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Niscemi è un comune della provincia di Caltanissetta, circa venticinquemila abitanti, una realtà dove la vita scorre secondo ritmi lenti e le relazioni sono strette, talvolta soffocanti. È un paese in cui tutti si conoscono, dove le voci viaggiano veloci e i giudizi arrivano prima dei fatti. Un contesto profondamente legato all’agricoltura, che per molte famiglie rappresenta ancora oggi la principale fonte di sostentamento.
È qui che, il 9 novembre 1994, nasce Lorena Cultraro. Una bambina che cresce all’interno di una famiglia semplice, unita, senza eccessi né ombre apparenti. Nulla, nei suoi primi anni di vita, lascia intuire che proprio quel luogo, così familiare e quotidiano, diventerà lo scenario di una tragedia destinata a segnare per sempre la comunità.
La storia di Lorena non è solo il racconto di un omicidio. È una storia che parla di giovinezza, di ingenuità, di dinamiche di potere, di violenza di gruppo e di una società che, troppo spesso, fatica a riconoscere le responsabilità quando le vittime sono ragazze molto giovani. Una vicenda che obbliga a guardare non solo ai carnefici, ma anche al contesto che ha permesso tutto questo.
I genitori di Lorena, Giuseppe Cultraro e Lidia, si incontrano per caso a Livorno, città in cui entrambi si trovavano per motivi di lavoro. Lui fa l’imbianchino, lei lavora come operaia. Sono giovanissimi, ma tra loro nasce subito un legame forte, che li porta a sposarsi nel 1990, pochi anni prima della nascita di Lorena.
Dal loro amore sarebbero nati due figli: Lorena e, successivamente, il fratellino Giacomo. Con la nascita della primogenita, Giuseppe racconta di essere cambiato profondamente: diventato padre, si sente investito di una nuova responsabilità. Ma nonostante l’impegno, la vita a Livorno si rivela difficile: il lavoro è precario e le spese crescenti li portano a una decisione difficile ma necessaria.
La famiglia torna a Niscemi, il paese d’origine, in cerca di maggiore stabilità. Qui Giuseppe ricomincia a fare l’imbianchino e si offre anche come vigile del fuoco volontario, per contribuire al bilancio familiare. Lidia, secondo alcune fonti, svolge piccoli lavori domestici o di pulizia, ma si occupa prevalentemente della casa e dei figli.
In questo ambiente modesto ma affettuoso, Lorena cresce come una bambina dolce, solare, molto legata ai suoi genitori. Ha grandi occhi scuri e porta in casa un’allegria contagiosa.
A Niscemi, la famiglia Cultraro si integra pienamente, vivendo una vita ordinaria, scandita dai ritmi del lavoro e della scuola. Giuseppe e Lidia dedicano ogni energia alla crescita dei figli, cercando di garantire loro una vita serena, seppur con pochi mezzi. Una vita che, all’apparenza, sembra protetta e lontana da qualsiasi minaccia.
Nel 2008, conclusa la scuola media, Lorena si iscrive all’Istituto Leonardo da Vinci, l’unico liceo presente a Niscemi, che accoglie al suo interno diversi indirizzi: linguistico, classico, socio-pedagogico, tecnico commerciale e agrario. Questo fa sì che tutti gli adolescenti del paese si ritrovino nello stesso istituto, rafforzando ancora di più le dinamiche sociali e relazionali tipiche di una piccola comunità.
Lorena sceglie l’indirizzo commerciale e si distingue da subito come una studentessa modello. Ama studiare, è diligente e appassionata, molto diversa da molti suoi coetanei, soprattutto di genere maschile, che abbandonano presto la scuola per lavorare nei campi, come spesso accade nei contesti rurali del Sud Italia. Ma oltre all’impegno scolastico, Lorena comincia a sentire i primi segni del cambiamento: è un’adolescente in crescita, e come tante ragazze della sua età, inizia ad avere voglia di curarsi, di mettersi in mostra, di sperimentare con il proprio corpo e con la propria femminilità.
Il desiderio di truccarsi, ad esempio, incontra però la forte opposizione del padre, molto protettivo, che fatica a vedere la figlia come una giovane donna. Sono la madre e la zia che abita al piano di sopra a cercare di farlo ragionare, rassicurandolo che è tutto normale.
Lorena, in realtà, vive una vita semplice. Passa i pomeriggi nella sua cameretta, ascolta la musica dei Tokyo Hotel, scrive il suo diario, esce con le amiche. Non esce la sera, non dà problemi, è una ragazza tranquilla. Ma c’è una cosa che tiene nascosta ai suoi genitori: sta vivendo la sua prima cotta. Si è infatuata di un ragazzo del liceo, Alessandro, di cui non conosciamo il cognome, mai divulgato.
Alessandro ha 15 anni e, come tanti altri ragazzi del paese, frequenta poco la scuola: preferisce lavorare in campagna col padre. Ma quelle rare volte in cui si presenta in classe, nota Lorena e se ne interessa. Si fa dare il suo numero da un amico, e i due iniziano a scriversi, a sentirsi spesso, a conoscersi virtualmente. Un vero e proprio flirt adolescenziale, che Lorena vive con un’intensità ingenua e profonda, come traspare dalle pagine del suo diario.
Dopo settimane di messaggi, sguardi e aspettative, Alessandro chiede finalmente a Lorena di uscire. È il suo primo vero appuntamento e lei lo vive con l’emozione pura di chi si affaccia all’amore per la prima volta. È felice, ingenua, speranzosa.
La mattina seguente dice ai genitori che uscirà con un’amica dopo la scuola. Ma all’uscita del liceo non c’è solo Alessandro ad attenderla. Con lui ci sono anche Giuseppe e Domenico, due ragazzi poco più grandi, inseparabili amici del quindicenne. Lorena rimane spiazzata. Non è l’appuntamento che aveva immaginato, ma non dice nulla. Sale in silenzio sul motorino e accetta di buon grado la presenza dei due.
I tre la portano in campagna, a Valle Giummarra, una zona isolata alle porte del paese dove possono bere e chiacchierare lontano da occhi indiscreti. Un’abitudine comune nei piccoli centri, dove le alternative per i più giovani sono poche. Il pomeriggio scorre tranquillo. Nonostante la presenza costante di Giuseppe e Domenico, tra Lorena e Alessandro c’è complicità, al punto che, al momento del rientro, scatta il primo bacio. Un gesto che per lei vale moltissimo.
Lorena torna a casa entusiasta, elettrica, innamorata. Non vede l’ora di rivederlo. E infatti anche il giorno successivo i due si danno appuntamento. Ma ancora una volta, Alessandro si presenta con Giuseppe e Domenico. La dinamica si ripete: stesso luogo, stessi orari, stessi volti. Con il tempo, quella che doveva essere un’eccezione diventa una regola.
Lorena non riesce mai a passare del tempo da sola con Alessandro. E intanto, a scuola e per le strade di Niscemi, iniziano le malelingue. Le voci si diffondono, le critiche si moltiplicano. In un piccolo centro come quello, una ragazza vista tutti i giorni con tre ragazzi diventa bersaglio dei pregiudizi. Ma Lorena non sembra preoccuparsene. È completamente infatuata di Alessandro, pronta a tutto pur di stargli accanto.
Quella relazione, però, è sbilanciata e ambigua. Alessandro continua a cercarla, a scriverle, ma non le dedica mai del tempo davvero suo. Non la difende, non si espone, non si separa mai dai suoi amici. Una presenza incostante che crea in Lorena un attaccamento emotivo fortissimo, quasi una dipendenza. Inizia a trascurare la scuola, a dormire poco, a isolarsi. Tutto ruota attorno a lui.
Nel frattempo, anche Giuseppe e Domenico cominciano a corteggiarla. Le scrivono, la riempiono di attenzioni, messaggi, inviti. E Lorena, fragile com’è, si sente importante, cercata, vista. È il bisogno adolescenziale di essere apprezzata, di sentirsi speciale.
Nel suo diario, Lorena annota che Alessandro le ha chiesto un rapporto sessuale. Lei si è rifiutata, e hanno litigato. Ma poco dopo, scrive: “Siamo andati al mare… non ho più resistito. Sono sua.” Parole semplici, cariche di innocenza e aspettative, ma drammaticamente scollegate dalla realtà.
Perché nemmeno in quel momento sono soli. Anche durante l’intimità, i due amici di Alessandro sono lì, a poca distanza, presenti, spettatori. Una dinamica che lascia emergere, già allora, una pericolosa visione predatoria e collettiva del corpo di Lorena.
Per Lorena, quella storia d’amore cominciata con tanta innocenza e speranza sembra essere un sogno che si realizza. Ma la realtà si rivela subito più cruda e dissoluta di quanto lei avesse mai immaginato. Senza preavviso, a Lorena giunge una notizia: Alessandro ha già una fidanzata. Non si tratta di un pettegolezzo, ma di un’informazione che le arriva direttamente da una compagna di classe.
La relazione che lei credeva speciale era già occupata da qualcun altro. Per una quattordicenne come Lorena questo colpo è devastante. È doloroso, improvviso, inaspettato, e la getta in uno stato di profonda confusione emotiva.
Lei reagisce come qualsiasi adolescente con un cuore sincero e vulnerabile: soffre. Si chiude in sé, evita tutti, sembra volersi allontanare dal mondo. Per giorni non vuole vedere nessuno. Ma Alessandro e i suoi amici non smettono di cercarla. Anzi: le scrivono incessantemente, la chiamano, la rincorrono con messaggi, telefonate e attenzioni costanti.
E non è più solo Alessandro. Anche Giuseppe e Domenico continuano a cercarla. La pressione emotiva aumenta giorno dopo giorno, senza che nessuno di loro mostri un minimo di rispetto per il suo dolore o per la sua dignità.
Questa costante ricerca di attenzioni porta Lorena a prendere una decisione che segnerà il resto della sua vita: accetta di tornare a frequentare i tre ragazzi. Ma non lo fa con serenità. Lo fa perché, nel suo immaginario, rinunciare a loro significherebbe confermare di essere stata “scartata”, insignificante, non degna di affetto. E così, per la paura di sentirsi un pesce minuscolo in un mare di sguardi, cede alle pressioni del branco.
Una scelta che in pochi, con mente lucida e cuore sereno, prenderebbero. Ma per una ragazza di quattordici anni, incastrata tra desiderio di amore e paura del rifiuto, quella scelta diventa logica, naturale, quasi inevitabile.
E da quel momento, il rapporto tra Lorena e i tre ragazzi assume una dinamica tossica, predatoria e manipolatoria. Perché la frequentazione non è più affetto spontaneo, non è più adolescenza. Diventa pressione sociale, svalutazione emotiva, ottenimento di consenso attraverso il caos psicologico.
Non passa molto tempo prima che i ragazzi spostino l’attenzione da Alessandro a tutti e tre indistintamente, vedendo in Lorena solo un oggetto da conquistare, da possedere. La loro insistenza diventa sempre più esplicita, e il gioco di potere psicologico che mettono in atto nei suoi confronti fa precipitare la situazione.
All’inizio sono piccole richieste, innocue agli occhi di chi non le vive. Poi diventano insistenti, invadenti. E infine, diventano pressioni dirette per avere rapporti sessuali, nonostante Lorena continui ad avere dubbi, paure e resistenze.
Da quel momento in poi, la relazione tra Lorena Cultraro e i tre ragazzi entra in una fase ancora più oscura e destabilizzante. Non c’è più spazio per l’ingenuità dei primi giorni, né per l’illusione di un sentimento esclusivo. Al suo posto si insinua una dinamica di potere, in cui Lorena diventa progressivamente oggetto di pressioni, ricatti emotivi e sfruttamento.
La confusione emotiva di Lorena viene sfruttata senza scrupoli. I ragazzi sanno di avere su di lei un’influenza profonda: conoscono le sue fragilità, il suo bisogno di essere accettata, la sua paura di essere giudicata come “debole” o “sbagliata”. E su questo fanno leva.
Lorena, nel tentativo di riappropriarsi di un minimo di dignità, cambia atteggiamento. Quando è con loro si mostra più spavalda, più distaccata, concentra le sue attenzioni su Giuseppe e Domenico, ignorando Alessandro. In cuor suo spera che questo possa provocare gelosia, che possa restituirle almeno una parte del dolore subito dopo la scoperta della fidanzata. Ma è una speranza ingenua, che non tiene conto della realtà dei fatti.
Perché le intenzioni dei tre ragazzi sono radicalmente diverse dalle sue. Quando Giuseppe coglie l’apertura di Lorena, ne approfitta immediatamente, convincendola ad avere un rapporto sessuale con lui. Secondo le ricostruzioni investigative, Lorena accetta. Pochi giorni dopo, la stessa dinamica si ripete con Domenico, che riesce a ottenere a sua volta un rapporto.
Alessandro assiste a tutto questo senza provare disagio o senso di colpa. Al contrario, emerge un atteggiamento compiacente, una forma di machismo crudele in cui il fatto che lui e i suoi amici abbiano rapporti con la stessa ragazza diventa motivo di vanto. Da quel momento, si consolida un equilibrio distorto: Lorena intrattiene rapporti intimi con tutti e tre, mentre loro continuano a vederla esclusivamente come uno strumento di soddisfazione fisica.
È importante sottolineare un dettaglio cruciale: tutti e tre i ragazzi hanno una fidanzata ufficiale. Lorena, invece, è sola, senza tutele, senza un vero ruolo, esposta al giudizio del paese e completamente inerme di fronte a una dinamica che la sovrasta.
Poi accade qualcosa che cambia tutto. A Lorena non arrivano le mestruazioni. Il ritardo la getta nel panico. Compra un test di gravidanza e lo fa nel bagno della scuola, lontano dagli sguardi dei genitori. Il risultato è negativo. Ma invece di provare sollievo, Lorena sente una profonda delusione.
Dentro di sé si era fatta un’idea precisa: se fosse rimasta incinta, Alessandro sarebbe stato costretto a scegliere lei, a lasciare la fidanzata, a prendersi una responsabilità. Un pensiero che nasce anche dal contesto culturale in cui cresce, dove la “fuitina” e la gravidanza fuori dal matrimonio rappresentano spesso un punto di non ritorno, capace di imporre “scelte riparatrici”.
Intanto, la voce del test di gravidanza si diffonde rapidamente. I tre ragazzi vengono a saperlo e reagiscono con rabbia. Le telefonate diventano aggressive, cariche di paura e minacce. Tutti e tre sono terrorizzati dall’idea che la verità possa emergere e compromettere le loro relazioni ufficiali.
Lorena cerca di rassicurarli: dice che non è incinta. Ma l’ansia non si placa. Nei giorni successivi continua a sentirsi male, ha nausea, si informa su internet sui sintomi della gravidanza e si convince definitivamente di aspettare un bambino, pur non sapendo chi possa esserne il padre.
È a questo punto che Lorena compie un gesto decisivo. Invia lo stesso messaggio a tutti e tre, comunicando loro di essere incinta e affermando che il padre dovrà assumersi le proprie responsabilità. Un messaggio che, senza che lei possa immaginarlo, segna l’inizio della fine.
La notte tra il 29 e il 30 aprile 2008 segna un punto di non ritorno. Dopo aver ricevuto il messaggio di Lorena, Alessandro, Giuseppe e Domenico si incontrano in piazza a Niscemi. Sono agitati, spaventati, furiosi. Non parlano di come proteggerla, né di come affrontare le conseguenze delle loro azioni. Parlano solo di sé stessi, delle loro fidanzate, della paura che tutto venga scoperto.
Alessandro è il più preoccupato. Sa di aver avuto più rapporti con Lorena e teme che il bambino possa essere suo. Gli altri due oscillano tra il sospetto e la convinzione che Lorena stia mentendo, che stia usando la gravidanza come una minaccia per tenerli legati a sé. Ai loro occhi, Lorena non è più una ragazza fragile e confusa, ma qualcuno che “sta alzando la testa”, che non accetta più il ruolo passivo che le avevano imposto.
In quella riunione notturna matura una convinzione comune: Lorena deve essere punita. Deve essere rimessa “al suo posto”. La violenza, ormai, non è più solo sessuale o psicologica, ma diventa punitiva, dimostrativa, un atto di dominio. Prima di separarsi, però, accade qualcosa di ancora più inquietante: Domenico invia un messaggio agli altri due con una proposta definitiva. Poche parole, chiarissime: Lorena deve morire.
Il giorno dopo, 30 aprile 2008, Alessandro scrive a Lorena e le propone di vedersi come sempre, nel pomeriggio, dopo la scuola. Lei accetta. È convinta che sia arrivato il momento di farsi rispettare, di chiarire una volta per tutte la situazione.
Lorena esce da scuola intorno alle 13:30, torna a casa, pranza con il padre. Giuseppe non nota nulla di strano: la vede tranquilla, apparentemente serena. Dopo pranzo, Lorena dice che andrà a trovare la nonna. Una scusa come tante, che non insospettisce nessuno. Ma quella sarà l’ultima volta che il padre la vede viva.
Lorena si reca alla piazzetta di Niscemi, dove incontra i tre ragazzi. Questa volta, quando Alessandro le dice di salire sul motorino, lei rifiuta. È un gesto piccolo, ma significativo. È il tentativo di esercitare un limite, di affermare la propria volontà. Ma i tre non accettano il rifiuto. Non l’hanno mai fatto.
La afferrano con la forza, la prendono per i capelli, la trascinano e la caricano sul motorino contro la sua volontà. Da quel momento, ogni possibilità di salvezza svanisce. I ragazzi si dirigono verso la campagna, in un luogo isolato, lontano da occhi e orecchie indiscrete.
Raggiungono un vecchio casolare abbandonato. È lì che il branco dà libero sfogo alla propria ferocia. La violenza che segue non è frutto di un impulso improvviso, ma l’esito di una decisione presa a freddo, maturata durante la notte.
Appena arrivati, Giuseppe afferra Lorena per i capelli mentre sta scendendo dal motorino e la trascina all’interno dell’edificio. Inizia a schiaffeggiarla, le ordina di spogliarsi. Al suo rifiuto, tutti e tre si avventano su di lei, le strappano i vestiti, la immobilizzano. La responsabilità individuale si dissolve nel gruppo. È la logica del branco a prendere il sopravvento.
Lorena viene violentata a turno, prima da Giuseppe, poi da Domenico e infine da Alessandro. Una violenza brutale, sistematica, priva di qualsiasi residuo di umanità. Quando tutto sembra finito, Lorena è stremata, a malapena cosciente. Con le ultime forze chiede scusa, promette che non dirà nulla a nessuno. È il segno di una ragazza che ha compreso di essere in pericolo di vita.
Ma non c’è spazio per la pietà. Domenico le sferra uno schiaffo che le spacca il labbro. Subito dopo, i tre iniziano a picchiarla selvaggiamente, colpendola con calci e pugni, soprattutto all’addome, nel timore che possa essere incinta. La violenza diventa omicida.
Infine, su indicazione di Domenico, Giuseppe afferra un cavo elettrico abbandonato nel casolare. Insieme a Domenico lo stringe attorno al collo di Lorena, fino a soffocarla. Alessandro assiste e partecipa, tappandole la bocca mentre tenta di chiedere aiuto. Lorena muore così, a quattordici anni.
Non soddisfatti, i tre tentano di distruggere il corpo. Provano a darle fuoco, poi rinunciano. Le legano un masso alle caviglie e la in un pozzo scoperto, profondo decine di metri. Un ultimo gesto che cancella ogni dubbio sulla totale disumanità delle loro azioni.
Quella sera, Lorena non rientra a casa. L’assenza viene notata immediatamente dalla madre, Lidia, che si allarma quasi subito. Lorena non era solita fare tardi, non usciva mai la sera, e soprattutto non senza avvisare. Il padre, Giuseppe, esce immediatamente per cercarla. Si reca prima a casa della nonna, ma scopre così che Lorena non è mai passata di lì. È il primo campanello d’allarme.
Giuseppe, spaventato ma ancora fiducioso, inizia a girare per il paese, sperando di incrociarla per strada. Non pensa al peggio. Nella sua mente, Lorena può aver fatto “una fuitina”, come si dice nel meridione: forse è scappata con un ragazzo, magari con Alessandro. Un gesto impulsivo, ma che escluderebbe l’idea di un pericolo reale.
Intanto, i tre assassini tornano a casa, cenano con le rispettive famiglie e si comportano come se non fosse successo nulla. Nessuno dei loro genitori nota un comportamento strano o sospetto. La freddezza con cui affrontano la quotidianità dopo l’omicidio è un ulteriore elemento che colpisce: non mostrano rimorso, né agitazione. Solo silenzio e menzogne.
La mattina seguente, i genitori di Lorena si recano dai carabinieri e denunciano ufficialmente la scomparsa. A differenza di altri casi in cui inizialmente si presume un allontanamento volontario, i carabinieri prendono subito molto sul serio la denuncia. Lorena non ha mai dato problemi, non ha precedenti: qualcosa non torna.
Le indagini iniziano rapidamente. Vengono ascoltati amici, compagni di scuola, conoscenti. Ed è a questo punto che iniziano a emergere i nomi di Alessandro, Giuseppe e Domenico. Diversi studenti raccontano del legame ambiguo tra Lorena e i tre ragazzi. Le voci in paese erano circolate, molti avevano notato la loro presenza costante accanto alla ragazza.
I tre vengono quindi convocati e interrogati. Alla domanda se avessero visto Lorena il 30 aprile, rispondono di averla solo incrociata di sfuggita. Ma non si fermano qui: hanno già concordato una versione dei fatti da raccontare alle autorità. Dicono che quel giorno Lorena sarebbe salita su una Golf grigia, guidata da un uomo adulto di Vittoria, un paese vicino. Descrivono persino il modello dell’auto.
Questa versione dà speranza alla famiglia, che comincia a cercare Lorena proprio in quel comune. Ma è solo un depistaggio, un’altra violenza gratuita, l’ennesimo tentativo dei tre di cancellare ogni traccia delle proprie responsabilità.
Nel frattempo, fingono preoccupazione. Scrivono a Lorena messaggi come: “Dove sei?”, “Ci stiamo preoccupando…”, per simulare interesse e insospettabilità. Un comportamento che, invece, aumenta i sospetti degli investigatori.
I carabinieri li richiamano per un secondo interrogatorio. È passata poco più di una settimana. Stavolta, le loro versioni iniziano a mostrare crepe, emergono incongruenze. A loro insaputa, vengono messi sotto intercettazione ambientale.
Le ricerche intanto proseguono, anche con l’aiuto di unità cinofile, ma ancora nessuna traccia di Lorena. Poi, finalmente, arriva una svolta.
Il 13 maggio, la migliore amica di Lorena decide di parlare. Racconta agli inquirenti che quel 30 aprile Lorena l’aveva chiamata, dicendole che aveva un appuntamento in piazza con Alessandro, Giuseppe e Domenico. Voleva chiarire le cose. Questo dettaglio, incrociato con gli altri elementi emersi, cambia tutto.
Sempre quel giorno, arriva una telefonata che pone fine a ogni speranza. Un contadino del luogo, mentre passeggia in campagna alla ricerca di asparagi, si imbatte in un pozzo scoperto. Avvicinandosi, nota qualcosa di anomalo: un corpo riaffiorato in superficie. È Lorena. Il suo corpo, gettato a fondo con un masso legato alle caviglie, è tornato a galla.
Le forze dell’ordine recuperano il cadavere e, messi di fronte all’evidenza, i tre ragazzi crollano. Durante gli interrogatori, confessano tutto.
Dopo il ritrovamento del corpo di Lorena, Alessandro, Giuseppe e Domenico vengono nuovamente interrogati. Questa volta non ci sono più margini per mentire. Le contraddizioni emerse nei giorni precedenti, le testimonianze raccolte e gli elementi investigativi li hanno ormai messi con le spalle al muro. È Alessandro a crollare per primo, dopo ore di interrogatorio.
Nella sua confessione, resa agli inquirenti e poi riportata anche dagli atti processuali, Alessandro racconta con freddezza quanto accaduto. Ammette che Lorena aveva detto di essere incinta e di voler attribuire la paternità a uno di loro. Racconta che, una volta giunti al casolare, Giuseppe e Domenico hanno iniziato a spogliarla, mentre lei cercava di opporsi. Conferma che tutti e tre hanno abusato di lei a turno e che, terminata la violenza sessuale, Giuseppe e Domenico hanno iniziato a colpirla con calci e pugni.
Alessandro dichiara di aver assistito alla fase finale, raccontando di aver visto uno dei due passare un cavo elettrico attorno al collo di Lorena, stringendolo con forza. Ammette di averle tappato la bocca mentre cercava di gridare, fino a quando si sono accorti che non respirava più e che le usciva sangue dalla bocca. Una confessione che lascia emergere non solo la brutalità dell’atto, ma anche la piena consapevolezza di ciò che stava accadendo.
Per gli inquirenti, il quadro è ormai completo: non si è trattato di un raptus, ma di una spedizione punitiva nata dalla paura che la verità potesse emergere. Un’azione pianificata, maturata nel tempo, che ha visto i tre ragazzi agire con lucidità e coordinazione.
Ma ciò che rende questo caso ancora più disturbante sono le intercettazioni ambientali raccolte nei giorni successivi all’arresto. Conversazioni captate mentre i tre parlano tra loro, ignari di essere ascoltati. Frasi che non lasciano spazio a interpretazioni e che mostrano l’assenza totale di rimorso.
Uno di loro dice: “Ora che lei non c’è più, mi viene da darle delle sberle.”
Un altro aggiunge: “Mi viene la rabbia di andarla a prendere al cimitero e buttarla contro il muro per darle ancora schiaffi.”
E poi, la frase forse più agghiacciante: “Bello, l’abbiamo ammazzata. È stato bello. Vorrei ammazzare un’altra persona, però senza farmi la galera.”
Parole che gelano il sangue, perché pronunciate senza rabbia apparente, senza paura, quasi con compiacimento. Per gli investigatori, diventano la prova definitiva che non esiste alcun pentimento, né consapevolezza del male compiuto.
Nel frattempo, gli esami medico-legali sul corpo di Lorena rivelano un dettaglio cruciale: la ragazza non era incinta. La gravidanza che aveva scatenato la furia del branco non esisteva. Lorena è stata uccisa per una paura infondata, per un sospetto, per l’idea che potesse diventare un problema.
Il processo per l’omicidio di Lorena Cultraro si apre presso il Tribunale dei Minori di Catania, poiché gli imputati all’epoca dei fatti avevano tra i 15 e i 17 anni. La scelta del rito abbreviato permette uno sconto di pena, nonostante la gravità dei reati contestati: omicidio premeditato, violenza sessuale di gruppo e occultamento di cadavere.
Durante il dibattimento, i tre imputati cambiano parzialmente versione, negando la premeditazione e soprattutto la violenza sessuale. Alessandro, che aveva inizialmente confessato ogni dettaglio, ritratterà in aula. Tuttavia, gli elementi raccolti dagli inquirenti e le intercettazioni ambientali sono troppo gravi per essere ignorati.
La difesa prova a fare leva sulla giovane età dei ragazzi, sottolineando il peso psicologico del processo su adolescenti e cercando di ridimensionare l’accusa di premeditazione. Un tentativo che, per la famiglia di Lorena, suona come un’ulteriore ingiustizia.
I genitori di Lorena, distrutti dal dolore, scelgono di non assistere al processo. Il peso della perdita è troppo grande. A rappresentare simbolicamente la voce di chi chiede giustizia, ci sono le attiviste dell’Unione Donne Italiane, che distribuiscono un volantino con parole forti e chiare: “Chiediamo che la giustizia assuma il dovere morale di pronunciare una sentenza che contrasti l’idea che la barbarie e l’offesa alla dignità e alla vita di una donna possano essere semplicemente ridimensionate in un processo con rito abbreviato.”
L’11 novembre 2008, arriva la sentenza: vent’anni di carcere per Alessandro, Domenico e Giuseppe. Una pena che viene confermata in appello nel 2009 e in Cassazione nel 2010.
Ma non tutti la considerano una vittoria. L’avvocato difensore di uno degli imputati commenta così: “Vent’anni di reclusione per un minorenne rappresentano la fine di una vita. I ragazzi avevano già capito quello che avevano fatto ed erano pentiti.”
Parole che suscitano l’indignazione del padre di Lorena, che reagisce duramente: “Io volevo l’ergastolo per loro. Vent’anni di carcere non sono niente. Mia figlia non me la ridà nessuno. Sono delle bestie. Dei mostri. E nel nostro Paese non c’è giustizia.”
Un dolore amplificato dal timore che i tre possano uscire di prigione da uomini ancora giovani, liberi di rifarsi una vita, mentre Lorena non ha avuto neppure la possibilità di crescere.
Una sentenza che, pur segnando un punto fermo nella giustizia italiana, lascia molti interrogativi e un senso di profonda amarezza.
Nonostante la condanna, l’eco della tragedia non si spegne a Niscemi. Anzi, in un clima già segnato dalla violenza, si aggiunge un’ulteriore ingiustizia: il giudizio sociale contro Lorena. In paese continuano a circolare commenti crudeli, insinuazioni, colpevolizzazioni. Si insinua che Lorena “se la sia cercata”, che “alle brave ragazze queste cose non succedono”.
Ma queste parole, oltre ad essere profondamente offensive, si infrangono contro un’altra verità che emerge con forza: Domenico, uno dei tre condannati, era già stato denunciato per stupro un anno prima dell’omicidio di Lorena. Anche in quell’occasione aveva agito in branco, all’interno di un casolare. Anche in quel caso, la vittima era una ragazza minorenne. Il sospetto è che, se si fosse intervenuto prima, forse Lorena sarebbe ancora viva.
Nel programma Amore Criminale viene intervistato il padre di uno dei tre ragazzi. Quest’uomo, visibilmente provato, afferma che il figlio non ha mai voluto parlargli dell’omicidio, che ogni visita in carcere era segnata da un muro di silenzio.
Nel 2025, dopo quasi 18 anni, arriva un importante aggiornamento giudiziario. La sezione civile della Corte d’Appello di Caltanissetta condanna la Presidenza del Consiglio dei Ministri al pagamento di un indennizzo economico al padre e al fratello di Lorena, stabilendo che lo Stato deve garantire un sostegno concreto alle vittime e alle loro famiglie, soprattutto quando ottenere un risarcimento dai colpevoli è impossibile o inadeguato.
Infine, a testimoniare quanto Lorena fosse amata e quanto la sua assenza sia ancora un vuoto straziante, restano le parole del suo fratellino, scritte in una poesia struggente:
Era la più bella del quartiere, era dolce affettuosa e mi stringeva forte.
Le piaceva uscire con gli amici buoni e cattivi, un brutto giorno uscì con i più cattivi e mai più ritornò.
Ma io la aspetto ancora, la aspetto sempre.
Era la più bella perché era mia sorella.