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Nell’agosto del 2016, una giovane donna viene uccisa mentre corre nel parco a pochi isolati da casa, nel Queens. Il suo nome è Karina Vetrano, ha trent’anni, una famiglia unita e una vita piena di progetti. Il suo omicidio sconvolge New York e accende un dibattito nazionale.
Al centro del processo ci sarà una prova considerata per anni quasi infallibile: il DNA. Una traccia genetica che porterà all’arresto di un giovane di Brooklyn e a una condanna all’ergastolo. Eppure, nonostante il verdetto definitivo, il caso continua a sollevare interrogativi su indagini, confessioni e pressioni investigative.
È la storia di un delitto brutale, di una comunità sotto shock e di una sentenza che, ancora oggi, divide l’opinione pubblica.
Karina Ann Vetrano nasce a New York il 12 luglio 1986 e cresce nel quartiere di Howard Beach, nel Queens, insieme alla sorella Tana e al fratello, in una famiglia descritta da tutti come estremamente unita. Il padre, Philip “Phil” Vetrano, è un vigile del fuoco in pensione, tra i primi soccorritori intervenuti a Ground Zero l’11 settembre 2001. La madre, Kathy, è una donna forte, sopravvissuta a un tumore e ancora alle prese con problemi di salute che richiedono controlli e interventi. È un nucleo familiare saldo, costruito su protezione reciproca e presenza costante.
Chi conosce Karina la ricorda come una ragazza solare, determinata, piena di energia. Ama il fitness, corre ogni giorno, si allena con disciplina. Ma accanto alla dimensione sportiva c’è un lato più introspettivo: scrive poesie, gestisce un blog personale in cui affronta temi complessi come amore, fede, morte e identità, e nel 2013 realizza un cortometraggio intitolato The Paradox, dedicato al dualismo tra bene e male. Una riflessione sulla natura umana che, a posteriori, suona quasi simbolica.
Nel 2016 consegue un master in logopedia e lavora con bambini autistici e neurodivergenti, un impiego che la appassiona profondamente. È attiva sui social, condivide viaggi ed esperienze, appare come una giovane donna curiosa, dinamica, con molti progetti davanti. In uno dei suoi scritti online si interroga su cosa accadrebbe se morisse improvvisamente, immaginando persone provenienti da diverse fasi della sua vita riunite al suo funerale. Una riflessione esistenziale che, dopo il 2 agosto 2016, verrà riletta con un significato tragicamente concreto.
Alla soglia dei trent’anni, Karina ha già vissuto molto. Ha scampato per poche ore l’attentato di Nizza del 14 luglio 2016, trovandosi sulla Promenade des Anglais poco prima della strage. È una ragazza che, come dirà suo padre, sembra avere dentro il doppio dell’energia e della voglia di vivere. Nulla lascia presagire che, di lì a poco, tutto si interromperà.
Martedì 2 agosto 2016 è una giornata che inizia senza nulla di straordinario. Intorno alle 16, Phil va a prendere Karina alla stazione della metropolitana dopo il lavoro. Si fermano da Gino’s, la pizzeria del quartiere, prendono qualche trancio e rientrano a casa. Restano in cucina a mangiare e parlare. La madre di Karina, Kathy, è in ospedale per un intervento chirurgico e dovrebbe tornare nel tardo pomeriggio.
Dopo aver mangiato, Karina sale in camera per cambiarsi: vuole andare a correre. È un’abitudine quotidiana, ma quel giorno il padre non la accompagna. Ha un problema alla schiena che gli provoca dolore e, soprattutto, ha una brutta sensazione. Negli ultimi tempi, nei pressi dello Spring Creek Park, al confine tra Queens e Brooklyn, erano state segnalate presenze sospette e persone senza fissa dimora. L’area è caratterizzata da sentieri che attraversano zone di vegetazione alta e fitta, le cosiddette “weeds”, dove l’erba può superare i tre metri. Phil le chiede di restare a casa. Le dice chiaramente di stare attenta.
Karina però non vuole saltare l’allenamento. Si è lasciata da poco con il fidanzato, sta preparando la Maratona di Cuba, ha bisogno di schiarirsi la mente. È ancora pieno giorno, il parco dista solo due isolati da casa. Esce in tenuta da jogging, con telefono e auricolari, e si dirige verso il percorso che conosce bene.
Passano le ore. Karina non rientra. Phil inizia a chiamarla ripetutamente, ma lei non risponde. Un dettaglio che lo allarma immediatamente: la figlia rispondeva sempre al telefono, soprattutto sapendo quanto lui fosse apprensivo. L’assenza di risposta diventa un segnale preciso. Non è un ritardo qualunque. È qualcosa che non torna.
Phil contatta un vicino, un amico d’infanzia oggi capo agente dell’NYPD, e denuncia la scomparsa. Nel quartiere vivono molti appartenenti alle forze dell’ordine che conoscono la famiglia Vetrano. In poche ore si forma una squadra di ricerca guidata dallo stesso Phil, che conosce a memoria i percorsi abituali della figlia. Intervengono circa cinquanta agenti, unità cinofile ed elicotteri con termocamere. L’ipotesi iniziale è che Karina possa essersi ferita o persa tra la vegetazione.
Poi, intorno alle 22:45, mentre continua a lasciarle messaggi vocali, Phil si addentra tra le erbacce. A un certo punto vede una luce accendersi a terra: è il telefono di Karina, illuminato dalle sue chiamate. Poco distante, l’erba appare schiacciata. Tra la vegetazione, c’è il corpo senza vita della figlia.
La scena che si presenta agli occhi di Phil è devastante. Karina è a terra, un braccio sotto il corpo e l’altro disteso di lato. Gli shorts sono abbassati, i calzini bagnati, segno che potrebbe essere stata trascinata vicino ai piccoli corsi d’acqua che attraversano lo Spring Creek Park. In un impulso istintivo, il padre la solleva, la stringe, urla disperato. Un gesto umano, ma che comporta una conseguenza inevitabile: la contaminazione della scena del crimine. Gli agenti lo allontanano per preservare ciò che resta delle prove, mentre iniziano i rilievi della scientifica.
L’autopsia restituisce un quadro di violenza estrema. Karina è stata picchiata con brutalità e la causa della morte è strangolamento. Sul collo sono visibili segni compatibili con la pressione di una mano; il volto e il corpo presentano lividi e abrasioni. Le mancano alcuni denti, altri risultano fratturati. Le mani sono serrate a pugno e in una stringe ancora dei ciuffi di vegetazione: ha lottato, ha tentato di difendersi fino all’ultimo.
Gli esami confermano anche una aggressione sessuale precedente alla morte. Gli indumenti raccontano una colluttazione violenta, avvenuta in un’area isolata ma a pochi isolati da casa. Per la famiglia Vetrano l’impatto è devastante. Phil deve comunicare la notizia alla moglie Kathy, appena rientrata dall’ospedale dopo un intervento chirurgico. La donna ha un crollo emotivo e viene chiamata un’ambulanza per timore di complicazioni, ma rifiuta di allontanarsi. Vuole restare accanto ai suoi familiari.
Il giorno successivo, Howard Beach si sveglia sotto shock. L’area del parco viene transennata, pattugliata, analizzata metro dopo metro. La paura si diffonde rapidamente nel quartiere: una giovane donna è stata uccisa mentre correva in pieno giorno. E il responsabile è ancora libero.
Le indagini partono immediatamente, ma fin dalle prime ore emerge un elemento che rende tutto più complesso: non sembra esserci un sospettato naturale. Karina non aveva conflitti noti, non risultano minacce, non ci sono segnali di un’aggressione premeditata da parte di qualcuno che la conoscesse. Tutto fa pensare a un attacco improvviso e casuale, un’ipotesi statisticamente meno frequente ma estremamente difficile da ricostruire.
La scientifica repertò diverse tracce di DNA: sul telefono della vittima, sotto le unghie e sulla schiena. Il materiale genetico viene confrontato con i database delle forze dell’ordine, ma non emerge alcuna corrispondenza. Nessun nome, nessun precedente compatibile. Il DNA diventa l’unica traccia concreta, ma per il momento non conduce a nessuno.
Il caso assume rapidamente rilevanza nazionale. Il sindaco di New York, Bill de Blasio, invita chiunque abbia informazioni a farsi avanti e annuncia una ricompensa. Il 6 agosto si tengono i funerali nella chiesa di Saint Helen: centinaia di persone partecipano, le strade vengono chiuse e i Vigili del Fuoco rendono omaggio al feretro in segno di rispetto per il padre. Il quartiere è attraversato da rabbia e paura. La richiesta è una sola: trovare un colpevole.
Il 7 agosto, però, un altro omicidio scuote l’opinione pubblica. A Princeton, Massachusetts, la ventisettenne Vanessa Marcotte viene uccisa mentre fa jogging vicino casa della madre. Anche il suo corpo viene ritrovato in un’area boschiva. Le somiglianze sono evidenti: età simile, stessa dinamica, stesso contesto isolato. Per alcuni si tratta di un possibile serial offender.
Gli investigatori, tuttavia, stabiliscono che i due casi non siano collegati. In seguito, per l’omicidio di Marcotte verrà arrestato un uomo che si dichiarerà colpevole. Il caso Vetrano resta invece senza un responsabile. Con il passare delle settimane, l’indagine sembra entrare in una fase di stallo. E intanto, la pressione pubblica aumenta.
Con il passare dei mesi, l’assenza di sviluppi concreti alimenta frustrazione e critiche verso le forze dell’ordine. Le tracce genetiche indicano che l’aggressore avrebbe ascendenza afroamericana, elemento che orienta inevitabilmente parte delle verifiche investigative. Nella zona vengono raccolti campioni volontari di DNA da diversi uomini neri, un gesto significativo in un contesto segnato da storiche tensioni tra comunità afroamericane e polizia. Anche questi confronti, però, non portano a risultati.
Nel frattempo emerge una testimonianza: un uomo sostiene di aver visto, nell’orario compatibile con l’aggressione, una persona uscire dalle “weeds” con atteggiamento sospetto. Viene diffuso un identikit, ma le prime verifiche non producono riscontri.
La svolta arriva nel gennaio 2017, quando il detective John Russo ripensa a un episodio avvenuto il 30 maggio precedente. Quel giorno, mentre era fuori servizio, aveva notato un giovane che osservava le abitazioni della zona indossando maniche lunghe nonostante il caldo. Lo aveva seguito per circa quarantacinque minuti e segnalato alla polizia, ma l’uomo non aveva commesso alcun reato ed era stato identificato e poi rilasciato. Il suo nome era Chanel Lewis, vent’anni, residente a Brooklyn.
Il nome viene recuperato tra le vecchie segnalazioni. Per alcuni si tratta di un normale approfondimento investigativo; per altri, soprattutto alla luce della composizione demografica di Howard Beach – quartiere a larghissima maggioranza bianca – è il segnale di una possibile profilazione razziale. Nonostante le polemiche, il 31 gennaio 2017 gli investigatori rintracciano Lewis e gli chiedono un campione di DNA. Lui accetta.
Pochi giorni dopo arriva il risultato: il suo profilo genetico è compatibile con quello trovato sotto le unghie di Karina e sulla sua schiena. Il 4 febbraio 2017, Chanel Lewis viene arrestato con l’accusa di omicidio.
Chanel Lewis ha vent’anni, è cresciuto a East New York ed è figlio di immigrati giamaicani. Vive con la madre, mentre il padre, affetto da demenza, è ricoverato in una struttura. I registri scolastici parlano di difficoltà di apprendimento e di una disabilità intellettiva documentata.
In passato era stato segnalato per comportamenti problematici, tra cui un episodio del 2011 in cui, durante un litigio, avrebbe pronunciato frasi violente nei confronti delle donne. Nulla, però, che lo colleghi direttamente a un omicidio.
Dopo l’arresto, la polizia perquisisce la sua abitazione e analizza il telefono. Emergono ricerche online relative ai Miranda rights, alle conseguenze di una condanna per reati gravi, al sacramento della penitenza e allo stesso caso Vetrano. Per l’accusa si tratta di indizi significativi; per la difesa, semplici ricerche compatibili con la curiosità o con l’attenzione mediatica che il caso aveva assunto.
Il 5 febbraio 2017 Lewis viene interrogato per circa undici ore. Alla fine rilascia una confessione. Racconta di aver incontrato Karina nel parco, di essersi sentito arrabbiato per questioni personali e di averla colpita e poi strangolata dopo una breve colluttazione. Nega però l’aggressione sessuale, sostenendo che gli abiti si siano abbassati durante la lotta.
È proprio l’interrogatorio a diventare uno dei punti più controversi del caso. Nel video, Lewis appare spesso confuso, fatica a comprendere alcune domande, modifica le risposte dopo suggerimenti degli investigatori. In un passaggio descrive una dinamica fisicamente improbabile e, dopo una riformulazione, cambia versione. A un certo punto sembra persino chiedere se stia dicendo “la cosa giusta”. La difesa parlerà di pressioni psicologiche e di confessione guidata, sottolineando la sua vulnerabilità cognitiva.
Resta però il dato centrale: oltre alla confessione, c’è il DNA compatibile con quello repertato sulla vittima. Due elementi che, per l’accusa, compongono un quadro probatorio solido.
Il primo processo contro Chanel Lewis si apre nel novembre 2018. L’accusa presenta la confessione, le tracce di DNA e le ricerche trovate sul telefono. La difesa attacca su più fronti: sostiene che l’indagine sia stata orientata da una possibile profilazione razziale, che la confessione sia stata ottenuta con modalità suggestive e che il DNA – composto in parte da tracce da contatto e da un mix genetico sotto le unghie della vittima – non dimostri con assoluta certezza la dinamica dell’omicidio. Dopo giorni di deliberazione, la giuria non raggiunge un verdetto unanime. Il processo viene annullato.
Nel marzo 2019 si apre il secondo processo. Questa volta l’accusa presenta anche i dati di geolocalizzazione del telefono, che collocherebbero Lewis in prossimità della scena del crimine nell’orario compatibile con l’aggressione. I genitori di Karina prendono la parola in aula. Phil definisce l’imputato un mostro e parla di una famiglia distrutta; Kathy lo accusa di fingere fragilità per suscitare compassione. Lewis continua a dichiararsi innocente.
Il 1° aprile 2019 la giuria si ritira e, in meno di cinque ore, emette il verdetto: colpevole di tutti i capi d’imputazione. Il 23 aprile arriva la sentenza: ergastolo senza possibilità di libertà condizionale. In aula ci sono lacrime, abbracci, la convinzione – per la famiglia Vetrano – che giustizia sia stata fatta.
Eppure, le polemiche non si spengono. Alcuni giurati riferiscono tensioni durante le deliberazioni; la madre di Lewis accusa la polizia di aver manipolato le prove; una petizione chiede la revisione del caso da parte della Conviction Integrity Unit, raccogliendo migliaia di firme. L’appello viene annunciato, ma la condanna resta in piedi.
Il caso Vetrano continua così a dividere l’opinione pubblica. Per molti, il DNA rappresenta una prova schiacciante, rafforzata dalla confessione. Per altri, restano interrogativi sulla gestione dell’interrogatorio, sulla pressione mediatica e sulla possibilità che un giovane con disabilità intellettiva sia stato un bersaglio investigativo vulnerabile.
Domande che toccano un punto sensibile del sistema giudiziario: quanto è solida una prova genetica? Quanto pesa il contesto in cui viene raccolta e interpretata? E quando un crimine scuote un’intera comunità, è possibile che l’urgenza di trovare un colpevole influenzi il percorso verso la verità?
Sono interrogativi che, nel caso di Karina Vetrano, restano aperti per una parte dell’opinione pubblica, anche dopo una condanna definitiva.