nel 1990, e Mariah, nel 1994. Per Betsy la maternità rappresenta un desiderio profondo, forse il più grande. E quando la relazione con il padre delle bambine finisce, e lui torna in Florida mantenendo solo contatti sporadici con le figlie, Betsy continua comunque a costruire la propria vita con determinazione. Nel 1995 sposa Ron Carter, ma anche quel matrimonio dura poco: appena un anno, prima di concludersi con un divorzio. È un’altra delusione sentimentale, ma non una resa. Betsy continua a lavorare, a coltivare la musica e a sperare di incontrare una persona con cui costruire finalmente una famiglia stabile.

L’incontro con Russ Faria e la costruzione di una nuova famiglia

Tra il 1997 e il 1998, in un momento in cui Betsy sta ancora cercando di rimettere ordine nella propria vita sentimentale, arriva l’incontro con Russell Faria, detto Russ. Anche lui è cresciuto nell’area di St. Louis, ha un anno meno di lei e proviene da una famiglia numerosa della classe media. La madre ha origini italiane, mentre il padre, ex militare, ha radici portoghesi.

I due si conoscono nel minimarket della stazione di servizio di O’Fallon, una cittadina del Missouri dove Betsy lavora come cassiera. Russ è un cliente abituale e rimane colpito da lei quasi subito. Con il passare delle settimane inizia a fermarsi sempre più spesso, anche quando non avrebbe un reale motivo per farlo. Il pretesto è semplice: scambiare qualche parola con quella donna sorridente, energica, capace di rendere naturale anche una conversazione casuale.

Quelle chiacchiere diventano presto una consuetudine. Il rapporto cresce in modo spontaneo, senza forzature. Betsy, in quel periodo, sta ancora affrontando le ultime fasi del divorzio da Ron Carter, ma si lascia conquistare dal carattere tranquillo e affidabile di Russ. Sarà proprio lei, alla fine, a fare il primo passo e a invitarlo a uscire.

Da quel momento la relazione procede rapidamente. Nel giro di poco tempo Russ si trasferisce nella casa mobile di Betsy, sempre a O’Fallon, dove vivono anche le figlie di lei, Leah e Mariah, che all’epoca hanno circa sette e due anni. Fin dall’inizio Russ instaura con entrambe un rapporto affettuoso e profondo. Non le considera semplicemente le figlie della donna che ama: le sente parte della propria famiglia.

Quella nuova realtà familiare, costruita poco alla volta ma con grande intensità, viene ufficializzata nel gennaio del 2000, quando Betsy e Russ si sposano. Dopo le nozze si trasferiscono a Troy, sempre nel Missouri. Betsy trova lavoro nella filiale locale della compagnia assicurativa State Farm, mentre Russ, incoraggiato dalla moglie, decide di riprendere gli studi e intraprende un percorso che gli permetterà di ottenere un impiego qualificato nel settore informatico.

Per un periodo, tutto sembra procedere nella direzione giusta. Betsy ha un marito presente, una famiglia che prova a consolidarsi, un lavoro stabile e la sua attività musicale, la PartyStarters, che continua a rappresentare la parte più creativa e vitale della sua identità. Ma gli equilibri familiari, con il tempo, iniziano a mostrare alcune crepe.

Durante l’adolescenza, Leah e Mariah attraversano una fase difficile. In casa nascono tensioni, discussioni, sospetti. Betsy e Russ temono che le ragazze facciano uso di sostanze e che frequentino amicizie problematiche, forse coinvolte anche in piccoli furti e comportamenti rischiosi. Betsy cerca di gestire la situazione nel modo più equilibrato possibile, ma i contrasti diventano sempre più duri.

Alla fine, Mariah, a diciassette anni, decide di trasferirsi dalla nonna materna a Lake St. Louis. Leah, che ha ventuno anni, va invece a vivere dalla zia Julie, sempre nella stessa zona. La famiglia, che per anni aveva cercato di tenersi unita, comincia così a frammentarsi.

Nello stesso periodo anche il matrimonio tra Betsy e Russ attraversa momenti complessi. Nel corso degli anni la coppia vive numerose crisi, discussioni frequenti e talvolta molto accese. Ci sono anche separazioni prolungate, ma mai definitive. Nonostante le difficoltà, i due continuano a cercare una strada per restare insieme.

Nel tentativo di ricostruire il rapporto, Betsy e Russ iniziano a frequentare una chiesa metodista e si affidano anche al sostegno del pastore, che assume in parte il ruolo di consulente matrimoniale. Quel percorso sembra funzionare. Il loro legame, almeno per un periodo, appare più stabile. Poi, alla fine del 2009, arriva una notizia destinata a cambiare tutto.

La diagnosi di cancro e l’amicizia sempre più stretta con Pam Hupp

Alla fine del 2009, nella vita di Betsy arriva una diagnosi devastante: tumore al seno. La malattia irrompe nella quotidianità familiare e costringe Betsy ad affrontare un percorso durissimo, fatto di interventi, terapie, paura e incertezza. Viene sottoposta a una mastectomia e inizia un lungo ciclo di chemioterapia, con tutto ciò che questo comporta sul piano fisico ed emotivo.

All’inizio le cure sembrano dare qualche risultato. Per un momento, la famiglia può forse aggrapparsi alla speranza che la situazione sia sotto controllo. Ma l’anno successivo i medici scoprono che il cancro si è diffuso al fegato. La prognosi cambia radicalmente: la malattia non è più considerata superabile e l’aspettativa di vita viene stimata tra i tre e i cinque anni.

Betsy è costretta a lasciare il lavoro e ottiene un sussidio di invalidità. Le sue condizioni diventano sempre più fragili, e gli effetti della chemioterapia incidono profondamente sulla sua quotidianità. Eppure, nonostante tutto, Betsy non si arrende. Continua a gestire da casa la sua attività da DJ, la PartyStarters, e quando le energie glielo permettono cerca ancora di restare ancorata alle cose che ama.

Gioca a tennis, partecipa ad attività in famiglia, fa qualche gita con Russ sulla sua Harley Davidson e non rinuncia nemmeno a una crociera nei Caraibi già organizzata da tempo. Proprio durante quel viaggio riesce a realizzare uno dei suoi desideri: nuotare con i delfini. È un momento di leggerezza dentro una fase della vita segnata da un peso enorme.

La forza d’animo di Betsy, però, non cancella la sofferenza. Da anni convive con la depressione e assume ansiolitici e antidepressivi. La malattia, inevitabilmente, peggiora anche il suo stato mentale. La prospettiva di avere davanti a sé un tempo limitato, il dolore fisico, la stanchezza e le tensioni familiari rendono tutto più difficile.

Accanto a lei, almeno apparentemente, ci sono un marito premuroso, familiari affettuosi e una rete di amicizie costruita nel corso degli anni. Tra queste amicizie ce n’è una destinata a diventare centrale nella vicenda: quella con Pamela “Pam” Hupp.

Betsy e Pam si sono conosciute sul lavoro, alla State Farm. Quando Pam viene assunta, Betsy diventa la sua tutor, e tra le due nasce un rapporto che con il tempo si trasforma in amicizia. Non è un legame immediato, perché le due donne sono molto diverse. Betsy è spontanea, emotiva, calorosa, generalmente amata da chiunque la incontri. Pam, invece, appare più pragmatica, rigida, meno incline alle esternazioni affettuose.

All’inizio non sembrano particolarmente affini. Eppure, poco alla volta, Pam comincia a occupare uno spazio sempre più importante nella vita di Betsy. Ci sono periodi in cui le due si allontanano, ma quando Pam viene a sapere delle condizioni di salute dell’amica, decide di rendersi disponibile in modo costante.

Si offre di accompagnarla alle sedute di chemioterapia, di aiutarla negli spostamenti, di sostenerla nelle giornate più difficili. Diventa una presenza pratica, quasi logistica, nella gestione della malattia. Per Betsy, in un momento così fragile, quel supporto sembra prezioso. Pam entra sempre di più nella sua quotidianità, nelle sue confidenze, nelle sue decisioni.

Ed è proprio questa vicinanza, apparentemente nata da un gesto di amicizia, che diventerà in seguito uno degli elementi più delicati e controversi dell’intero caso.

Il progetto di trasferirsi a Lake St. Louis e l’ultimo giorno di Betsy

Nel dicembre del 2011, durante il periodo delle festività natalizie, Betsy comincia a parlare con amici e familiari di un’idea che le sta particolarmente a cuore. Vorrebbe acquistare la vecchia casa dei suoi genitori a Lake St. Louis, il luogo che continua a considerare la sua vera casa, e trasferirsi lì con Russ. L’abitazione in cui vivono in quel momento potrebbe essere data in affitto.

Dietro quel progetto non c’è soltanto una scelta pratica. C’è il desiderio di trascorrere gli anni che le restano vicino alle persone che ama di più. Lake St. Louis si trova infatti in una posizione più vicina alla famiglia di Betsy e alla casa della madre. Per una donna che sa di avere davanti un tempo limitato, la vicinanza agli affetti diventa una priorità concreta, urgente, impossibile da rimandare.

Betsy, però, non ha ancora affrontato davvero l’argomento con Russ. Ha intenzione di parlarne con lui dopo Natale, più precisamente la sera di martedì 27 dicembre 2011. Quella data, nelle intenzioni di Betsy, dovrebbe essere un momento di confronto familiare. Diventerà invece il giorno della sua morte.

Quel martedì Russ lavora da casa. Betsy ha in programma una seduta di chemioterapia nel pomeriggio e chiede a Pam Hupp di accompagnarla. Come ogni martedì, invece, Russ intende passare la serata a casa dell’amico Michael, insieme ad altri, per dedicarsi a una tradizione consolidata: giochi di ruolo fantasy, sul genere di Dungeons & Dragons.

Il piano iniziale sembra semplice. Dopo la chemio, Betsy andrà a riposarsi a casa della madre, come fa spesso. Anche la casa dell’amico Michael si trova nell’area di St. Louis, quindi Betsy e Russ concordano che, al termine della serata con gli amici, lui passerà a prenderla per tornare insieme a casa.

Verso le 17:00, Russ termina di lavorare, esce di casa e si dirige verso l’abitazione di Michael. Durante il tragitto effettua alcune soste, tra cui una per fare benzina e altre commissioni. Intorno alle 18:00 arriva dagli amici. Uno dei partecipanti, però, non si presenta, e il gruppo non raggiunge il numero minimo previsto per giocare. A quel punto decidono di trascorrere comunque la serata insieme, fumando marijuana e guardando due film.

Nel frattempo, il programma di Betsy cambia. Lei avvisa Russ che alla fine sarà Pam a riportarla a casa, quindi non è più necessario che lui passi a prenderla. Russ lascia la casa dell’amico poco prima delle 21:00, si ferma in un fast food per comprare due hamburger e si dirige verso casa. L’idea è quella di cenare con Betsy e passare una serata tranquilla insieme.

Quando entra nell’abitazione, però, trova una scena terribile. Betsy è a terra, in soggiorno, senza vita. Attorno al corpo c’è una grande quantità di sangue. Russ si avvicina, si inginocchia accanto a lei e nota sangue nei capelli, intorno al collo e ferite ai polsi. In quei primi istanti, sopraffatto dal panico e conoscendo la depressione della moglie, pensa che Betsy possa essersi tolta la vita.

Alle 21:40, Russ chiama il 911. È in preda al panico, singhiozza, cerca di spiegare ciò che ha appena trovato. Ma pochi minuti dopo, quando il vice sceriffo della contea di Lincoln arriva sul posto, la scena appare subito incompatibile con un suicidio. Le ferite sono troppo estese, troppo violente, troppo numerose. Quella non è la scena di una morte autoinflitta.

Il corpo di Betsy presenta lesioni gravissime. Le vene dei polsi sono recise fino all’osso, ma non solo. Un coltello da cucina è ancora conficcato nella gola. Ci sono ferite alla testa, il cranio è stato perforato, l’occhio sinistro lesionato e la carotide destra recisa. In totale, sul corpo verranno contate circa 55 coltellate, molte delle quali hanno colpito organi vitali come polmoni, fegato e milza.

Da quel momento, la morte di Betsy Faria non può più essere considerata una tragedia privata legata alla malattia o alla disperazione. È un omicidio efferato. E per gli investigatori, la persona da osservare con maggiore attenzione diventa immediatamente l’uomo che ha trovato il corpo: suo marito Russ.

I primi sospetti su Russ e l’interrogatorio nella notte

Dopo il ritrovamento del corpo, Russ viene fatto allontanare dal soggiorno e sistemato nell’auto degli agenti. È visibilmente sconvolto, parla con difficoltà, appare travolto da ciò che ha appena visto. Ma già in quei primi momenti uno dei detective annota un dettaglio destinato a pesare molto nella percezione degli investigatori: Russ sembra piangere, ma dai suoi occhi non escono lacrime.

Per gli inquirenti, quel comportamento appare sospetto. In una scena così brutale, davanti alla morte della moglie, ogni reazione viene osservata, interpretata, trasformata in possibile indizio. Russ continua a sostenere di aver trovato Betsy già senza vita e di aver pensato inizialmente a un suicidio, ma agli occhi degli agenti quella spiegazione appare poco credibile.

Durante la perquisizione dell’abitazione emerge poi un elemento considerato subito rilevante: nella parte posteriore dell’armadio vengono trovate le pantofole di Russ, apparentemente nascoste. Sulla punta ci sono tracce di sangue. A quel punto gli investigatori decidono di portarlo negli uffici dello sceriffo della contea di Lincoln per una dichiarazione formale.

Alle 22:30 del 27 dicembre 2011, Russ si trova seduto in una piccola sala interrogatori. Ha lo sguardo perso nel vuoto, respira con affanno e chiede più volte una sigaretta. L’interrogatorio prosegue per ore, in un clima sempre più teso. A più riprese Russ ha momenti di cedimento, soprattutto quando resta solo. Si tocca il volto, si passa le mani tra i capelli, sembra disperato. Ancora una volta, però, i detective annotano che piange senza versare lacrime.

Gli investigatori cercano di ricostruire la relazione tra Russ e Betsy e i movimenti della giornata. Gli chiedono dei problemi coniugali, del patrimonio, di un eventuale testamento e delle polizze assicurative. Russ risponde che lui e Betsy non hanno redatto alcun testamento, ma conferma l’esistenza di diverse assicurazioni sulla vita per un valore complessivo superiore ai 300.000 dollari, di cui lui risulta, a grandi linee, il beneficiario principale.

Durante l’interrogatorio, uno dei detective gli fa notare un elemento che considera anomalo: sui suoi vestiti non c’è sangue. Gli dice che, davanti al corpo di una persona amata, lui probabilmente l’avrebbe toccata o abbracciata. Russ prova a spiegare di essersi avvicinato frontalmente, in un punto in cui il sangue era meno presente, e di essere stato sopraffatto dal panico. Ma quella risposta non basta a dissipare i sospetti.

Nel frattempo, nella casa di Troy, i rilievi forensi non evidenziano segni chiari di pulizia. Non vengono trovate impronte insanguinate, asciugamani sporchi o bagnati, né tracce compatibili con un tentativo di cancellare il sangue. Al di fuori dell’area attorno al corpo, le tracce più significative sono su una placca dell’interruttore nella camera da letto e sulle pantofole di Russ.

C’è poi un altro dettaglio che attira l’attenzione degli investigatori. Sui pantaloni di Betsy viene notata una macchia scura, simile a un’impronta di cane. Secondo gli inquirenti potrebbe trattarsi dell’impronta insanguinata di Sicily, la cagnolina della coppia. L’ipotesi è che l’animale sia entrato durante o subito dopo l’aggressione, abbia camminato nel sangue e poi poggiato una zampa sul corpo di Betsy.

Questo dettaglio porta a una deduzione precisa: Sicily era nota per essere aggressiva con gli estranei. Se fosse entrato in casa qualcuno che non conosceva, probabilmente avrebbe abbaiato, attaccato o creato scompiglio. Invece, all’arrivo degli inquirenti, la cagnolina si trova legata alla catena nel cortile, come accadeva abitualmente quando i padroni non erano in casa. Qualcuno, quindi, potrebbe averla fatta entrare e poi riportata fuori.

Per gli investigatori, la persona più probabile è Russ. Lui però ha un alibi: quella sera era con gli amici. E gli amici confermano la sua presenza.

Il poligrafo, l’arresto e una comunità divisa

Dopo una notte di interrogatorio, Russ continua a mantenere la stessa versione. È convinto che Betsy si sia tolta la vita, o comunque dichiara di non sapere chi possa averla uccisa. Verso le 8:30 del mattino gli viene chiesto di fornire un campione di DNA. Russ acconsente senza opporsi, ma chiede più volte di poter telefonare a sua madre. Gli investigatori gli rispondono che potrà farlo più tardi.

Nel pomeriggio del 28 dicembre 2011, dopo ore di pressione, Russ viene sottoposto al test del poligrafo. L’esito viene interpretato come problematico. Le sue risposte mostrano un livello di veridicità dell’85%, ma secondo chi conduce l’esame presentano elementi di incertezza quando gli viene chiesto se abbia ucciso la moglie o se sappia chi possa averlo fatto.

Da quel momento il tono degli investigatori cambia. L’interrogatorio diventa più apertamente accusatorio. Russ ripete la sua versione, insiste sul fatto di non aver fatto del male a Betsy, ma uno dei detective lo interrompe e gli dice senza mezzi termini: “Tu hai ucciso tua moglie.”

Alle 16:36 di mercoledì 28 dicembre, circa ventuno ore dopo la morte di Betsy, Russ Faria viene ammanettato e arrestato con l’accusa di omicidio. Per una parte della comunità è uno shock. In molti faticano a credere che quell’uomo, descritto da diversi amici come un marito presente e segnato dalla malattia della moglie, possa aver commesso un crimine così violento.

Nei giorni successivi si svolgono i funerali di Betsy. Il clima è segnato dal dolore, ma anche da tensioni profonde. Durante la veglia funebre, Russ è presente e si trova davanti alla bara della moglie, distrutto. A un certo punto viene aggredito verbalmente da una zia di Betsy, che lo accusa apertamente di averla uccisa. Il lutto, già devastante, si trasforma in una frattura familiare.

Amici e parenti si dividono. Alcuni credono fermamente nell’innocenza di Russ, tra cui la madre di Betsy. Altri sono convinti che sia lui l’assassino. Tra questi ci sono anche Pam Hupp, l’amica di Betsy, e le stesse figlie della vittima, Leah e Mariah, che in quel momento ritengono il patrigno responsabile della morte della madre.

La teoria delle autorità è chiara: Betsy sarebbe stata ancora viva quando Russ è tornato a casa. Nella finestra temporale tra il suo arrivo e la chiamata al 911, lui l’avrebbe aggredita e uccisa. Poi avrebbe ripulito sommariamente la scena, riportato Sicily in cortile, nascosto le pantofole sporche di sangue e chiamato i soccorsi fingendosi disperato.

Il punto centrale diventa quindi l’orario della morte. È possibile che Betsy sia stata uccisa dopo le 21:00, e non prima? Quando gli investigatori consultano il medico legale, viene presa in considerazione una teoria medica controversa: in rarissimi casi, un corpo può mostrare segni di rigor mortis avanzato anche poco dopo la morte. La possibilità viene definita remota, ma non impossibile.

L’elemento più forte contro Russ rimane il sangue sulle sue ciabatte. Il suo avvocato, Joel Schwartz, però, ritiene che quelle pantofole siano state macchiate successivamente per incastrarlo o per sviare le indagini. Secondo la difesa, non ci sono impronte coerenti, né spruzzi o tracce che dimostrino che Russ le indossasse durante un’aggressione così violenta. Se l’assassino avesse avuto quelle ciabatte ai piedi, sostiene Schwartz, avrebbe lasciato altre tracce.

E allora la domanda diventa inevitabile: chi avrebbe avuto interesse a spostare l’attenzione su Russ? Per l’avvocato Schwartz, una persona merita di essere osservata con molta attenzione: Pamela Hupp.

Chi è Pamela Hupp, l’amica diventata testimone chiave

Pamela Marie Neumann, poi Pamela Hupp, nasce nell’ottobre del 1958 a Dellwood, un sobborgo della periferia di St. Louis, nel Missouri. La sua famiglia, almeno dall’esterno, appare ordinaria: il padre lavora per una compagnia elettrica, la madre è insegnante alle scuole elementari. Dietro quell’immagine, però, alcune persone vicine alla famiglia descriveranno in seguito un ambiente più complesso, segnato da tensioni domestiche, episodi di abusi verbali e talvolta fisici, oltre a problemi di alcolismo da parte di entrambi i genitori.

Fin da giovane Pam mostra una personalità forte, difficile da contenere. È descritta come rumorosa, competitiva, poco incline ad accettare l’autorità. Dietro un’apparenza spensierata, emergono già alcuni tratti che in futuro saranno letti con maggiore attenzione: il bisogno di controllo, la difficoltà a tollerare frustrazioni e limiti, una tendenza a imporsi nelle relazioni.

Nel 1977, subito dopo il diploma, la sua vita prende una direzione molto diversa da quella di molti coetanei. Pam scopre di essere incinta di un ragazzo del liceo e i due si sposano. La figlia nasce nel marzo del 1978. Quella gravidanza precoce segna profondamente il suo percorso: mentre molti amici proseguono gli studi e costruiscono gradualmente una carriera, Pam si ritrova già adulta, con responsabilità familiari e difficoltà economiche.

Prova anche a frequentare l’università, ma è costretta ad abbandonare gli studi. Il matrimonio entra presto in crisi tra problemi economici e scontri continui, fino a concludersi con un divorzio particolarmente conflittuale. Prima ancora che la separazione sia formalmente conclusa, Pam inizia però una nuova relazione con Mark Alan Hupp, ex giocatore di baseball.

I due si sposano pochi mesi dopo il divorzio di Pam e si trasferiscono in Florida, a Naples. Lì Pam riesce finalmente a completare il percorso universitario, conseguendo una laurea in informatica. In seguito, si dedica soprattutto alla famiglia: nel 1987 nasce il suo secondo figlio, e insieme al marito avvia una serie di investimenti immobiliari, acquistando, ristrutturando e rivendendo case.

Nel 2001 la famiglia rientra nel Missouri, a O’Fallon. Pam inizia a lavorare nella filiale della compagnia assicurativa State Farm, lo stesso luogo in cui lavora Betsy Faria. È lì che le due donne si conoscono. Betsy, inizialmente, le fa da tutor. Poi il rapporto professionale diventa un’amicizia, anche se tra loro le differenze sono evidenti.

Pam non è una presenza facile da interpretare. Ha un carattere rigido, diretto, talvolta spigoloso. Eppure, quando Betsy si ammala, diventa una delle persone più vicine a lei. La accompagna alle terapie, le offre aiuto pratico, entra nella sua vita quotidiana. Ed è proprio questa vicinanza, insieme al fatto che Pam è l’ultima persona ad aver visto Betsy viva, a spingere l’avvocato di Russ a guardare nella sua direzione.

Per Joel Schwartz, infatti, Pam non è soltanto un’amica addolorata. È una testimone centrale, forse troppo centrale. È colei che racconta agli investigatori una versione del matrimonio tra Betsy e Russ molto più cupa rispetto a quella riferita da molti altri. Ed è anche una donna che, nelle sue deposizioni, inizia a mostrare incongruenze difficili da ignorare.

Le accuse di Pam contro Russ e la questione della polizza

Quando viene ascoltata dagli inquirenti, Pam racconta i suoi movimenti del 27 dicembre 2011. Spiega che aveva inizialmente programmato di accompagnare Betsy alla seduta di chemioterapia, ma che all’ultimo momento Betsy avrebbe scelto di andare con un’altra amica di famiglia. Nonostante questo, Pam avrebbe comunque raggiunto il centro oncologico per stare con lei durante il trattamento e poi accompagnarla dalla madre, come Betsy faceva spesso dopo le cure.

È in quel momento che Pam introduce un elemento destinato a orientare le indagini. Sottolinea che Betsy trascorreva molto tempo a casa della madre. Quando i detective le chiedono perché, Pam risponde che Betsy non amava tornare a casa e che la ragione sarebbe stata il marito. Una dichiarazione forte, soprattutto perché fino a quel momento molte persone avevano descritto il matrimonio tra Betsy e Russ come difficile in passato, ma più stabile negli ultimi tempi.

Secondo Pam, invece, Betsy stava pensando da anni di divorziare. Descrive Russ come arrogante, controllante, capace di umiliare la moglie pubblicamente e di comportarsi in modo sgradevole con gli amici di lei. Nel corso dell’interrogatorio, le accuse diventano sempre più gravi. Pam sostiene che Betsy volesse trasferirsi a Lake St. Louis non con Russ, come aveva raccontato ad altri, ma da sola.

Sempre secondo il suo racconto, Betsy avrebbe avuto intenzione di comunicare questa decisione al marito proprio la sera in cui è stata uccisa. Pam dice di essere stata preoccupata per una possibile reazione rabbiosa di Russ, che descrive come un uomo dal temperamento violento. In questa ricostruzione, il movente non sarebbe soltanto economico, ma anche passionale: Betsy avrebbe voluto lasciarlo.

Poi emerge il tema del denaro. Pam riferisce agli investigatori che Betsy era spaventata da Russ perché lui sembrava ossessionato dalle sue polizze vita. Secondo il suo racconto, Russ sarebbe arrivato persino a parlare di come avrebbe speso i soldi dell’assicurazione dopo la morte della moglie.

In effetti, da più testimonianze risulta che Betsy fosse preoccupata per la questione economica. Voleva garantire un futuro sereno alle figlie, Leah e Mariah, e nel dicembre del 2011 aveva iniziato a informarsi sui fondi fiduciari. Stava valutando la possibilità di aprirne uno per loro e di modificare i beneficiari delle proprie polizze, senza lasciare tutto a Russ.

Betsy aveva diverse assicurazioni sulla vita, ma secondo un’amica, Rita, nonostante lavorasse nel settore assicurativo non era particolarmente esperta nella gestione pratica di questi strumenti. Rita racconterà che Betsy spesso procedeva “a sensazione”, improvvisando e commettendo errori. Proprio a Rita Betsy avrebbe chiesto di diventare beneficiaria di una polizza vita, ma lei avrebbe rifiutato, suggerendole invece di nominare una delle sorelle.

A quel punto Betsy avrebbe fatto la stessa richiesta a un’altra amica: Pam Hupp. Pam lo conferma senza difficoltà. Ammette di essere diventata da poco beneficiaria di una polizza da circa 150.000 dollari e spiega che Betsy le avrebbe chiesto di tenere quei soldi per le figlie, quando sarebbero cresciute, o di inserirli in un fondo fiduciario.

Sulla carta, quindi, Pam è una persona di fiducia scelta da Betsy per proteggere il futuro delle ragazze. Ma per la difesa di Russ, quella polizza cambia completamente la prospettiva. Perché se il movente attribuito a Russ è il denaro, esiste almeno un’altra persona che, dalla morte di Betsy, può ottenere una somma enorme: proprio Pam.

Le versioni mutevoli di Pam e la strategia della difesa

Mentre l’accusa costruisce il proprio caso contro Russ, la difesa comincia a esaminare con attenzione i verbali delle dichiarazioni di Pam Hupp. L’avvocato Joel Schwartz nota subito un elemento ricorrente: nei racconti di Pam ci sono dettagli che cambiano, versioni che si modificano da un giorno all’altro, particolari apparentemente secondari che, in un’indagine per omicidio, possono diventare decisivi.

Uno dei primi punti riguarda ciò che Pam avrebbe visto la sera del 27 dicembre 2011 quando ha riportato Betsy a casa. In una prima versione, parla di una macchina argentata sul vialetto dell’abitazione, una Nissan. In seguito, però, il dettaglio cambia: non più una Nissan argentata, ma una Ford Explorer blu. Per Schwartz il punto non è tanto stabilire quale fosse davvero il modello dell’auto, quanto il fatto che un elemento così preciso muti a ogni racconto.

Anche sul suo ingresso in casa le versioni non restano stabili. Inizialmente Pam dice di non essere entrata nell’abitazione dopo aver accompagnato Betsy. Poi corregge il racconto e afferma di essere entrata brevemente. Successivamente aggiunge un ulteriore dettaglio: non solo sarebbe entrata, ma si sarebbe spinta fino alla camera da letto. Ogni nuova dichiarazione modifica il perimetro della sua presenza sulla scena prima del ritrovamento del corpo.

C’è poi un episodio particolarmente grave riferito da Pam. Secondo il suo racconto, pochi giorni prima dell’omicidio Betsy le avrebbe scritto una mail in cui confidava di avere molta paura del marito. In quella presunta comunicazione, Betsy avrebbe raccontato che Russ le aveva premuto un cuscino sul volto dicendole che quella era la sensazione che si prova quando si muore. Ma quella mail non verrà mai trovata.

Schwartz nota anche un’altra circostanza: Pam non si sottopone mai al poligrafo. Inizialmente accetta l’esame e fissa un appuntamento, ma poi presenta un certificato medico che la esenta dal test. Anche questo elemento, per la difesa, diventa significativo. Russ, pur sotto pressione, si era sottoposto al poligrafo. Pam, invece, riesce a evitarlo.

Alla luce di tutte queste anomalie, la difesa prepara una strategia nota nel gergo del diritto penale come SODDI, acronimo di “Some Other Dude Did It”. È una linea difensiva in cui l’imputato non nega che il crimine sia avvenuto, ma sostiene che il responsabile sia un’altra persona. In questo caso, però, l’“altro” non è una figura generica o sconosciuta. Per Joel Schwartz, ha un nome e un cognome: Pamela Hupp.

Il primo processo contro Russ Faria

Il processo a Russ Faria per l’omicidio della moglie Betsy si apre il 18 novembre 2013 nel tribunale della contea di Lincoln, in Missouri. È un procedimento rapido, destinato a concludersi nel giro di pochi giorni, il 21 novembre 2013. Fin dall’inizio, però, la difesa si trova davanti a un ostacolo enorme: la giudice impone una forte restrizione alla strategia difensiva.

Durante una delle udienze preliminari viene infatti vietato alla difesa di introdurre elementi che presentino Pam Hupp come possibile sospettata. Questo significa che Schwartz non può sviluppare davanti alla giuria la sua teoria alternativa. Pam entra quindi nel processo non come persona su cui concentrare dubbi investigativi, ma come testimone chiave dell’accusa.

In aula, Pam descrive Russ come un marito instabile e violento. Racconta di aver riaccompagnato Betsy a casa la sera del 27 dicembre e parla della polizza vita da circa 150.000 dollari di cui lei stessa è beneficiaria. Presenta anche un documento che attesterebbe l’apertura di un fondo fiduciario per le figlie di Betsy, rafforzando l’immagine di una persona incaricata dall’amica di proteggere gli interessi delle ragazze.

Anche i detective sostengono con forza la colpevolezza di Russ. Interpretano la scena del crimine come il risultato di un attacco ravvicinato, impulsivo, e avanzano l’ipotesi che la casa sia stata ripulita dal sangue. Questa teoria verrà però contestata dalla difesa, perché nei rilievi iniziali non erano emersi segni chiari di pulizia: niente asciugamani sporchi, niente tracce coerenti di lavaggio, nessuna impronta insanguinata cancellata.

Secondo la difesa, c’è anche un problema temporale enorme. Considerando gli spostamenti di Russ, l’orario in cui lascia gli amici, le ricevute, i tabulati e la chiamata al 911, l’uomo avrebbe avuto una finestra di circa nove minuti per fare tutto: entrare in casa, uccidere Betsy con decine di coltellate, ripulire la scena, gestire la cagnolina Sicily, nascondere le pantofole sporche di sangue e poi chiamare i soccorsi fingendosi disperato.

Nonostante questo, l’accusa insiste. Sotto le unghie di Betsy non viene trovato DNA di Russ, ma questo elemento viene interpretato in modo ambiguo: potrebbe indicare che non vi sia stata una lotta, oppure che l’aggressione sia avvenuta di sorpresa. In aula testimoniano anche le figlie di Betsy, Leah e Mariah, che in quel momento sono convinte della colpevolezza del patrigno. La loro posizione ha un impatto emotivo forte sulla giuria.

La difesa, dal canto suo, presenta un alibi solido. I quattro amici della serata confermano che Russ si trovava con loro durante la finestra temporale del delitto e che era a una distanza significativa dalla casa di Troy. A sostegno di questa ricostruzione vengono introdotti tabulati telefonici, dati di localizzazione e ricevute che collocano Russ altrove.

Durante l’arringa finale, però, l’accusa propone una ricostruzione estremamente dura. Secondo questa tesi, Russ sarebbe rientrato in casa dopo aver completato una serie di spostamenti utili a rafforzare l’alibi. Avrebbe trovato Betsy debilitata dalla malattia e dalla chemioterapia, l’avrebbe aggredita con un coltello da cucina, poi avrebbe coperto il corpo con una coperta.

L’accusa arriva anche a ipotizzare che Russ abbia avuto un ultimo rapporto sessuale con la vittima dopo l’aggressione, come gesto di dominio e sopraffazione. Si tratta però di una congettura particolarmente grave: nel corpo di Betsy vengono trovate solo piccole tracce di liquido seminale compatibili con un rapporto avuto giorni prima, come Russ aveva già dichiarato.

Il 21 novembre 2013, dopo poco meno di cinque ore di deliberazione, la giuria dichiara Russell Faria colpevole di omicidio di primo grado. La condanna è l’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale. Per la famiglia Faria è un crollo totale: la madre di Russ sviene e deve essere portata via in ambulanza. La famiglia di Betsy, invece, reagisce con un misto di sollievo e confusione.

La sorella di Betsy, Mary Rodgers, dichiara ai giornali che, dopo quasi due anni, finalmente giustizia è stata fatta. Ma aggiunge anche di provare sentimenti complessi, perché Russ era comunque stato parte della loro famiglia. Per Joel Schwartz, invece, il verdetto è profondamente sbagliato. Lo definisce errato, persino assurdo, e avvia immediatamente la battaglia per l’appello.

L’appello e le ombre sulle indagini

Dopo la condanna di Russ, l’avvocato Joel Schwartz continua a sostenere che il processo abbia escluso elementi fondamentali. Secondo la difesa, la credibilità di Pam Hupp avrebbe dovuto essere esaminata con molta più attenzione, soprattutto alla luce delle sue versioni contraddittorie e del ruolo economico che aveva assunto dopo la morte di Betsy.

Schwartz accusa apertamente la procuratrice Leah Askey e l’investigatore Ryan McCarrick di aver orientato l’indagine in una sola direzione, rendendo Pam una testimone più solida di quanto fosse realmente. Col tempo emergono anche elementi controversi sul rapporto tra accusa e investigatori: Askey e McCarrick, che avevano avuto un ruolo centrale nel caso, avevano una relazione sentimentale. Un dettaglio che solleva dubbi pesanti sul piano dell’opportunità e del conflitto di interessi.

La difesa torna quindi ad analizzare tutto il materiale probatorio. In questa fase vengono individuate 123 fotografie inedite della scena del crimine, mai mostrate alla giuria, che secondo Schwartz avrebbero potuto contraddire la ricostruzione proposta dall’accusa. Quelle immagini, per la difesa, mettono in discussione l’idea di una scena ripulita e di un’aggressione avvenuta nella stretta finestra temporale attribuita a Russ.

Emergono anche registrazioni di interrogatori di Pam che, secondo la difesa, avrebbero meritato un esame molto più approfondito. In alcuni passaggi Pam arriva a suggerire che tra lei e Betsy ci fosse stata una relazione sentimentale. Una circostanza che verrà smentita da chi conosceva Betsy e Pam, anche perché diverse persone descriveranno Pam come una donna con atteggiamenti fortemente omofobi. Ma il punto, per Schwartz, non è soltanto il contenuto di quelle dichiarazioni. È la loro instabilità.

Intanto, la figura di Pam diventa sempre più problematica anche agli occhi della famiglia di Betsy. Le figlie Leah e Mariah scoprono infatti che il fondo fiduciario che Pam aveva aperto con il denaro destinato a loro è stato chiuso quasi con la stessa rapidità con cui era stato creato. La somma della polizza, circa 150.000 dollari, non viene consegnata alle ragazze. Pam la trattiene.

Le figlie di Betsy avviano quindi una causa civile contro di lei. Durante le deposizioni, Pam fornisce risposte contraddittorie anche sul denaro. In un momento sembra riconoscere di aver promesso quei soldi alle ragazze; in un altro sostiene invece di poterli utilizzare come preferisce, perché non esisterebbe un obbligo legale a suo carico. Ancora una volta, le sue dichiarazioni appaiono mobili, difficili da incasellare in una versione lineare.

Quando le incongruenze diventano evidenti, Pam introduce un ulteriore elemento: problemi di salute e presunti deficit di memoria. Racconta che nel 2009 avrebbe avuto un incidente sul lavoro, inciampando su una scatola e battendo violentemente la testa contro un archivio metallico. Secondo lei, quell’episodio avrebbe provocato danni tali da causare perdita di memoria e confusione mentale.

Il problema è che Pam non fornisce documentazione medica solida a supporto di questo presunto danno cerebrale. Anche il certificato usato per evitare il poligrafo finisce sotto esame: emerge che il medico lo avrebbe redatto senza una reale visita approfondita, basandosi sostanzialmente su quanto richiesto da Pam. Per la difesa, questo diventa un ulteriore segnale d’allarme.

Proprio questi elementi spingono Schwartz a chiedere un nuovo processo. Il caso viene assegnato a un nuovo giudice e la Corte Suprema del Missouri riconosce un errore cruciale nella prima fase: l’esclusione di Pam come possibile pista alternativa. La condanna di Russ viene quindi annullata e viene fissato un nuovo processo per il 2 novembre 2015.

Dopo tre anni e mezzo di detenzione in un carcere di massima sicurezza, Russ Faria torna finalmente a casa. Ma non è ancora la fine. È solo l’inizio di un secondo processo, questa volta con una differenza decisiva: la difesa potrà finalmente raccontare al giudice ciò che nel primo dibattimento era rimasto fuori.

Il secondo processo e l’assoluzione di Russ

Il secondo processo contro Russ Faria si apre nel novembre del 2015, questa volta davanti a un giudice e senza giuria. La differenza rispetto al primo procedimento è sostanziale: la difesa può finalmente presentare in modo completo la propria teoria alternativa, indicando Pam Hupp come possibile responsabile dell’omicidio di Betsy.

L’accusa continua però a sostenere la colpevolezza di Russ. La procuratrice Leah Askey mantiene una linea ferma e aggressiva, appoggiandosi ancora alle interpretazioni della scena del crimine fornite dagli investigatori. Per l’accusa, Russ resta l’uomo che aveva un movente economico, una relazione matrimoniale problematica e un accesso diretto alla vittima.

In questa fase Askey cerca anche di introdurre un nuovo elemento: il famoso documento di cui Pam aveva parlato, quello in cui Betsy avrebbe raccontato le violenze del marito e la propria intenzione di lasciarlo. Quel documento viene effettivamente trovato sul computer di Betsy, ma presenta un problema enorme: non è possibile stabilire con certezza chi lo abbia scritto. Si sa soltanto che è stato creato cinque giorni prima dell’omicidio.

Questo dettaglio apre più interrogativi che certezze. Se il documento fosse davvero stato scritto da Betsy, potrebbe avere un peso nella ricostruzione del rapporto con Russ. Ma se fosse stato creato da qualcun altro, assumerebbe un significato completamente diverso. Senza una prova chiara dell’autore, il documento resta un elemento fragile, impossibile da trattare come una confessione o una testimonianza diretta della vittima.

Nel corso del dibattimento vengono rianalizzati anche diversi aspetti tecnici della scena del crimine. Le pantofole di Russ, considerate nel primo processo uno degli elementi più forti contro di lui, vengono reinterpretate. Secondo una detective, quelle ciabatte non sarebbero semplicemente entrate in contatto con il sangue: sembrerebbero quasi essere state immerse nel sangue, come se qualcuno le avesse macchiate appositamente.

Per la difesa, questo conferma un punto centrale: le pantofole non dimostrano che Russ le indossasse durante l’omicidio. Al contrario, potrebbero indicare una manipolazione della scena o un tentativo di orientare gli investigatori verso di lui. Anche l’assenza di impronte coerenti e di segni di pulizia rafforza il dubbio sulla ricostruzione originaria.

Alla fine del secondo processo, il giudice usa parole molto dure per descrivere l’indagine iniziale, definendola “piuttosto disturbante”. La conclusione è netta: Russ Faria viene assolto da tutte le accuse. Dopo anni di sospetti, una condanna all’ergastolo e tre anni e mezzo trascorsi in carcere, il verdetto ribalta completamente la prima sentenza.

L’assoluzione stabilisce che Russ non può essere considerato responsabile della morte di Betsy. Ma non risolve il caso. Perché se non è stato lui, resta una domanda enorme: chi ha ucciso Betsy Faria?

Dopo il proscioglimento, Joel Schwartz continua a chiedere un’indagine federale. Secondo lui, il caso non può essere archiviato come se l’assoluzione bastasse a chiudere la vicenda. Russ è libero, ma Betsy non ha ancora ottenuto giustizia. E nessuna accusa formale è stata ancora mossa contro Pam.

La svolta, però, arriva prima del previsto. Non direttamente dal caso Betsy, ma da un altro omicidio. Un omicidio che, nel giro di pochi giorni, porterà gli investigatori a guardare Pam Hupp con occhi completamente diversi.

L’omicidio di Louis Gumpenberger e la nuova storia raccontata da Pam

Il 16 agosto 2016, nella contea di St. Charles, in Missouri, avviene un altro omicidio. Intorno alle 12:10, la centrale del 911 riceve una chiamata da una donna in forte stato di agitazione. La voce al telefono chiede aiuto, dice che c’è un intruso in casa. Pochi secondi dopo, durante la chiamata, si sentono diversi colpi d’arma da fuoco.

La donna che ha chiamato i soccorsi è Pam Hupp.

Quando la polizia arriva nella sua abitazione, entra e trova sul pavimento il corpo senza vita di un uomo. Si chiama Louis Royse Gumpenberger, ha trentatré anni. A quel punto la domanda è immediata: chi è Louis, perché si trova in casa di Pam e per quale motivo lei gli ha sparato?

Pam fornisce subito la propria versione. Racconta di essere stata vittima di un tentativo di rapimento. Secondo il suo racconto, Louis l’avrebbe avvicinata mentre si trovava vicino al suo SUV, sarebbe salito a bordo del veicolo e l’avrebbe minacciata con un coltello alla gola, ordinandole di guidare fino a una banca per recuperare “i soldi di Russ”.

Pam sostiene poi di essere riuscita a scappare, di essere entrata in casa attraverso il garage, di aver raggiunto la camera da letto e di aver preso la pistola che teneva sul comodino. A quel punto, sempre secondo lei, Louis l’avrebbe seguita fin dentro casa e lei avrebbe aperto il fuoco per difendersi.

L’autopsia stabilisce che Louis è stato colpito almeno due volte, con ferite compatibili con una distanza ravvicinata. Ma sulla scena non emergono segni evidenti di una colluttazione prolungata. E già questo comincia a rendere la versione di Pam meno lineare.

Il problema più grande, però, riguarda proprio Louis. Nel 2015 era rimasto coinvolto in un grave incidente d’auto che lo aveva lasciato con importanti difficoltà motorie e cognitive. Non era autosufficiente, aveva capacità mentali paragonabili a quelle di un adolescente e dipendeva dalla madre, che era anche la sua tutrice legale.

Louis viveva in modo controllato, usciva raramente da solo e aveva bisogno di assistenza quotidiana. Non aveva precedenti di violenza e non corrispondeva affatto al profilo di un aggressore capace di organizzare un rapimento o un’estorsione. Per gli investigatori, l’immagine costruita da Pam comincia quindi a mostrare crepe evidenti.

I dati del traffico cellulare diventano uno degli elementi più importanti. Il telefono di Pam risulta agganciato a una cella nella zona dell’appartamento di Louis tra le 11:25 e le 11:29 del mattino, circa quaranta minuti prima della chiamata al 911. Questo significa che, poco prima della morte dell’uomo, Pam si trovava nei pressi di casa sua.

Poi il segnale si sposta verso il quartiere di Pam e infine torna nell’area della sua abitazione, dove la chiamata d’emergenza viene registrata intorno alle 12:10. Questa sequenza è compatibile con uno spostamento diretto tra i due luoghi. In altre parole, sembra molto più plausibile che sia stata Pam ad andare a cercare Louis, e non il contrario.

La finta produttrice di Dateline e la messinscena contro Russ

Pochi giorni prima della morte di Louis Gumpenberger, un’altra donna aveva già segnalato alla polizia un episodio molto strano. Il 10 agosto 2016, una donna di nome Carol racconta di essere stata avvicinata da una donna bionda a bordo di un SUV grigio. La sconosciuta si presenta come Cathy e sostiene di essere una produttrice del programma televisivo Dateline NBC, noto anche per i suoi approfondimenti su casi di cronaca nera.

Secondo il racconto di Carol, quella presunta produttrice le avrebbe offerto 1.000 dollari per partecipare alla simulazione di una chiamata al 911. L’audio, le viene detto, sarebbe servito per un documentario. Ma la proposta appare subito insolita. La donna le chiede di lasciare a casa il cellulare, le chiavi, il portafoglio e persino le sigarette. Inoltre, non c’è alcuna troupe nei paraggi, nessun mezzo televisivo, nessun elemento capace di rendere credibile quella produzione.

Carol si insospettisce e denuncia tutto. Quando gli investigatori collegano quell’episodio alla morte di Louis, il quadro cambia completamente. La presunta produttrice non era una professionista televisiva. Era Pam Hupp. Per gli inquirenti, quello potrebbe essere stato il primo tentativo fallito di reclutare una vittima da inserire in una messinscena.

Quando il corpo di Louis viene esaminato, nelle sue tasche vengono trovati circa 900 dollari in contanti e un biglietto scritto a mano. Quel biglietto contiene un piano dettagliato: rapire Pamela Hupp, costringerla a consegnare “i soldi di Russ”, portarla in banca, ucciderla e poi lasciare il denaro vicino a una catasta di legna collegata alla casa della famiglia Faria. Il testo indica anche una lista di oggetti da utilizzare e promette 10.000 dollari come compenso.

A una prima lettura, sembra il documento di un sicario. Come se qualcuno avesse assoldato Louis per colpire Pam e collegare l’azione a Russ. Ma quella costruzione si rivela presto falsa. Una successiva perizia grafologica dimostrerà che il biglietto è stato scritto da Pam.

Per la Procura, il senso della messinscena è preciso: Pam avrebbe voluto simulare una cospirazione ai propri danni per far ricadere la colpa su Russ, proprio mentre l’assoluzione di quest’ultimo nel caso Betsy aveva riportato attenzione mediatica e investigativa su di lei. In questo scenario, Louis sarebbe stato scelto non perché pericoloso, ma perché vulnerabile.

Anche il denaro trovato addosso a Louis diventa un indizio decisivo. Una banconota da 100 dollari rinvenuta nella casa di Pam presenta un numero seriale consecutivo rispetto a quelle trovate nella tasca di Louis. La probabilità che due persone non collegate possiedano banconote con numeri seriali sequenziali è estremamente bassa. Per gli investigatori, quei soldi provenivano dalla stessa fonte: Pam.

La ricostruzione dell’accusa è netta. Pam avrebbe cercato nei giorni precedenti una persona fragile da coinvolgere con una falsa promessa legata a una produzione televisiva. Dopo il tentativo fallito con Carol, avrebbe individuato Louis, lo avrebbe convinto a seguirla, portato nella propria abitazione e ucciso. Poi avrebbe costruito la scena inserendo denaro e biglietto nelle sue tasche, per simulare un rapimento fallito e indirizzare i sospetti verso Russ Faria.

Russ, intanto, si presenta spontaneamente in centrale, fornisce il proprio alibi per quella giornata e collabora pienamente con le indagini. Consegna campioni di scrittura, DNA, impronte digitali e il cellulare per le analisi. Tutto conferma che non è collegato alla morte di Louis.

Il 23 agosto 2016, Pam Hupp viene arrestata. Durante la permanenza in una stanza per gli interrogatori, le telecamere la riprendono mentre prende di nascosto una penna lasciata sul tavolo. Poco dopo si tocca il collo, come se stesse cercando la vena giugulare. Chiede poi di andare in bagno e, una volta all’interno, usa quella penna per colpirsi ai polsi e al collo.

Viene soccorsa immediatamente e trasportata in ospedale. I medici stabiliscono che le lesioni sono superficiali e non letali. Ma anche quell’episodio si aggiunge a un quadro ormai sempre più inquietante: attorno a Pam Hupp non c’è più soltanto il sospetto legato alla morte di Betsy. C’è un altro omicidio, una messinscena e un tentativo evidente di manipolare ancora una volta la narrazione.

La morte sospetta di Shirley Neumann, la madre di Pam

Mentre le indagini sull’omicidio di Louis Gumpenberger procedono, gli investigatori iniziano a riesaminare con attenzione ogni aspetto della vita di Pam Hupp. È a quel punto che emerge un’altra morte sospetta, avvenuta alcuni anni prima: quella di sua madre, Shirley Neumann.

Shirley soffriva di Alzheimer e demenza e viveva in una residenza per anziani. Nel 2013 muore precipitando dal balcone del terzo piano della struttura in cui si trovava. All’epoca, la sua morte viene trattata come un incidente. Ma, alla luce di ciò che sta emergendo su Pam, anche quell’episodio comincia ad assumere un significato diverso.

C’è un dettaglio che oggi appare particolarmente inquietante. Durante gli interrogatori legati alla morte di Betsy, Pam aveva dichiarato in più occasioni che, se davvero avesse voluto ottenere denaro da una polizza vita, sarebbe stato più logico uccidere sua madre invece di Betsy, perché la somma sarebbe stata persino maggiore. Una frase che, in quel momento, non viene approfondita come forse avrebbe meritato.

Dopo l’arresto di Pam per l’omicidio di Louis, gli investigatori tornano quindi a guardare alla morte di Shirley con altri occhi. Anche in quel caso Pam era stata l’ultima persona ad aver visto la madre viva. Anche in quel caso era beneficiaria di polizze assicurative. E nel sangue di Shirley erano state trovate quantità di farmaci superiori di oltre otto volte alla dose terapeutica normale.

Nonostante questi elementi, la morte di Shirley resta formalmente un capitolo diverso, più difficile da ricostruire e da trasformare in un’accusa penale. Tuttavia, nel quadro complessivo, contribuisce ad alimentare l’immagine di una donna sempre più legata a eventi tragici, denaro, assicurazioni e versioni costruite con estrema attenzione.

Nel frattempo resta aperta anche la causa civile intentata dalle figlie di Betsy contro Pam per la polizza da 150.000 dollari. Leah e Mariah sostengono che quel denaro fosse destinato a loro, secondo la volontà della madre. Ma alla fine del procedimento civile, il giudice stabilisce che non esistono prove sufficienti per dimostrare che Betsy avesse imposto a Pam un obbligo legale di consegnare quella somma alle figlie.

Il risultato è doloroso e difficile da accettare: Pam mantiene l’intera polizza. Da un punto di vista legale, quei soldi restano suoi. Da un punto di vista umano, però, quella decisione lascia aperta una ferita profondissima nella famiglia di Betsy.

La condanna per Louis e il nuovo procedimento per Betsy

Nel 2019, mentre il caso Louis Gumpenberger procede verso il processo, l’accusa offre a Pam Hupp un accordo. Se accetterà di dichiararsi colpevole dell’omicidio, la possibile pena capitale verrà ritirata. Dopo settimane di trattative, il 19 giugno 2019 Pam accetta una formula particolare: non ammette formalmente la propria colpevolezza, ma riconosce che le prove raccolte dallo Stato sarebbero sufficienti per ottenere una condanna per omicidio di primo grado.

Nell’agosto del 2019 viene quindi condannata all’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale. Durante la conferenza stampa successiva, l’accusa sottolinea un punto molto netto: Pam è ormai collegata ufficialmente a tre morti diverse, quella di Betsy Faria, quella di sua madre Shirley Neumann e quella di Louis Gumpenberger. La soddisfazione dichiarata dai procuratori è una sola: sapere che Pam non trascorrerà mai più un giorno da donna libera.

Ma la condanna per Louis non chiude il capitolo Betsy. Anzi, lo riapre con forza. Viene predisposto un nuovo procedimento a carico di Pam per la morte dell’amica, con capi d’imputazione pesantissimi: omicidio di primo grado e azione criminale armata. L’accusa annuncia fin da subito l’intenzione di chiedere la pena di morte.

Dal carcere, Pam si dichiara non colpevole. Attraverso i suoi avvocati, avvia una strategia difensiva aggressiva, puntando il dito proprio contro le criticità delle indagini originarie. È un paradosso evidente: quelle stesse falle investigative che avevano contribuito alla condanna ingiusta di Russ diventano ora terreno di scontro anche nel procedimento contro di lei.

Nei primi mesi del 2026, le udienze preliminari si trasformano in un vero campo di battaglia legale. Accusa e difesa si scontrano sulla gestione delle prove biologiche, sui ritardi nella consegna di alcuni reperti da parte del laboratorio della contea e sulla possibilità di garantire un processo equo in un caso ormai molto noto all’opinione pubblica.

Dopo continui rinvii e difficoltà nel trovare una giuria imparziale, nell’aprile del 2026 accusa e difesa raggiungono un accordo: se Pam accetta di rinunciare al processo con giuria, anche in questo caso la pena di morte verrà esclusa. Pam accetta. Il giudice assegnato è Michael Rathert, che fissa ufficialmente l’inizio del processo per il 31 gennaio 2028.

Questo significa che il procedimento per la morte di Betsy Faria deve ancora iniziare. Fino ad allora, Pam resterà comunque in carcere, già condannata all’ergastolo per l’omicidio di Louis. Ma per la famiglia di Betsy, e per Russ, quel processo rappresenta ancora un passaggio fondamentale: non soltanto per stabilire una responsabilità penale, ma per restituire finalmente un nome alla verità.

Dopo l’assoluzione: le figlie di Betsy, Russ e una giustizia incompleta

Oggi Leah e Mariah, le figlie di Betsy, conducono una vita lontana dai riflettori. Dopo anni di esposizione, dolore e processi, hanno scelto una dimensione più riservata, pur continuando a seguire con attenzione gli sviluppi giudiziari legati alla morte della madre. Per loro, questa storia non è mai stata soltanto un caso di cronaca. È la perdita di una madre, la distruzione di una famiglia e il peso di una verità arrivata troppo tardi.

Il rapporto con Russ non si è mai ricucito del tutto. Per molto tempo Leah e Mariah hanno creduto che fosse stato lui a uccidere Betsy, anche perché profondamente influenzate da ciò che veniva raccontato intorno a loro e, in particolare, dalla narrazione costruita da Pam. Con gli anni, però, hanno rivisto la propria posizione. Oggi si dicono convinte dell’innocenza di Russ, ma questo non significa che le ferite possano rimarginarsi automaticamente.

Russ, da parte sua, dopo aver trascorso tre anni e mezzo in carcere ed essere stato prosciolto, ha continuato a chiedere giustizia per Betsy. La sua assoluzione gli ha restituito la libertà, ma non gli ha restituito il tempo perso, né la moglie, né la vita che aveva prima. Un’accusa di omicidio, una condanna all’ergastolo e anni di detenzione ingiusta lasciano segni profondi, anche quando la verità giudiziaria cambia direzione.

Dopo il proscioglimento, Russ ha scelto di impegnarsi nella difesa delle persone condannate ingiustamente, collaborando con il Midwest Innocence Project. La sua esperienza personale è diventata così parte di un impegno più ampio: aiutare chi si trova intrappolato in un sistema giudiziario che può sbagliare, soprattutto quando un’indagine si concentra troppo presto su un’unica ipotesi e smette di guardare altrove.

Nel caso di Betsy Faria, l’errore non è stato soltanto processuale. È stato anche umano. Un marito è stato indicato come colpevole quasi subito. Una donna, Pam Hupp, è stata trattata a lungo come testimone affidabile, nonostante incongruenze, interessi economici e versioni mutevoli. Le figlie di Betsy sono state trascinate dentro una convinzione che ha alimentato una frattura familiare dolorosissima.

E intanto, Betsy è rimasta al centro di tutto, ma spesso quasi oscurata dalla complessità giudiziaria del caso. Era una donna malata, una madre, un’amica, una persona che cercava di organizzare il tempo che le restava e di proteggere il futuro delle figlie. La sua morte, brutale e ingiusta, è diventata il punto di partenza di una vicenda più grande, ma non dovrebbe mai essere ridotta solo a un enigma investigativo.