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Il 27 febbraio 1999, il corpo senza vita di Maria Pia Labianca, ventenne, viene ritrovato all’interno di una casa abbandonata nei pressi di Gravina, in Puglia. È nuda, con le caviglie legate, distesa supina, le braccia aperte come in una crocifissione. Una scena macabra, che inizialmente fa pensare a un rito satanico. Ma la verità che emergerà passo dopo passo è diversa. Più crudele. Più vicina.
La sua è una storia drammatica, intrisa di amore, ossessione e violenza. Una storia dimenticata troppo in fretta, che merita di essere raccontata ancora oggi.
Maria Pia nasce il 16 luglio 1979 a Gravina, in Puglia. È una ragazza riservata, solare e determinata. È anche molto bella. Durante gli anni del liceo, si fidanza con Giovanni Pupillo, di tre anni più grande. Anche lui è di Gravina, primo di quattro fratelli, studia all’università e lavora con il padre nel negozio di elettrodomestici di famiglia.
Giovanni è un ragazzo intelligente e carismatico. Esercita su Maria Pia un fascino molto forte. I due diventano inseparabili, fino al punto di siglare un “patto di sangue” con tagli sui polsi e una promessa di amore eterno. Ma le promesse fatte a quell’età non sempre resistono al tempo.
Nell’estate del 1997 la loro storia si interrompe. Giovanni si lega a un’altra ragazza, Costanza, ma non riesce a dimenticare Maria Pia. I due continuano a frequentarsi di nascosto. Il legame tra loro è forte, ma sempre più complesso.
Nel novembre del 1997, Giovanni lascia l’università e si arruola nel servizio militare. Viene assegnato alla Brigata Folgore di Livorno come paracadutista, ma la vita militare non fa per lui. Non riesce a rispettare la disciplina, i ritmi estenuanti, le regole ferree.
Decide quindi di fingere disturbi psichici per ottenere il congedo anticipato. Una strategia che, con il tempo, si rivela deleteria: Giovanni inizia a sentirsi davvero instabile, cade in uno stato depressivo e comincia ad assumere psicofarmaci.
Ottiene il congedo e torna a Gravina, ma il suo equilibrio mentale peggiora progressivamente. È sempre più chiuso, instabile, ossessionato da Maria Pia, che nel frattempo ha deciso di prendere le distanze.
Maria Pia si trasferisce infatti a Padova per frequentare l’università di Psicologia. Inizia una nuova fase della sua vita. Convive con altre ragazze, si costruisce nuove amicizie e si lascia alle spalle il rapporto tossico con Giovanni. Ritrova anche un volto familiare: Renzo Tucci, anche lui originario di Gravina. I due si avvicinano e intrecciano una relazione serena, priva delle dinamiche tossiche che avevano segnato la precedente storia con Giovanni.
Maria Pia è felice, ma ogni ritorno a Gravina è un tuffo nel passato. Le amiche raccontano che, ogni volta che rivede Giovanni, nei suoi occhi si legge ancora qualcosa. Un legame difficile da spezzare, nonostante tutto.
Giungiamo così al 24 febbraio 1999. Maria Pia è a casa, a Gravina, per le vacanze di Carnevale. Quella sera esce per andare al cinema con le amiche, ma prima riceve una telefonata sul cellulare. Un dettaglio che si rivelerà cruciale.
Da quel momento, si perdono le sue tracce.
La notte del 24 febbraio 1999, Maria Pia non fa ritorno a casa. La famiglia, preoccupata, inizia a contattare amici e conoscenti. Il primo pensiero è che si trovi con qualcuno di fidato.
Una delle chiamate va a Maria Grazia, una delle migliori amiche di Maria Pia, con cui avrebbe dovuto andare al cinema. La ragazza, con tono rassicurante, dice alla famiglia che Maria Pia è con lei, che non c’è nulla di cui preoccuparsi. Ma non è vero. Maria Pia non si è mai presentata all’appuntamento. Maria Grazia mente alla famiglia, pensando che l’amica sia uscita con un ragazzo e non voglia dirlo ai genitori. Un’ingenuità adolescenziale. Una bugia innocente che farà perdere tempo prezioso alle ricerche.
Quando la verità emerge, la tensione diventa panico. I genitori tentano di contattare Giovanni, il suo ex. Risponde la madre, Ida, dicendo che il figlio è a letto con la febbre. Giovanni stesso, al telefono con il fratello di Maria Pia, nega di averla vista.
Intanto, il cellulare di Maria Pia continua a squillare a vuoto. Nessuna risposta. Nessun segnale. Alle prime ore del mattino del 25 febbraio, la famiglia si reca alla polizia per denunciarne la scomparsa. Si attivano subito le ricerche. Parenti, amici, conoscenti si mobilitano. Ma di Maria Pia non c’è traccia.
Nel pomeriggio, accade qualcosa di inquietante. Una delle zie riceve una telefonata da numero anonimo. All’altro capo del telefono, silenzio. Ma la zia ha una sensazione forte: è convinta che sia Maria Pia, e che per qualche motivo non possa parlare. Poco dopo, anche il telefono fisso di casa Labianca squilla. Di nuovo una telefonata silenziosa, senza risposta.
Come se non bastasse, si presenta a casa Labianca Ida, la madre di Giovanni, accompagnata dal figlio minore, appena tredicenne. Lo invita a raccontare ciò che ha visto. Il ragazzo afferma di aver incrociato Maria Pia dal tabacchino, intorno alle 21 della sera del 24. Dice che aveva i capelli sciolti. Un dettaglio che insospettisce il fratello di Maria Pia, Francesco. Quel giorno, sua sorella era uscita con i capelli legati, perché non li aveva lavati. “Non li avrebbe mai sciolti”, spiega. Un particolare che mette in dubbio l’attendibilità dell’avvistamento.
Il tabaccaio conferma di aver visto Maria Pia quella sera, ma intorno alle 19, non alle 21 come indicato dal ragazzino. Chi ha mentito? E soprattutto, perché?
Il 27 febbraio 1999, tre giorni dopo la scomparsa, due contadini trovano il corpo di una ragazza all’interno di Casino Mennini, un edificio diroccato nei pressi di Gravina. Un luogo che nel folklore locale viene soprannominato “la casa degli spiriti”, noto per leggende legate a riti satanici e messe nere. Quel corpo è di Maria Pia Labianca.
La scena che si presenta agli occhi dei primi soccorritori è terrificante: Maria Pia è completamente nuda, distesa a pancia in su, con le caviglie legate da una sciarpa nera e le braccia aperte. Una posizione che richiama volutamente l’immagine della crocifissione. Eppure, il volto sembra sereno.
Non ci sono segni evidenti di colluttazione, né sangue, tranne una ferita da taglio sotto il seno sinistro. Un’unica coltellata, all’apparenza. Ma l’autopsia rivelerà che Maria Pia è morta per soffocamento.
La notizia sconvolge l’intera comunità. I genitori, devastati dal dolore, partecipano al funerale visibilmente distrutti. Anche Giovanni Pupillo è presente. Si avvicina alla bara, le poggia sopra una rosa blu, dicendo: “Il blu era il tuo colore preferito e questo fiore è il mio ultimo regalo per te”. Un gesto che assumerà tutt’altro significato.
Nel frattempo, le indagini proseguono. Viene ritrovato l’orologio di Maria Pia, dimenticato dal killer. I suoi abiti, invece, sono spariti. L’autopsia conferma che Maria Pia è stata soffocata, e che la coltellata al cuore è stata inferta post mortem. Emerge anche una nuova scoperta: la ragazza era incinta di otto settimane. Il padre del bambino, secondo le amiche, era Renzo Tucci, il nuovo compagno. Avevano deciso insieme di interrompere la gravidanza e avevano già fissato un appuntamento in clinica.
Una rivelazione che apre nuovi scenari.
Dopo le prime analisi e testimonianze, gli inquirenti concentrano le indagini su tre uomini: Renzo Tucci, Sandro Varvara e Giovanni Pupillo. Tre figure centrali nella vita privata di Maria Pia, tre rapporti diversi, ma tutti accomunati dall’interesse emotivo e affettivo nei confronti di Maria Pia.
Il primo sospettato è, naturalmente, Renzo Tucci, il fidanzato attuale e padre del bambino che Maria Pia portava in grembo. Ma il suo alibi è solido: quella sera era in viaggio per rientrare a Padova, e un amico testimonia di averlo accompagnato alla stazione di Bari.
Il secondo è Sandro Varvara, trentunenne molto vicino alla comitiva di Maria Pia. Le indagini rivelano che i due avevano una relazione segreta e che Sandro era profondamente infatuato di Maria Pia, tanto da scriverle lettere e poesie. In una di queste descrive con parole forti il proprio sentimento di gelosia, definendola addirittura una “patologia”. Tuttavia, anche Sandro presenta un alibi credibile: la sera della scomparsa dichiara di essere andato al cinema a vedere “Tango” e successivamente in un pub. Il bigliettaio del cinema e la proprietaria del locale confermano la sua presenza. Sandro viene così escluso dalla lista dei sospettati.
Rimane Giovanni Pupillo.
Giovanni: un ragazzo possessivo, violento e in preda all’ossessione
Giovanni è l’ex fidanzato di Maria Pia, descritto da più persone come geloso, irascibile e violento. Le testimonianze parlano di episodi di aggressione nei confronti di altri ragazzi solo per aver guardato Maria Pia o per averle parlato. Ad un compagno di scuola Giovanni ha rotto un braccio, un altro amico è stato picchiato con un cric e un altro inseguito per aver ballato con lei. La cosa più grave, è che tutti questi episodi si sono verificati dopo la fine della relazione tra Giovanni e Maria Pia.
Le amiche di Maria Pia raccontano che lei cercava di allontanarsi, ma che la madre di Giovanni la contattava spesso per chiederle di parlare con il figlio, perché era “l’unica che lo faceva ragionare”. Giovanni intanto aveva lasciato anche Costanza, la fidanzata avuta dopo Maria Pia, e sembrava sempre più ossessionato.
Un episodio particolarmente inquietante avviene proprio con Costanza: Giovanni la fa salire in macchina mentre ascolta una canzone d’amore e scrive una lettera per Maria Pia, chiedendole addirittura di consegnarla.
Poi, c’è il necrologio. Giovanni lo scrive personalmente. Le parole scelte sono disturbanti, fuori luogo, tratte da una canzone dei Litfiba: “Pensieri giganti mi spingono avanti, Maria Pia, sfiorarsi da amanti è il sogno di tanti… Eternamente Tuo, Giovanni”. Un necrologio molto passionale e poco commemorativo, che lascia interdetti amici e familiari.
Ma il dettaglio che più di tutti orienta le indagini verso Giovanni è la telefonata ricevuta da Maria Pia la sera della scomparsa. Le analisi rivelano che quella chiamata è partita dal telefono fisso di casa Pupillo. Giovanni è quindi l’ultima persona con cui Maria Pia ha parlato prima di morire.
Il 5 marzo 1999, le autorità effettuano una perquisizione approfondita nella casa di Giovanni e in una casa di campagna di proprietà della sua famiglia. L’obiettivo è chiaro: cercare tracce che colleghino Giovanni al delitto, e soprattutto, individuare un luogo in cui il corpo possa essere stato nascosto nei giorni successivi all’omicidio. Nella casa in campagna viene rinvenuto un oggetto determinante: le chiavi di casa di Maria Pia.
Il giorno successivo, il 6 marzo, Giovanni viene convocato in caserma. L’interrogatorio dura dodici ore. Al termine, Giovanni cede e confessa. Ammette di aver ucciso Maria Pia, raccontando i dettagli di quella sera con parole agghiaccianti.
Dice che Maria Pia si era recata da lui per dirgli che la loro storia era definitivamente chiusa. Racconta di aver cercato di farla ragionare, di averla abbracciata, di aver voluto “fare l’amore con lei come un tempo”. Ma Maria Pia lo respinge, lo accusa di essere malato, fallito. E in quel momento, Giovanni perde il controllo: le tappa bocca e naso con le mani, fino a farle perdere conoscenza. Quando realizza ciò che ha fatto, è troppo tardi. Maria Pia è morta.
Tre giorni dopo, trasporta il corpo nel casolare abbandonato e, per depistare le indagini, inscena un finto rito satanico: la dispone a croce, le lega le caviglie e le infonde due coltellate al torace. Poi getta il coltello in un pozzo e dà fuoco ai vestiti.
Questa confessione coincide con i risultati della seconda autopsia, che conferma: due coltellate sovrapposte, morte per soffocamento. Dettagli che solo l’assassino poteva conoscere, poiché non ancora resi noti.
Ma c’è un ultimo colpo di scena.
La complicità del fratello
Mentre Giovanni è ancora in caserma, il fratello minore, tredicenne, parla con un maresciallo e confessa: ha visto il corpo di Maria Pia avvolto in un lenzuolo sul divano di casa, la sera dell’omicidio. Giovanni, in lacrime, gli avrebbe confessato di averla uccisa. Il ragazzino, quindi, lo aiuta a trasportare il corpo fino al casolare. Sotto la supervisione delle autorità per la tutela dei minori, disegna anche una mappa dettagliata della “casa degli spiriti”, dove è stato ritrovato il cadavere.
A questo punto, Giovanni viene trattenuto con l’accusa di omicidio volontario aggravato. Le aggravanti ipotizzate: motivi futili, gelosia morbosa, crudeltà. All’epoca, il femminicidio non è ancora un reato autonomo, ma costituisce un’aggravante in quanto l’omicidio è maturato all’interno di una relazione affettiva.
Pochi giorni dopo, arrivano anche i risultati del DNA: Giovanni non è il padre del bambino che Maria Pia portava in grembo. Il padre è effettivamente Renzo Tucci, come lei stessa aveva confidato alle amiche.
Nonostante la confessione dettagliata, Giovanni ritratta tutto appena dieci giorni dopo, davanti al giudice per le indagini preliminari. Afferma di essere innocente e sostiene che la confessione sia stata estorta dagli inquirenti.
Inizia così un lungo iter giudiziario che durerà quattordici anni. In aula, Giovanni si mostra freddo, composto, con un linguaggio ricercato e un atteggiamento distaccato. Arriva persino a chiedere di potersi difendere da solo, ma la richiesta viene respinta.
La difesa punta sulla presunta invalidità della confessione, sulla mancanza di prove dirette e sull’inattendibilità di alcune testimonianze. Giovanni nega anche l’autenticità delle lettere scritte dal carcere, sostenendo di essere stato costretto. In una, indirizzata al padre di Maria Pia, chiede perdono; in un’altra, rivolta alla madre, afferma che non le spiegherà il motivo del gesto perché “non capirebbe”.
Anche il fratello minore ritratta la sua precedente confessione, dicendo che a parlare del cadavere era stato il maresciallo. Ma questa strategia non è sufficiente a invalidare le prove raccolte. Le indagini confermano che il terriccio sulle ruote dell’auto di Giovanni corrisponde a quello del casolare, e nel luogo da lui indicato vengono ritrovati i resti bruciati dei vestiti di Maria Pia, il cellulare e altri oggetti.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Maria Pia viene attirata a casa di Giovanni, uccisa, nascosta per due giorni e poi trasportata nel casolare dove viene inscenato un finto rito satanico.
Il primo processo inizia il 16 maggio 2000 e dura sei anni, con 78 udienze e oltre 200 testimoni.
Il 13 luglio 2007, dopo anni di udienze, arriva la sentenza di primo grado: Giovanni Pupillo viene condannato a 21 anni di reclusione. La corte esclude le aggravanti e riconosce le attenuanti generiche legate alla giovane età dell’imputato. Non viene riconosciuta la premeditazione, né il dolo estremo.
Nel 2010, la Procura Generale ricorre in appello, chiedendo un aumento della pena a 28 anni, ritenendo eccessive le attenuanti. La Corte d’Assise d’Appello di Bari, però, conferma la condanna a 21 anni nel novembre 2011, ritenendo valida la ricostruzione come delitto d’impeto, non premeditato.
Il caso arriva infine in Cassazione, dove i legali di Giovanni chiedono l’annullamento della pena, contestando la valutazione delle prove e invocando il principio del “ragionevole dubbio”. Ma il 12 ottobre 2013, la Corte Suprema rigetta il ricorso: la condanna a 21 anni diventa definitiva.
Giovanni, che nel frattempo era in libertà dal 2002, si consegna spontaneamente al carcere di Turi il 15 ottobre 2013, accompagnato dai genitori. Ha 37 anni. Dei 21 anni di pena, tre vengono scontati per l’indulto, e altri tre risultano già scontati in custodia cautelare. Gli restano quindi 15 anni effettivi, e la sua scarcerazione è prevista nel 2028. Oggi Giovanni Pupillo è ancora in carcere e di lui non si hanno più notizie pubbliche.
Questa vicenda non è soltanto la storia di un femminicidio, ma anche il ritratto di una società che troppo spesso giudica la vittima, analizzando le sue relazioni, la sua intimità, piuttosto che la violenza subita. All’epoca, molte polemiche vennero sollevate proprio su questo punto: sembrava che più che un processo a Giovanni, si stesse celebrando un processo alla vita privata di Maria Pia.
Un messaggio che, ancora oggi, non possiamo permetterci di ignorare.