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Una famiglia benestante, un equilibrio solo apparente

Stefania Albertani nasce a Como il 9 maggio 1983 e cresce a Cirimido, piccolo comune della provincia comasca, insieme ai genitori Alma e Luigi e ai fratelli maggiori, Silvano e Mariarosa. Gli Albertani sono una famiglia economicamente stabile, sostenuta da una piccola impresa edile che garantisce un tenore di vita sereno e, almeno all’esterno, l’immagine di un nucleo unito e solido. 

Dietro questa facciata, però, il clima domestico è più fragile di quanto appaia. Luigi è descritto come un uomo rigido, interamente assorbito dal lavoro, deciso fino all’ostinazione. Alma, al contrario, appare come una donna insicura, emotivamente vulnerabile e segnata da una costante gelosia nei confronti del marito, alimentata dal timore che possa tradirla. Ne derivano tensioni continuelitigisilenzi e un disagio che in casa si respira senza mai essere davvero nominato. 

Secondo Stefania, la madre soffriva di una forma di depressione mai riconosciuta apertamente, in anni in cui il malessere psicologico restava spesso confinato nel non detto. È in questo contesto che la più piccola dei figli cresce assorbendo un peso che non dovrebbe appartenerle. Stefania sviluppa infatti un rapporto profondamente conflittuale con la madre, che percepisce come fragilepassivaincapace di reagire. Al tempo stesso trova nella sorella Mariarosa un punto di riferimento più stabile, quasi una seconda figura materna, anche per via dei tredici anni di differenza che le separano. 

Mariarosa la accompagna, la accudisce, spesso ne condivide la quotidianità quando i genitori sono impegnati. Già in questa fase iniziale, tuttavia, si intravede la frattura che attraverserà l’intera vicenda: Stefania cresce in una famiglia presente ma emotivamente disallineata, dentro una casa in cui il disagio esiste ma non viene affrontato, e dove il bisogno di essere vista e compresa sembra restare, fin dall’inizio, senza una vera risposta.

Infanzia, isolamento e i primi segnali di disagio

Fin dall’infanzia, Stefania appare come una bambina chiusa, con poche amicizie e una marcata difficoltà a socializzare. La scuola rappresenta per lei un ambiente ostile, non solo per lo scarso interesse verso lo studio, ma soprattutto per un senso costante di esclusione che la accompagna sia alle elementari sia negli anni successivi. Stefania si percepisce diversadistante dagli altri, incapace di integrarsi davvero. Questa sensazione si radica progressivamente, alimentando un isolamento sempre più profondo e spingendola a rifugiarsi in un mondo interiore fatto di pensieri e insicurezze. 

A soli nove anni emergono i primi segnali evidenti di un disagio più complesso: Stefania sviluppa una forma di bulimia, un disturbo del comportamento alimentare che la porterà, nel corso dell’adolescenza, a raggiungere un peso di circa 130 chili. Un cambiamento fisico drastico, che diventa anche fonte di vergogna e ulteriore chiusura nei confronti dell’esterno. 

Stefania evita il contatto con gli altri, non vuole mostrarsi in pubblico, vive il proprio corpo come qualcosa da nascondere. La bulimia, in questo contesto, non è soltanto un comportamento alimentare disfunzionale, ma rappresenta un vero e proprio strumento di gestione emotiva. Le abbuffate diventano momenti in cui il dolore, la rabbia e il senso di vuoto sembrano attenuarsi, anche solo temporaneamente. A queste seguono però sentimenti intensi di colpafrustrazione e vergogna, che alimentano un ciclo difficile da interrompere. 

Il cibo, quindi, assume un significato che va oltre il nutrimento: diventa un mezzo per colmare un vuoto interiore e per esercitare un controllo che nella vita reale sembra mancare. In questo quadro, il rapporto con la madre gioca un ruolo centrale. La mancanza di una relazione affettivamente sintonizzata, unita al clima familiare già complesso, contribuisce a rendere più difficile per Stefania riconoscere e gestire le proprie emozioni. 

Nonostante l’evidente cambiamento fisico e comportamentale, all’interno della famiglia nessuno sembra intervenire in modo concreto: il problema non viene affrontato, né compreso fino in fondo. Questo silenzio contribuisce a rafforzare in Stefania la sensazione di essere invisibile, lasciata sola a gestire un disagio che cresce e si struttura negli anni, diventando una componente sempre più centrale della sua identità. 

Il legame con Mariarosa e la nascita dell’invidia

In questo periodo, mentre Stefania si chiude sempre di più in se stessa, Mariarosa costruisce una vita autonoma, fatta di lavororelazioni e stabilità. È una ragazza disciplinata, determinata, capace di portare avanti i propri obiettivi. Frequenta la palestra con costanza, mantiene il controllo sul proprio corpo e sulle proprie abitudini, e appare agli occhi della sorella come una persona realizzata. 

Ed è proprio in questo confronto silenzioso che qualcosa cambia. 

Stefania comincia a percepire Mariarosa non più come un sostegno, ma come un termine di paragone costante, un modello irraggiungibile che mette in luce tutte le sue fragilità. Dove Mariarosa appare sicura, Stefania si sente inadeguata. Dove una sembra avere controllo, l’altra vive nel disordine emotivo. 

Questa percezione si trasforma progressivamente in un’invidia profonda, che Stefania stessa descriverà come qualcosa di totalizzante. Ai suoi occhi, Mariarosa diventa tutto ciò che lei non riesce ad essere: magra, indipendente, amata, inserita nella società. 

E non solo. Stefania arriva a convincersi che la sorella rappresenti un vero e proprio ostacolo nel rapporto con il padre, come se la presenza di Mariarosa le sottraesse attenzione e affetto. 

Nel frattempo, la vita di Stefania si restringe sempre di più. Passa gran parte del tempo chiusa nella sua stanza, isolata dal mondo esterno. Le uniche occasioni in cui esce da quella dimensione sono i momenti trascorsi nei cantieri insieme al padre e al fratello, all’interno dell’impresa edile di famiglia. 

È in questo contesto che matura una frattura silenziosa ma sempre più evidente: il legame tra le due sorelle si trasforma in un rapporto carico di tensione, fatto di competizionerisentimento e frustrazione non espressa. 

Una frattura che, nel tempo, diventerà uno degli elementi centrali dell’intera vicenda. 

Gli studi, il bisogno di approvazione e il primo punto di rottura

Nonostante le difficoltà personali e il rapporto complicato con se stessa, Stefania riesce comunque a portare a termine il suo percorso scolastico. Su spinta del padre Luigi, si iscrive a un istituto privato per geometri, una scelta che non nasce da una reale vocazione ma piuttosto da un forte senso di dovere nei confronti della famiglia. 

Studia controvoglia, senza entusiasmo, ma con l’obiettivo di dimostrare qualcosa. Di essere all’altezza. Di meritare, forse, quell’attenzione e quell’approvazione che sente di non ricevere abbastanza. E in effetti, quel risultato arriva: Stefania si diploma con il massimo dei voti. 

Un traguardo importante, che però non riesce a colmare il vuoto che si porta dentro. Quel diploma diventa piuttosto uno degli unici elementi su cui costruire la propria identità, quasi un’arma da utilizzare nei confronti della sorella. 

Nel frattempo, infatti, il rapporto con Mariarosa si è ormai incrinato. Stefania inizia a sottolineare continuamente le differenze tra loro, arrivando a definire la sorella “ignorante”, contrapponendola al proprio successo scolastico. Un modo per ristabilire un equilibrio che, dentro di sé, sente costantemente minacciato. 

Ma il vero punto di rottura arriva poco dopo. Un giorno, durante un pranzo in famiglia, Mariarosa comunica una decisione importante: andrà a vivere da sola, in uno chalet in affitto a Guanzate, insieme ai suoi gatti. Per il resto della famiglia è una notizia positiva, un passo naturale verso l’indipendenza. Per Stefania, invece, è qualcosa di completamente diverso. La reazione è immediata e intensa: lascia cadere la forchetta, si alza da tavola e si chiude nella sua stanza. Senza dire una parola. 

Dentro di lei, quella scelta viene vissuta come un affronto personale. Mariarosa sta facendo esattamente ciò che lei sente di non poter fare: allontanarsi, costruirsi una vita autonoma, uscire da quella realtà che Stefania percepisce come soffocante. 

In quel momento, il confronto tra le due diventa insostenibile. Mariarosa diventa il simbolo di tutto ciò che Stefania desidera e non riesce a ottenere. È libera, indipendente, capace di costruire relazioni. Stefania, al contrario, si sente bloccataintrappolata in una vita che non controlla. 

E così, quella che era nata come una relazione di protezione si trasforma definitivamente in qualcosa di diverso: un rapporto segnato da rabbiafrustrazione e un senso crescente di inferiorità. 

Un punto di rottura silenzioso, ma destinato ad avere conseguenze sempre più profonde.

Il passaggio dell’azienda e l’inizio del crollo

Nel 2004, all’interno della famiglia Albertani, avviene un cambiamento destinato a segnare profondamente gli equilibri. Luigi, il padre, viene colpito da un infarto. Non è il primo episodio, ma questa volta la paura si fa più concreta, più definitiva. 

È come se, per la prima volta, Luigi si trovasse davanti alla consapevolezza del tempo che passa e della necessità di rimettere ordine nella propria vita. Decide così di recuperare il rapporto con la moglie Alma, logorato da anni di tensioni. Tra i due sembra riaccendersi una certa complicità, e il clima familiare appare, almeno in superficie, più sereno. 

Ma questo evento porta con sé anche una decisione importante: Luigi sceglie di ritirarsi dall’attività lavorativa e di lasciare l’impresa edile di famiglia ai figli. 

La scelta, però, non è così scontata. Silvano, il figlio maggiore, lavora già nell’azienda ma viene considerato dal padre più adatto alla gestione operativa dei cantieri che alla direzione. Mariarosa, invece, ha costruito una propria indipendenza lavorativa e non è interessata a entrare nell’impresa. 

Così, quasi per esclusione, la responsabilità ricade su Stefania. 

A poco più di vent’anni, senza una reale esperienza e senza competenze specifiche nella gestione aziendale, Stefania si ritrova a guidare l’impresa, ottenendo addirittura il 51% delle quote, mentre il restante 49% viene affidato al fratello. 

È un passaggio enorme, che lei accetta senza avere davvero gli strumenti per sostenerlo. In un primo momento, questa nuova posizione sembra darle qualcosa che aveva sempre cercato: un senso di riconoscimento. Per la prima volta si sente vista, considerata, importante. È come se quel ruolo potesse finalmente darle un’identità. 

Ma questo equilibrio dura poco. Ben presto emergono tutte le difficoltà. Stefania fatica a gestire appuntamenti, scadenze e pagamenti. Prende decisioni impulsive, spesso senza valutarne le conseguenze, e inizia a effettuare spese fuori controllo. 

L’azienda entra rapidamente in crisi. Nel giro di poco tempo, la situazione finanziaria diventa sempre più grave, fino al punto in cui Luigi è costretto a ipotecare la casa per tentare di salvare l’attività. 

Una scelta estrema, che evidenzia quanto la situazione sia ormai fuori controllo. 

Per Stefania, tutto questo si trasforma in una pressione insostenibile. Il lavoro, che inizialmente rappresentava una possibilità di riscatto, diventa una prigione. La paura di fallire, di deludere la famiglia, di confermare quell’immagine di inadeguatezza che ha sempre avuto di sé, cresce giorno dopo giorno. 

Ed è proprio in questo momento che qualcosa cambia definitivamente. 

Stefania, che ha sempre trovato rifugio nel proprio mondo interiore, inizia a fare un passo ulteriore: comincia a costruire una realtà alternativa, fatta di bugie. Non si tratta più di omissioni o piccole distorsioni, ma di veri e propri racconti inventati, che si intrecciano tra loro fino a diventare un sistema complesso. 

Un sistema in cui la realtà viene progressivamente sostituita da una versione più tollerabile, più controllabile. Ma anche molto più pericolosa. 

Le bugie, il crollo e la frattura definitiva con la famiglia

Stefania mente su tutto, in modo compulsivo, arrivando a inventare episodi estremamente dettagliati della propria vita. Tra questi, anche una relazione sentimentale mai esistita, una presunta gravidanza e persino la perdita del bambino. Racconti completamente falsi, ma raccontati con tale convinzione da diventare, per lei, una realtà parallela. 

Nel frattempo, la situazione economica della famiglia continua a peggiorare. Stefania cerca di nascondere la gravità del fallimento con ulteriori bugie, evitando accuratamente il confronto con il padre, che forse avrebbe potuto intervenire per limitare i danni. 

Il conflitto con il fratello Silvano diventa sempre più acceso. Lui la accusa apertamente di aver utilizzato i soldi dell’azienda per spese personali, parlando di acquisti compulsivi di beni di lusso e vestiti. Stefania nega, sostiene di aver usato solo denaro proprio, ma la tensione è ormai insostenibile. 

La frattura arriva al punto di rottura: Silvano decide di interrompere completamente i rapporti con la famiglia. Una perdita significativa per Stefania, che si sentiva profondamente legata a lui, ma che contribuisce ad aumentare ulteriormente il suo isolamento. 

Dopo circa tre anni di gestione fallimentare, l’impresa viene dichiarata fallita. È il crollo definitivo. La famiglia è costretta a vendere la casa, che rappresentava non solo un bene economico ma anche il centro della loro vita e dell’attività lavorativa. 

Stefania, ormai senza punti di riferimento, tenta di reinventarsi trovando nuovi lavori, ma senza successo. Anche in questi contesti emergono le stesse dinamiche: bugie, comportamenti inadeguati, decisioni azzardate. In un caso, arriva persino a spacciarsi per architetta, producendo consulenze completamente inventate e rischiando di compromettere seriamente l’attività di un altro imprenditore. 

Parallelamente, il bisogno di mantenere un’immagine di sé accettabile si traduce anche in uno shopping compulsivo, che aggrava ulteriormente la situazione economica. 

In questo contesto già fragile, la decisione dei genitori di destinare una parte del ricavato della vendita della casa a Mariarosa rappresenta per Stefania un colpo durissimo. 

Mariarosa, che ha sempre mantenuto la propria indipendenza economica, vorrebbe utilizzare quei soldi per acquistare lo chalet in cui vive. Una scelta che per il resto della famiglia appare naturale, quasi un riconoscimento. 

Per Stefania, invece, è inaccettabile. Ai suoi occhi, quella decisione conferma tutto ciò che ha sempre temuto: Mariarosa è ancora una volta la figlia “giusta”, quella che merita, quella che va avanti. E lei, invece, resta indietro. 

La rabbia cresce, si radica, si trasforma in qualcosa di sempre più profondo. E inizia a cercare una via d’uscita. Anche questa, costruita sulla menzogna. 

L’avvocata inesistente e la spirale delle manipolazioni

Con la vendita della casa ormai inevitabile, Stefania mette in atto una strategia sempre più complessa per ritardare il processo e impedire che Mariarosa possa acquistare lo chalet. L’obiettivo è chiaro: guadagnare tempo, ostacolare ogni trattativa e mantenere il controllo su una situazione che sente sfuggirle completamente. 

Per farlo, costruisce l’ennesimo livello del suo sistema di menzogne. 

Inventa falsi acquirenti, appuntamenti che saltano all’ultimo momento, trattative inesistenti. Un intreccio di bugie talmente articolato da iniziare a insospettire anche chi le sta intorno. Persino il commercialista della famiglia, a un certo punto, comprende che qualcosa non torna e decide di allontanarsi. 

Ma Stefania non si ferma. Fa un passo ulteriore: crea un personaggio completamente nuovo, una figura inesistente ma credibile, l’avvocata Frigerio. Secondo il suo racconto, questa professionista farebbe da intermediaria per un cliente interessato all’acquisto della casa. È una bugia costruita nei minimi dettagli, utilizzata per giustificare continui rinvii e per mantenere viva una trattativa che, in realtà, non esiste. 

Nel frattempo, però, c’è un altro problema da gestire: il proprietario dello chalet in cui vive Mariarosa. Anche lui attende risposte, vuole sapere se l’acquisto verrà concluso. E quando prova a parlare direttamente con Luigi, Stefania interviene con un’altra menzogna ancora più grave: sostiene che suo padre sia morto. 

Una bugia estrema, difficile da sostenere, che aumenta il rischio che tutto venga scoperto. Stefania vive con il timore costante che qualcuno possa presentarsi alla porta dei genitori e smascherare ogni cosa. 

Ed è proprio per evitare questo scenario che prende una decisione drastica. 

Convince i genitori ad abbandonare la loro casa e a trasferirsi improvvisamente in un altro appartamento, a Cadorago. La motivazione è inquietante: sostiene che siano in pericolo, che qualcuno li stia minacciando e che possano essere cercati proprio lì. Una spiegazione priva di riscontri concreti, ma sufficiente, almeno in apparenza, a convincerli. 

I genitori, probabilmente ormai esausti, scelgono di assecondarla. Non pongono troppe domande, non cercano risposte logiche. È come se la stanchezza avesse preso il sopravvento sulla lucidità. 

C’è però una persona che inizia a cogliere la gravità della situazione: Mariarosa. 

È lei a rendersi conto che Stefania sta perdendo progressivamente il contatto con la realtà, che le sue bugie non sono più semplici giustificazioni ma un sistema pericoloso e fuori controllo. 

Una consapevolezza che arriva troppo tardi. Perché da questo momento, la vicenda si avvicina rapidamente al suo punto più drammatico.

La scomparsa di Mariarosa e le lettere sospette

Il 12 maggio 2009 segna un momento cruciale. Mariarosa sembra svanire nel nulla. Non risponde al telefono, non si trova a casa e nessuno sa dove sia. 

Per chi la conosce, questa assenza è immediatamente anomala. Mariarosa conduce una vita regolare, fatta di abitudini precise, senza eccessi o comportamenti imprevedibili. Proprio per questo, la preoccupazione cresce fin da subito. 

Per un breve periodo non si hanno notizie. Poi, improvvisamente, arriva una lettera. È scritta al computer, ma firmata da Mariarosa. Il contenuto è sconvolgente: nella lettera, la donna afferma di aver sottratto una grossa somma di denaro alla famiglia e si assume la responsabilità del fallimento dell’impresa. Spiega di essersi allontanata volontariamente per stare da sola e, in modo quasi freddo, scrive di voler utilizzare quei soldi. 

Un messaggio che appare subito fuori luogo. Non solo per il contenuto, ma per il tonodistanteimpersonale, lontano dal modo di esprimersi di Mariarosa. 

Poco dopo arriva una seconda lettera, simile alla prima, con le stesse ammissioni e la stessa firma. Ma invece di chiarire la situazione, questi messaggi alimentano ulteriormente i dubbi. 

I genitori iniziano a percepire che qualcosa non torna. Quelle parole non sembrano appartenere a Mariarosa. L’idea che possa aver rubato denaro e abbandonato tutto appare incompatibile con la persona che conoscono. 

Eppure, c’è qualcuno che non ha dubbi. Stefania. È l’unica a sostenere con fermezza che quelle lettere siano autentiche. Cerca di convincere tutti che la sorella sia davvero responsabile di quanto scritto, insistendo su una versione che appare sempre più fragile. 

La situazione diventa ancora più inquietante due mesi dopo. L’8 luglio 2009, Stefania si presenta dai Carabinieri. Non per denunciare la scomparsa della sorella, ma per sporgere una querela contro di lei. 

L’accusa è pesante: appropriazione indebita e truffa per circa 100.000 euro. Secondo Stefania, Mariarosa si sarebbe impossessata del denaro per poi sparire, aggravando ulteriormente le difficoltà economiche della famiglia. Un gesto che solleva immediatamente diversi interrogativi. 

Perché aspettare così tanto tempo? E soprattutto, perché parlare di truffa invece che di scomparsa? 

Sono proprio queste incongruenze a spingere gli investigatori ad approfondire. Le indagini si concentrano fin da subito sull’ambiente familiare e sulla situazione economica degli Albertani. E ciò che emerge, nel giro di poco tempo, rende il quadro ancora più inquietante. 

Le indagini e i primi sospetti su Stefania

Le indagini partono dall’analisi dei movimenti bancari di Mariarosa. È in questo contesto che emergono i primi elementi concreti che mettono in dubbio la versione fornita da Stefania. 

Dopo la scomparsa, risultano infatti diversi prelievi e pagamenti effettuati con la carta di credito postale della donna, per un totale di oltre 3.000 euro. Un dato che attira immediatamente l’attenzione degli investigatori. 

Tra le operazioni registrate, ce n’è una particolarmente significativa: il 19 giugno 2009, circa un mese dopo la scomparsa, viene effettuata una ricarica telefonica su un’utenza intestata a Stefania Albertani. 

A questo elemento si aggiungono le testimonianze di alcuni impiegati delle Poste, che riferiscono di aver visto Stefania utilizzare più volte la carta della sorella. 

Sulla base di questi riscontri, Stefania viene iscritta nel registro degli indagati con l’ipotesi di sequestro di persona. 

Le verifiche si concentrano quindi sull’ambiente familiare. Il giorno successivo viene disposta una perquisizione nell’abitazione in cui Stefania vive con i genitori e nella vecchia casa di Cirimido, già pignorata dopo il fallimento dell’impresa. 

È proprio durante questo sopralluogo che emerge un elemento decisivo. 

Nel cortile sul retro dell’abitazione, i Carabinieri notano un telo fissato al terreno con pietre e mattoni. L’area sottostante appare alterata e si percepisce un odore riconducibile a un corpo in decomposizione. 

Il telo viene rimosso e sotto vengono rinvenuti resti umani carbonizzati. Gli accertamenti successivi confermeranno che si tratta del corpo di Mariarosa Albertani. 

Da questo momento, il procedimento passa formalmente da scomparsa a indagine per omicidio, e la posizione di Stefania si aggrava in modo significativo. 

L’autopsia e la ricostruzione dei fatti

Gli accertamenti autoptici vengono affidati alla dottoressa Cristina Cattaneo, alla dottoressa Marina Caligara e all’entomologo Stefano Vanin. Lo stato dei resti, fortemente compromessi dalla carbonizzazione e dalla decomposizione, rende complessa l’analisi. 

Non è possibile determinare con certezza la causa della morte. Tuttavia, gli esami rilevano la presenza di benzodiazepine e promazina nei tessuti molli, segno che queste sostanze erano ancora in circolo al momento del decesso. 

Secondo quanto riportato negli atti, il corpo sarebbe stato incendiato con benzina mentre si trovava in posizione supina, nel luogo stesso del ritrovamento. La combustione sarebbe avvenuta in un arco di tempo relativamente breve, tra i 10 e i 20 minuti, seguita poi dal processo di decomposizione. 

Le indagini escludono, con alta probabilità, che le sostanze rilevate possano aver causato direttamente la morte. È invece ritenuto plausibile che abbiano inciso sulle capacità psicomotorie e reattive della vittima, rendendola inerme. 

Parallelamente agli esiti autoptici, gli investigatori raccolgono una serie di elementi che rafforzano il coinvolgimento di Stefania. 

Durante la perquisizione della sua auto vengono trovati documenti appartenenti a Mariarosa, alcuni dei quali presentano segni di bruciatura. Nella stanza di Stefania viene inoltre rinvenuto un documento con la firma del fratello Silvano, realizzato con lo stesso formato delle lettere attribuite a Mariarosa. 

Questo elemento suggerisce una possibile attività sistematica di falsificazione. 

I tabulati telefonici confermano inoltre che le due sorelle sono state insieme fino alle 21:01 dell’11 maggio 2009, ultimo momento in cui Mariarosa risulta in vita. Stefania risulta quindi essere l’ultima persona ad aver avuto contatti diretti con lei. 

Sulla base di questi elementi, gli inquirenti ricostruiscono la sequenza degli eventi. 

La sera dell’11 maggio, Stefania avrebbe convinto la sorella a uscire con un pretesto, sostenendo di dover incontrare la presunta avvocata Frigerio. Le due si sarebbero quindi recate nella casa di Cirimido. 

Qui, secondo l’ipotesi investigativa, Stefania avrebbe somministrato a Mariarosa una quantità significativa di ansiolitici, probabilmente mescolati a cibo o bevande. Tracce di queste sostanze vengono infatti trovate anche nella cucina dell’abitazione. 

Mariarosa viene poi trattenuta contro la sua volontà per circa due giorni. Alcuni testimoni riferiscono di averla vista in stato confusionale, con difficoltà nei movimenti e nel linguaggio. 

Il 12 maggio, una vicina segnala un incidente: un’auto si schianta contro un muro. Alla guida c’è Mariarosa, visibilmente disorientata, che continua a ripetere di essere in attesa della sorella. La donna viene accompagnata a casa. 

Il giorno successivo viene nuovamente vista nei pressi dell’abitazione di Cirimido, in condizioni simili. In seguito a una segnalazione, intervengono i soccorsi e Mariarosa viene portata in ospedale, ma viene dimessa poco dopo. 

Secondo la ricostruzione, è proprio dopo questo episodio che avviene il fatto decisivo. 

Una volta rientrate nell’abitazione, tra le due si verifica un confronto. Mariarosa avrebbe compreso la situazione e manifestato l’intenzione di parlarne con il padre. 

A quel punto, Stefania reagisce in modo violento: la aggredisce e la strangola. Successivamente, cosparge il corpo di benzina e appicca il fuoco. 

Dopo un primo tentativo di spegnere le fiamme, il corpo viene coperto con un telo e lasciato nel cortile, dove verrà ritrovato settimane dopo. 

Questa è la ricostruzione fornita dagli investigatori, basata su elementi tecnici, testimonianze e dichiarazioni successive.

Le intercettazioni e il tentato omicidio dei genitori

Dopo il ritrovamento del corpo, le indagini si intensificano e gli inquirenti decidono di attivare anche intercettazioni ambientali all’interno della famiglia Albertani. Stefania, però, non è a conoscenza di essere sotto controllo. 

Nel frattempo, anche i genitori iniziano a maturare dubbi sempre più concreti. Il comportamento della figlia appare contraddittorio, le spiegazioni non convincono e le incongruenze si accumulano. Senza affrontarla direttamente in modo strutturato, iniziano però a farle domande, a chiederle chiarimenti, a cercare risposte. 

Per Stefania, questa pressione è sufficiente a innescare una nuova escalation. 

Il 7 ottobre 2009, Stefania si trova con i genitori a Como. Dopo aver svolto alcune pratiche per l’assegnazione di una casa popolare, i tre si fermano in un parcheggio. 

In quel momento, Luigi e Alma si trovano all’interno dell’auto, mentre Stefania è all’esterno. Pochi istanti dopo, i genitori avvertono un forte odore di bruciato. Scendendo dal veicolo, si accorgono che nel tappo del serbatoio è stato inserito uno straccio imbevuto di benzina, dato alle fiamme. 

Un gesto che, se non fosse stato notato in tempo, avrebbe potuto provocare un’esplosione. 

In quel contesto, Stefania è l’unica persona presente nelle vicinanze. Nonostante ciò, nega ogni responsabilità, parlando di un possibile gesto esterno. I genitori, pur visibilmente scossi, rientrano comunque in auto con lei e fanno ritorno a casa. 

È qui che si verifica l’episodio più grave. 

Una volta rientrati, intorno alle 12:50, Alma decide di affrontare apertamente la figlia. La accusa direttamente di aver fatto del male a Mariarosa. 

La reazione di Stefania è immediata. 

Afferra una cintura e la utilizza per strangolare la madre. Quando Alma perde conoscenza, Stefania tenta di darle fuoco, replicando una dinamica già emersa nella ricostruzione dell’omicidio della sorella. 

L’intervento dei Carabinieri è però tempestivo. 

Grazie alle intercettazioni in corso, gli investigatori stanno ascoltando in diretta quanto accade e riescono a intervenire rapidamente, evitando conseguenze fatali. Alma viene soccorsa e trasportata in ospedale, mentre Stefania viene arrestata sul posto.

L’arresto e le confessioni

In un primo momento, Stefania nega ogni coinvolgimento sia nell’omicidio della sorella sia nel tentato omicidio della madre, mantenendo una versione difensiva che si inserisce nella scia delle molteplici menzogne costruite nel tempo. 

La situazione cambia quando Alma riprende conoscenza in ospedale. 

La donna fornisce agli investigatori una ricostruzione chiara dell’accaduto, indicando senza esitazioni la figlia come responsabile dell’aggressione. Di fronte a questo elemento, la posizione di Stefania diventa sempre più difficile da sostenere. 

A questo punto, ammette il tentato omicidio della madre. Per quanto riguarda la morte di Mariarosa, la confessione arriva solo in un secondo momento, dopo ulteriori sviluppi investigativi. 

L’indagine si amplia rapidamente, portando alla contestazione di diversi capi d’accusa. Oltre all’omicidio della sorella e alla soppressione del cadavere, a Stefania vengono attribuiti il sequestro di persona, l’utilizzo indebito della carta di credito di Mariarosa e la somministrazione di farmaci al padre, che aveva richiesto un ricovero ospedaliero. 

Viene inoltre contestato il tentato omicidio dei genitori, sia attraverso il tentativo di far esplodere l’auto sia mediante l’aggressione diretta alla madre. 

In questa fase, emerge anche un ulteriore episodio precedente: nel luglio del 2009 Stefania aveva ingerito una quantità significativa di benzodiazepine in un tentativo di togliersi la vita. Pochi giorni dopo, sostanze analoghe erano state somministrate anche al padre, provocandone il ricovero. 

A fronte della complessità del quadro e della gravità dei fatti, viene disposta una valutazione approfondita della capacità di Stefania di intendere e volere al momento dei reati. 

È l’inizio di una fase centrale del procedimento, in cui l’attenzione si sposta sul profilo psicologico e sulle condizioni mentali dell’imputata.

Le perizie psichiatriche e il ruolo delle neuroscienze

La difesa sostiene fin da subito la presenza di una condizione patologica in grado di compromettere la responsabilità dell’imputata. Una prima consulenza di parte, basata su colloqui clinici, evidenzia la possibile presenza di un disturbo mentale, pur senza arrivare a una diagnosi definita. 

Di diverso orientamento è invece la perizia disposta dall’autorità giudiziaria. 

Gli esperti individuano in Stefania tratti riconducibili a un disturbo istrionico di personalità e a fenomeni dissociativi, ma ritengono che tali elementi non siano sufficienti a compromettere in modo significativo la sua capacità di comprendere e controllare le proprie azioni. 

La valutazione non si ferma qui. 

Nel corso del 2010 vengono disposti ulteriori approfondimenti clinici e neuropsicologici, che portano a una posizione intermedia: Stefania viene considerata affetta da una parziale incapacità di intendere e volere. 

Il quadro che emerge è articolato. Vengono rilevati tratti di personalità dipendenti e schizoidi, associati a una forte tendenza all’isolamento e a difficoltà nelle relazioni interpersonali. A questi si aggiungono elementi borderline, con una marcata instabilità emotiva e una difficoltà nella gestione degli impulsi. 

Sono presenti anche sintomi ansioso-depressivi, una tendenza a proiettare all’esterno le responsabilità e comportamenti manipolativi finalizzati al raggiungimento di obiettivi personali. 

Tra gli aspetti più rilevanti emerge inoltre una propensione patologica alla menzogna, accompagnata da possibili episodi di amnesia dissociativa. Stefania stessa, in più occasioni, descrive la propria esperienza come una divisione interna tra una parte “buona” e una parte “cattiva”. 

Accanto alla valutazione psichiatrica tradizionale, questo caso introduce anche un elemento innovativo per il contesto europeo: l’utilizzo delle neuroscienze in ambito forense. 

Gli accertamenti evidenziano la presenza di una disfunzione a livello del lobo frontale, area del cervello coinvolta nei processi decisionali, nel controllo degli impulsi e nella regolazione del comportamento aggressivo. 

Viene inoltre rilevata la presenza di specifiche varianti genetiche associate, in letteratura, a una maggiore predisposizione a comportamenti impulsivi e aggressivi. 

Questi elementi non vengono considerati sufficienti a escludere la responsabilità penale, ma contribuiscono al riconoscimento di un vizio parziale di mente, incidendo sulla valutazione finale della pena. Nel complesso, il caso Albertani si configura come un esempio particolarmente complesso, in cui fattori psicologicicomportamentali e biologici si intrecciano nella definizione della responsabilità individuale. 

Il processo, la condanna e la situazione attuale

Al termine del procedimento, il quadro accusatorio nei confronti di Stefania Albertani risulta ampio e articolato. La pubblica accusa chiede per lei la pena dell’ergastolo, alla luce della gravità dei fatti e della pluralità dei reati contestati. 

Il 20 maggio 2011, il GIP di Como, Luisa Lo Gatto, emette la sentenza di primo grado. Stefania viene condannata a 20 anni di reclusione, preceduti da 3 anni in ospedale psichiatrico giudiziario. 

La decisione tiene conto del riconoscimento del vizio parziale di mente, legato sia agli elementi psichiatrici sia alle evidenze neuroscientifiche emerse durante il processo. Non vengono invece concesse attenuanti generiche, in considerazione della gravità delle condotte e dell’intensità del dolo. 

La sentenza verrà successivamente confermata anche in secondo grado dalla Corte d’Assise d’Appello di Brescia. 

A distanza di alcuni anni, Stefania Albertani rilascia un’intervista nel programma televisivo Storie Maledette, condotto da Franca Leosini. In quell’occasione ripercorre i fatti con una maggiore consapevolezza, riconoscendo la propria responsabilità nell’omicidio della sorella e indicando nell’invidia uno dei moventi principali. 

Nel corso dell’intervista, Stefania fa riferimento anche al proprio percorso di riabilitazione psicologica, dichiarando di aver maturato una comprensione più profonda della gravità delle proprie azioni. Racconta inoltre di vivere il confronto con quanto accaduto come un processo continuo, legato anche al senso di colpa. 

Durante il periodo trascorso in ospedale psichiatrico giudiziario, ha intrapreso un percorso di studi in Giurisprudenza, arrivando a conseguire la laurea. Ha inoltre svolto attività lavorative interne alla struttura e praticato sport. 

Per quanto riguarda i rapporti familiari, Stefania riferisce di aver mantenuto un legame con i genitori, mentre il rapporto con il fratello Silvano non è stato recuperato. 

Attualmente si trova nel carcere di Bollate, dove prosegue il proprio percorso terapeutico.