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È la mattina della Vigilia di Natale del 2023, a Cardiff, nel Galles. Alle 11:32, il centralino del numero di emergenza britannico riceve una chiamata angosciante da parte di un giovane in evidente stato di agitazione. Inizialmente chiede con urgenza un’ambulanza, poi, con voce glaciale, dichiara che è troppo tardi: l’amico è morto. Le urla disperate di una donna in sottofondo aumentano la tensione.
Dietro a quella telefonata si nasconde una delle vicende più tragiche degli ultimi anni: un omicidio brutale, nato in un contesto apparentemente innocuo, che mette in luce il peso della solitudine, la fragilità mentale e, soprattutto, la pericolosità dell’indifferenza verso i segnali di pericolo.
William Kenneth Bush, per tutti Will, nasce il 12 febbraio 2000 a Brecon, in Galles. Vive con i genitori, John e Liz, la sorella Catrin e il fratello Alex. Fin da piccolo è un ragazzo amichevole e riservato, molto legato alla famiglia e agli amici. Tranquillo, affettuoso, leale: caratteristiche che lo rendono molto amato da chi lo conosce.
A 13 anni, inizia a frequentare il Christ College, un rinomato istituto privato dove conosce Dylan Thomas, con cui stringe subito una forte amicizia.
Dylan nasce il 30 giugno 2000 sull’isola di Jersey, in una famiglia straordinariamente ricca, di origini scozzesi. Sua madre, Kirstie Howells, è un’ex modella internazionale legata all’agenzia Elite, mentre il padre, Scott Thomas, proviene da un’importante dinastia imprenditoriale gallese. La fortuna familiare deriva dal nonno paterno, Sir Stanley Thomas, fondatore della Peter’s Food, venduta nel 1988 per 95 milioni di sterline. Un’eredità che rende Dylan il futuro erede di un patrimonio complessivo di circa 270 milioni di euro.
Ma dietro la facciata edulcorata si nasconde un’infanzia segnata da traumi profondi. A soli 3 anni, Dylan assiste a un episodio di violenza domestica tra i genitori che porta al divorzio dei due e alla condanna del padre a sei mesi di carcere.
Ciò nonostante, Dylan cresce tra privilegi, aspettative alte e una profonda amicizia con Will. I due si completano: Will è riflessivo, Dylan impulsivo e brillante. Diventano inseparabili e la loro relazione, nata tra i banchi di scuola, li accompagnerà per anni, gettando le basi per una convivenza.
Dopo il liceo, le strade di Will e Dylan rimangono unite. Will si iscrive alla facoltà di Gestione Immobiliare presso la Oxford Brookes University, mentre Dylan, pur ammesso a un altro ateneo, sceglie di non intraprendere alcun percorso accademico.
Nonostante le differenze, il loro legame rimane fortissimo. Nel 2021 decidono di andare a vivere insieme, a Cardiff, in un appartamento in Chapel Street di proprietà dei nonni di Dylan. La casa è spaziosa, con due camere separate. L’accordo economico è semplice: Will paga l’affitto a Dylan, con una riduzione in cambio delle commissioni quotidiane, come accompagnarlo in auto o acquistare ciò che serve all’occorrenza, visto che Dylan non ha la patente.
Will si ambienta subito. Ama Cardiff, le sue opportunità, i suoi spazi. Lavora come perito edile, frequenta nuovi amici e coltiva la passione per il golf, partecipando anche a tornei locali. Dylan, al contrario, non lavora, non studia e non ha altri amici. Will è la sua unica compagnia, e lui ne è consapevole. Per questo cerca di non lasciarlo mai solo, anche a costo di modificare la propria routine.
Convivono anche con un cane, Bruce, affidato a Dylan dalla madre, ma è Will a occuparsene nella quotidianità. Tuttavia, questo equilibrio è destinato a cambiare quando nella vita di Will entra Ella Jefferies, collega e amica che in poco tempo diventa la sua fidanzata.
Con l’arrivo di Ella, le dinamiche in casa si alterano: la presenza costante della ragazza mette in discussione gli equilibri con Dylan, che non riesce ad accettare il cambiamento. La gelosia, il senso di esclusione e la dipendenza emotiva da Will iniziano a emergere, trasformando gradualmente la convivenza in qualcosa di sempre più instabile.
La relazione tra Will ed Ella si sviluppa rapidamente. I due si conoscono da tempo, lavorano insieme, e quando capiscono di provare qualcosa di più, iniziano subito una storia seria.
Questo cambiamento, però, sconvolge Dylan. Non ha mai avuto relazioni stabili, né amici stretti. E ora anche Will, il suo unico riferimento, sembra allontanarsi. La presenza costante di Ella diventa per lui difficile da accettare. La routine si spezza. Le serate condivise si riducono, gli spazi comuni cambiano. Dylan, che dipende emotivamente da Will, non sa come reagire.
È un mix di gelosia, solitudine e frustrazione, che cresce giorno dopo giorno. Will cerca di restare vicino all’amico, ma la sua vita continua: con Ella parla di futuro, di convivenza, di progetti. Dylan, invece, rimane fermo. Non lavora, non studia, non ha altri legami. Trascorre le giornate in casa, solo con il cane.
La presenza di Ella diventa il catalizzatore di un malessere che Dylan non riesce più a contenere.
Nel settembre del 2023, Will inizia ad accusare disturbi fisici e psicologici: emicranie intense, nausea, crisi d’ansia. Il malessere lo costringe a prendersi un mese di malattia, durante il quale decide di licenziarsi. Il lavoro era troppo stressante. Contemporaneamente, propone a Ella di andare a vivere insieme.
Questa decisione, positiva per Will, segna per Dylan un punto critico. Will, rimasto senza stipendio, viene sollevato dal pagamento dell’affitto, a patto che continui a occuparsi del cane e a fare da autista a Dylan. Il legame tra i due sembra saldo, ma qualcosa cambia in profondità.
È in questo periodo che Dylan manifesta i primi comportamenti inspiegabili. Il 3 novembre parte per la Turchia senza avvisare nessuno, affermando in seguito di voler visitare Gaza, già dilaniata dalla guerra. Trascorre qualche giorno a Istanbul, poi torna in Galles passando per Roma, spiegando che il volo era “più economico”.
Il 6 novembre, si presenta a Buckingham Palace e tenta di scalare la recinzione. Viene bloccato e arrestato. Si giustifica dicendo di voler “esplorare un campo energetico tra il palazzo e Cleopatra’s Needle”. Aggiunge che le guardie potevano leggere i suoi pensieri.
Rilasciato su cauzione, torna a casa e racconta tutto a Will, con tono distaccato e surreale. La situazione è chiaramente allarmante, ma nessuno interviene. Nessuna segnalazione, nessuna richiesta d’aiuto. Will non informa la famiglia, forse per proteggerlo, forse perché non coglie fino in fondo la gravità del declino mentale dell’amico.
Sabato 23 dicembre 2023, Dylan si prepara a passare il Natale con la sua famiglia, mentre Will ed Ella escono per fare shopping. Prima di salutarsi, Dylan li abbraccia e fa loro gli auguri.
Dopo lo shopping, Ella e Will si danno appuntamento per la Vigilia, che avrebbero trascorso con la famiglia di lui. Rientrato da solo nell’appartamento di Chapel Street, Will si rilassa, ignaro di ciò che sta per accadere.
Dylan, intanto, è a cena con la sua famiglia. Confessa alla nonna Sharon di sentirsi solo e depresso. Lei lo invita a dormire a casa sua. Dylan accetta, ma non riesce a dormire, si alza dal letto, sembra nervoso.
Poco prima delle 23:00, scrive su Snapchat a Will: “Hai lasciato una chiave per me?”. Nessuna risposta. Alle 2:28, altri due messaggi: “A che ora parti domani?” e poi “Devo vederti prima che tu parta”.
Will non risponde: probabilmente dorme. La mattina del 24 dicembre, Dylan dice alla nonna di non aver dormito affatto. Esce sul balcone sotto la pioggia e rimane immobile, assorto. Sharon lo invita a rientrare e gli propone un sonnifero, ma lui rifiuta: dice di dover tornare a casa per portare fuori il cane Bruce.
È una scusa. Bruce è con Will, che se ne occupa come di consueto. Dylan chiede alla nonna di accompagnarlo. Durante il tragitto, è visibilmente agitato, non riesce a stare fermo. Alle 11:00, scrive a Will: “Sei a casa?”. Will risponde: “Sì”. Dylan: “Ok, sto arrivando. Rimani lì”.
Alle 11:16 lui e la nonna arrivano davanti a casa. Dylan salta giù dall’auto e promette di tornare nel giro di dieci minuti. La nonna rimane in macchina, senza sospettare nulla. Ma in quei dieci minuti, la tragedia si compie.
Appena entrato in casa, Dylan Thomas si dirige in cucina, apre un cassetto e afferra un grosso coltello. Poi recupera un secondo coltello, a serramanico. A quel punto, sale le scale e raggiunge la camera da letto di Will.
L’aggressione è improvvisa e brutale. Will viene colpito alla nuca, con una coltellata che lo coglie completamente di sorpresa. Nonostante la gravità del colpo, riesce a fuggire. Ma Dylan lo insegue. La scena si sposta rapidamente dalle scale alla cucina e infine al patio esterno.
La violenza si consuma in pochi minuti, ma è di un’intensità sconvolgente. Will riceve in totale 37 coltellate, concentrate su nuca, testa e petto. Le ferite più gravi vengono inflitte in cucina. Dylan infierisce fino a recidere la gola dell’amico, tagliando l’arteria giugulare. È una morte feroce.
C’è il sospetto che Will abbia provato a difendersi, e le ferite sulle mani di Dylan potrebbero confermarlo. Ma esiste anche l’ipotesi opposta: che Dylan se le sia autoinflitte, per simulare una colluttazione e costruire la tesi della legittima difesa.
Fuggendo, Will riesce a raggiungere il patio esterno, ma lì si accascia. È stato visto da alcuni passanti, coperto di sangue, ancora cosciente. Uno di loro, John Ivins, sente le grida e accorre con la sua famiglia. Davanti a quella scena agghiacciante, chiama subito i soccorsi.
Nel frattempo, Dylan rientra in casa e completa l’assalto, colpendo Will ancora una volta mentre giace a terra. Solo al termine dell’esecuzione raggiunge la nonna, rimasta in auto, ignara di tutto.
La guarda e le dice, con tono distaccato: “L’ho ucciso. È stata legittima difesa”, mostrandole le mani insanguinate. Sharon, sotto shock, corre verso il corpo di Will e inizia a praticargli il massaggio cardiaco, urlando a Dylan di chiamare i soccorsi.
La telefonata che seguirà è nota: Dylan dice all’operatore che l’amico è morto. Sono le 11:32 del 24 dicembre. L’ambulanza arriva in pochi minuti, ma per Will non c’è più nulla da fare. Dylan viene immediatamente arrestato per omicidio.
Dopo l’arresto, Dylan viene medicato per le ferite alle mani. Durante le cure, inizia a parlare: sostiene che Will lo aggrediva da mesi, che voleva ucciderlo. Aggiunge che si è soltanto difeso. Ma le sue parole sono confuse. Ai poliziotti pone domande ambigue, come: “A che specie appartenete? Siete scimmie o mutaforma?”.
Gli inquirenti capiscono subito che Dylan non è in condizione di sostenere un interrogatorio. Ma l’indagine va avanti. L’ispettore Joanne Harris, della polizia del Galles del Sud, guida il team che analizza la cronologia online di Dylan, risalente alla notte dell’omicidio.
Alle 00:18, cerca “vene e arterie”. Poco dopo, apre l’immagine dell’arteria giugulare, quella che ha poi reciso a Will. All’1:29 digita: “raccogli ciò che semini”. Nelle ore successive tenta di prenotare due corse in taxi o in Uber. Tutto indica una possibile premeditazione.
Le ricerche online, i comportamenti deliranti, l’estrema violenza dell’aggressione: tutto parla di un crollo mentale evidente, che però nessuno ha fermato. Dylan continua a dire che è stata legittima difesa, ma le prove lo smentiscono fin da subito.
Will è stato colpito con troppa ferocia, le ferite sono profonde, precise. Nessuno crede alla sua versione. La verità è che un ragazzo di 23 anni è morto per mano del suo migliore amico, e che i segnali c’erano da tempo.
Il processo a Dylan Thomas si apre nel novembre 2024 presso la Cardiff Crown Court. La difesa non sostiene la legittima difesa: Dylan si dichiara colpevole di omicidio colposo, puntando su una minore responsabilità per disturbi mentali.
Dylan segue il processo in videocollegamento da un ospedale giudiziario, dove è ricoverato dopo l’arresto. Gli sono state diagnosticate psicosi e schizofrenia, condizioni che, pur compromettendo la sua lucidità, non impediscono il processo.
La difesa si basa sulla testimonianza dello psichiatra Panchu Xavier, secondo cui Dylan ha agito in preda a un episodio psicotico. In particolare, Xavier riferisce che Dylan era convinto che Will volesse ucciderlo per bere il suo liquido spinale. Una chiara allucinazione, nata durante un viaggio in macchina. Da quel momento, Dylan si sarebbe sentito sempre più in pericolo.
L’accusa, però, respinge la tesi della psicosi come unica causa. Porta in aula una testimonianza chiave: Will aveva raccontato a Ella che Dylan, in tono serio, gli aveva detto: “Mi chiedo cosa si provi a ucciderti”. Spaventato, Will si era chiuso in camera, mentre Dylan tentava di forzare la porta.
Per l’accusa, questo conferma una volontà già formata. L’omicidio non è stato un gesto impulsivo, ma premeditato, come dimostrano anche le ricerche sulla giugulare effettuate la notte precedente. I segnali erano chiari. E il progetto, forse, era già in atto da tempo.
Dopo sette giorni di processo, la giuria emette il verdetto: Dylan Thomas è colpevole di omicidio volontario. La tesi della difesa, basata su uno stato mentale alterato, viene respinta. Secondo la corte, Dylan era in grado di comprendere le sue azioni al momento del delitto.
Durante la lettura del verdetto, Dylan, collegato in video dall’ospedale, rimane impassibile. Nessuna reazione, nessuna parola. Il 24 gennaio 2025, la giudice Karen Steyn pronuncia la condanna: ergastolo, con un minimo di 19 anni da scontare prima di poter chiedere la libertà condizionale.
Nelle motivazioni, la giudice definisce l’omicidio come un “attacco prolungato e feroce”, avvenuto contro un ragazzo “leale, affettuoso e con un futuro brillante davanti a sé”. Will Bush non era solo una vittima: era un giovane amato, impegnato, pieno di sogni, stroncati brutalmente.
Dylan mostrava da mesi segnali di un crollo mentale. Aveva bisogno di aiuto, ma nessuno è intervenuto. Né la sua famiglia, né le autorità.
Il caso di Dylan Thomas è uno dei più tragici degli ultimi anni. Una storia che racconta non solo di un omicidio, ma anche di un fallimento collettivo. Quello di non aver visto, o di non aver voluto vedere, i segni di una mente che stava crollando.