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Ci sono persone che inseguono la fama attraverso il talento, altre costruendo un’identità capace di attirare l’attenzione e trasformarsi, poco alla volta, in qualcosa di più grande della persona stessa.
Mona Fandey cercò per anni il successo nel mondo della musica, senza però riuscire a diventare la popstar che desiderava essere. Quando quella strada sembrò ormai non portare da nessuna parte, cambiò completamente direzione e costruì intorno a sé una nuova immagine, legata alla medicina tradizionale, alla spiritualità e al soprannaturale. Al suo fianco c’era il marito Affandi, pronto a sostenerla e ad alimentare un percorso nel quale ambizione, denaro, potere e superstizione finirono per intrecciarsi sempre più profondamente.
Mona non ottenne mai la notorietà che aveva immaginato attraverso la musica. La fama, tuttavia, arrivò comunque: in una forma molto diversa, e attraverso un omicidio destinato a diventare uno dei casi criminali più discussi della Malesia.
Mona Fandey nasce il 1° gennaio 1956 a Kangar, capitale dello stato di Perlis, nel nord della Malesia. Il suo vero nome è Nur Maznah binti Ismail, ma nel corso della vita sceglierà di farsi conoscere con il nome che sarebbe poi diventato noto in tutto il Paese. All’epoca Kangar conta circa 35.000 abitanti ed è una cittadina tranquilla, circondata da campi di riso, con viali alberati, edifici bassi e botteghe tradizionali.
Della famiglia d’origine di Mona e dei suoi primi anni si conosce molto poco, ma una cosa appare chiara: fin da bambina cerca il palcoscenico. Si esibisce nel water ballet, una forma di balletto acquatico da cui si sarebbe poi sviluppato il nuoto artistico, e alcune sue esibizioni vengono trasmesse anche in televisione. Crescendo inizia anche a cantare, coltivando sempre più seriamente il desiderio di entrare nel mondo dello spettacolo.
Le informazioni sulla sua vita privata sono frammentarie e alcune fonti sostengono che sia stata sposata altre due volte prima di conoscere Mohamad Nor Affandi Abdul Rahman, più semplicemente Affandi. Lui diventa presto molto più di un marito: è il suo principale sostenitore, il suo primo fan e anche il manager della sua carriera musicale. Contribuisce alle spese per la produzione dell’album di Mona e le procura alcune apparizioni televisive.
La coppia pubblica così la musicassetta “Diana 1”, apparentemente l’unico album della cantante. Una delle canzoni, Ku Nyanyikan Lagu Ini, ottiene una certa notorietà, ma il successo resta lontano dalle aspettative. La carriera musicale di Mona non decolla e il sogno di diventare una popstar sembra sfumare. È proprio dopo questo fallimento che la sua vita prende una direzione completamente diversa.
Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, Mona cambia completamente strada. Abbandona il progetto di affermarsi come cantante e, insieme ad Affandi, comincia a presentarsi come bomoh, una figura tradizionale malese difficile da tradurre con un unico termine.
Storicamente il bomoh è soprattutto un guaritore, esperto di erbe, rimedi tradizionali e rituali, ma in alcuni casi il suo ruolo si estende anche alla protezione spirituale, alla rimozione di presunte maledizioni e al rapporto con il soprannaturale.
Mona e Affandi trasformano questa attività in un vero lavoro di coppia. Lui partecipa agli incontri, tratta con i clienti, procura gli oggetti utilizzati nei rituali e si presenta a sua volta come bomoh. Mona, però, rimane il volto più riconoscibile: ha già avuto una breve esperienza nel mondo dello spettacolo, conosce il valore dell’immagine pubblica e costruisce intorno a sé un personaggio molto distante da quello del tradizionale guaritore di villaggio.
Continua a usare il nome Mona Fandey, indossa abiti costosi, cura con attenzione trucco e capelli, viaggia su automobili di lusso e si mostra come una donna ricca, elegante e vicina a persone influenti. I servizi offerti dalla coppia spaziano dalla medicina tradizionale ai rituali di protezione, fino a bagni floreali, purificazioni, amuleti e talismani.
Ai clienti più ambiziosi Mona e Affandi promettono anche risultati molto concreti: ricchezza, successo negli affari, maggiore influenza e avanzamento politico. Secondo quanto raccontato dalla stessa Mona, tra i loro clienti ci sarebbero infatti imprenditori e politici facoltosi, compresi esponenti dell’UMNO, il principale partito politico malese dell’epoca.
In questo contesto, l’ostentazione della ricchezza diventa parte integrante del personaggio: se Mona promette denaro e successo, deve apparire come la prova vivente che i suoi metodi funzionano.
Arriva perfino a commercializzare un proprio prodotto di medicina tradizionale, il “Cahaya Mona Fandey”, traducibile come “La luce di Mona Fandey”. Se la carriera musicale non le aveva dato la fama desiderata, quella da bomoh sembra invece offrirle finalmente denaro, status e visibilità.
La nuova attività si rivela molto più redditizia della carriera musicale. Con i guadagni ottenuti come bomoh, Mona e Affandi raggiungono uno stile di vita decisamente lussuoso. Mona racconta di possedere diverse abitazioni in varie zone della Malesia, anche se dichiara di preferire gli alberghi alla vita domestica tradizionale.
L’immagine che costruisce è quella di una donna sempre in movimento, abituata a essere servita e circondata dal lusso. Vestiti eleganti, gioielli, automobili costose e hotel prestigiosi diventano parte integrante del personaggio pubblico di Mona Fandey. Nel 1991, la stampa malese arriva persino a riportare la notizia secondo cui lei e Affandi avrebbero acquistato, per 5,8 milioni di ringgit, un’isola privata nel sud della Thailandia.
È in questo contesto che entra nella loro vita Datuk Mohd Mazlan Idris, 49 anni, politico del Pahang e membro dell’UMNO. Mazlan non siede nel Parlamento federale di Kuala Lumpur: è un ADUN, cioè un membro eletto dell’assemblea legislativa statale, coinvolto quindi nell’amministrazione del Pahang e nelle questioni gestite a livello locale.
Nel giugno del 1993 Mazlan è anche vicecapo della divisione UMNO di Raub. Il 21 giugno annuncia pubblicamente la propria intenzione di candidarsi alla guida della divisione, sfidando il dirigente in carica. È un momento particolarmente importante della sua carriera politica e, proprio mentre si prepara a questa competizione interna, decide di cercare un aiuto ulteriore.
Mazlan è infatti da tempo interessato all’ilmu mistik, l’insieme di conoscenze e pratiche legate al soprannaturale, e Mona e Affandi non sono i primi bomoh ai quali si rivolge. Con loro, però, il rapporto diventa particolarmente stretto: per circa nove mesi Mazlan utilizza regolarmente i loro servizi.
Il ricorso a bomoh da parte di figure politiche non è una pratica ufficialmente riconosciuta dall’UMNO, né riguarda indistintamente tutti i politici malesi. Al contrario, rituali legati a spiriti, magia o amuleti possono entrare in conflitto con i principi dell’Islam e vengono generalmente mantenuti lontani dalla dimensione pubblica.
Eppure, esistono testimonianze di politici che negli anni hanno ammesso di essersi rivolti a queste figure durante campagne elettorali o competizioni interne. Per Mazlan, dunque, protezione spirituale e ambizione politica finiscono per incontrarsi proprio nel momento più delicato della sua carriera.
Quando Mazlan decide di candidarsi alla guida della divisione UMNO di Raub, Mona e Affandi gli propongono qualcosa che, secondo loro, potrebbe aiutarlo a rafforzare la propria posizione politica: due oggetti dotati di presunti poteri soprannaturali.
Si tratta di un tongkat, un bastone da passeggio, e di un songkok, il tradizionale copricapo maschile malese. La coppia sostiene che entrambi siano appartenuti addirittura a Sukarno, il primo presidente dell’Indonesia.
Il riferimento non è casuale. Sukarno è stato una delle figure politiche più importanti del Sud-est asiatico e la sua immagine pubblica è stata costruita per decenni attorno a concetti di forza, carisma e autorità personale. Anche il songkok nero che indossava frequentemente era diventato parte integrante della sua identità politica e del nazionalismo indonesiano.
Intorno alla sua figura, inoltre, erano circolati nel tempo racconti relativi a una forza quasi sovrumana e a presunti poteri mistici. Per questo, almeno nella narrazione proposta da Mona e Affandi, quei due oggetti non rappresentavano semplicemente un cappello e un bastone: avrebbero conservato qualcosa del potere e dell’autorità di Sukarno.
Il prezzo richiesto è enorme: 2,5 milioni di ringgit. Mazlan accetta e versa inizialmente 500.000 ringgit, lasciando inoltre dieci titoli di proprietà terriera come garanzia per i due milioni rimanenti.
Per qualche tempo continua quindi ad affidarsi alla coppia. Poi, però, iniziano i problemi.
Mazlan non vede i risultati che si aspettava e comincia a dubitare dell’efficacia di quegli oggetti. La situazione è resa ancora più delicata dal fatto che Mona e Affandi, da circa quattro mesi, stanno vivendo in una proprietà appartenente allo stesso Mazlan.
Alla fine, il politico comunica alla coppia che non intende versare il resto della somma concordata.
Mona, però, sostiene che il problema non siano gli oggetti. Secondo lei, è Mazlan a essere carico di energia negativa, e proprio questa negatività impedirebbe ai talismani di funzionare correttamente.
La soluzione proposta è un nuovo rituale: un mandi bunga, un bagno floreale di purificazione che dovrebbe liberarlo dalla sfortuna. Ma la promessa va oltre. Secondo Mona e Affandi, quel rituale sarebbe anche in grado di moltiplicare il denaro.
Poche ore prima dell’incontro, Mazlan preleva quasi 300.000 ringgit. Sono i soldi che, secondo quanto gli è stato promesso, dovrebbero aumentare dopo il rito.
È a questo punto che la storia cambia definitivamente direzione.
Il 2 luglio 1993 Mazlan si trova a Kuala Lumpur, dove incassa diversi assegni in tre banche differenti per un totale di 289.000 ringgit. È il denaro che, secondo quanto promesso da Mona e Affandi, dovrebbe essere moltiplicato grazie al rituale.
Dopo essere tornato a Raub, quella sera Mazlan partecipa a una riunione nel proprio ufficio. Al termine dell’incontro viene visto salire in automobile insieme ad Affandi. I due si dirigono verso Kampung Peruas, un piccolo villaggio situato a circa trenta chilometri da Raub, in una zona più rurale e isolata.
Lì si trova una proprietà appartenente allo stesso Mazlan, nella quale Mona e Affandi vivono da circa quattro mesi. Ad aspettarlo ci sono Mona e il loro assistente, Juraimi Hussin.
Una volta entrato nella casa, Mazlan si prepara per il mandi bunga. Si cambia, indossa un sarong e viene fatto sdraiare nel bagno, illuminato da alcune candele. Mona gli posa un’orchidea sulla fronte e gli chiede di chiudere gli occhi e attendere. Gli spiega che, a un certo punto, sentirà una voce misteriosa domandargli quanto denaro desideri far apparire.
Mazlan segue le istruzioni. Rimane disteso, con gli occhi chiusi, immerso nel rituale e abbastanza rilassato da addormentarsi.
È in quel momento che la situazione precipita.
Mentre Mona continua a condurre il rito, Affandi fa un cenno a Juraimi. L’assistente prende un’ascia e colpisce Mazlan tre volte al collo, fino a decapitarlo.
Dopo l’omicidio, secondo la ricostruzione emersa successivamente, Affandi ordina a Juraimi di occuparsi del corpo. Juraimi lo smembra in 18 parti e seppellisce i resti sotto il pavimento del ripostiglio della casa, all’interno di una fossa profonda circa un metro e mezzo.
La fossa viene infine ricoperta di cemento.
Nel giro di poche ore, quindi, quello che era stato presentato come un rituale di purificazione e prosperità si trasforma in un omicidio brutale, seguito da un tentativo preciso di occultare il corpo.
Ma l’assenza di Mazlan non passa inosservata a lungo.
Le persone che conoscono Mazlan si accorgono quasi subito che qualcosa non va. Non risponde più al telefono e smette di presenziare agli impegni legati alla propria attività politica, un comportamento particolarmente insolito in un momento così importante per la sua carriera, mentre è nel pieno della sfida interna per la guida della divisione UMNO di Raub.
La denuncia di scomparsa, però, arriva solo il 18 luglio 1993, circa due settimane dopo la morte di Mazlan. A presentarla non è un familiare, ma la divisione locale dell’UMNO. Da quel momento la stampa comincia a parlare apertamente della misteriosa scomparsa del politico.
C’è però un dettaglio sorprendente: cinque giorni prima che il caso esploda pubblicamente, l’uomo che ha materialmente ucciso Mazlan è già stato arrestato.
Il 13 luglio, infatti, Juraimi Hussin viene fermato dalla polizia per una vicenda completamente diversa, legata al consumo di droga. Gli investigatori, in quel momento, non sospettano minimamente il suo coinvolgimento nella scomparsa di Mazlan.
Durante gli interrogatori, però, Juraimi finisce per confessare l’omicidio. Racconta che nella casa di Raub è sepolto un corpo, disegna una mappa della proprietà e indica sia il punto in cui Mazlan sarebbe stato ucciso sia quello in cui i suoi resti sono stati nascosti. Descrive anche il rituale di purificazione e fa i nomi di Mona e Affandi.
La coppia viene quindi fermata tra Bentong e Kuala Lumpur. Gli investigatori cominciano a ricostruire non soltanto quanto accaduto nella casa, ma anche i movimenti di tutti i protagonisti nei giorni precedenti e successivi all’omicidio.
Il 22 luglio, durante un interrogatorio, Affandi si offre di accompagnare personalmente la polizia nella proprietà. Una volta arrivato, indica il ripostiglio e il punto esatto del pavimento sotto il quale scavare.
Quello che emerge dalla fossa è particolarmente macabro. Il corpo di Mazlan è stato diviso in 18 parti. Le unghie delle mani e dei piedi sono state rimosse, così come i testicoli, che non verranno mai ritrovati. Alcune parti del corpo presentano inoltre segni compatibili con uno scuoiamento.
Le condizioni dei resti portano gli investigatori a ipotizzare che sul corpo possa essere stato compiuto qualche tipo di rituale anche dopo la morte.
A quel punto, la scomparsa di un politico si è ormai trasformata in uno dei casi di omicidio più inquietanti del Paese.
Parallelamente agli interrogatori, la polizia comincia a ricostruire i movimenti finanziari di Mazlan nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte. Gli investigatori verificano le operazioni bancarie effettuate il 2 luglio e confermano che il politico aveva incassato tre assegni, prelevando complessivamente 289.000 ringgit.
A quel punto, quelle somme vengono confrontate con le spese sostenute da Mona e Affandi subito dopo l’omicidio. Ed emerge una sequenza particolarmente significativa.
Il 3 luglio, appena un giorno dopo la morte di Mazlan, Mona utilizza 27.000 ringgit per acquistare gioielli. Nello stesso periodo lei e Affandi si recano anche in un concessionario e comprano una Mercedes da 125.000 ringgit, pagata in contanti.
Le spese continuano nei giorni successivi. Tra l’8 e il 9 luglio la coppia acquista mobili per 11.900 ringgit ed elettrodomestici per altri 4.769 ringgit.
Poi, il 15 luglio, Mona si reca al Tung Shin Hospital e si sottopone a circa cinque ore di chirurgia estetica al viso, compreso un lifting, per una spesa di 13.000 ringgit.
Per gli investigatori, questa sequenza di acquisti rafforza l’ipotesi che il denaro prelevato da Mazlan poco prima della sua morte sia finito direttamente nelle disponibilità della coppia.
Ma c’è anche un secondo filone investigativo, altrettanto importante: quello relativo ai titoli di proprietà terriera che Mazlan aveva consegnato come garanzia per il pagamento ancora dovuto a Mona e Affandi.
La polizia rintraccia infatti un avvocato incontrato da Affandi il 5 luglio, pochi giorni dopo l’omicidio. L’uomo racconta che Affandi gli aveva consegnato alcuni documenti apparentemente firmati da Mazlan, chiedendogli di autenticarli. Secondo quelle carte, Affandi sarebbe stato autorizzato a gestire cinque proprietà che sosteneva di avere acquistato dal politico.
Le verifiche successive, però, mostrano che la firma di Mazlan era stata falsificata.
Il quadro che inizia a emergere è quindi sempre più preciso: dopo la morte del politico, Mona e Affandi non solo avrebbero utilizzato il suo denaro per sostenere spese personali, ma avrebbero anche tentato di ottenere il controllo su parte dei suoi beni immobiliari.
Il processo contro Mona Fandey, Affandi e Juraimi inizia il 12 settembre 1994 all’Alta Corte di Temerloh, nel Pahang, davanti al giudice Datuk Mokhtar Sidin e a una giuria composta da sette persone. Tutti e tre sono accusati dell’omicidio di Mazlan Idris, un reato per il quale, all’epoca, la legge malese prevede obbligatoriamente la pena di morte.
Uno dei primi punti centrali riguarda le dichiarazioni rese alla polizia durante gli interrogatori. Juraimi sostiene di essere stato picchiato e minacciato durante la detenzione e afferma che gli investigatori gli avrebbero promesso una pena più favorevole se avesse collaborato contro Mona e Affandi.
Il tribunale, però, non accoglie questa versione. Il giudice osserva che, se Juraimi fosse stato realmente maltrattato, avrebbe potuto denunciare quanto accaduto molto prima e non soltanto mesi dopo, durante il processo. Le sue dichiarazioni vengono quindi considerate inammissibili.
Anche Mona contesta ciò che aveva raccontato agli investigatori. Sostiene che gli agenti del quartier generale di Bukit Aman l’avrebbero maltrattata, facendo pressione sulle zone ancora doloranti del recente intervento di chirurgia estetica, e che sarebbe stata costretta a firmare alcuni fogli in bianco.
La polizia nega questa ricostruzione. L’investigatore Takbir Ahmad Nazir Mohammad sostiene invece che Mona abbia compilato e firmato volontariamente tutte le 33 pagine della propria dichiarazione.
Sul piano materiale, Juraimi non nega di aver colpito Mazlan con l’ascia, di averne smembrato il corpo e di averlo sepolto. Quello che contesta è il motivo: sostiene infatti di aver agito su ordine di Affandi.
Mona e Affandi forniscono invece una versione completamente diversa. Affermano che l’omicidio non fosse stato pianificato e che Juraimi avrebbe improvvisamente aggredito Mazlan durante il rituale, senza che loro lo avessero previsto.
Affandi racconta che lui e Mona sarebbero rimasti sconvolti e sarebbero immediatamente fuggiti dalla casa. Ma questa ricostruzione presenta un problema evidente: durante il viaggio verso Kuala Lumpur, Affandi ammette di essere passato davanti a dieci stazioni di polizia senza fermarsi.
C’è poi un’altra contraddizione difficile da ignorare. Se davvero fosse scappato subito dopo la decapitazione, come poteva sapere esattamente dove era stato sepolto il corpo?
Era stato proprio Affandi, infatti, ad accompagnare successivamente gli investigatori fino al ripostiglio e a indicare il punto preciso sotto il quale si trovavano i resti di Mazlan.
Durante il processo, Mona assume un atteggiamento molto diverso da quello che ci si aspetterebbe da una persona che rischia la pena di morte. Si presenta in tribunale con abiti curati, colorati e appariscenti, trucco impeccabile e capelli sistemati, e davanti ai fotografi sorride spesso, arrivando in alcune occasioni a mettersi apertamente in posa.
Molte delle immagini rimaste legate al caso la mostrano proprio così: circondata da poliziotti o guardie carcerarie, ma con lo sguardo rivolto direttamente verso gli obiettivi. Per una donna che aveva cercato per anni la notorietà, il processo diventa paradossalmente il momento in cui l’intero Paese comincia finalmente a riconoscerla.
Anche le sue dichiarazioni in aula attirano l’attenzione. In un’occasione Mona si presenta utilizzando tre nomi diversi: Mona Fandey, Maznah Ismail e Tengku Rohani Abdullah. Quest’ultimo suscita particolare interesse perché “Tengku” è un titolo associato alle famiglie reali malesi, ma l’accusa contesta qualsiasi presunta origine aristocratica.
Quando il giudice le chiede quale sia la sua professione, Mona risponde di essere una cantante e arriva persino a offrirsi di cantare in aula. Il giudice declina.
Anche il modo in cui parla appare a tratti teatrale. In alcune occasioni si esprime così velocemente che il giudice deve chiederle di rallentare; a quel punto, secondo le cronache, Mona comincia a parlare in maniera volutamente lentissima. In altri momenti perde il filo del discorso e chiede al giudice di ricordarle ciò che ha appena detto.
Circolano inoltre racconti secondo cui avrebbe firmato autografi o interagito con alcune persone come se si trovasse di fronte a dei fan. Tutto questo contribuisce a rafforzare un’immagine già molto distante da quella di un’imputata comune.
Ma il comportamento di Mona produce anche un altro effetto: alimenta la convinzione, già diffusa tra parte del pubblico, che possa realmente praticare magia nera.
Durante la testimonianza del patologo forense, mentre vengono descritte le condizioni del corpo di Mazlan, nell’aula si sentono improvvisamente due rumori insoliti, interpretati da alcuni presenti come gemiti o versi inquietanti. Parte del pubblico si spaventa e il giorno successivo l’episodio finisce persino sui giornali.
La spiegazione più semplice è probabilmente anche la più plausibile: alcuni giornalisti presenti ipotizzano che si sia trattato soltanto dello scricchiolio delle panche, quando il pubblico si era sporto in avanti per ascoltare meglio e poi quando si era ritratto bruscamente dopo essersi spaventato.
L’episodio, però, mostra perfettamente il clima che circonda il processo. In un’aula in cui molti sono già convinti dei presunti poteri di Mona, anche un rumore ordinario può trasformarsi in qualcosa di soprannaturale.
Il 9 febbraio 1995, dopo mesi di processo, arriva il verdetto. La giuria si ritira per deliberare e impiega circa settanta minuti prima di tornare in aula.
La decisione è unanime: Mona Fandey, Affandi e Juraimi vengono riconosciuti colpevoli dell’omicidio di Mazlan Idris.
Per Juraimi, il quadro appare relativamente lineare, dal momento che ha ammesso di aver materialmente colpito Mazlan con l’ascia, di averne smembrato il corpo e di averlo sepolto.
Per Mona e Affandi, invece, assume un ruolo centrale il principio dell’intenzione comune. In base a questo principio, più persone coinvolte nello stesso piano criminale possono essere considerate responsabili dell’omicidio anche se una sola di loro ha materialmente compiuto l’atto fatale.
La versione secondo cui Juraimi avrebbe agito improvvisamente e senza alcun accordo precedente non convince infatti la giuria. Le circostanze emerse durante il processo, compresi i movimenti del denaro e il comportamento della coppia dopo la morte di Mazlan, contribuiscono a delineare un quadro incompatibile con l’idea di un gesto isolato e imprevedibile.
Per tutti e tre arriva così la stessa sentenza: condanna a morte per impiccagione.
Anche di fronte a questo verdetto, Mona mantiene però l’atteggiamento che aveva caratterizzato gran parte del processo. Continua a sorridere e, rivolgendosi ai giornalisti, pronuncia una frase destinata a rimanere legata al caso: “Sono felice della decisione e ringrazio i malesi”.
Mentre viene portata via, manda persino dei baci alle persone presenti.
La reazione contribuisce ulteriormente a consolidare l’immagine pubblica che si è costruita intorno a lei durante il processo. Mona, che per anni aveva cercato il successo attraverso la musica, è ormai diventata una figura riconoscibile in tutta la Malesia.
Ma la notorietà raggiunta attraverso il processo non si interrompe con la condanna. Nei mesi e negli anni successivi, attorno a Mona e Affandi iniziano infatti a diffondersi nuove storie, voci e racconti legati ai loro presunti poteri soprannaturali, questa volta all’interno del carcere.
Dopo la condanna, intorno a Mona e Affandi continuano a circolare racconti sempre più difficili da distinguere dalla leggenda. Secondo alcune voci, Mona riuscirebbe addirittura a uscire dal carcere grazie a poteri soprannaturali, partecipare a feste, andare a bere qualcosa e poi rientrare nella propria cella senza essere scoperta.
Su Affandi, invece, si diffonde la convinzione che sia in grado di aprire porte e lucchetti senza chiavi, semplicemente ricorrendo ai propri poteri.
Le storie diventano così insistenti che l’ex direttore generale del Dipartimento delle Prigioni racconta in seguito di essere stato interrogato più volte, anche da persone che conosceva personalmente, su ciò che Mona e Affandi sarebbero stati capaci di fare dietro le sbarre.
A un certo punto decide persino di verificare direttamente una delle voci su Affandi. Lo fa portare davanti a sé senza manette e gli chiede se sia davvero capace di aprire le porte della cella e uscire quando vuole. Affandi risponde che sì, in qualche occasione aveva aperto delle porte, ma soltanto perché le guardie non le avevano chiuse a chiave. Quando gli viene chiesto se sia in grado di aprire manette o serrature con le mani, risponde semplicemente di no.
Dietro le storie sulla magia nera, dunque, emerge una realtà molto più ordinaria.
Nel frattempo, Mona, Affandi e Juraimi rimangono nel braccio della morte per oltre sei anni, mentre i loro avvocati portano avanti i ricorsi. Nel 1999, però, la Corte Federale della Malesia respinge definitivamente gli appelli e conferma per tutti e tre sia la condanna per l’omicidio di Mazlan sia la pena capitale.
A quel punto rimane soltanto la possibilità della grazia.
I tre presentano quindi una richiesta alla commissione per la grazia del Pahang, ma anche quest’ultimo tentativo fallisce: nell’aprile del 2001 la domanda viene respinta. Da quel momento, non resta più alcuno strumento legale in grado di fermare l’esecuzione.
Negli anni trascorsi nel braccio della morte, il comportamento di Mona appare però molto diverso da quello visto durante il processo. Secondo una guardia che la sorvegliava, pregava regolarmente cinque volte al giorno, leggeva spesso il Corano ed era una detenuta tranquilla.
Anche Affandi viene descritto come calmo e devoto alla preghiera, senza particolari episodi di rabbia o violenza.
L’immagine teatrale e provocatoria costruita davanti alle telecamere sembra quindi lasciare spazio, negli ultimi anni, a una quotidianità molto più silenziosa. Ma il momento definitivo è ormai vicino.
Il 2 novembre 2001 arriva il giorno dell’esecuzione. Nelle prime ore del mattino Mona, Affandi e Juraimi vengono preparati all’interno del carcere per l’impiccagione.
Alle 5:59, tutti e tre vengono giustiziati.
Secondo il racconto di un funzionario del carcere, rimangono molto calmi fino agli ultimi momenti e non pronunciano quasi nulla prima dell’esecuzione.
Esiste però una frase che, con il passare degli anni, è diventata inseparabile dalla figura di Mona Fandey. Diverse ricostruzioni sostengono infatti che, poco prima di morire, avrebbe pronunciato in malese parole traducibili come “Non morirò mai”.
Non è possibile stabilire con certezza se Mona abbia realmente pronunciato quella frase. Eppure, proprio questa incertezza ha contribuito a renderla ancora più potente nell’immaginario collettivo, trasformandola quasi in un ultimo elemento della leggenda costruita attorno alla donna.
Dopo l’esecuzione, la vedova di Mazlan esprime invece un desiderio molto più concreto. Dichiara di sperare di riuscire finalmente a lasciarsi alle spalle ciò che è accaduto e di poter continuare la propria vita insieme ai figli senza essere continuamente riportata al trauma dell’omicidio.
Per la famiglia della vittima, la conclusione del procedimento rappresenta quindi la possibilità di chiudere almeno formalmente un capitolo durato più di otto anni.
Nel caso di Mona, però, accade quasi il contrario.
La sua morte non mette fine all’interesse nei suoi confronti. Al contrario, dopo l’esecuzione la sua figura continua a crescere nell’immaginario popolare malese, alimentata proprio dai racconti sulla magia, dalle stranezze emerse durante il processo e da quella presunta ultima frase.
Mona aveva inseguito la fama per gran parte della propria vita. Dopo la sua morte, quella fama non soltanto rimane, ma comincia a trasformarsi definitivamente in leggenda.
Negli anni successivi, anche i luoghi associati a Mona e Affandi finiscono per entrare nella leggenda. Diverse abitazioni tra Kuala Lumpur, Shah Alam e il Pahang vengono indicate come “case di Mona Fandey”, spesso edifici abbandonati che attirano curiosi, appassionati di storie paranormali e cacciatori di fantasmi.
Tra le più note c’è il cosiddetto Aeroplane Bungalow, una villa dalla forma particolare che negli anni diventa una vera e propria leggenda urbana. Alcune guide malesi dedicate ai luoghi ritenuti infestati raccontano di rumori, apparizioni e sensazioni inquietanti attribuite alla presenza dello spirito di Mona.
Il caso entra anche nella cultura popolare attraverso il cinema. Il film Dukun presenta infatti un personaggio, Diana Dahlan, chiaramente ispirato a Mona Fandey, pur senza proporsi come una ricostruzione fedele della vicenda. Nomi, personaggi e avvenimenti vengono modificati, ma il riferimento al caso rimane riconoscibile.
Anche intorno alla lavorazione del film nascono nuovi racconti. Alcuni membri del cast riferiscono episodi insoliti avvenuti durante le riprese, soprattutto nell’ex carcere di Pudu: una telecamera che si sarebbe mossa da sola, sensazioni di disagio e presunte presenze. La leggenda di Mona finisce così per alimentare continuamente se stessa, passando dalla cronaca giudiziaria al folklore, fino al cinema e alle storie paranormali.
Ed è forse questo l’aspetto più paradossale della sua vicenda. Mona aveva trascorso anni cercando di diventare famosa attraverso la musica, senza riuscire a ottenere il successo desiderato. Oggi il suo unico album è diventato soprattutto una curiosità legata al caso, mentre il nome Mona Fandey è rimasto riconoscibile ben oltre la generazione che seguì il processo negli anni Novanta.
Non è diventata la popstar che avrebbe voluto essere. È diventata qualcosa di molto più difficile da dimenticare: una figura sospesa tra cronaca nera, superstizione e leggenda.
Ma dietro tutto ciò resta soprattutto la storia di Mazlan Idris, un uomo ucciso in modo brutale dopo essersi affidato completamente a persone di cui si fidava. Ed è proprio questo il punto che rischia di perdersi quando un caso criminale viene trasformato in mito: quanto spazio rimane alla vittima, quando l’attenzione collettiva finisce per concentrarsi quasi interamente su chi ha commesso il crimine?