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Il killer che terrorizzò Baltimora con la leggenda degli hamburger umani

“La prossima volta che vedete un chiosco di carne alla griglia che non avevate mai visto prima, assicuratevi di pensare a questa storia prima di mordere quel panino.” 

Queste parole, pronunciate da Joseph Roy Metheny, non sono solo un ammonimento disturbante, ma il simbolo di un caso che ha profondamente segnato la cronaca nera americana degli anni Novanta. 

Secondo quanto lui stesso ha dichiarato, Metheny avrebbe servito carne umana all’interno dei suoi hamburger, venduti in un piccolo chiosco lungo la strada. Una storia tanto macabra quanto controversa, che ha contribuito a renderlo uno dei criminali più discussi e mitizzati del panorama true crime. 

Dietro il soprannome di “Tiny”, ironicamente scelto per via della sua mole imponente, si nasconde un uomo dalla doppia faccia: da un lato una figura amichevole, conosciuta nei bar della zona come un tipo socievole e cordiale; dall’altro, un individuo capace di uccidere brutalmente, occultare cadaveri e raccontare ogni cosa con un’inquietante freddezza. 

Ma qual è la verità? E quanta parte di questa storia è stata costruita, esasperata o semplicemente inventata da Metheny stesso? Per rispondere, è necessario tornare indietro nel tempo. E ricostruire, passo dopo passo, la vita, gli omicidi e le menzogne dell’uomo che ha scioccato l’America.

Le origini: un’infanzia segnata dall’abbandono e dal caos familiare

Joseph Roy Metheny nasce il 2 marzo 1955 a Baltimora, nello Stato del Maryland. Cresce in una famiglia operaia numerosa, composta da sei figli e due genitori, Audra Earle e Jean Metheny, il cui matrimonio è segnato da difficoltà profonde, in particolare a causa dell’alcolismo del padre. 

Jean è un uomo emotivamente assente: alterna momenti di presenza a lunghi periodi di distacco, e anche quando è fisicamente in casa, è come se non ci fosse. I figli imparano presto a camminare sulle uova, ad anticipare le sue reazioni, a decifrare ogni minimo cambiamento nel tono della voce o nel linguaggio del corpo. È un adattamento tipico dei bambini cresciuti in contesti familiari dominati dalla dipendenza: una forma di sopravvivenza emotiva, che a lungo andare può lasciare segni profondi, come ansia cronica, depressione e difficoltà relazionali. 

Nel tentativo di spiegare i crimini commessi da Metheny, in molti proveranno a collegare questa infanzia caotica e priva di stabilità al suo futuro da assassino. Ma la verità, come spesso accade, è molto più complessa. 

Dopo la sua nascita, la famiglia si trasferisce nella cittadina di Essex, sempre nel Maryland. Jean lavora come operaio, cercando di sostenere economicamente il nucleo familiare. Ma nel 1961, quando Joe ha solo sei anni, il padre muore in un incidente stradale a Terra Alta, in West Virginia. È un trauma enorme per tutta la famiglia, anche perché Jean era l’unico sostegno economico. 

A quel punto, Audra Metheny si ritrova da sola con sei figli e una quantità di lavoro insostenibile. Per sopravvivere, si divide tra impieghi come cameriera, barista, autista di furgoni e domestica. Lavora senza sosta, giorno e notte, ed è spesso costretta ad affidare i figli maggiori alla cura dei più piccoli. 

Da qui nascono due versioni contrastanti dell’infanzia di Joe. 

Secondo la madre, la famiglia, pur tra mille difficoltà, resta unita, e Joe è descritto come un bambino intelligente, educato e persino sensibile. A scuola va bene, non crea problemi, è rispettoso. 

Al contrario, Joe racconterà anni dopo di essere stato abusato dalla madre, e sosterrà di aver vissuto in istituti per minori dopo la morte di entrambi i genitori. Ma questa versione viene smentita dai fatti: la madre è viva, non ci sono documenti che attestino la presenza di Joe in case famiglia, né risultano interventi dei servizi sociali. 

Il dubbio, tuttavia, rimane. Perché negli anni ‘60 i sistemi di archiviazione erano interamente cartacei, e non si può escludere che alcune informazioni siano andate perdute. Ciò che resta certo è che Joe Metheny, da piccolo, non mostra segnali evidenti di devianza. E che la sua trasformazione in un uomo capace di crimini atroci si manifesterà solo più avanti, lenta e silenziosa. 

Le menzogne sul passato militare e l’inizio della dipendenza

Col tempo, i racconti di Joe Metheny sulla propria adolescenza e giovinezza iniziano a diventare sempre più confusi e pieni di contraddizioni. Racconta, per esempio, di aver abbandonato la scuola in giovane età a causa di un’infanzia tormentata. Ma questa affermazione viene smentita dai registri: Joe, in realtà, ha conseguito il diploma. 

Metheny sostiene poi di essersi arruolato nell’esercito a 18 anni, nel 1973, e di essere stato inviato in Vietnam, dove avrebbe fatto parte di un’unità di artiglieria. Secondo il suo racconto, è proprio lì che avrebbe sviluppato una dipendenza da eroina, dopo due anni passati tra combattimenti, studio e operazioni militari. 

Ma anche questa versione non regge. La guerra del Vietnam, infatti, si conclude ufficialmente nel 1975, ma già a partire dal gennaio 1973 le truppe americane iniziano a ritirarsi in massa. È quindi molto improbabile che Joe sia stato davvero inviato in Vietnam. Le fonti ufficiali indicano che fu invece di stanza in Germania. 

Nonostante le incongruenze, la dipendenza da sostanze è una delle poche verità verificate. Non si sa con certezza dove abbia avuto origine, ma Joe insiste nel dire che tutto è iniziato durante il servizio militare. 

E bisogna ammettere che, nel caso dei veterani del Vietnam, l’uso di eroina era una piaga documentata: sostanza a basso costo, facilmente reperibile e di qualità elevata. Un rifugio per chi era esposto ai traumi del fronte, una via di fuga temporanea dall’orrore. Al contrario, per i soldati di stanza in Europa, come nel caso di Joe, il contesto era molto diverso: maggior controllo, minori pericoli, droghe meno diffuse e spesso meno accessibili. 

Ancora una volta, Joe mescola realtà e invenzione. La tossicodipendenza è reale, ma la narrazione bellica che costruisce attorno ad essa appare falsata e manipolata, forse nel tentativo di giustificare i propri fallimenti, o forse per aumentare il proprio alone di drammaticità. 

Al termine del servizio militare, Joe torna a Baltimora. Vive per un breve periodo a casa della madre, ma ben presto interrompe ogni contatto con lei. Per dieci anni i due non si parleranno. 

Durante quel breve ritorno, Audra nota subito il cambiamento. Joe è diverso: chiuso, distante, cupo. È l’inizio di un declino irreversibile, che lo porterà sempre più a fondo nel baratro dell’abuso di sostanze e della violenza. 

Dipendenze, degrado e un trailer circondato dal nulla

Negli anni successivi al rientro dal servizio militare, Joe Metheny precipita in una spirale autodistruttiva. Le sue giornate ruotano attorno alla droga, all’alcol e alla violenza, mentre le relazioni familiari si sgretolano e ogni tentativo di stabilità sembra irraggiungibile. 

Nel 1988, viene arrestato a Baltimora per possesso di sostanze stupefacenti e condannato a pagare una multa di 100 dollari. È un episodio che passa quasi inosservato, ma che segna ufficialmente l’inizio del suo rapporto con la giustizia. Lo stesso anno trova impiego come carrellista in un’azienda che produce pallet di legno. Un lavoro fisso, un ambiente in apparenza stabile. Ma la realtà è ben diversa. 

Joe non vive in una casa, ma in un trailer parcheggiato all’interno del cortile recintato dell’azienda. Una zona isolata, circondata solo da boschi e filo spinato. Nessun vicino, nessuna supervisione, nessuna regola. 

Quella che potrebbe sembrare una sistemazione temporanea diventa il suo luogo di vita stabile, nonostante l’evidente degrado. Qui Metheny continua a consumare eroina, alcol e altre sostanze, e inizia anche a portare prostitute nel suo trailer. Il tutto avviene a pochi metri dal luogo di lavoro, in uno spazio che appartiene all’azienda stessa. 

Nonostante questo contesto, Metheny mantiene una facciata rispettabile. I colleghi lo descrivono come un uomo intelligente, educato e persino gentile. Un paradosso difficile da spiegare, se si considera che accumula nel tempo diverse denunce per aggressione e disturbo della quiete pubblica a causa di risse nei pub. 

Riesce anche a non perdere il lavoro, nonostante i suoi comportamenti problematici. E questo gli permette di alimentare un’apparente normalità sociale: ha amici, frequenta bar, partecipa a serate. È conosciuto con il soprannome di “Tiny”, un nomignolo ironico che contrasta con il suo aspetto: Joe è alto 1,83 metri e pesa oltre 227 kg. 

Nel frattempo, però, il suo stato mentale continua a deteriorarsi. Dopo un nuovo arresto per droga e un breve periodo in carcere, torna al lavoro con un comportamento ancora più instabile. I colleghi iniziano a notare che Joe appare confuso, allucinato, scollegato dalla realtà. 

Nel cortile dell’azienda, costruisce una barricata alta cinque metri attorno al suo trailer, utilizzando vecchi pallet. Un gesto che suscita preoccupazione, ma che nessuno sembra voler affrontare in modo diretto. 

Quello che si nasconde dietro quella barricata, però, non è solo un uomo alle prese con la dipendenza. È un predatore che sta per mostrare il suo volto più oscuro. 

I primi omicidi: Toni Lynn Ingrassia e Catherine Magaziner

Il 22 febbraio 1994 segna l’inizio della carriera criminale omicida di Joe Metheny. La vittima è Toni Lynn Ingrassia, una donna di 28 anni che sta lottando per uscire dalla dipendenza da sostanze stupefacenti. Nonostante gli sforzi, la sua vulnerabilità viene sfruttata proprio da Joe, che la adesca promettendole droga. 

Pochi giorni dopo la scomparsa, il corpo di Toni Lynn viene ritrovato lungo l’Interstate 95, a Baltimora. L’autopsia rivelerà che è stata aggredita sessualmente, pugnalata e strangolata. È un delitto brutale, apparentemente isolato, che in realtà inaugura una scia di sangue destinata a crescere rapidamente. 

Nell’estate dello stesso anno, Joe colpisce ancora. La seconda vittima si chiama Catherine Ann Magaziner, conosciuta da tutti come Cathy. Ha 25 anni, vive nel sud di Baltimora e, per sopravvivere, si prostituisce lungo la Washington Boulevard: una zona dove molte donne dipendenti da droghe si vendono per pochi dollari. 

È proprio lì, tra le luci dei bar e le ombre dei vicoli, che Cathy incontra Joe. Secondo la sua confessione, i due si conoscono in un locale e poi si spostano nel suo trailer, dove Joe le vende una dose e le propone un rapporto sessuale. 

La narrazione si fa subito ambigua. Joe dice che il rapporto è consensuale, ma non chiarisce se sia stato a pagamento o meno. La sua riluttanza a fornire dettagli apre a forti sospetti: Cathy potrebbe essersi rifiutata, o forse è stato l’effetto delle sostanze. Quel che è certo è che, a un certo punto, Joe la aggredisce. La strangola a mani nude, e poi le avvolge un cavo elettrico attorno al collo, fino a toglierle la vita. 

Il suo corpo resta nel trailer per tutta la notte. Il giorno dopo, Joe lo seppellisce in una fossa poco profonda, nel bosco adiacente. L’area è isolata, lontana da occhi indiscreti, e per mesi il delitto rimane completamente ignoto. 

Ma sei mesi più tardi, in un gesto che rivela un’ulteriore escalation disturbante, Joe torna sul luogo del seppellimento, riesuma il corpo, ne rimuove il cranio, lo pulisce e infine lo ripone in una scatola, che getta in un bidone della spazzatura. 

Il delitto di Cathy, come quello di Toni Lynn, non lascia tracce visibili nella vita quotidiana di Joe. Nessun comportamento sospetto, nessuna confessione. La sua vita prosegue normalmente, tra serate nei bar, lavoro e una routine che sembra quasi normale. 

Ma sotto la superficie, il mostro ha già preso il controllo. 

Tent City: due cadaveri, un’accusa e il sospetto che ricade su Joe

Nel 1995, Joe Metheny si trasferisce per un periodo in un luogo noto come Tent City, un’area situata lungo il fiume Patapsco alle porte di Baltimora. Si tratta di un insediamento di senza fissa dimora, fatto di tende, baracche e rifugi improvvisati. Un mondo a parte, emerso nel pieno della crisi economica e dell’epidemia di crack che aveva colpito duramente la città tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90. 

A Tent City la vita è dura. Non ci sono regole scritte, ma gerarchie informali, violenza diffusa e totale assenza di sicurezza. In questo contesto, il 2 agosto 1995, vengono ritrovati i corpi di due uominiRandy Piker e Randall Brewer, entrambi di 33 anni. 

I loro corpi giacciono uno sopra l’altro, su un vecchio materasso sporco, coperti da un lenzuolo e della spazzatura. Le ferite sulla testa sono violente, profonde, probabilmente inferte con un’ascia. 

E proprio quell’ascia diventa l’elemento centrale dell’indagine. Viene infatti ritrovata all’interno della dimora di un altro senzatetto, Larry Amos, che quel giorno aveva già ucciso un uomoEverett Dowell, con la stessa arma. 

La polizia, unendo le evidenze, incolpa Larry di tutti e tre gli omicidi. E Larry, in effetti, confessa l’uccisione di Everett. Ma il legame con gli altri due delitti appare meno solido. 

Voci insistenti iniziano a circolare tra gli abitanti della Tent City: Joe Metheny odiava Randy e Randall, e il movente potrebbe essere una ritorsione personale. La polizia decide allora di indagare anche su di lui, arrivando a incriminarlo per il duplice omicidio. Ma nel luglio 1996, la giuria lo assolve per insufficienza di prove. 

La responsabilità ricade nuovamente su Larry Amos, che patteggia, dichiarandosi colpevole di tutti e tre gli omicidi. Viene condannato a soli otto anni di carcere, una pena che appare sconcertante per tre vite spezzate in modo così brutale. 

Per Joe, quella assoluzione non sarà definitiva. Perché solo quattro mesi dopo, la sua sete di sangue tornerà a manifestarsi. E questa volta, il suo nome sarà impossibile da ignorare. 

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L’omicidio di Kimberly Spicer e la fuga di Rita Kemper

L’11 novembre 1996Kimberly Spicer, una giovane donna di 23 anni, ha un violento litigio con la madre. Kimberly è dipendente da sostanze e, pochi giorni prima, ha perso il fratello per overdose. La situazione in casa è tesissima: la rabbia esplode, le parole feriscono, e lei, come spesso accade, esce sbattendo la porta. 

Purtroppo, quella sera Kimberly non tornerà più. Dopo essersi allontanata, si dirige verso il Sidebar, un bar nei pressi della zona industriale. Lì incontra Joe Metheny, che la convince a seguirlo nel suo trailer. 

Secondo quanto racconterà poi lui stesso, l’intenzione era quella di avere un rapporto a pagamento. Ma una volta soli, la situazione degenera in modo mostruoso. 

Joe la accoltella ventisei volte, colpendo viso e collo con una ferocia inaudita. Poi avvolge il suo corpo in un telo di plastica rosso e lo nasconde sotto il trailer, in attesa di trovare il modo per disfarsene definitivamente. 

Non fornirà mai un vero movente. In un’intervista dirà semplicemente che a lui “piace uccidere la gente”. Una frase che racchiude l’abisso di freddezza e disumanità in cui è sprofondato. 

Ma il ciclo di violenza non si ferma. Pochi giorni dopo, nella notte dell’8 dicembre 1996, Joe adocchia un’altra donna: Rita Kemper, 37 anni. I due si conoscono di vista, hanno amici in comune, e Joe gode ancora della reputazione di uomo cordiale, spiritoso, amichevole. Rita si fida di lui, lo segue nel trailer, convinta di passare del tempo insieme in modo innocente. 

Ma quando capisce le sue vere intenzioni e si rifiuta di avere un rapporto, Joe esplode. La colpisce con due schiaffi violentissimi, le ordina di spogliarsi. Rita, terrorizzata, riesce però a scappare. Joe la insegue, la raggiunge e le urla in faccia: “Ti ucciderò e ti seppellirò nel bosco come tutte le altre ragazze.” 

La afferra, la picchia selvaggiamente, la strangola, la trascina nuovamente nel trailer e tenta di stuprarla. Ma Rita resiste con tutte le sue forze. In una scena al limite dell’incredibile, riesce a fuggire una seconda volta, scavalca la recinzione alta due metri con filo spinato e, a piedi nudi, corre fino a una piazzola per camionisti, dove riesce finalmente a chiedere aiuto. 

Rita indica con precisione chi l’ha aggredita e dove si trova, ma incredibilmente Joe non viene arrestato subito. Le sue parole non bastano. 

Sarà solo qualche giorno dopo, grazie alla soffiata anonima di un collega, che la polizia inizierà a indagare. Il collega riferisce che Joe gli avrebbe chiesto di aiutarlo a seppellire un corpo. 

Il 15 dicembre 1996, le forze dell’ordine perquisiscono l’area intorno al trailer. E proprio lì, sotto quella struttura improvvisata, trovano il corpo senza vita di Kimberly Spicer. 

L’arresto e le prime confessioni: un flusso inarrestabile di orrori

Il 15 dicembre 1996, con il ritrovamento del corpo di Kimberly Spicer, le autorità hanno finalmente prove sufficienti per procedere con l’arresto. Nelle prime ore del mattino, gli agenti del Dipartimento di Polizia di Baltimora, affiancati da una task force dell’FBIarrestano Joe Metheny con l’accusa di omicidio di primo grado. Viene trattenuto senza possibilità di cauzione. 

Contestualmente, viene arrestato anche Joseph Stein, proprietario dell’azienda presso cui Joe lavorava. Secondo le prime ipotesi degli inquirenti, Stein sarebbe stato complice, in quanto visto con Joe la sera dell’omicidio durante una festa aziendale. Tuttavia, le accuse nei suoi confronti verranno presto ritirate. 

Nel frattempo, con un mandato di perquisizione, la polizia ispeziona a fondo il trailer di Joe. Al suo interno viene trovata una pistola calibro 25. A quel punto, Stein viene nuovamente arrestato, accusato di possesso illegale di arma da fuoco, poiché aveva precedenti penali per incendio doloso risalenti al 1985. In quanto ex detenuto, non avrebbe potuto legalmente possedere armi. Anche se la pistola si trovava nel trailer di Joe, Stein finisce nuovamente sotto accusa: probabilmente perché il terreno era di sua proprietà, e ciò lo rendeva legalmente corresponsabile del contenuto. 

Ma è Joe Metheny a dominare la scena. Dopo l’arresto, inizia a parlare senza sosta. Le sue confessioni sono continue, contraddittorie e raccapriccianti. Racconta di aver ucciso tra le sette e le tredici persone, fornisce dettagli su omicidi noti e ignoti, e menziona le sue vittime con freddezza agghiacciante. 

Tra i nomi ci sono Kimberly SpicerCatherine Magaziner e Toni Lynn Ingrassia, ma anche Randall Brewer e Randy Piker, i due uomini trovati nella Tent City per i cui delitti era stato condannato Larry Amos. Joe si attribuisce anche l’annegamento di un altro senzatetto, l’uccisione accidentale di un uomo durante una lite nel 1976, e tre prostitute uccise tra il 1988 e il 1989. 

Tuttavia, non esistono prove a sostegno di tutte le sue dichiarazioni. I numeri cambiano, i racconti si modificano, i dettagli si confondono. La linea tra verità e fantasia diventa sempre più sottile. 

E poi arriva la confessione che sconvolge l’intero Paese. 

Gli hamburger umani

Joe racconta di aver gestito un barbecue sul ciglio della strada, dove avrebbe venduto hamburger contenenti carne umana mescolata a carne di maiale o manzo. Sostiene di averlo fatto per puro divertimento, convinto che nessuno si sarebbe accorto della differenza. 

Le sue parole diventano presto virali, diffuse dai media e amplificate da internet. Nasce così la leggenda degli “hamburger umani”, che finirà per oscurare il resto della sua storia criminale. 

Ma va fatta una precisazione fondamentale: non esistono prove che confermino la veridicità di questa parte del racconto. Durante le ispezioni non vengono trovate tracce di carne umana, né strumenti compatibili con un’attività simile. Quella del cannibalismo, con ogni probabilità, è un’invenzione, creata da Joe per alimentare la propria immagine disturbante e attirare l’attenzione dei media. 

Un’attenzione che, come vedremo, cercherà ossessivamente anche dopo la condanna. 

Il ritrovamento di Catherine Magaziner e un processo segnato dall’orrore

Il 17 dicembre 1996, appena due giorni dopo l’arresto, Joe Metheny rilascia una dichiarazione registrata in cui rivela il luogo dove avrebbe nascosto il corpo di Catherine Magaziner. Le autorità si recano immediatamente nella zona boschiva indicata, ma la prima perlustrazione non dà esito. Le informazioni fornite da Joe sono imprecise, e le piogge recenti hanno reso difficile anche per i cani da cadavere percepire gli odori nel terreno. 

Soltanto più tardi, con un nuovo ordine giudiziario e una ricognizione più accurata, il corpo di Catherine viene finalmente ritrovato. È una svolta fondamentale: la prova definitiva che Metheny non mente su tutto, e che alcune delle sue dichiarazioni sono confermate dai fatti. 

Ma ciò che colpisce gli inquirenti non è solo la precisione di certi dettagli, bensì l’atteggiamento del killer. Joe si mostra freddo, disinteressato, a tratti addirittura scocciato. Fornisce informazioni sbagliate, cambia versione, dimentica le date. È evidente che non parla per rimorso, ma per alimentare il proprio ego. 

E infatti, quando gli viene chiesto perché uccideva, risponde: “Senso di potere. Non lo so. Vulnerabilità. Provavo terrore, semplicemente… mi dava una sensazione fortissima, una scarica, una specie di sballo. Chiamatelo come volete. Non avevo una vera scusa, se non il fatto che mi piaceva farlo.” 

Una dichiarazione che cancella ogni possibilità di empatia o comprensione. Joe Metheny uccideva per piacere, per dominio, per provare emozioni forti. Non per vendetta, non per necessità. 

Tra le tante storie che racconta, ce n’è una particolarmente bizzarra: Joe sostiene di aver avuto una compagna e un figlio di sei anni, e che un giorno la donna sarebbe scappata con un altro uomo, portando via il bambino. Racconta di averla cercata per giorni, fino a scoprire che viveva per strada con il nuovo compagno, e che, non trovandola, avrebbe ucciso tre persone a colpi d’ascia: due senzatetto e un pescatore, i cui corpi avrebbe poi gettato nel fiume. 

Ma anche in questo caso, non esiste alcuna prova che supporti le sue parole. Non ci sono riscontri sull’identità della donna, del bambino o delle presunte vittime. Non risulta che Joe abbia mai avuto figli. 

Le perizie psichiatriche parlano chiaro: Metheny è affetto da Disturbo Antisociale di Personalità, una condizione che implica disprezzo per i diritti altrui, mancanza di empatia, comportamento manipolatorio e assenza di rimorso. A questo si aggiungono tratti di narcisismo marcato e tendenze sadiche. Ma, nonostante il profilo patologico, viene giudicato pienamente capace di intendere e di volere: è dunque legalmente imputabile. 

Nel 1997, Joe viene processato per l’aggressione a Rita Kemper. Viene condannato a 50 anni di carcere per sequestro di persona e tentata violenza sessuale, ma assolto per tentato omicidio. 

Ed è proprio in quel periodo, mentre si trova in custodia cautelare, che decide di parlare pubblicamente. Rilascia un’intervista al quotidiano Baltimore Sun, scelta non casuale. Joe vuole controllare la narrazione, imporsi come personaggio mediaticoalimentare il proprio mito. 

Nell’intervista afferma di aver ucciso fino a dieci persone, raccontando aneddoti macabri e mostrando orgoglio per ciò che ha fatto. Non prova vergogna, non chiede perdono. Vuole solo essere ricordato. 

Condanna a morte, ergastolo e la fine nella solitudine del carcere

Nel 1998, Joe Metheny viene formalmente processato per l’omicidio di Kimberly Spicer. L’accusa è decisa: punta alla pena di morte, sostenendo che l’omicidio sia avvenuto in concomitanza con una rapina, poiché Joe avrebbe sottratto alcuni effetti personali alla vittima. 

Metheny si dichiara colpevole anche dell’omicidio e della rapina di Catherine Magaziner, cercando un accordo per evitare la condanna capitale. Ma il procuratore non ritira l’accusa. Il processo inizia il 9 novembre 1998, e dopo quattro giorni la giuria emette un verdetto unanimecondanna a morte. 

Il giudice conferma la sentenza e aggiunge una pena concorrente di dieci anni per rapina. A quel punto, il destino di Joe Metheny sembra segnato. 

Durante il processo emergono due visioni opposte della sua infanzia. La difesa cerca di costruire un percorso di decadenza psicologica legato a una giovinezza difficile, cercando di spiegare, se non giustificare, la sua trasformazione in un killer. Ma dall’altra parte c’è sua madre, Audra, che nega ogni accusa, affermando di aver fatto tutto il possibile per crescere i suoi figli in condizioni dignitose, pur nella povertà. 

Il 24 luglio 2000, però, la Corte Suprema del Maryland annulla la pena capitale per vizi procedurali: non è stato dimostrato con sufficiente chiarezza il legame tra l’omicidio e la rapina. Undici anni dopo, nel 2011, la condanna a morte viene commutata in ergastolo senza possibilità di libertà condizionale. 

Metheny continua a rilasciare dichiarazioni scioccanti, mostrando totale disprezzo per le sue vittime. In aula afferma: “Le parole ‘mi dispiace’ non usciranno mai dalla mia bocca, perché sarebbero una bugia. Sono più che disposto a rinunciare alla mia vita per ciò che ho fatto, a farmi giudicare da Dio e a finire all’inferno per l’eternità… mi è semplicemente piaciuto.” 

E ancora: “L’unico mio rimpianto è non essere riuscito a uccidere le due persone che stavo davvero cercando. La mia ex e l’uomo con cui stava.” 

Un’ossessione, quella per la fantomatica “ex compagna”, che continua a dominare le sue fantasie di vendetta, nonostante non esistano prove della sua reale esistenza. 

Metheny trascorre i suoi ultimi anni detenuto presso il Western Correctional Institution, nel Maryland. Soffre di gravi problemi di salute legati all’obesità, che peggiorano progressivamente: diabete, malattie cardiache, apnea notturna, disturbi articolari. Cade in uno stato di depressione cronica, tenta il suicidio, e vive in un isolamento quasi totale, senza rapporti con altri detenuti. 

Nel 2017, a 62 anni, viene trovato morto nella sua cella. Le cause sembrano legate a complicanze fisiche, e il suo corpo non mostra segni di violenza. 

Una storia tra realtà e leggenda

Il caso di Joe Metheny resta uno dei più disturbanti e controversi della storia del true crime americano. Un uomo capace di commettere atrocità indicibili, ma anche di manipolare narrazioni, creare miti falsi, e alimentare il proprio culto personale con storie forse mai accadute. 

Ha realmente cucinato e servito hamburger con carne umana? Le prove dicono di no. Ma la sola affermazione ha avuto un impatto devastante, trasformando Joe Metheny in una figura mitologica dell’orrore contemporaneo. 

Rimane, al centro di tutto, una verità incontestabile: uomini e donne realmente uccisivite spezzatefamiglie devastate. E la glorificazione involontaria di un criminale che, con ogni probabilità, voleva proprio questo: essere ricordato. 

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