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Negli anni Ottanta, Los Angeles era una città attraversata da una paura costante. I telegiornali raccontavano quotidianamente di rapine, sparatorie, gang, serial killer e quartieri trasformati in scene del crimine. La sensazione diffusa era che il pericolo potesse arrivare da qualsiasi strada, da qualsiasi volto sconosciuto, da qualsiasi porta lasciata aperta per errore.
Per questo, quando il 24 febbraio 1986 una giovane donna viene trovata uccisa nel soggiorno della propria casa, la risposta sembra arrivare quasi automaticamente: una rapina finita male, l’ennesimo episodio di violenza in una città che molti percepiscono ormai fuori controllo. La vittima si chiama Sherri Rasmussen, ha ventinove anni, è un’infermiera brillante, stimata, sposata da appena tre mesi con l’uomo che ama. Viene trovata senza vita nel suo appartamento di Van Nuys, in un contesto che, almeno in apparenza, sembra raccontare una colluttazione feroce con uno o più intrusi.
Eppure, fin dall’inizio, qualcosa non torna. La violenza subita da Sherri appare eccessiva, brutale, quasi personale. Dalla casa non spariscono oggetti di valore significativi. Mancano soltanto la sua automobile, una BMW ricevuta dal marito come regalo legato alla proposta di matrimonio, e un documento dal valore simbolico enorme: il certificato di matrimonio. Intorno a lei, inoltre, esisteva già una presenza inquietante, una donna legata al passato del marito, una figura che Sherri aveva iniziato a temere. Si chiamava Stephanie Lazarus ed era una poliziotta della LAPD.
Per oltre vent’anni, però, quella pista rimarrà ai margini. Il caso verrà archiviato, dimenticato tra migliaia di fascicoli irrisolti, mentre la famiglia di Sherri continuerà a chiedere risposte. Solo molti anni dopo, grazie al DNA e alla riapertura del cold case, emergerà una verità capace di scuotere non soltanto una famiglia, ma anche la fiducia di un’intera comunità nelle persone incaricate di proteggerla.
Stephanie Lazarus nasce nel 1960 in California, figlia di Shelton e Carol Lou Lazarus. La sua infanzia, almeno dall’esterno, appare serena, ordinaria, priva di elementi che possano far presagire ciò che accadrà molti anni dopo. È una ragazza che va bene a scuola, che si impegna, che pratica molto sport e che, proprio nello sport, sembra trovare uno dei principali strumenti per costruire la propria identità.
L’attività fisica, per Stephanie, non è soltanto una passione. È anche un modo per ottenere attenzione, conferme, approvazione. Suo padre, infatti, ha grandi aspettative su di lei in ambito sportivo. È severo, esigente, poco incline ad accontentarsi. Per lui Stephanie può sempre fare meglio, deve spingersi oltre, deve dimostrare qualcosa. Crescendo in questo contesto, Stephanie interiorizza un’idea precisa: l’amore e l’orgoglio degli altri non sono qualcosa che arriva spontaneamente, ma qualcosa che si deve conquistare.
Questa dinamica sembra incidere profondamente sul suo modo di relazionarsi agli altri. Stephanie sviluppa un forte bisogno di piacere, di essere scelta, di sentirsi validata. Cerca conferme, soprattutto dagli uomini, e fatica ad accettare il rifiuto come una possibilità normale della vita. Per lei, non essere scelta significa non essere abbastanza. E quando una persona costruisce il proprio valore sulla risposta degli altri, ogni allontanamento può trasformarsi in una ferita molto più profonda.
Durante gli anni del college, giocando a basket, Stephanie incontra John Ruetten, uno studente della sua stessa università, la University of California. John ha un anno più di lei, è brillante, atletico, sportivo. Rappresenta esattamente il tipo di ragazzo capace di attirare la sua attenzione. Stephanie ne resta immediatamente colpita e, in breve tempo, sviluppa per lui una forte infatuazione.
I due iniziano a passare molto tempo insieme. Escono, parlano, ridono, costruiscono una confidenza che dall’esterno può sembrare l’inizio naturale di una relazione. Ma per John, almeno inizialmente, quel legame non ha lo stesso significato. Stephanie vorrebbe qualcosa di più; John no. Quando una loro amica comune prova a sondare il terreno e gli chiede se sia interessato a lei, John risponde in modo duro, affermando che “Stephanie ha un bel corpo”, ma che “il suo viso non gli piace”.
Nonostante questa mancanza di reale interesse sentimentale, John continua a frequentarla. E poco dopo il loro rapporto diventa anche fisico. È l’inizio di un legame ambiguo, fatto di intimità, vicinanza, aspettative non dichiarate e confini mai davvero chiariti. Per Stephanie, però, quel rapporto assume un peso enorme.
Il legame tra Stephanie Lazarus e John Ruetten prosegue in una zona grigia sempre più difficile da definire. I due si frequentano, condividono tempo, intimità e persino aspetti della vita familiare. John presenta Stephanie ai suoi genitori, e lei riesce a costruire un rapporto anche con la madre di lui e con il resto della famiglia. Agli occhi di Stephanie, tutto questo può apparire come la conferma che tra loro esista qualcosa di profondo. Agli occhi di John, invece, sembra rimanere un rapporto senza impegno.
Il punto centrale è proprio questo: Stephanie e John si comportano per certi versi come una coppia, ma non stanno insieme. John continua a frequentare altre donne, a volte sparisce per settimane o per mesi, poi ritorna nella vita di Stephanie sapendo che lei è ancora lì, disponibile, emotivamente coinvolta. In alcune circostanze, secondo quanto emergerà in seguito, arriva persino a nasconderla ai suoi amici, come se quel rapporto fosse qualcosa da tenere separato dalla propria vita pubblica.
Per Stephanie, questa ambiguità diventa sempre più logorante. Da una parte riceve segnali di vicinanza, dall’altra non ottiene mai una vera una dichiarazione, una posizione chiara. John non le dice apertamente di voler costruire una relazione con lei, ma non recide nemmeno quel filo. Continua a cercarla, a frequentarla, a mantenere vivo un rapporto che per lui può rimanere leggero, ma che per lei assume un valore sempre più ossessivo.
Con il passare del tempo, infatti, il coinvolgimento di Stephanie prende una piega inquietante. Non si limita ad aspettarlo o a sperare che lui cambi idea. Inizia a mettere in atto comportamenti invasivi, segnali di un attaccamento che non riesce più a restare nei confini della normalità. Uno degli episodi più disturbanti riguarda le visite notturne nel dormitorio di John: Stephanie, secondo il racconto emerso, si introduce nella sua stanza mentre lui dorme e gli scatta delle fotografie. Un gesto silenzioso, nascosto, che rivela quanto il suo legame con John stia diventando qualcosa di molto più complesso di una semplice infatuazione.
Dopo l’università, le strade dei due non si separano davvero. Stephanie decide di entrare in polizia, frequenta l’accademia e supera l’addestramento distinguendosi per determinazione e capacità. Quando si prefigge un obiettivo, lo persegue con estrema forza. Entra così nella LAPD, il corpo di polizia di Los Angeles, mentre anche John vive ormai nella stessa città. Il loro rapporto continua a riaccendersi a fasi alterne, con lo stesso schema: lui si allontana, lei rimane agganciata, lui torna quando vuole. Poi, nella primavera del 1984, nella vita di John arriva una donna che cambia tutto: Sherri Rasmussen.
Sherri Rasmussen nasce il 7 febbraio 1957 a Washington e cresce a Tucson, in Arizona, insieme ai genitori Nels e Loretta Rasmussen. È la secondogenita di tre sorelle e, fin da giovane, viene ricordata come una presenza premurosa, attenta, capace di tenere unite le persone intorno a sé. Le sue sorelle la descriveranno come una sorta di collante familiare, una ragazza dolce ma anche molto determinata, con una naturale capacità di coinvolgere gli altri e di prendersi cura di chi le stava vicino.
Sherri ha le idee chiare molto presto. A soli sedici anni ha già conseguito il diploma e sa quale strada vuole intraprendere: quella dell’assistenza infermieristica. Inizia quindi gli studi con una maturità rara per la sua età, prosegue il percorso universitario con ottimi risultati e, a ventuno anni, si trasferisce a Los Angeles, dove comincia a lavorare come infermiera. Non si limita però a svolgere bene il proprio lavoro. Sherri cresce rapidamente, si distingue, costruisce una carriera solida e rispettata.
A ventinove anni ha già raggiunto un ruolo importante: è caporeparto del personale infermieristico nel reparto di terapia intensiva del Glendale Adventist Hospital. È una posizione di responsabilità, complessa, che richiede preparazione, equilibrio e leadership. Per Sherri, però, quel lavoro non è soltanto una professione: è una vocazione. È brava, stimata, appassionata, al punto da essere invitata come relatrice in conferenze nazionali e internazionali dedicate all’assistenza infermieristica in terapia intensiva.
Quando incontra John Ruetten, Sherri è una donna realizzata. Ha una carriera che ama, una famiglia presente, amici, stabilità e un futuro che sembra aprirsi davanti a lei con naturalezza. L’arrivo di John appare come l’ultimo tassello di una vita già costruita con impegno, una promessa di felicità personale accanto ai successi professionali. Tra loro nasce subito una relazione intensa: John si innamora rapidamente di lei, in modo evidente, e il legame si trasforma presto in qualcosa di serio.
La differenza rispetto al rapporto con Stephanie è netta. Con Sherri, John non resta nell’ambiguità. Non sparisce lasciando tutto sospeso. Si impegna, compie delle scelte, costruisce una stabilità. Dopo poco tempo le chiede di sposarlo e accompagna la proposta con un regalo importante: una BMW, simbolo concreto di quel futuro che immagina insieme a lei. Per Sherri è l’inizio di una nuova fase della vita. Per Stephanie, invece, quella notizia rappresenta una ferita insopportabile.
Quando Stephanie scopre che John Ruetten si sta frequentando con Sherri Rasmussen, la reazione è durissima. Non sembra essere soltanto la gelosia a colpirla, ma qualcosa di più profondo: John, con Sherri, ha fatto ciò che con lei non aveva mai fatto. Si è esposto, si è innamorato, ha scelto una relazione vera. Stephanie si trova così davanti a una consapevolezza dolorosa: forse John non era contrario all’idea di una relazione stabile. Semplicemente, non aveva voluto costruirla con lei.
Questa presa di coscienza tocca una ferita che Stephanie sembra portarsi dietro da tempo. Fin dall’infanzia, aveva imparato a cercare il proprio valore nello sguardo degli altri, soprattutto in quello maschile. Essere scelta significava essere abbastanza. Essere rifiutata significava perdere. E nella sua visione delle cose, costruita anche attraverso un rapporto molto esigente con il padre, perdere non sembrava essere un’opzione accettabile.
A quel punto Stephanie decide di affrontare John. Gli dichiara apertamente di essere sempre stata innamorata di lui e gli chiede un chiarimento. John, però, minimizza. Le dice di non aver capito, di non essersi reso conto della profondità dei suoi sentimenti. È una risposta difficile da conciliare con anni di frequentazione, intimità e ambiguità. Stephanie, allora, gli propone una sorta di ultimo gesto simbolico: gli dice che, per riuscire a superarlo, avrebbe bisogno di passare con lui un’ultima notte.
John accetta. I due hanno un ultimo rapporto, ma ciò che Stephanie presenta come un possibile punto di chiusura non chiude nulla. Al contrario, sembra alimentare ancora di più l’idea che quel legame non sia finito davvero. Dopo quella notte, Stephanie non va avanti. Non si allontana. Non accetta il matrimonio imminente tra John e Sherri. Decide invece di portare la propria presenza direttamente nella vita della futura moglie.
Un giorno si presenta sul posto di lavoro di Sherri, al Glendale Adventist Hospital, vestita in modo appariscente e provocatorio. Sherri, fino a quel momento, la conosce soltanto come un’amica di John. Non sa davvero quale sia stata la natura del loro rapporto. Stephanie le racconta di essere stata a letto con il suo futuro marito, di essere sempre stata innamorata di lui e di aver avuto rapporti con lui per anni. Ma soprattutto le comunica un messaggio inquietante: se lei non avesse potuto avere John, allora nessun’altra avrebbe dovuto averlo. Le dice anche che, quando il matrimonio sarebbe crollato, perché secondo lei sarebbe stato solo questione di tempo, lei sarebbe stata pronta a raccoglierne i pezzi.
Per Sherri è uno shock. Quella sera, in lacrime, chiede spiegazioni a John. Lui ammette di aver avuto rapporti con Stephanie, ma insiste sul fatto che non abbia mai significato nulla e che l’unica donna con cui desidera costruire una vita sia Sherri. Chiede perdono, promette che il suo futuro è con lei. Alla fine, Sherri sceglie di perdonarlo. Il 23 novembre 1985, Sherri Rasmussen e John Ruetten si sposano.
Dopo il matrimonio, Sherri Rasmussen e John Ruetten vanno a vivere a Van Nuys, un quartiere di Los Angeles situato nella San Fernando Valley, nella grande area urbana nord-occidentale della città. Per loro sembra aprirsi un periodo di autentica felicità. Sono sposati da poco, innamorati, complici. Sherri ha un lavoro che ama, una posizione professionale prestigiosa e il desiderio di costruire una famiglia. John, intanto, sta consolidando anche la propria vita lavorativa presso una società di ingegneria. La storia con Stephanie, almeno nella sua prospettiva, sembra appartenere al passato.
Ma per Stephanie Lazarus quel matrimonio non è affatto un capitolo chiuso. Anzi, il fatto che Sherri abbia perdonato John e che le nozze si siano celebrate comunque sembra colpirla con forza ancora maggiore. Stephanie era convinta che rivelare a Sherri la relazione fisica avuta con John avrebbe distrutto la coppia. Quando questo non accade, la sua ostilità si concentra soprattutto su Sherri, vista non semplicemente come una rivale, ma come la donna che ha ottenuto ciò che lei non era mai riuscita ad avere.
Da quel momento, secondo quanto emergerà, Stephanie inizia a comparire nella vita della coppia con una frequenza sempre più inquietante. Si presenta sul posto di lavoro di Sherri, si presenta a casa sua, la cerca, la provoca. Quando Sherri minaccia di chiamare la polizia, Stephanie le ricorda un dettaglio che rende tutto ancora più disturbante: la polizia è lei. Quella frase, in un contesto simile, non è soltanto una risposta arrogante. È un modo per far capire a Sherri di trovarsi davanti a qualcuno che conosce il sistema dall’interno, qualcuno che indossa una divisa e che, proprio per questo, può sembrare ancora più difficile da fermare.
A tratti, Stephanie sembra tentare di ricostruire la propria vita. Pubblica annunci per conoscere altri uomini, cerca nuove frequentazioni, prova a spostare altrove la sua attenzione. Ma ogni tentativo finisce per riportarla verso John. Uno degli episodi più emblematici avviene quando si presenta a casa dei due sposi con un pretesto surreale: porta i suoi sci e chiede a John di passarci la cera. È un gesto apparentemente banale, ma nel contesto di quella relazione assume un significato molto diverso. È un modo per entrare ancora una volta nello spazio della coppia, per costringere John a dedicarle attenzione, per ricordare a Sherri che la sua presenza non è sparita.
Sherri è esasperata. Non ne può più di quella donna che continua a invadere il suo matrimonio e si arrabbia anche con John, accusandolo di essere troppo accomodante. Gli chiede se sia davvero sicuro che con Stephanie sia tutto finito. John la rassicura, minimizza, la definisce soltanto un’amica. Eppure, accetta comunque di aiutarla con gli sci, confermando ancora una volta quella disponibilità ambigua che, fin dall’inizio, aveva alimentato in Stephanie aspettative e ossessioni.
Il 23 febbraio 1986, a tre mesi esatti dal matrimonio tra Sherri Rasmussen e John Ruetten, la sorella minore di Sherri, Teresa, va a trovare la coppia insieme al marito Brian e a un caro amico. È una visita serena, familiare, in cui tutti notano quanto Sherri e John sembrino felici. La loro vita matrimoniale è appena iniziata e, almeno dall’esterno, appare piena di promesse. Nessuno può immaginare che quella sarà una delle ultime occasioni in cui Sherri verrà vista viva dai suoi cari.
La mattina seguente, lunedì 24 febbraio 1986, John esce di casa intorno alle 7:20 per andare al lavoro. Prima di raggiungere l’ufficio, si ferma in lavanderia per lasciare alcuni completi. Sherri, invece, resta a casa. Ai colleghi comunica di non sentirsi bene e di voler saltare la giornata lavorativa. In realtà, dietro quella giustificazione sembra esserci anche un motivo più semplice: non ha alcuna voglia di partecipare a un corso di aggiornamento previsto proprio per quel giorno.
Nel corso della giornata, John prova più volte a telefonarle. Vuole farle compagnia, parlarle, forse anche sapere come stia. Ma ogni chiamata rimane senza risposta. Il telefono squilla a vuoto, la segreteria telefonica è spenta. John contatta anche la segretaria del reparto in cui Sherri lavora, ma gli viene riferito che nessuno l’ha vista. Nonostante questo, non si allarma subito. A quanto pare, era già capitato che Sherri non rispondesse al telefono durante la giornata, e lui interpreta quel silenzio come qualcosa di insolito, ma non ancora preoccupante.
Dopo il lavoro, John si ferma in banca per una breve commissione e poi passa nuovamente in lavanderia per ritirare i completi lasciati al mattino. Rientra a casa intorno alle 18:00, desideroso di vedere la moglie dopo una giornata in cui non è riuscito a sentirla. Ma già prima di entrare nota un dettaglio inquietante: sul vialetto ci sono dei frammenti di vetro, probabilmente provenienti dalla porta finestra del patio.
Prima di varcare la soglia, John si ferma a parlare con un vicino. È in quel momento che scopre un’altra informazione strana: il garage di casa sua e di Sherri è rimasto aperto dalle 9:30 del mattino. Quando guarda all’interno, si accorge che la BMW di Sherri non c’è più. La porta di collegamento tra il garage e l’abitazione è socchiusa. John entra, sale al piano superiore, raggiunge il soggiorno. E lì trova Sherri a terra, scalza, in accappatoio, immersa in un lago di sangue. La donna è ormai senza vita.
John chiama immediatamente il 911. Quando i soccorritori arrivano, lo trovano accasciato, sconvolto, in lacrime. Tra i primi a intervenire c’è il pompiere e paramedico Gregory Tillian, che tenta di prestare soccorso a Sherri. Ma non c’è più nulla da fare. Sherri Rasmussen è morta da ore.
La scena che gli investigatori trovano nell’abitazione di Sherri Rasmussen sembra raccontare una lotta violenta. Il soggiorno è completamente a soqquadro: un vaso di fiori è rotto, alcuni mobili risultano spostati o ribaltati, tra cui quello della televisione, e l’ambiente appare segnato da un’aggressione feroce. Al piano superiore, una delle due porte scorrevoli in vetro che danno sul balcone posteriore è infranta. È da lì, con ogni probabilità, che provengono i frammenti di vetro notati da John sul vialetto vicino al garage.
Il corpo di Sherri presenta segni evidenti di una violenza estrema. Ha gli occhi gonfi, numerosi lividi e ferite sul viso e sul corpo. I tecnici forensi raccolgono diversi campioni, alla ricerca di tracce utili per ricostruire l’identità dell’aggressore. Tra i reperti più importanti ci sono due tamponi salivari prelevati da quello che appare come un morso sull’avambraccio sinistro della vittima. È un dettaglio apparentemente secondario, ma destinato a diventare, molti anni dopo, l’elemento decisivo dell’intero caso.
L’autopsia stabilisce che Sherri è stata uccisa da tre colpi di pistola al petto, compatibili con un’arma calibro 38. Due di quei colpi sono ferite da contatto: significa che l’arma è stata appoggiata direttamente al corpo o comunque esplosa a distanza estremamente ravvicinata. Non si tratta quindi di colpi sparati da lontano durante una fuga caotica. L’aggressore si è avvicinato a Sherri, l’ha colpita da vicino, in un’azione che appare fredda, diretta, personale. Sul corpo vengono osservati anche segni ai polsi, compatibili con l’ipotesi che la vittima possa essere stata legata.
La famiglia di Sherri viene informata subito dopo il ritrovamento. La notizia ha un impatto devastante. Per i Rasmussen, Sherri non è soltanto una figlia e una sorella amata: è una donna nel pieno della vita, appena sposata, con una carriera brillante e un futuro che sembrava ancora tutto da costruire. La sua morte improvvisa, brutale, priva di una spiegazione immediata, lascia un vuoto impossibile da comprendere.
Di fronte a quella scena, i detective pongono a John una domanda inevitabile: c’era qualcuno che potesse avere qualcosa contro Sherri? Qualcuno che la odiasse, qualcuno con un motivo per volerle fare del male? È una domanda cruciale, perché molti elementi sembrano suggerire una componente personale nell’aggressione. Eppure, John risponde di no. Dice che non gli viene in mente nessuno. Non cita Stephanie Lazarus. Non parla delle tensioni, delle visite, delle minacce, dell’ossessione che aveva già invaso la vita della moglie. Quel silenzio indirizza l’indagine verso un’altra strada: quella del furto finito male.
Gli investigatori si orientano rapidamente verso l’ipotesi di una rapina finita male. Secondo la prima ricostruzione, due uomini si sarebbero introdotti nell’abitazione passando da una porta d’ingresso lasciata aperta, dal momento che non vengono rilevati segni evidenti di effrazione. Uno dei due avrebbe iniziato a smontare la televisione e l’impianto stereo, mentre l’altro si sarebbe imbattuto in Sherri Rasmussen, rimasta in casa quella mattina. Da lì sarebbe nata una colluttazione violenta, culminata con il morso al braccio, i colpi alla testa e infine i tre spari al petto.
Quella ricostruzione, però, presenta diversi punti deboli. Se davvero si fosse trattato di un furto, è difficile spiegare perché dalla casa non siano stati portati via oggetti di valore facilmente trasportabili. I gioielli sono ancora lì. Lo stereo e la televisione, nonostante il disordine, non vengono rubati. Le uniche cose mancanti sono la BMW di Sherri e il certificato di matrimonio. Due elementi molto diversi da un bottino casuale. Uno è il regalo con cui John aveva suggellato la proposta di nozze; l’altro è il documento che rappresenta formalmente l’unione tra Sherri e suo marito. Letti insieme, sembrano indicare qualcosa di più personale di una rapina improvvisata.
Eppure, il contesto dell’epoca aiuta a capire perché l’ipotesi del furto venga accolta con tanta rapidità. Nella Los Angeles degli anni Ottanta, la paura della criminalità è altissima. I notiziari parlano continuamente di rapine, aggressioni, gang, omicidi e serial killer. Richard Ramirez, il cosiddetto Night Stalker, è stato arrestato pochi mesi prima, nell’agosto del 1985, e la città vive ancora in un clima di allarme. In molte zone, l’idea che un’aggressione brutale possa essere opera di sconosciuti entrati in casa sembra non solo plausibile, ma quasi attesa.
Dopo l’omicidio di Sherri, il quartiere precipita nel panico. Molti residenti hanno paura a uscire di casa, alcuni si armano, altri installano nuovi sistemi d’allarme o adottano cani da guardia. Le autorità diffondono anche l’identikit dei presunti responsabili: due uomini latini armati di pistola. Non è chiaro su quali elementi concreti si fondi quella descrizione, visto che nessuno sembra averli visti, ma i volantini vengono comunque appesi nel quartiere e contribuiscono ad alimentare l’idea di una banda responsabile dei furti nella zona.
A rafforzare questa pista, tre mesi dopo la morte di Sherri avviene un’altra rapina in casa nelle vicinanze, fortunatamente senza vittime. Per gli investigatori, quell’episodio sembra confermare che nell’area agisca un gruppo di ladri. Ma il caso Rasmussen continua a distinguersi per la violenza estrema, per il morso, per i colpi esplosi a distanza ravvicinata e soprattutto per ciò che è stato portato via. Tutti elementi che avrebbero potuto suggerire una motivazione emotiva, passionale, mirata. Ma la pista più evidente resta in ombra, anche perché la persona che avrebbe potuto indicarla con chiarezza, John, non lo fa.
Nonostante l’indagine sembri orientarsi verso la pista della rapina, alcuni elementi continuano a non convincere del tutto. Uno degli agenti coinvolti nel caso, l’agente Forest, ripensa soprattutto all’atteggiamento di John Ruetten dopo il ritrovamento del corpo. John appare certamente sconvolto, addolorato, in lacrime. Ma, accanto al dolore, l’agente percepisce anche qualcosa di diverso: un atteggiamento pensieroso, trattenuto, difficile da definire. Il lutto, naturalmente, non ha una forma unica e non può essere giudicato in modo automatico. Eppure, quella sensazione rimane.
John viene interrogato dopo il delitto e gli viene posta una domanda diretta: è stato lui a fare del male a sua moglie? Lui nega e si mostra collaborativo. Racconta la sua storia con Sherri Rasmussen come un rapporto felice, solido, quasi idilliaco. Anche familiari, amici e conoscenti descrivono Sherri e John come una coppia affiatata, due persone realizzate, ammirate, apparentemente in possesso di tutto ciò che si potesse desiderare: amore, carriera, stabilità, futuro.
Poi, però, i genitori di Sherri forniscono agli investigatori un’informazione fondamentale. Raccontano che, negli ultimi tempi, la figlia era stata perseguitata da una donna. Una donna che cercava in tutti i modi di sedurre John, che si era insinuata nel matrimonio, che aveva creato tensioni e paura. Sherri ne aveva parlato con il padre, arrivando a piangere per quella situazione. Aveva il sospetto che il marito avesse una relazione clandestina con questa persona e viveva quella presenza come una minaccia concreta. Il problema è che i genitori non conoscono il nome della donna. Sherri non glielo aveva mai detto.
A quel punto i detective richiamano John e gli chiedono perché non abbia riferito nulla di tutto questo durante il primo interrogatorio. La sua risposta è sorprendente: sostiene di non sapere che sua moglie subisse atteggiamenti intimidatori da parte di una sua ex. Afferma di non essersene accorto, come già aveva sostenuto di non aver capito per anni quanto Stephanie fosse coinvolta emotivamente con lui. Spiega inoltre di non averla indicata nella lista delle sue ex perché non la considerava una vera fidanzata e perché non aveva mai pensato che potesse essere coinvolta nell’omicidio.
Solo allora John fa finalmente il nome: Stephanie Lazarus. È un nome che gli investigatori conoscono bene, perché Stephanie non è una persona qualunque. È una collega, una poliziotta della LAPD. Una donna che aveva avuto una lunga e ambigua relazione con John, che aveva manifestato ostilità verso Sherri, che si era presentata sul suo posto di lavoro e nella sua casa. Una potenziale sospettata con un movente chiaro, conoscenze investigative e accesso a strumenti, informazioni e procedure di polizia.
Eppure, quella pista si esaurisce quasi subito. Non ci sono prove dirette contro di lei, e Stephanie non viene nemmeno interrogata. Il caso, incredibilmente, perde slancio. Le prove vengono archiviate in una scatola insieme a quelle di migliaia di altri fascicoli irrisolti. L’omicidio di Sherri Rasmussen diventa un cold case, mentre la sua famiglia continua a chiedersi perché una pista così evidente non venga approfondita fino in fondo.
Nel 1986, proprio mentre l’omicidio di Sherri Rasmussen finisce progressivamente in un vicolo cieco, vengono sviluppate le prime tecniche di identificazione tramite DNA. Si tratta di una svolta destinata a cambiare per sempre il mondo delle indagini criminali, perché per la prima volta le tracce biologiche raccolte su una scena del crimine possono diventare una firma, un collegamento scientifico tra vittima e aggressore. Per la famiglia Rasmussen, questa nuova prospettiva rappresenta una speranza concreta: forse quei reperti conservati dopo l’autopsia, compresi i tamponi prelevati dal morso sul braccio di Sherri, potranno finalmente parlare.
Ma quella speranza resta sospesa. Le indagini non vengono formalmente riaperte, non arrivano risposte decisive, non si registra alcun movimento significativo. La famiglia di Sherri, però, non si arrende. L’anno successivo offre una ricompensa di 10.000 dollari per chiunque sia in grado di fornire informazioni utili all’identificazione dell’assassino. I Rasmussen cercano in ogni modo di mantenere alta l’attenzione sul caso, insistono con la polizia, chiedono che venga presa sul serio la pista di Stephanie Lazarus. Ma ogni tentativo sembra infrangersi contro un muro.
Il padre di Sherri arriva persino a scrivere una lettera al capo della polizia, esprimendo le proprie preoccupazioni su Stephanie e chiedendo che quella possibilità venga approfondita. Non riceve però la risposta che spera. Anzi, secondo quanto verrà raccontato, la famiglia si sente sostanzialmente ignorata, se non liquidata. A Nels Rasmussen viene perfino detto che guarda troppa televisione, come se il sospetto nei confronti di una poliziotta fosse frutto di immaginazione e non di elementi concreti: la relazione passata con John, le minacce, le intrusioni, l’ossessione, il comportamento intimidatorio verso Sherri.
Nel frattempo, Stephanie Lazarus prosegue con la propria vita. E, in un passaggio che rende questa storia ancora più inquietante, sembra realizzare proprio ciò che aveva detto a Sherri: raccogliere i pezzi del matrimonio di John quando sarebbe finito. Tre anni dopo l’omicidio, nel 1989, Stephanie e John ricominciano a frequentarsi. Non costruiscono una relazione stabile, ma tornano a vedersi, riprendendo in qualche modo quel legame ambiguo che aveva segnato gli anni precedenti.
Poi John incontra un’altra donna e si risposa. Questa volta Stephanie sembra accettarlo. Anche lei inizia una nuova relazione con un altro poliziotto, Scott Young, sposandolo e adottando con lui una bambina. La sua carriera nella LAPD prosegue senza scosse apparenti: viene promossa a detective, continua a lavorare all’interno del dipartimento e il passato sembra rimanere chiuso dietro una porta che nessuno, per anni, riesce davvero ad aprire. Per la famiglia di Sherri, invece, il tempo non cancella nulla. Ogni anno trascorso senza giustizia rende più pesante la stessa domanda: perché nessuno ha voluto guardare davvero in quella direzione?
All’inizio degli anni Duemila, alcuni detective tornano a esaminare diversi cold case, tra cui l’omicidio di Sherri Rasmussen. È il primo vero segnale di movimento dopo anni di silenzio, ma la riapertura del fascicolo porta subito alla luce un dettaglio inquietante: alcune prove raccolte sulla scena del crimine non sono più reperibili presso l’ufficio del coroner. Parte dei reperti sembra essere sparita. In un caso già segnato da omissioni, piste trascurate e sospetti mai approfonditi, quella mancanza apre un interrogativo pesante: chi avrebbe avuto interesse a rimuovere quelle prove, e perché?
Alla fine del 2003 viene inoltrata una richiesta al laboratorio forense per analizzare tutti i reperti ancora disponibili. Anche questa richiesta, però, rimane inevasa per mesi. Solo nel dicembre 2004 una tecnica del laboratorio, Jennifer Francis, se ne accorge e decide di occuparsene personalmente. Il suo lavoro diventerà uno snodo fondamentale per la verità. Francis inizia dal campione di sangue prelevato durante l’autopsia, dal quale ricava il profilo genetico di Sherri. Poi passa ai frammenti di unghie e a un asciugamano insanguinato rinvenuto sulla scena, entrambi riconducibili alla vittima.
Il passaggio decisivo riguarda però i tamponi prelevati dal morso sull’avambraccio sinistro di Sherri. Quei reperti erano rimasti per anni nei depositi dell’ufficio del coroner della contea di Los Angeles, quasi dimenticati. Quando vengono finalmente analizzati, restituiscono due profili genetici distinti. Il primo appartiene a Sherri. Il secondo, invece, presenta una caratteristica destinata a demolire la teoria investigativa sostenuta per anni: appartiene a una donna.
Quella scoperta cambia radicalmente il caso. Per quasi due decenni, la morte di Sherri era stata attribuita alla possibile azione di due uomini latini entrati in casa per rubare. Ma il DNA recuperato dal morso dice altro. Dice che almeno una delle persone entrate in contatto violento con Sherri era una donna. Dice che la vecchia ricostruzione non regge. Dice che, forse, la risposta era sempre stata molto più vicina alla vita privata della vittima di quanto gli investigatori avessero voluto ammettere.
Il profilo genetico viene inserito nel database, ma non emerge alcuna corrispondenza con soggetti già registrati. Senza un nome a cui collegarlo, il caso viene nuovamente archiviato. È una svolta enorme, ma ancora incompleta. La verità è più vicina, ma resta senza volto. Dovranno passare altri anni prima che qualcuno riprenda quel fascicolo, rilegga le prime indagini con occhi diversi e si accorga che una sospettata c’era sempre stata.
Nel 2007, a ventuno anni dall’omicidio di Sherri Rasmussen, il Dipartimento di polizia di Los Angeles attraversa una fase di riorganizzazione interna. Alcuni detective sono andati in pensione, altri sono subentrati, e diversi fascicoli relativi a casi irrisolti vengono spostati e restituiti alle divisioni d’origine. Tra questi c’è anche il caso Rasmussen, che torna alla divisione di Van Nuys, il quartiere in cui Sherri era stata uccisa nel 1986.
La svolta arriva all’inizio del 2009, quando il detective Jim Nuttall riprende ufficialmente in mano il caso. Rilegge la teoria originaria, quella della rapina commessa da due uomini latini, ma qualcosa non lo convince. Quella ricostruzione appare fragile, soprattutto alla luce delle analisi effettuate nel 2004: il DNA trovato sul corpo di Sherri, nel segno del morso, appartiene a una donna. È un dato scientifico che rende la vecchia pista non soltanto debole, ma difficilmente sostenibile.
Nuttall decide quindi di riesaminare gli atti alla ricerca di possibili sospettate. Individua cinque nomi, tra cui quello di un’infermiera che lavorava nello stesso reparto di Sherri e che, secondo alcune informazioni, poteva essere risentita per una mancata promozione. Una dopo l’altra, però, le altre piste vengono escluse grazie a verifiche sul DNA o ad altri riscontri circostanziali. Alla fine, tra quei nomi, ne rimane uno solo davvero significativo: Stephanie Lazarus.
La sua posizione è delicatissima. Stephanie non è una cittadina qualunque da convocare e interrogare. È una collega, una detective della LAPD, una donna che ha costruito per anni la propria carriera nello stesso sistema chiamato ora a indagare su di lei. Eppure, gli elementi contro di lei iniziano a comporsi in modo sempre più chiaro: aveva un movente legato alla gelosia, conosceva John, aveva minacciato e perseguitato Sherri, possedeva la formazione necessaria per costruire una scena del crimine fuorviante e, lavorando nella polizia, poteva conoscere procedure, limiti e debolezze delle indagini.
C’è anche un altro dettaglio importante: l’arma compatibile con l’omicidio. Sherri era stata uccisa con colpi compatibili con una calibro 38, e la pistola di riserva in dotazione agli agenti della LAPD per il porto fuori servizio risultava compatibile con quel tipo di arma. Tutto questo non basta ancora per un arresto, ma basta per trasformare Stephanie nella sospettata principale. Nuttall capisce però che non può muoversi come in un’indagine ordinaria. Se il sospetto riguarda una collega, ogni passo falso può far circolare la voce, compromettere l’indagine e permettere a Stephanie di proteggersi.
Per questo decide di non informare subito i colleghi della divisione di Van Nuys. Si rivolge invece a un superiore di fiducia, che ordina di mantenere tutto riservato. Quattro mesi più tardi, nel maggio 2009, i sospetti sono ormai abbastanza concreti da arrivare ai vertici della polizia di Los Angeles. Viene autorizzata un’indagine interna estremamente discreta, affidata a detective esperti e condotta nel massimo silenzio possibile, evitando di coinvolgere chi potrebbe essere vicino a Stephanie, incluso suo marito, anche lui poliziotto.
Gli investigatori incaricati di approfondire la posizione di Stephanie Lazarus iniziano a ricostruire il caso con una domanda precisa: se l’autrice dell’omicidio fosse stata davvero una poliziotta, quali accorgimenti avrebbe potuto adottare? Conoscendo le procedure investigative, avrebbe potuto evitare di lasciare impronte evidenti, costruire una scena del crimine simile a una rapina, scegliere un momento in cui non era in servizio e fuggire senza attirare subito l’attenzione. Il giorno dell’omicidio di Sherri Rasmussen, infatti, Stephanie non era di turno.
Anche la dinamica della fuga viene riletta in questa prospettiva. L’assassino sembra essere entrato dal garage, passando dalla porta interna, e dopo il delitto si sarebbe allontanato con la BMW di Sherri. Una scelta che, nel contesto della falsa rapina, poteva apparire coerente. Ma se a uccidere fosse stata una persona legata emotivamente alla vittima e al marito, la sottrazione dell’auto regalata da John assumeva un significato diverso, molto più personale. Ancora una volta, ciò che era stato letto come un dettaglio da furto poteva essere interpretato come un gesto simbolico.
L’indagine su Stephanie viene portata avanti a porte chiuse. I detective parlano tra loro con estrema cautela, evitano ambienti affollati, riducono al minimo le tracce scritte e cercano di non far trapelare nulla. È una situazione quasi surreale: stanno indagando su una collega, una detective rispettata, una donna che per anni ha lavorato nello stesso dipartimento, mentre il caso che potrebbe incastrarla è rimasto irrisolto per oltre due decenni.
Poi emerge un elemento rilevante. Consultando il registro statale delle armi, gli investigatori scoprono che il 9 marzo 1986, appena tredici giorni dopo l’omicidio di Sherri, Stephanie aveva denunciato alla polizia di Santa Monica un furto dalla propria auto. Tra gli oggetti indicati come rubati c’erano una borsa da palestra blu, alcuni effetti personali e una pistola calibro 38 a cinque colpi. Un’arma compatibile con quella usata contro Sherri.
Quel furto denunciato così poco tempo dopo il delitto assume un peso enorme. Agli occhi degli investigatori appare come un possibile tentativo di depistaggio: dichiarare la sparizione dell’arma avrebbe potuto fornire una spiegazione preventiva qualora, in futuro, qualcuno avesse cercato di collegarla ai colpi sparati a Sherri. Non è ancora la prova definitiva, ma è un tassello che si incastra perfettamente nella nuova lettura del caso.
A questo punto, per procedere, serve il DNA di Stephanie. Chiederle direttamente un campione sarebbe impossibile senza metterla in allarme. Così i detective decidono di ottenerlo in modo indiretto. La seguono mentre si trova in un centro commerciale con la figlia e, dopo che Stephanie beve da un bicchiere e lo getta in un cestino, gli agenti lo recuperano. Quarantotto ore dopo arriva il risultato: il profilo genetico ricavato dal bicchiere coincide con quello trovato nel morso sul braccio di Sherri. Dopo ventitré anni, la donna rimasta ai margini dell’indagine fin dall’inizio ha finalmente un collegamento scientifico diretto con la scena del crimine.
Dopo il risultato del DNA, gli investigatori hanno ormai un elemento decisivo: il profilo genetico di Stephanie Lazarus coincide con quello del morso lasciato sul corpo di Sherri Rasmussen. Resta però un passaggio fondamentale: interrogarla senza darle il tempo di prepararsi, senza permetterle di capire subito di essere la sospettata principale e, soprattutto, senza correre rischi. Stephanie è una detective della LAPD, conosce le procedure, sa come comportarsi durante un interrogatorio e, soprattutto, porta abitualmente un’arma.
Il 5 giugno 2009, Stephanie si presenta al lavoro come in un giorno qualsiasi. Il detective Dan Jaramillo si avvicina alla sua scrivania e le chiede aiuto per un arresto effettuato quella mattina. Le racconta che, nella stanza degli interrogatori, si trova un uomo che sostiene di avere informazioni su un furto d’arte, proprio uno dei casi di cui lei si sta occupando. Stephanie accetta di collaborare. Scende con i colleghi, parla del più e del meno, non sembra sospettare che in realtà sia stata attirata lì per un altro motivo.
La scelta del luogo non è casuale. Le sale interrogatori rappresentano uno dei pochi ambienti in cui anche gli agenti devono consegnare l’arma prima di entrare. È una prassi, ma in questo caso diventa anche una misura di sicurezza. Stephanie consegna la pistola, entra nella stanza, e solo allora si ritrova davanti a una situazione diversa da quella che le era stata prospettata. Non c’è nessun informatore legato al furto d’arte. Ci sono invece colleghi pronti a parlarle di un caso molto più lontano nel tempo: l’omicidio di Sherri Rasmussen.
All’inizio l’approccio è graduale. Le viene detto che stanno lavorando su un fascicolo in cui compare anche il suo nome. Poi arriva la prima domanda: conosce John Ruetten? Stephanie risponde di sì, ma minimizza subito. Dice che sono andati a scuola insieme, molti anni prima, e chiede il motivo di quelle domande. Dai suoi occhi, però, sembra emergere la consapevolezza che il discorso stia prendendo una direzione pericolosa.
I detective insistono. Le chiedono che tipo di rapporto avesse con John, se fossero amici, se ci fosse stata una relazione. Stephanie ammette che erano usciti insieme, ma colloca tutto in un passato lontanissimo, quasi irrilevante. Quando le domande si spostano su Sherri, il suo atteggiamento diventa ancora più evasivo. Dice di non ricordare bene, di non sapere con precisione che lavoro facesse, forse infermiera, forse no. Ogni risposta sembra costruita per prendere distanza, per ridurre il legame, per trasformare una vicenda centrale della sua vita in un ricordo confuso.
Con il passare dei minuti, però, i detective restringono il campo. Le chiedono se sapesse che Sherri era stata uccisa. Lei risponde di sì, di averlo visto su un documento al lavoro. Poi emergono altri elementi: la possibilità che fosse stata con John anche durante il periodo del matrimonio, la possibilità che avesse incontrato Sherri, la possibilità che tra loro ci fossero state discussioni proprio a causa di John. Stephanie rimane vaga, ripete che è passato troppo tempo, che non ricorda, che forse aveva alzato la voce perché talvolta le capitava, ma senza ammettere nulla di sostanziale.
A un certo punto, però, il tono cambia. La cordialità iniziale lascia spazio al nervosismo. Stephanie capisce di essere sotto pressione e inizia a irrigidirsi. Quando le viene chiesto se sia disposta a fornire un campione di DNA, decide di chiamare un avvocato. Si alza, dice di essere scioccata, di non riuscire a credere a ciò che sta accadendo, e tenta di andarsene. Ma fuori dalla stanza un altro collega la riporta dentro. Dopo la lettura dei suoi diritti, Stephanie Lazarus viene arrestata per l’omicidio di Sherri Rasmussen.
Dopo l’arresto, Stephanie Lazarus si dichiara non colpevole dell’accusa di omicidio di primo grado. Rimane in custodia cautelare, non riuscendo a pagare la cauzione fissata a 10 milioni di dollari. Il suo processo inizia il 6 febbraio 2012, quasi ventisei anni dopo la morte di Sherri Rasmussen. In aula, il tempo trascorso diventa una presenza costante: quasi tre decenni di attesa, di errori, di piste ignorate, di una famiglia costretta a convivere con domande rimaste senza risposta.
I pubblici ministeri ricostruiscono il caso sottolineando la gravità della condotta attribuita a Stephanie. Secondo l’accusa, Lazarus avrebbe sfruttato la propria formazione e l’esperienza maturata come agente di polizia per commettere l’omicidio e cercare di occultarne le tracce. Avrebbe saputo come inscenare un furto, come evitare di lasciare impronte evidenti, come muoversi all’interno di una scena del crimine rendendola compatibile con un’aggressione casuale. Ma non avrebbe potuto prevedere ciò che nel 1986 era ancora agli inizi: il futuro sviluppo delle tecniche di analisi del DNA. Il punto centrale dell’accusa è proprio il morso sull’avambraccio di Sherri.
La difesa prova a smontare questo elemento attaccando la catena di custodia dei reperti. L’avvocato di Stephanie sostiene che i tamponi del morso potrebbero essere stati contaminati o manomessi nel corso degli anni. Mostra alla giuria la busta in cui la prova era stata conservata, evidenziando che il contenitore si era deteriorato con il tempo. Il messaggio è chiaro: una prova rimasta archiviata per così tanto, passata attraverso mani e uffici diversi, non può essere considerata inattaccabile.
L’accusa, però, replica sottolineando che i reperti erano stati raccolti, conservati e analizzati in momenti diversi, rendendo estremamente improbabile un’alterazione intenzionale capace di produrre proprio quel risultato. A rafforzare il quadro arrivano anche testimonianze sul comportamento di Stephanie negli anni Ottanta. Una sua ex coinquilina, che viveva con lei all’epoca del matrimonio di John e Sherri e frequentava con lei l’accademia di polizia, racconta che poco prima delle nozze Stephanie l’aveva svegliata nel cuore della notte, sconvolta dall’idea che John stesse per sposarsi.
Un altro agente testimonia che, nei mesi precedenti all’omicidio, Stephanie gli aveva mostrato strumenti per scassinare serrature. A questo si aggiunge un dettaglio emerso dai suoi diari: al loro interno vengono trovati annotati i titoli di due manuali su come forzare le serrature. È un elemento significativo, perché sulla porta dell’abitazione di Sherri non erano stati trovati segni evidenti di effrazione. In aula, ogni tassello sembra ricomporsi attorno alla stessa immagine: non una rapina casuale, ma un delitto pianificato da una persona che conosceva la vittima, il marito e le procedure investigative.
Durante il processo, anche John Ruetten viene chiamato a testimoniare. Davanti alla corte afferma di non aver mai immaginato che Stephanie Lazarus potesse arrivare a uccidere Sherri. Descrive il rapporto con lei come “un’amicizia con episodi di intimità occasionale” e precisa di non averle mai fatto promesse. È una definizione fredda, distante, che ridimensiona il legame agli occhi della giuria, ma che lascia comunque emergere l’ambiguità di una relazione protratta per anni, mai davvero chiarita fino in fondo e diventata, per Stephanie, una forma di ossessione.
In aula viene letta anche una lettera che Stephanie aveva scritto alla madre di John prima del matrimonio con Sherri. Il dettaglio è importante perché Stephanie, negli anni precedenti, era stata introdotta nella famiglia Ruetten e aveva costruito un rapporto anche con i genitori di lui. In quella lettera, Stephanie scriveva di essere ancora profondamente innamorata di John, di non riuscire ad accettare la sua decisione di sposarsi e di essere stata distrutta da ciò che era accaduto nell’anno precedente. Parole che, rilette alla luce dell’omicidio, assumono un peso diverso e confermano quanto la decisione di John avesse inciso sul suo stato emotivo.
L’8 marzo 2012, dopo quasi tre settimane di dibattimento e due giorni di camera di consiglio, la giuria emette il verdetto: colpevole. Stephanie Lazarus viene ritenuta responsabile dell’omicidio di primo grado di Sherri Rasmussen. La giuria stabilisce inoltre che, nel commettere il delitto, ha utilizzato un’arma da fuoco in modo illecito. Per la famiglia Rasmussen è un momento atteso per ventisei anni, ma non può essere definito una vera chiusura. Nessun verdetto restituisce una figlia, una sorella, una moglie uccisa a ventinove anni nella propria casa.
L’11 maggio 2012, il giudice Robert Perry pronuncia la sentenza. Stephanie viene condannata a una pena che va dai 27 anni all’ergastolo. La condanna prevede teoricamente la possibilità di accedere alla libertà condizionale dopo 16 anni e 8 mesi, ma il procuratore distrettuale sottolinea che, alla luce delle circostanze del caso, è probabile che Lazarus resti in carcere per il resto della vita.
La sentenza provoca una reazione profonda anche all’interno della comunità e della polizia di Los Angeles. Non si tratta soltanto della condanna di una singola persona per un omicidio. Si tratta della condanna di una detective della LAPD, una donna che per anni aveva lavorato dentro il sistema che avrebbe dovuto individuare la responsabile del delitto. Il sindacato degli agenti diffonde un comunicato in cui esprime la speranza che il caso non comprometta la reputazione dei tanti poliziotti che svolgono il proprio lavoro con dedizione. Il capo della polizia, Charlie Beck, parla invece di una doppia ferita: da un lato la perdita subita dalla famiglia di Sherri, dall’altro il senso di tradimento vissuto dal dipartimento sapendo che una propria agente aveva commesso un crimine così grave.
Dopo la condanna di Stephanie Lazarus, il caso non smette di sollevare interrogativi. La domanda più pesante riguarda ciò che non è stato fatto nel 1986. Perché una pista così evidente non venne approfondita? Perché una donna che aveva avuto un rapporto ambiguo con John, che aveva perseguitato Sherri, che le aveva rivolto frasi minacciose e che lavorava nella LAPD, non fu interrogata subito? Perché il caso venne indirizzato con tanta rapidità verso l’ipotesi di una rapina, nonostante gli elementi che sembravano suggerire un movente personale?
La famiglia Rasmussen solleva accuse forti sul possibile insabbiamento da parte della polizia di Los Angeles. Presenta un reclamo interno e avvia anche una causa civile, ma questa viene respinta a causa dei termini di prescrizione, essendo stata presentata dodici anni dopo i fatti contestati. Anche l’indagine interna annunciata dal dipartimento non porta a risultati concreti. La portavoce della polizia di Los Angeles, Mary Grady, dichiara che il dipartimento ha avviato un’analisi per capire perché, all’epoca, gli investigatori non avessero preso seriamente in considerazione Stephanie come sospettata. Ma per la famiglia di Sherri, le risposte non arrivano mai davvero.
Nel 2016, i Rasmussen intraprendono un’ulteriore azione civile per morte ingiusta direttamente contro Stephanie Lazarus. Questa volta ottengono un risarcimento di 10 milioni di dollari. È un riconoscimento importante sul piano giudiziario, ma non cancella l’amarezza per i decenni trascorsi senza verità. Per anni, Sherri era stata presentata come la vittima di una rapina casuale. Per anni, la sua famiglia aveva indicato una possibile responsabile senza essere ascoltata. E per anni, Stephanie aveva continuato a vivere, lavorare e fare carriera nello stesso dipartimento che avrebbe dovuto indagare su di lei.
Sul piano penale, dopo la condanna, Stephanie tenta di ribaltare il verdetto presentando ricorso. L’appello viene però respinto e la condanna resta confermata. Il caso sembra aver trovato finalmente un punto fermo, ma la storia giudiziaria non è ancora conclusa. Nel 2023, infatti, la posizione di Lazarus viene riesaminata dalla commissione per la libertà condizionale grazie a una nuova normativa della California che consente una revisione anticipata per chi ha commesso il reato prima dei ventisei anni. Stephanie aveva venticinque anni al momento dell’omicidio.
Nel 2024 si apre così una nuova fase. Per la prima volta dopo anni di negazioni, Stephanie ammette la propria responsabilità. Questa ammissione, però, viene accolta con prudenza e sospetto da molti osservatori e dalla famiglia di Sherri, perché arriva in un momento in cui può aumentare le possibilità di ottenere la libertà condizionale. In una prima fase, nonostante l’opposizione dei familiari e dei sostenitori di Sherri, la libertà condizionale le viene concessa, provocando indignazione e dolore. Prima che la decisione diventi definitiva, però, il governatore Gavin Newsom interviene chiedendo che il caso venga riesaminato dall’intero consiglio per la libertà vigilata.
Durante la successiva udienza, numerosi oppositori chiedono che Stephanie resti in carcere. Viene presentato anche un messaggio registrato anni prima dal padre di Sherri, in cui descrive il dolore per la perdita della figlia e la brutalità dell’omicidio. Stephanie, in quella sede, non entra nei dettagli del crimine e non esprime un rimorso diretto verso i familiari presenti. Dopo circa venticinque minuti di deliberazione, i commissari comunicano una decisione unanime: la libertà condizionale viene revocata. Stephanie Lazarus resta in carcere, anche se è probabile che in futuro possa presentare nuove richieste, costringendo ancora una volta la famiglia Rasmussen a rivivere il dolore di questa vicenda.