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Il 3 dicembre 1999, all’interno di uno degli edifici più esclusivi del Principato di Monaco, un incendio trasforma quello che sembrava un semplice incidente domestico in uno dei casi giudiziari più controversi degli ultimi decenni. Nella sua abitazione di lusso all’interno del complesso La Belle Époque di Monte Carlo, il miliardario Edmond Safra perde la vita insieme alla sua infermiera personale Vivian Torrente, mentre il suo assistente sanitario Ted Maher diventa il protagonista di una vicenda fatta di contraddizioni, sospetti e versioni completamente opposte.
Una storia che sembra uscita da un film di spionaggio: un appartamento blindato, presunti aggressori misteriosi, un incendio nella notte e una serie di interrogativi che hanno alimentato per anni ipotesi alternative e teorie internazionali. Al centro del caso non c’è soltanto la morte di uno degli uomini più ricchi e influenti del mondo, ma anche il lungo percorso di un uomo che, dopo essere stato condannato per quella tragedia, tornerà nuovamente al centro delle cronache giudiziarie.
Perché la vicenda di Ted Maher ed Edmond Safra non termina con la sentenza del tribunale di Monaco. Negli anni successivi emergeranno nuove accuse, nuovi sospetti e un’altra donna destinata a entrare nella sua storia: la dottoressa Kim Lark.
Prima di arrivare ai nuovi sviluppi della vicenda, è necessario ripercorrere brevemente gli eventi che hanno portato Ted Maher sul banco degli imputati.
Nelle prime ore del mattino del 3 dicembre 1999, un incendio divampa nell’attico di Edmond Safra, situato nel prestigioso complesso residenziale Belle Époque, a Monte Carlo. In pochi minuti quella che inizialmente appare come una normale emergenza domestica si trasforma in una situazione estremamente complessa.
Secondo il racconto fornito da Ted Maher, all’interno dell’edificio si sarebbero introdotti due uomini armati e incappucciati, intenzionati ad aggredire il miliardario. Convinti di essere in pericolo, Edmond Safra e Vivian Torrente si rifugiano nella panic room, una stanza blindata progettata proprio per proteggere gli occupanti in caso di minacce esterne. Ma quella decisione si rivelerà fatale.
Quando i vigili del fuoco riescono finalmente ad accedere alla stanza, trovano Edmond e Vivian già privi di vita. La causa della morte viene individuata nell’asfissia da monossido di carbonio provocata dall’incendio.
Da quel momento iniziano le domande. Perché un uomo con un sistema di sicurezza così sofisticato si sarebbe trovato senza protezione? Chi erano davvero gli aggressori descritti da Ted? E soprattutto: l’incendio era davvero il risultato di un attacco esterno oppure faceva parte di un piano completamente diverso?
Le indagini porteranno gli investigatori verso una conclusione precisa: secondo l’accusa, non esistevano sicari, non c’erano intrusi e non c’era alcun complotto internazionale. Dietro quella notte ci sarebbe stata soltanto una messinscena costruita da Ted Maher, destinata a trasformarsi in una tragedia irreversibile.
Ma prima di arrivare al processo, per anni l’opinione pubblica guarderà anche ad altre possibilità. Perché Edmond Safra non era una persona qualunque: era un banchiere di fama mondiale, un uomo con interessi economici enormi e con collegamenti che attraversavano il mondo finanziario internazionale.
Ed è proprio questo il motivo per cui, subito dopo la sua morte, iniziano a circolare alcune delle teorie più controverse.
Tra le numerose ipotesi emerse dopo la morte di Edmond Safra, una delle più discusse riguarda un possibile collegamento con la Russia. Una teoria che, nel corso degli anni, ha attirato l’attenzione dei media internazionali perché si intreccia con un periodo storico estremamente delicato: quello della trasformazione economica della Russia dopo il crollo dell’Unione Sovietica.
Per comprendere questa pista, però, bisogna fare un passo indietro.
Dopo la dissoluzione dell’URSS, avvenuta nel 1991, la Federazione Russa attraversa una fase di profondi cambiamenti politici ed economici. Il Paese passa rapidamente da un sistema basato sul controllo statale dell’economia a un modello di privatizzazioni su larga scala, ma questo processo avviene in un contesto caratterizzato da assenza di regole consolidate, istituzioni fragili e controlli spesso insufficienti.
Moltissime aziende precedentemente appartenute allo Stato vengono vendute a privati, spesso a valori molto inferiori rispetto al loro reale potenziale economico. In questo scenario emergono gli oligarchi russi, uomini d’affari capaci di accumulare enormi patrimoni attraverso l’acquisizione di aziende strategiche nei settori più importanti del Paese: energia, metallurgia, telecomunicazioni, banche e risorse naturali.
Il loro potere, però, non si limita alla dimensione economica. Grazie a rapporti stretti con il mondo politico e con le istituzioni statali, alcuni oligarchi diventano figure in grado di esercitare una forte influenza sugli equilibri del Paese.
In quegli anni, inoltre, numerose ricostruzioni giornalistiche e inchieste giudiziarie evidenziano come, in alcuni casi, il confine tra grandi interessi finanziari, politica e criminalità organizzata fosse estremamente sottile. La Russia post-sovietica diventa quindi un ambiente complesso, dove enormi opportunità economiche convivono con situazioni poco trasparenti.
È proprio in questo contesto che entrano in scena alcuni investitori occidentali interessati al potenziale del mercato russo. Tra questi c’è Bill Browder, finanziere statunitense destinato a diventare uno dei più importanti investitori stranieri nel Paese e una figura fondamentale nella storia legata a Edmond Safra.
Nel 1996, Browder fonda il fondo d’investimento Hermitage Capital Management, un progetto che nasce anche grazie al sostegno di Safra. Il banchiere diventa infatti cofondatore dell’iniziativa e, attraverso la sua banca, mette a disposizione un capitale iniziale di circa 25 milioni di dollari.
L’unione tra la reputazione internazionale di Edmond Safra e l’esperienza di Browder nei mercati russi permette a Hermitage Capital di crescere rapidamente, fino a diventare il più grande fondo straniero operante in Russia, arrivando a gestire, nel periodo di massima espansione, circa 4,5 miliardi di dollari.
La strategia del fondo è particolarmente innovativa per quel mercato.
In quegli anni, molte aziende russe vengono privatizzate a prezzi estremamente bassi rispetto al loro valore potenziale. Browder individua questa opportunità e decide di acquistare piccole quote di grandi società, diventandone azionista senza acquisirne il controllo totale. L’idea è semplice: investire oggi in aziende sottovalutate, aspettando che il loro valore aumenti nel tempo.
Ma Hermitage Capital non si limita a comprare azioni. Il fondo inizia anche ad analizzare in profondità i bilanci delle società, individuando frodi, conflitti di interesse e operazioni poco trasparenti che, secondo il team di Browder, danneggiano gli azionisti. A quel punto il fondo sceglie una strada allora poco comune nel mercato russo: l’attivismo azionario.
Browder utilizza infatti il ruolo di azionista per denunciare pubblicamente irregolarità, coinvolgere la stampa internazionale, fare pressione sui dirigenti e chiedere maggiore trasparenza nella gestione delle aziende. Una strategia che produce risultati economici straordinari, ma che inevitabilmente porta Hermitage Capital a scontrarsi con interessi molto potenti.
Perché denunciare gli sprechi e le pratiche corruttive significa anche mettere in discussione il sistema attraverso cui alcuni uomini di potere avevano costruito la propria influenza.
Ed è proprio qui che nasce una delle domande alla base della cosiddetta pista russa: se Edmond Safra era vicino a Browder e aveva accesso a informazioni sensibili sul mondo finanziario russo, la sua morte potrebbe essere stata collegata a quegli interessi?
Non esistono prove che dimostrino questa teoria. Tuttavia, la posizione di Safra nel panorama internazionale e i suoi rapporti con ambienti economici complessi contribuiscono ad alimentare i sospetti.
Anche perché, negli anni precedenti alla sua morte, il banchiere si trova coinvolto in un altro scenario particolarmente delicato: quello dei movimenti di denaro sospetti provenienti dalla Russia.
La teoria di un possibile coinvolgimento russo nella morte di Edmond Safra trova ulteriore terreno fertile in un altro episodio che riguarda proprio il suo ruolo nel sistema bancario internazionale.
Nel 1998, infatti, la Russia viene travolta da una delle crisi finanziarie più gravi della sua storia recente. Il governo non riesce più a sostenere parte del proprio debito pubblico, il valore del rublo crolla drasticamente e l’intero sistema economico entra in una fase di profonda instabilità.
È proprio in quel periodo che iniziano a emergere con maggiore chiarezza numerosi movimenti di denaro considerati poco trasparenti. Ingenti somme di denaro escono ed entrano dal Paese attraverso percorsi difficili da ricostruire, alimentando il sospetto che alcune strutture del sistema bancario internazionale possano essere state utilizzate per riciclare denaro proveniente da attività illecite.
Tra gli istituti che iniziano ad approfondire queste operazioni c’è anche la Republic National Bank of New York, la banca fondata da Edmond Safra.
I dirigenti dell’istituto individuano infatti alcune transazioni anomale provenienti dalla Russia e decidono di segnalarle alle autorità statunitensi. Safra, in particolare, sceglie di collaborare con l’FBI, contribuendo all’avvio di un’indagine destinata a portare alla luce un enorme scandalo finanziario legato al trasferimento illecito di miliardi di dollari.
Dopo queste vicende, la banca riduce in maniera significativa la propria esposizione verso il mercato russo, arrivando a diminuire gli interessi economici in quel settore di circa il 40%, mentre Safra avvia anche le trattative per la vendita della Republic National Bank.
Per questo motivo, secondo alcuni osservatori, Edmond Safra avrebbe potuto avere numerosi nemici potenti.
La sua morte, quindi, viene letta da una parte dell’opinione pubblica non soltanto come una tragedia privata, ma come un possibile evento collegato a interessi economici e geopolitici molto più grandi.
A rafforzare questa visione contribuiscono anche alcune dichiarazioni rilasciate da Henry Kissinger, ex Segretario di Stato americano, consigliere per la sicurezza nazionale durante le presidenze Nixon e Ford e soprattutto amico personale di Edmond e Lily Safra.
Pur non partecipando in alcun modo alle indagini ufficiali, Kissinger commenta pubblicamente la possibilità che dietro la morte del banchiere possa esserci stato un omicidio organizzato.
Secondo il suo ragionamento, se davvero Safra fosse stato assassinato, difficilmente si sarebbe trattato dell’azione isolata di un singolo individuo. Un’operazione di quel livello avrebbe richiesto risorse, coperture e capacità operative internazionali.
Naturalmente, anche queste dichiarazioni non rappresentano una prova di un complotto. Nessuna indagine ha mai dimostrato un collegamento diretto tra la morte di Safra e ambienti russi. Tuttavia, nel corso degli anni, una serie di eventi successivi ha contribuito ad alimentare ulteriormente questa narrativa.
Uno di questi riguarda ancora una volta Bill Browder.
Nel 2005, alle autorità russe impediscono a Browder di rientrare nel Paese. Il finanziere viene bloccato alla frontiera e dichiarato una minaccia per la sicurezza nazionale.
Due anni più tardi, nel 2007, accade un episodio ancora più significativo: le autorità russe effettuano delle perquisizioni negli uffici di Hermitage Capital e nello studio legale che collaborava con il fondo, sequestrando documenti, timbri e sigilli societari.
Da queste vicende nascerà quello che diventerà noto come il caso Magnitsky.
Sergei Magnitsky, consulente fiscale e legale di Hermitage Capital, viene arrestato in Russia con l’accusa di evasione fiscale. Durante la detenzione, però, muore nel carcere di Mosca in circostanze giudicate estremamente controverse.
Per Browder quella vicenda diventa una vera e propria battaglia personale e politica. Negli anni successivi promuove una campagna internazionale affinché vengano introdotte sanzioni contro i funzionari russi ritenuti responsabili della morte di Magnitsky.
Una posizione che lo rende uno dei principali oppositori del governo russo.
Tutto questo, però, non dimostra che la Russia abbia avuto un ruolo nella morte di Edmond Safra. Non esistono prove giudiziarie concrete che colleghino l’incendio di Monaco a questi eventi.
Eppure, nell’immaginario collettivo, il susseguirsi di episodi controversi legati a Safra, Browder e alla Russia contribuisce a consolidare l’idea che dietro quella notte possa esserci stato qualcosa di più complesso rispetto alla versione ufficiale.
A questa serie di sospetti si aggiunge poi un altro elemento: la vendita di una delle proprietà più prestigiose appartenute alla famiglia Safra.
Dopo la morte del marito, Lily Safra decide infatti di mettere sul mercato Villa Leopolda, una delle residenze private più celebri della Costa Azzurra.
L’acquirente sembra essere un nome destinato ad alimentare ulteriori speculazioni: l’oligarca russo Mikhail Prokhorov.
La trattativa avrebbe avuto un valore enorme, stimato intorno ai 370 milioni di euro, ma l’accordo alla fine non viene completato. Prokhorov rinuncia all’acquisto e Lily Safra trattiene la caparra, una cifra stimata tra i 39 e i 50 milioni di euro.
Ed è proprio questa somma a generare nuove teorie.
Alcuni iniziano a chiedersi se quella caparra possa essere stata qualcosa di diverso da una semplice conseguenza di una trattativa immobiliare fallita. Nasce così l’ipotesi secondo cui quella cifra potrebbe rappresentare un pagamento occulto, un modo per trasferire denaro senza attirare sospetti.
Da questa interpretazione nasce una delle teorie più controverse dell’intero caso: la cosiddetta pista Lily.
Tra tutte le teorie nate attorno alla morte di Edmond Safra, quella che coinvolge direttamente sua moglie Lily Safra è probabilmente una delle più controverse e delicate.
A differenza della cosiddetta pista russa, questa ipotesi non nasce principalmente dagli interessi economici del banchiere, ma dalla figura stessa di Lily e dalla percezione che, negli anni, si è costruita attorno alla sua storia personale.
Dopo la morte di Edmond, infatti, Lily diventa la principale beneficiaria di una parte consistente del suo immenso patrimonio. Questo elemento, unito al suo passato sentimentale e alle vicende legate ai suoi precedenti matrimoni, porta alcune persone a sviluppare una narrazione estremamente sospettosa nei suoi confronti.
Una narrazione secondo cui Lily sarebbe stata una donna capace di muoversi tra gli ambienti più ricchi e potenti del mondo, accumulando fortune attraverso le eredità dei propri mariti. Da qui nasce un’immagine completamente diversa rispetto a quella della filantropa conosciuta nell’alta società internazionale: quella della cosiddetta “vedova nera”.
È importante però chiarire un punto fondamentale: non esiste alcuna prova giudiziaria che colleghi Lily Safra all’incendio della Belle Époque o alla morte del marito. La cosiddetta pista Lily non rappresenta una ricostruzione processuale, ma una serie di supposizioni nate principalmente dall’interpretazione di alcuni eventi della sua vita privata.
Per comprendere perché questa teoria abbia preso piede, bisogna però tornare indietro nel tempo e ripercorrere la storia di Lily Safra.
Lily nasce in una famiglia benestante, ma non appartenente ai vertici dell’aristocrazia economica mondiale. La sua ascesa nel mondo dell’élite internazionale inizia molto giovane.
A soli 17 anni sposa il suo primo marito, Mário Cohen, un imprenditore argentino legato all’industria tessile.
Dal matrimonio nascono tre figli e, grazie a questa relazione, Lily entra progressivamente in un ambiente economico più prestigioso. Il matrimonio però termina all’inizio degli anni Sessanta, proprio nel periodo in cui nella sua vita compare una nuova figura destinata a cambiare radicalmente il suo destino.
Si tratta di Alfredo Monteverde, un imprenditore brasiliano arrivato in Brasile dopo essere fuggito dall’Europa nel 1939. Nel dopoguerra Monteverde costruisce una grande fortuna fondando Ponto Frio, una delle più importanti catene brasiliane di elettrodomestici.
I due si sposano nel 1965 e, attraverso questa unione, Lily entra definitivamente nel mondo della grande imprenditoria brasiliana. Non acquisisce soltanto un nuovo status sociale, ma diventa parte integrante di una delle famiglie economicamente più influenti del Paese.
Quattro anni più tardi, però, anche questo matrimonio termina nel modo più drammatico possibile. Nel 1969, Alfredo Monteverde viene trovato morto nella sua abitazione con due colpi d’arma da fuoco al petto. Le autorità brasiliane archiviano rapidamente il caso come suicidio, ma questa ricostruzione non convince tutti.
La famiglia Monteverde, in particolare la madre e la sorella dell’imprenditore, esprime immediatamente forti dubbi sulla versione ufficiale. Secondo loro, l’indagine sarebbe stata troppo rapida e non avrebbe approfondito alcuni elementi considerati sospetti.
Negli anni successivi diversi giornalisti tornano sul caso, analizzando alcune presunte anomalie. Una delle questioni più discusse riguarda l’assenza di residui di polvere da sparo sulle mani di Monteverde, un elemento che secondo alcuni sarebbe stato difficilmente compatibile con un suicidio tramite arma da fuoco.
Un altro aspetto controverso riguarda la gestione delle prove. Secondo alcune ricostruzioni, la pistola utilizzata e l’unico proiettile recuperato sulla scena sarebbero stati smarriti dalla polizia brasiliana in tempi estremamente rapidi, impedendo eventuali verifiche successive. Un dettaglio particolarmente problematico, considerando che il corpo presentava due ferite da arma da fuoco.
A tutto questo si aggiunge un ulteriore elemento: secondo alcune testimonianze, poche ore prima della morte Monteverde avrebbe incontrato proprio Lily, discutendo della possibilità di una separazione e delle conseguenze economiche di un eventuale divorzio.
Dopo la sua morte, Lily eredita una fortuna enorme: oltre 200 milioni di dollari. La madre e la sorella di Monteverde, invece, vengono escluse dal testamento, nonostante non risultassero, almeno pubblicamente, contrasti rilevanti con l’uomo.
Lily diventa quindi una donna ricchissima e finanziariamente indipendente. Ed è proprio in questo periodo che la sua strada si incrocia con quella di Edmond Safra.
Dopo la morte di Alfredo Monteverde, Lily Safra diventa una delle donne più ricche del Brasile e, proprio in questo periodo, incontra Edmond Safra.
Il loro rapporto nasce inizialmente in un contesto professionale. Edmond, infatti, è il banchiere incaricato di gestire il patrimonio che Lily ha ereditato dal secondo marito. Quella che inizialmente è una relazione tra cliente e consulente finanziario, però, si trasforma progressivamente in qualcosa di diverso.
Tra i due nasce un legame sentimentale e, nonostante le difficoltà, la relazione diventa sempre più forte. Il matrimonio tra Lily ed Edmond, però, non viene accolto favorevolmente da tutti.
All’interno della famiglia Safra, infatti, esistono forti resistenze nei confronti di Lily. I fratelli di Edmond non la considerano la moglie ideale per il banchiere: è già stata sposata, ha tre figli, non può garantire una discendenza diretta alla famiglia e porta con sé una storia personale che, agli occhi di alcuni parenti, appare troppo complessa e controversa.
Edmond inizialmente sembra lasciarsi condizionare da queste pressioni familiari e decide di interrompere la relazione. Ma Lily reagisce in un modo che, negli anni successivi, contribuirà ad alimentare ulteriormente i sospetti sulla sua figura.
Per cercare di far ingelosire Edmond, infatti, sposa Samuel Bendahan, un uomo d’affari marocchino-britannico molto più giovane di lei e con disponibilità economiche decisamente inferiori rispetto al patrimonio Safra. Il matrimonio, però, dura pochissimo: appena due settimane.
La scelta produce l’effetto opposto rispetto a quello che forse Lily aveva immaginato. Edmond si rende conto di essere ancora profondamente legato a lei e, secondo le ricostruzioni dell’epoca, la gelosia contribuisce al loro riavvicinamento.
Alla fine, i due decidono di sposarsi.
Negli anni successivi, tuttavia, anche il nome di Samuel Bendahan torna all’interno della storia. L’ex marito di Lily cita infatti in giudizio sia lei sia Edmond Safra, sostenendo che i due gli avrebbero promesso un accordo economico da 250.000 dollari che non sarebbe mai stato rispettato.
La causa viene respinta, ma l’episodio contribuisce a rafforzare, nell’opinione di alcuni osservatori, un’immagine negativa di Lily: quella di una donna considerata opportunista, interessata al denaro e disposta a tutto pur di entrare definitivamente nel mondo dell’élite economica internazionale.
Ed è proprio questa rappresentazione che, dopo la morte di Edmond, alimenterà la teoria più estrema nei suoi confronti.
Alcuni iniziano infatti a chiedersi: se Lily era la principale beneficiaria dell’eredità del marito, se aveva già ereditato grandi fortune in passato e se la sua storia personale era stata segnata da morti misteriose, poteva davvero essere coinvolta nella tragedia di Monaco? La risposta ufficiale delle indagini è sempre stata negativa.
Non esiste alcuna prova che colleghi Lily Safra all’incendio della Belle Époque o alla morte di Edmond. Nessun elemento raccolto dagli investigatori ha mai dimostrato un suo coinvolgimento diretto. Eppure, la teoria continua a circolare perché, oltre alla questione economica, alcuni iniziano a concentrarsi anche sul ruolo che Lily aveva assunto negli ultimi mesi di vita del marito.
Con il peggioramento delle condizioni di salute di Edmond, infatti, Lily diventa una figura centrale nella sua quotidianità. Il banchiere soffriva di una grave forma di morbo di Parkinson e, negli ultimi mesi, aveva bisogno di assistenza costante. Lily gestiva molti aspetti pratici della loro vita, compresi alcuni elementi legati all’organizzazione della sicurezza.
Ed è proprio il tema della sicurezza privata a diventare uno degli aspetti più discussi della cosiddetta pista Lily.
Secondo alcune testimonianze, nei mesi precedenti alla tragedia all’interno dello staff di sicurezza di Edmond ci sarebbero state tensioni e cambiamenti significativi.
Tra le fonti che hanno contribuito a diffondere questi elementi c’è anche la docuserie Netflix “Murder in Monaco”, nella quale compare un uomo identificato come Mr. X, il cui volto viene oscurato e la cui identità non viene resa pubblica.
L’uomo viene presentato come un ex responsabile della sicurezza di Edmond Safra.
Secondo il suo racconto, alcuni mesi prima dell’incendio Lily avrebbe deciso di ridimensionare il sistema di protezione del marito, sostenendo che Monaco fosse già un luogo sufficientemente sicuro e che non fosse necessario mantenere un numero così elevato di guardie.
Il personale sarebbe stato quindi distribuito tra Monaco e Villa Leopolda, la residenza della famiglia vicino a Nizza.
Sempre secondo Mr. X, lui avrebbe informato Edmond della situazione, ricevendo dal miliardario una risposta particolare: avrebbe dovuto fare ciò che riteneva necessario, ma senza informare Lily.
Poco tempo dopo, sempre secondo questa testimonianza, Mr. X sarebbe stato licenziato e sostituito da Samuel Cohen, una persona che lui descriveva come più vicina a Lily che a Edmond. Secondo questa versione, Cohen sarebbe stato un uomo completamente allineato alle decisioni della moglie del banchiere.
Tuttavia, anche in questo caso, è fondamentale sottolineare che si tratta soltanto di una testimonianza non verificata.
Non sappiamo chi sia realmente Mr. X, né possiamo stabilire con certezza se il suo racconto sia completamente attendibile o se possa essere influenzato da un possibile risentimento personale per essere stato sostituito. Resta però un fatto: quella notte alla Belle Époque non erano presenti le abituali guardie armate di Edmond Safra.
C’erano il portiere e una guardia non armata, ma il sistema di sicurezza più completo si trovava a Villa Leopolda. Una circostanza che, inevitabilmente, ha contribuito ad alimentare ulteriori domande.
Tra gli elementi che hanno alimentato maggiormente i sospetti nei confronti di Lily Safra c’è un dettaglio apparentemente semplice, ma che negli anni è stato interpretato da alcuni come una circostanza inquietante: lei è sopravvissuta.
La notte dell’incendio, infatti, Lily si trovava all’interno dell’attico della Belle Époque insieme al marito Edmond e all’infermiera Vivian Torrente. Eppure, mentre Edmond e Vivian morirono nella stanza blindata, Lily riuscì a uscire dall’appartamento e a salvarsi.
Per una parte dell’opinione pubblica questa differenza di destino è sembrata un elemento sospetto. Perché lei è riuscita a mettersi in salvo mentre suo marito, nonostante si trovasse in una stanza progettata proprio per proteggerlo, è morto?
La domanda ha contribuito a rafforzare alcune teorie alternative, ma anche in questo caso non esistono prove concrete che dimostrino un coinvolgimento di Lily.
Un altro elemento molto discusso riguarda un presunto sistema di sicurezza tra Edmond e Lily: un codice segreto che, secondo alcune ricostruzioni, avrebbe dovuto proteggere il banchiere proprio in situazioni di emergenza.
Questa teoria viene raccontata nella docuserie Netflix “Murder in Monaco”, un prodotto che però presenta una prospettiva molto orientata verso la posizione di Ted Maher e quindi verso la ricerca di possibili spiegazioni alternative alla condanna dell’infermiere.
A parlare di questo presunto codice è Lady Colin Campbell, conosciuta anche come Lady C.
Secondo il suo racconto, le informazioni sul funzionamento del sistema sarebbero arrivate da Joseph Safra, fratello di Edmond.
Un dettaglio che rende questa testimonianza particolarmente controversa è proprio il rapporto tra le persone coinvolte. Joseph Safra, infatti, non aveva mai accettato completamente il matrimonio del fratello con Lily e avrebbe avuto forti contrasti con lei, soprattutto per il ruolo che la donna aveva assunto all’interno della famiglia e per l’eredità che avrebbe ricevuto.
Anche Lady C, inoltre, aveva avuto in passato una disputa legale con Lily Safra dopo aver pubblicato una biografia non autorizzata della donna, un libro molto critico nei suoi confronti che aveva portato Lily ad accusarla di diffamazione.
Secondo questa versione, il codice funzionava attraverso un meccanismo apparentemente controintuitivo. In caso di emergenza, le parole pronunciate da Lily avrebbero avuto un significato opposto rispetto al loro senso letterale.
Se, per esempio, Lily avesse detto a Edmond di “uscire” dalla panic room, lui avrebbe dovuto interpretarlo come un segnale di pericolo e quindi sarebbe dovuto rimanere all’interno.
Al contrario, se lei gli avesse detto di “non uscire”, quello avrebbe rappresentato il segnale che la situazione era sicura e che poteva abbandonare la stanza.
L’obiettivo di questo sistema sarebbe stato quello di impedire che eventuali aggressori potessero costringere Lily, sotto minaccia, a dare al marito un ordine che lo avrebbe messo in pericolo.
In pratica, anche se una persona armata l’avesse obbligata a chiedere a Edmond di uscire dalla stanza, lui avrebbe dovuto comprendere il contrario e restare al sicuro.
Secondo questa teoria, però, Edmond sarebbe dovuto uscire dalla panic room soltanto dopo aver ricevuto un’indicazione da parte del personale di sicurezza, considerato più affidabile. E proprio qui nasce uno degli aspetti più controversi.
La notte dell’incendio, infatti, Lily racconta di aver contattato il marito attraverso l’interfono privato dell’appartamento, cercando di convincerlo a lasciare la stanza blindata.
Secondo il suo racconto, avrebbe insistito affinché Edmond uscisse e si mettesse in salvo. Ma se il presunto codice fosse realmente esistito, quella frase avrebbe potuto essere interpretata nel modo opposto.
Edmond avrebbe potuto pensare che il messaggio reale fosse quello di non uscire.
Naturalmente, tutto questo resta basato su un presupposto non dimostrato: nessuno ha mai confermato ufficialmente l’esistenza di questo codice, nemmeno gli uomini che facevano parte della sicurezza personale di Edmond Safra.
La stessa Lily, inoltre, racconta un altro dettaglio particolare di quella notte.
Secondo la sua testimonianza, poco dopo le telefonate con il marito, le pesanti persiane d’acciaio dell’appartamento avrebbero iniziato ad aprirsi automaticamente, ma soltanto parzialmente, fermandosi all’altezza della ringhiera. Sarebbe stato proprio grazie a quell’apertura incompleta che Lily sarebbe riuscita a raggiungere l’esterno e a salvarsi.
Tuttavia, anche questo episodio apre un ulteriore interrogativo tecnico.
In caso di incendio, infatti, il sistema avrebbe dovuto sollevare automaticamente tutte le persiane per facilitare l’evacuazione degli occupanti e permettere ai soccorritori di intervenire più facilmente. Questo non sarebbe avvenuto.
Il sistema avrebbe quindi presentato un malfunzionamento, aggiungendo un altro elemento di incertezza a una vicenda già estremamente complessa.
Più si analizzano i dettagli della notte del 3 dicembre 1999, più emergono domande senza una risposta definitiva.
Ma dopo aver esplorato tutte le piste alternative, dagli interessi internazionali alla figura di Lily Safra, il caso torna inevitabilmente al suo punto centrale: Ted Maher, l’uomo che quella notte era presente nell’attico e che sarebbe diventato l’unico vero imputato della tragedia.
Dopo anni di dubbi, ipotesi alternative e interrogativi irrisolti, il caso arriva finalmente davanti a un tribunale.
Nel novembre 2002, quasi tre anni dopo l’incendio della Belle Époque, si apre a Monaco il processo contro Ted Maher, in un clima di enorme attenzione mediatica.
L’infermiere americano è accusato di incendio doloso con esito mortale, simulazione di reato e falsa testimonianza.
Fin dall’inizio, la strategia della pubblica accusa appare molto chiara: non si tratta di un omicidio premeditato nel senso tradizionale del termine, ma di una situazione costruita da Ted attraverso una serie di scelte irresponsabili che avrebbero poi portato a una tragedia impossibile da controllare.
Il pubblico ministero di Monaco, Daniel Serdet, presenta infatti una ricostruzione precisa degli eventi. Secondo l’accusa, Ted Maher avrebbe creato una vera e propria messinscena, con l’obiettivo di apparire come l’eroe della situazione davanti al suo potente datore di lavoro.
L’idea alla base del piano sarebbe stata quella di inventare un falso attacco esterno: Ted avrebbe voluto creare un’emergenza, intervenire per salvare Edmond Safra e ottenere finalmente il riconoscimento e l’approvazione che desiderava. Ma quella che doveva essere una dimostrazione di coraggio sarebbe degenerata in una tragedia.
Secondo la ricostruzione dell’accusa, Ted avrebbe iniziato procurandosi da solo alcune ferite superficiali, con l’obiettivo di simulare una colluttazione con i presunti aggressori. Successivamente avrebbe appiccato volontariamente un incendio all’interno dell’attico, utilizzando un cestino dei rifiuti.
Poi avrebbe diffuso l’allarme raccontando la presenza di due intrusi armati e incappucciati all’interno del complesso residenziale.
La parte più grave, secondo la Procura, sarebbe arrivata dopo: Ted avrebbe mantenuto questa versione anche davanti ai soccorritori e alla polizia, contribuendo a ritardare le operazioni di salvataggio. Un ritardo che, secondo l’accusa, avrebbe avuto conseguenze fatali.
Edmond Safra e Vivian Torrente, infatti, erano ancora vivi all’interno della panic room quando i soccorsi sono arrivati, ma il tempo perso avrebbe impedito di salvarli.
Per quanto riguarda il possibile movente, la Procura esclude fin dall’inizio le teorie che avevano dominato il dibattito pubblico negli anni precedenti.
Nessun complotto internazionale. Nessun attacco legato agli interessi economici della banca di Safra. Nessuna vendetta collegata ai movimenti finanziari russi. Secondo l’accusa, la motivazione sarebbe stata molto più personale e psicologica. Ted Maher non avrebbe agito per denaro, ma per un bisogno profondo di riconoscimento e approvazione. L’obiettivo sarebbe stato quello di diventare indispensabile agli occhi di Edmond Safra, un uomo estremamente potente, ricco e rispettato.
Durante il processo viene quindi analizzata anche la personalità di Ted, attraverso la perizia della psichiatra Elisabeth de Franceschi. La specialista descrive Ted come un individuo complesso: un uomo ambizioso, competitivo e fortemente influenzato dalle dinamiche gerarchiche.
Non emerge un quadro di grave patologia psichiatrica, ma una personalità caratterizzata da un forte bisogno di approvazione, accompagnato da una marcata sensibilità al confronto e alla rivalità.
Un altro elemento affrontato durante il dibattimento riguarda la storia familiare di Ted.
Secondo le ricostruzioni, il padre biologico, dal quale era stato separato quando aveva soltanto tre anni, avrebbe trascorso circa trent’anni in un ospedale per veterani dopo una diagnosi di schizofrenia. Anche la nonna paterna avrebbe ricevuto la stessa diagnosi.
Questi elementi vengono analizzati come possibile indicazione di una ricorrenza di disturbi psichiatrici nella linea familiare. Ted, però, dichiara in aula di non essere mai stato a conoscenza di queste informazioni.
Anzi, afferma di essere rimasto turbato dalla scoperta e sostiene che, se avesse saputo prima alcuni dettagli sulla propria famiglia, forse avrebbe interpretato diversamente alcuni aspetti del proprio comportamento.
A sostenere la ricostruzione dell’accusa arrivano anche le testimonianze dei membri dello staff medico di Edmond Safra. Tra queste c’è quella di Sonia, la responsabile con cui Ted aveva avuto numerosi conflitti durante il periodo in cui lavorava per il miliardario.
La donna descrive Ted come un infermiere competente dal punto di vista professionale, ma con un atteggiamento spesso oppositivo e problematico. Secondo Sonia, infatti, tra i due esisteva una forte rivalità: Ted sarebbe stato convinto di poter prendere il suo posto e avrebbe cercato di affermarsi all’interno dell’ambiente lavorativo.
Per la Procura, tutti questi elementi contribuirebbero a delineare il profilo di un uomo disposto a costruire una situazione estrema pur di ottenere finalmente il ruolo che desiderava.
La difesa, però, sceglie una strada completamente diversa.
Gli avvocati di Ted non puntano sulle teorie del complotto e non cercano di dimostrare l’esistenza di sicari o organizzazioni internazionali. La loro linea è più semplice: anche ammettendo che Ted possa aver provocato l’incendio, non avrebbe mai avuto l’intenzione di uccidere nessuno.
Di fronte alla ricostruzione dell’accusa, la difesa di Ted Maher sceglie una strategia completamente diversa rispetto alle numerose teorie alternative che avevano circondato il caso negli anni precedenti.
Gli avvocati non cercano di dimostrare l’esistenza di sicari, complotti internazionali o regolamenti di conti legati agli interessi economici di Edmond Safra. La loro posizione è molto più precisa: anche qualora Ted avesse realmente appiccato l’incendio, non avrebbe mai avuto l’intenzione di causare la morte di nessuno.
Secondo la difesa, quindi, si sarebbe trattato di un comportamento estremamente irresponsabile e imprudente, ma non di un gesto volontariamente omicida.
L’obiettivo degli avvocati è quello di ridimensionare la responsabilità penale di Ted, cercando di trasformare l’accusa in un’ipotesi di omicidio colposo, ovvero una morte provocata senza una precisa volontà di uccidere. Questa linea viene sintetizzata in una frase pronunciata dall’avvocata Sandrine Setton, destinata a rimanere una delle dichiarazioni più ricordate del processo: “La stupidità è riprovevole, ma non è un reato.”
La difesa porta quindi in aula una serie di elementi che, secondo gli avvocati, dovrebbero mettere in dubbio la ricostruzione della Procura.
Uno dei punti principali riguarda le ferite riportate da Ted.
L’accusa sostiene che l’uomo se le sia procurate volontariamente per simulare un’aggressione da parte dei presunti intrusi. La difesa, però, contesta questa ricostruzione analizzando la posizione delle lesioni e sottolineando un dettaglio: Ted è mancino.
Secondo gli avvocati, la dinamica delle ferite non sarebbe compatibile con un atto di autolesionismo finalizzato a creare una falsa scena del crimine. Ma l’argomento più importante della difesa riguarda la morte di Edmond Safra e Vivian Torrente.
Secondo gli avvocati, infatti, il vero elemento determinante non sarebbe stato l’incendio in sé, ma la gestione dell’emergenza da parte delle autorità di Monaco.
La tesi è questa: anche ammesso che Ted abbia provocato il rogo, non sarebbe stato lui a causare direttamente la morte delle due vittime. A fare la differenza, secondo la difesa, sarebbero stati i ritardi nei soccorsi. Gli avvocati sostengono infatti che un intervento più rapido avrebbe potuto aumentare concretamente le possibilità di salvare Edmond e Vivian.
Durante il processo, le stesse autorità di Monaco riconoscono che un intervento più tempestivo avrebbe potuto modificare l’esito della tragedia.
Tuttavia, giustificano i tempi delle operazioni spiegando che la situazione era estremamente complessa e che la confusione generata dal racconto di Ted sugli aggressori avrebbe reso più difficile la gestione dell’emergenza.
La Procura, anzi, ribalta completamente questa argomentazione.
Secondo l’accusa, se i soccorsi non sono arrivati abbastanza rapidamente, la responsabilità sarebbe proprio di Ted, perché sarebbe stata la sua falsa narrazione sulla presenza di due criminali armati a creare il caos e a rallentare l’intervento.
Prima della sentenza, Ted Maher decide di prendere la parola davanti al tribunale.
In aula definisce Edmond Safra “il miglior datore di lavoro che abbia mai avuto” e continua a sostenere la propria versione dei fatti. Per lui, quella notte sarebbe stata soltanto un terribile incidente. Ted ribadisce infatti: “Quello che è successo è stato, e sarà sempre, un terribile incidente.”
Ma il tribunale non accoglie la sua ricostruzione. Il 2 dicembre 2002, dopo circa due ore e mezza di camera di consiglio, arriva la sentenza definitiva. La Corte sposa completamente la versione dell’accusa.
Secondo i giudici, non esistono prove dell’esistenza di aggressori esterni, non ci sono elementi che confermino un complotto internazionale e non emerge alcuna cospirazione alternativa verificabile.
L’incendio viene attribuito alla messinscena ideata da Ted Maher.
L’infermiere americano viene condannato a 10 anni di reclusione per il suo ruolo nella morte di Edmond Safra e Vivian Torrente, una pena leggermente inferiore rispetto ai 12 anni richiesti dalla pubblica accusa.
Dopo la sentenza, Ted viene trasferito nel carcere del Principato di Monaco. Una struttura molto particolare, situata sulla Rocca di Monaco, la parte più antica della città, con una posizione panoramica affacciata sul Mar Mediterraneo. Proprio per questa caratteristica, nel tempo, il carcere è stato soprannominato ironicamente “l’hotel a cinque stelle delle prigioni”.
Ma quella vista spettacolare non rende la situazione di Ted più semplice.
Il carcere di Monaco, infatti, non è progettato per ospitare detenuti condannati a pene molto lunghe. È soprattutto una struttura destinata a persone in attesa di processo o a permanenze temporanee. Il piano iniziale è quindi quello di trasferire Ted, dopo alcuni mesi, in un istituto di maggiore sicurezza.
Ed è proprio questa prospettiva a spaventarlo profondamente.
Ted teme infatti di essere trasferito in un ambiente carcerario più duro, dove, essendo americano e trovandosi negli anni delle guerre in Afghanistan e Iraq, potrebbe diventare un bersaglio per altri detenuti.
Questa paura lo porta a elaborare un nuovo piano. Questa volta, però, non per salvare qualcuno. Ma per fuggire.
Dopo la condanna a 10 anni di carcere, Ted Maher si trova rinchiuso nella prigione del Principato di Monaco, ma la sua permanenza nella struttura non sembra destinata a durare come previsto.
Elabora un piano di fuga insieme al suo compagno di cella, Luigi Ciardelli, un detenuto italiano conosciuto anche con il soprannome di Gigi. Il progetto viene studiato lentamente e con grande attenzione.
Per riuscire a uscire dalla cella, Ted chiede alla sorella di inviargli alcune piccole lame artigianali nascoste all’interno di un libro. Il volume riesce a entrare in carcere come regalo di Natale grazie a padre Peter Ball, un sacerdote anglicano anziano che poteva beneficiare di controlli di sicurezza meno rigidi. A causa dell’età avanzata e della presenza di un pacemaker, infatti, il sacerdote non viene sottoposto alle normali procedure con il metal detector.
All’interno del libro arrivano così quattro piccole lame, che Ted e Gigi utilizzano per iniziare a segare lentamente le grate della finestra della loro cella. Il lavoro, però, è tutt’altro che semplice.
Le sbarre sono in acciaio zincato e il rumore prodotto dal taglio rischia continuamente di attirare l’attenzione delle guardie. Per questo motivo i due devono procedere con estrema cautela, lavorando soltanto in determinati momenti della giornata.
Il loro escamotage è particolare: scelgono di segare le grate durante le ore in cui in carcere viene trasmesso il telegiornale, sfruttando il rumore della televisione per coprire quello prodotto dalle lame.
Dopo settimane di preparazione, arriva il momento di mettere in pratica il piano.
La notte tra il 21 e il 22 gennaio 2003, all’interno del carcere di Monaco, scatta la fase finale della fuga. Quella sera, nelle aree comuni della prigione, molti detenuti e agenti stanno seguendo una partita di Champions League.
Secondo la ricostruzione degli eventi, l’attenzione delle guardie sarebbe concentrata più frequentemente sulla televisione che sui monitor della videosorveglianza.
Ted e Gigi approfittano della situazione.
Dopo aver aperto il varco nella finestra, iniziano a calarsi utilizzando una corda improvvisata realizzata intrecciando sacchetti della spazzatura.
Per cercare di ingannare i controlli notturni, i due preparano anche un diversivo: costruiscono un finto detenuto utilizzando vestiti e oggetti disponibili nella cella, posizionandolo nel letto per far sembrare che Ted sia ancora all’interno.
Ma il piano non procede perfettamente. Durante la fuga, Gigi esce per primo dalla finestra. Mentre si sta calando, però, la corda si spezza.
L’uomo riesce comunque a raggiungere il suolo, ma il problema principale riguarda Ted: rimasto dietro, si trova in una situazione estremamente complicata, con il rischio di rimanere bloccato.
Secondo la ricostruzione, Ted resta addirittura incastrato per un momento nel passaggio della finestra. A quel punto Gigi decide di pensare alla propria fuga e si allontana, lasciando il compagno di cella alle sue spalle.
Nonostante tutto, però, anche Ted riesce a uscire. Ma la sua situazione è tutt’altro che semplice. Senza un mezzo di trasporto e completamente solo, decide di dirigersi verso la Francia. La sua destinazione è Nizza, distante circa 40 chilometri.
Ted percorre l’intero tragitto a piedi, in condizioni di estrema stanchezza, fino a raggiungere la città francese. Una volta arrivato, trova rifugio in un piccolo hotel economico.
Da lì riesce ad avere accesso a un telefono e contatta alcune persone: sua moglie Heidi, il suo avvocato e anche padre Peter Ball, il sacerdote che aveva inconsapevolmente contribuito a far entrare le lame nel carcere.
Ma proprio quelle telefonate finiscono per attirare l’attenzione delle autorità francesi. Nel giro di poche ore, gli investigatori riescono infatti a localizzare Ted e a riportarlo nel carcere di Monaco.
La sua fuga termina quindi rapidamente.
Ted torna in prigione e questa volta non solo deve completare la pena per la morte di Edmond Safra e Vivian Torrente, ma deve anche affrontare le conseguenze del tentativo di evasione.
La vicenda, però, non è ancora conclusa. Negli anni successivi, infatti, emergeranno nuove critiche nei confronti della giustizia monegasca e Ted tornerà nuovamente al centro dell’attenzione pubblica.
Dopo essere stato riportato nel carcere del Principato di Monaco, Ted Maher torna a scontare la propria condanna, ma il caso continua a generare discussioni anche fuori dall’aula di tribunale.
Nel giugno 2007, infatti, l’ex giudice istruttore Jean-Christophe Hullin, che aveva seguito una fase delle indagini sul caso Safra, rilascia alcune dichiarazioni pubbliche molto critiche nei confronti della giustizia monegasca.
Hullin accusa le autorità di Monaco di aver esercitato pressioni e di aver gestito il procedimento con una trasparenza insufficiente. Arriva persino a sostenere che la condanna a carico di Ted Maher fosse stata, in qualche modo, già stabilita prima ancora della conclusione del processo.
Non è chiaro se queste dichiarazioni abbiano avuto un ruolo diretto negli eventi successivi, ma pochi mesi dopo, nell’ottobre 2007, Ted viene scarcerato.
Alla fine, l’uomo trascorre in carcere circa otto anni, invece dei dieci previsti dalla sentenza, grazie a una riduzione della pena ottenuta per buona condotta. Una decisione che appare particolarmente discussa considerando che, durante la detenzione, Ted aveva anche tentato una fuga dal carcere.
Una volta libero, Ted torna negli Stati Uniti, ma la sua vita precedente non esiste più.
Il matrimonio con Heidi è ormai terminato: la donna ha chiesto il divorzio, ha ottenuto la custodia dei figli e, al suo rientro, Ted viene raggiunto anche da un ordine restrittivo che gli impedisce di avvicinarsi all’ex moglie e ai bambini. Una conseguenza che sembra mostrare quanto la vicenda abbia compromesso definitivamente la fiducia all’interno della famiglia.
Negli anni successivi, però, Ted continua a parlare pubblicamente del caso Safra e a sostenere la propria versione dei fatti. La sua ricostruzione diventa progressivamente più complessa e introduce nuovi elementi rispetto a quella raccontata durante il processo.
Uno degli interventi più discussi arriva nel marzo 2008, durante un’intervista alla trasmissione americana Dateline. In quell’occasione Ted non si limita più a sostenere soltanto la presenza dei presunti intrusi nella notte dell’incendio, ma aggiunge un nuovo episodio.
Secondo il suo racconto, infatti, circa due giorni prima dell’incendio, sarebbe stato rapito a Nizza da due uomini armati. Ted sostiene che quei due uomini potrebbero essere stati gli stessi che, secondo la sua versione, sarebbero poi entrati nell’appartamento di Edmond Safra.
Durante il presunto rapimento, gli aggressori gli avrebbero ordinato di lasciare aperta una persiana vicino alla postazione degli infermieri e lo avrebbero minacciato mostrando fotografie della sua famiglia negli Stati Uniti. Un episodio che Ted descrive come profondamente intimidatorio.
Nella stessa intervista, però, modifica anche l’interpretazione del suo comportamento durante la notte dell’incendio. Non parla più di una semplice messinscena per diventare un eroe agli occhi di Edmond Safra, ma sostiene che il suo gesto fosse nato dalla necessità di attivare un allarme e chiedere aiuto.
Afferma di non conoscere il numero di emergenza di Monaco e di non sapere come funzionassero i sistemi di sicurezza dell’edificio. Secondo questa versione, quindi, l’incendio sarebbe stato un tentativo disperato di attirare l’attenzione dei soccorsi, non un piano destinato a creare una falsa situazione di pericolo.
Anche questa ricostruzione, però, non convince gli investigatori e i giudici che negli anni hanno analizzato il caso. Dopo l’intervista, Ted continua inoltre a diffondere la propria versione attraverso la scrittura.
Nel 2015 pubblica un libro dal titolo “Un testimone privilegiato: la verità sulla morte del miliardario Edmond Safra”, successivamente ripubblicato nel 2021 con un nuovo titolo: “Incastrato a Monte Carlo: come sono stato condannato ingiustamente per la morte tra le fiamme di un miliardario”.
Nei suoi testi Ted continua a sostenere di essere stato vittima di un’ingiustizia giudiziaria e di essere stato condannato per un evento che non avrebbe mai voluto provocare.
Ma mentre continua a difendere la propria posizione sul caso Safra, negli Stati Uniti cerca anche di ricostruire una nuova vita. E per farlo compie una scelta radicale: cambia legalmente identità.
Il suo nuovo nome diventa Jon Green.
Nonostante il nuovo nome, il passato continua inevitabilmente a seguirlo.
Inizialmente Ted prova a tornare al lavoro nel settore sanitario, cercando di riprendere la professione di infermiere. Ma la condanna per la morte di Edmond Safra e Vivian Torrente rimane un ostacolo impossibile da ignorare.
Nel 2013, infatti, l’ordine degli infermieri del Texas decide di revocargli la licenza professionale, contestando alcune omissioni e irregolarità nella comunicazione della sua storia giudiziaria.
A quel punto Ted cambia nuovamente direzione.
Con la nuova identità di Jon Green, inizia a lavorare come camionista a lunga percorrenza negli Stati Uniti.
È proprio durante questo periodo che la sua vita prende una strada apparentemente diversa. Nel 2017, in una cittadina del Nuovo Messico chiamata Carlsbad, incontra la dottoressa Kim Lark.
Kim è un medico di famiglia, ma anche una specialista nel campo della ricerca e del soccorso con cani addestrati. Accanto alla sua attività professionale, infatti, dedica tempo all’addestramento dei suoi tre cani da soccorso: Storm, Zero e Felony.
L’incontro tra Ted e Kim avviene durante una visita medica. Quando si conoscono, Ted si presenta come un uomo affabile, tranquillo e rassicurante. Tra i due nasce immediatamente una forte sintonia e, nel giro di poco tempo, iniziano una relazione.
La coppia scopre di avere numerosi interessi in comune. Insieme praticano diverse attività, viaggiano, vanno in bicicletta e sciano. Per Kim, Ted sembra rappresentare una nuova possibilità dopo anni difficili.
Ma c’è un dettaglio fondamentale nella loro storia. Kim non è all’oscuro del passato di Ted. Anzi, secondo quanto raccontato successivamente, Ted decide di raccontarle la verità.
Le rivela che il suo vero nome è Ted Maher, spiegandole di essere stato condannato in passato per la morte di due persone, ma sostenendo di essere stato ingiustamente accusato. Le racconta la propria versione dei fatti: quella secondo cui l’incendio di Monaco sarebbe stato un tragico incidente e lui sarebbe stato vittima di un errore giudiziario.
Kim ascolta la sua storia e sceglie comunque di rimanere al suo fianco. Per lei, si tratta di un episodio appartenente al passato: Ted ha già scontato la sua pena e sembra aver ricominciato una nuova vita.
Il rapporto tra i due cresce rapidamente. Il 14 febbraio 2020, nel giorno di San Valentino, Ted e Kim si sposano.
Per un periodo sembra che la vita dell’uomo abbia finalmente preso una direzione completamente diversa. Dopo anni segnati da accuse, carcere e controversie, Ted sembra avere una stabilità che non aveva mai avuto prima: una moglie che ama, una casa, un buon tenore di vita e un futuro apparentemente tranquillo.
Anche dal punto di vista economico la situazione sembra favorevole. Kim, infatti, dispone di una situazione finanziaria molto solida. La donna possiede un patrimonio importante e, secondo le ricostruzioni, ha anche un fondo pensionistico dal valore di circa 800.000 dollari.
Sembra quindi che Ted abbia finalmente lasciato alle spalle il periodo più oscuro della sua vita.
Ma nel 2022, qualcosa cambia. La relazione entra in crisi. E questa volta il problema non riguarda un incendio, un processo internazionale o un’accusa di omicidio.
Riguarda il denaro.
Nell’aprile del 2022, Kim Lark si accorge di aver perso il proprio libretto degli assegni. In un primo momento non dà particolare peso all’accaduto. La situazione cambia poco dopo, quando riceve una telefonata dalla sua banca.
L’istituto vuole avere una conferma urgente su alcune operazioni effettuate sul suo conto: ci sono movimenti sospetti e, tra questi, compare un assegno di importo elevato apparentemente firmato proprio da lei.
Il problema è che Kim non ha mai autorizzato quella transazione. La donna nega immediatamente di aver firmato quell’assegno e la banca avvia le verifiche interne, bloccando l’operazione.
Le indagini ricostruiscono rapidamente ciò che sarebbe accaduto nei giorni precedenti.
Secondo l’accusa, Ted si sarebbe introdotto nello studio medico della moglie senza autorizzazione, sottraendo diversi oggetti: denaro contante, un iPad, una pistola e soprattutto il libretto degli assegni.
Da quel momento avrebbe iniziato a falsificare la firma di Kim, tentando di utilizzare gli assegni per ottenere denaro. Le telecamere di videosorveglianza lo riprendono mentre accede a diverse filiali bancarie e mentre tenta di incassare un assegno contraffatto del valore di 44.000 dollari.
Per Kim, questa scoperta rappresenta una rottura definitiva della fiducia. La donna decide di interrompere il matrimonio, avvia la separazione e prende le distanze da Ted, ma non solo. A causa del comportamento dell’uomo, che secondo lei appare sempre più imprevedibile, Kim chiede anche un ordine restrittivo nei suoi confronti. Arriva persino a cambiare le serrature della propria abitazione.
Una situazione che richiama inevitabilmente un altro momento della vita di Ted: anche la sua ex moglie Heidi, dopo il rilascio dal carcere, aveva ottenuto un provvedimento simile.
Ma la reazione di Ted alla fine del matrimonio con Kim sarà ancora più grave.
Il 12 maggio 2022, mentre Kim si trova in un centro di cure e porta con sé i suoi tre cani perché teme di lasciarli soli a casa dopo i comportamenti dell’ex marito, accade qualcosa di completamente inaspettato.
A un certo punto sente i cani abbaiare con insistenza dal parcheggio. Esce immediatamente dalla struttura. E davanti ai suoi occhi si presenta una scena assurda. All’interno della sua automobile c’è qualcuno che sta facendo retromarcia a tutta velocità. Alla guida c’è Ted. E nella macchina ci sono anche i suoi tre cani.
Secondo la ricostruzione, Ted sta portando via l’auto di Kim insieme a Storm, Zero e Felony. Per la donna inizia un periodo di enorme paura e incertezza.
Dopo la separazione da Kim Lark, la situazione precipita rapidamente.
Quando Kim si rende conto che Ted ha portato via la sua automobile insieme ai suoi tre cani da soccorso, Storm, Zero e Felony, si rivolge immediatamente alle autorità. Ma per oltre un mese non c’è alcuna traccia di Ted.
Per Kim inizia un periodo estremamente difficile. Non sa dove si trovi il suo ex marito, non sa dove siano i suoi animali e soprattutto non sa in quali condizioni siano. La preoccupazione cresce giorno dopo giorno: non sa se i cani abbiano cibo, acqua o cure adeguate, né cosa Ted possa essere disposto a fare.
A rendere la situazione ancora più angosciante c’è un dettaglio ulteriore: uno dei tre cani, Zero, è incinta.
L’incertezza sul destino degli animali rende la situazione ancora più dolorosa per Kim, che teme che il comportamento sempre più imprevedibile di Ted possa mettere in pericolo anche loro.
Dopo settimane di ricerche, finalmente il caso arriva a una svolta.
Il 13 giugno 2022, l’FBI e le autorità locali riescono a localizzare Ted in un parcheggio di un ospedale a San Antonio, Texas.
L’uomo si trova a bordo di una BMW e, secondo gli investigatori, avrebbe cercato di modificare il proprio aspetto radendosi i capelli nel tentativo di rendersi meno riconoscibile.
Ma il cambiamento non è sufficiente. Gli agenti riescono comunque a identificarlo. Questa volta, però, la priorità non è arrestarlo immediatamente. Gli investigatori decidono infatti di tenerlo sotto osservazione per cercare di capire dove si trovino i tre cani, che non sono con lui in quel momento.
Le ricerche portano gli investigatori fino a una villetta nella cittadina di Kirby, alla periferia di San Antonio. Ed è proprio lì che arriva la svolta definitiva.
All’interno dell’abitazione vengono ritrovati Storm, Zero e Felony. Non solo. Con loro ci sono anche altri otto cuccioli. Per Kim, il ritrovamento rappresenta un enorme sollievo.
La vicenda porta comunque a nuove conseguenze giudiziarie per Ted. Nel 2023, ormai conosciuto legalmente come Jon Green, viene condannato per furto e falsificazione di documenti, in particolare per la vicenda degli assegni contraffatti utilizzati contro Kim.
L’uomo viene trasferito presso l’Eddy County Detention Center di Carlsbad, nel Nuovo Messico. Ma proprio all’interno di quel carcere si apre un nuovo capitolo della sua storia. Un capitolo che riporta nuovamente Ted Maher al centro di un’accusa estremamente grave.
Perché, ancora una volta, il suo nome compare in un’indagine per un possibile progetto criminale. Questa volta, però, la presunta vittima non è un miliardario internazionale.
È la donna che aveva scelto di sposarlo e di credere alla sua versione dei fatti. Kim Lark.
La nuova indagine nasce nel marzo 2023, quando Kim riceve una lettera destinata a cambiare completamente la percezione della situazione. A scriverle è un detenuto del carcere in cui si trova anche il suo ex marito Ted.
Il contenuto della lettera è inquietante. L’uomo sostiene che Ted stia progettando di uccidere Kim.
Per la donna, già provata dagli eventi precedenti, questa rivelazione rappresenta un nuovo shock. Le autorità iniziano quindi ad approfondire la segnalazione e ricostruiscono ciò che sarebbe accaduto all’interno dell’Eddy County Detention Center.
All’inizio del 2023, durante il periodo di detenzione, Ted conosce un altro carcerato: Greg Markham. Greg ha un passato segnato dalla tossicodipendenza da metanfetamine ed è detenuto per una violazione della libertà vigilata collegata a precedenti accuse per possesso di sostanze stupefacenti.
Tra i due nasce un rapporto di confidenza. Durante le ore trascorse negli spazi comuni del carcere, tra allenamenti e partite a scacchi, Ted inizia a raccontargli dettagli della propria vita. In particolare, parla del suo matrimonio con Kim.
Secondo gli investigatori, però, quelli che inizialmente sembrano semplici sfoghi personali diventano progressivamente discorsi sempre più carichi di rabbia e desiderio di vendetta.
Ted avrebbe iniziato a parlare della possibilità di trovare qualcuno disposto a “risolvere il problema”. Qualcuno che potesse eliminare definitivamente la sua ex moglie. Greg non è un sicario. Non ha mai commesso un omicidio. Non si trova in carcere per reati di questo tipo. Ma, secondo l’accusa, decide comunque di assecondare Ted.
La proposta sarebbe stata questa: Greg avrebbe aiutato Ted uccidendo Kim, mentre Ted avrebbe dovuto fornirgli 5.000 dollari per permettergli di uscire dal carcere pagando la cauzione.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, Ted avrebbe accettato. E da quel momento i due avrebbero iniziato a elaborare un piano dettagliato.
Il piano, secondo l’accusa, era estremamente dettagliato. Una volta uscito dal carcere, Greg avrebbe dovuto raggiungere l’abitazione di Kim Lark, interrompere l’alimentazione elettrica della casa e nascondersi all’interno del garage.
Successivamente avrebbe dovuto impossessarsi della pistola di Kim, che secondo quanto riferito si trovava nella console centrale della sua automobile.
L’obiettivo finale sarebbe stato quello di costringere la donna ad assumere una quantità letale di fentanyl, provocandone la morte per overdose e facendo apparire il decesso come un gesto volontario.
Secondo gli investigatori, i due avrebbero persino stabilito una frase in codice che Greg avrebbe dovuto utilizzare per comunicare a Ted il completamento del piano.
La frase sarebbe stata: “Walked the dogs”, ovvero “Ho portato a spasso i cani”.
Un dettaglio che ha attirato particolarmente l’attenzione anche per una curiosa coincidenza con un altro caso di cronaca.
La stessa espressione, infatti, era comparsa anche nella vicenda di Kouri Richins, la donna accusata dell’omicidio del marito Eric Richins, morto per un’overdose di fentanyl. Nel caso Richins, la frase “walk the dogs” era stata trovata all’interno di alcune comunicazioni considerate sospette dagli investigatori, anche se il significato esatto del messaggio non era mai stato chiarito pubblicamente.
La presenza della stessa frase in due casi diversi ha quindi alimentato ulteriori discussioni, anche se non esiste alcun collegamento dimostrato tra le due vicende.
Tornando al caso Maher, secondo l’accusa Ted avrebbe fornito a Greg numerose informazioni utili per realizzare il piano. Non soltanto dettagli sulle abitudini quotidiane di Kim, ma anche informazioni sulla sua abitazione e sulla posizione di alcuni oggetti all’interno della casa.
Tra gli elementi più importanti raccolti dagli investigatori ci sarebbe anche una sorta di mappa dell’abitazione di Kim, realizzata proprio da Greg e consegnata successivamente alle autorità.
Secondo la Procura, quel documento rappresenterebbe una prova della pianificazione concreta dell’omicidio. Ted, però, nega completamente questa ricostruzione.
Come già accaduto nel caso Safra, sostiene di essere stato nuovamente accusato ingiustamente. Ammette di aver parlato con Greg della situazione con Kim, ma afferma che quei discorsi fossero soltanto sfoghi, conversazioni prive di un reale intento criminale.
Secondo la sua versione, non ci sarebbe mai stato un vero piano per uccidere la donna. Ma gli investigatori portano in aula anche altri elementi. Uno di questi riguarda il rapporto tra Greg e i tre cani di Kim. Secondo l’accusa, Greg sarebbe stato a conoscenza anche del segnale utilizzato per tranquillizzare Storm, Zero e Felony in caso di intrusione domestica.
Un dettaglio che, secondo i pubblici ministeri, dimostrerebbe che il progetto non fosse soltanto una fantasia o una conversazione provocatoria, ma una pianificazione concreta. A rendere la situazione ancora più pesante per Ted c’è poi la questione economica.
Secondo l’accusa, attraverso una sua sostenitrice, Ted avrebbe trasferito a Greg 2.500 dollari. Una somma che, secondo i procuratori, rappresenterebbe una prima parte del pagamento promesso per l’omicidio.
Anche su questo punto Ted offre una spiegazione diversa. Sostiene infatti di aver dato quei soldi a Greg soltanto per aiutarlo a ottenere la cauzione, senza alcuna intenzione criminale.
Una versione che però non convince gli investigatori. Per loro, la somma di denaro, unita alla mappa della casa, alle informazioni personali su Kim e alla descrizione dettagliata del piano, rappresenta un insieme di elementi difficilmente compatibile con semplici conversazioni tra detenuti.
Il caso arriva quindi nuovamente in tribunale.
Il processo contro Ted Maher si apre nel marzo 2025. Durante il procedimento, l’uomo decide di non testimoniare davanti alla giuria.
Nel frattempo, mentre attende il giudizio, viene trasferito in una struttura sanitaria detentiva ad Albuquerque, a causa di un tumore avanzato alla gola.
La difesa continua a sostenere che non ci sia stato alcun vero progetto criminale e che le conversazioni con Greg siano state interpretate fuori contesto. Ma la giuria non accoglie questa ricostruzione.
Il 17 giugno 2025, dopo circa un’ora di deliberazione, arriva il verdetto. Ted Maher viene riconosciuto colpevole di istigazione all’omicidio di primo grado. La condanna è di 9 anni di carcere, il massimo previsto dalla legge del Nuovo Messico per quel reato. Nel 2026, la Corte d’Appello conferma la sentenza.
Per Ted Maher si tratta dell’ennesimo capitolo giudiziario di una vita segnata da accuse, condanne e controversie. Oggi si trova detenuto in un carcere del Nuovo Messico destinato a ospitare detenuti anziani o persone che necessitano di assistenza costante. Continua inoltre a ricevere cure mediche per il tumore alla gola.
Kim Lark, invece, vive ancora in Nuovo Messico insieme ai suoi undici cani. Dopo tutto quello che è accaduto, ha interrotto definitivamente ogni rapporto con Ted.
Lo stesso vale per Heidi, la prima moglie americana dell’uomo, che vive ancora a New York e che da anni ha completamente chiuso ogni legame con lui.
Anche dopo la condanna di Ted Maher, la vicenda legata alla morte di Edmond Safra e Vivian Torrente non si conclude completamente.
Un capitolo importante riguarda infatti la famiglia di Vivian Torrente, l’infermiera che quella notte del 3 dicembre 1999 perde la vita insieme al miliardario all’interno della panic room della Belle Époque.
Dopo il processo penale di Monaco, la famiglia Torrente decide di intraprendere una strada diversa e avvia una causa civile contro la famiglia Safra, in particolare contro Lily Safra.
La richiesta di risarcimento è estremamente elevata: circa 100 milioni di dollari.
Al centro della contestazione non c’è soltanto la dinamica dell’incendio, ma soprattutto la convinzione della famiglia Torrente che la morte di Vivian non sia stata ricostruita completamente durante il procedimento penale.
Secondo la loro posizione, infatti, la versione ufficiale della morte per sola asfissia da monossido di carbonio non spiegherebbe alcuni elementi emersi successivamente.
Durante il dibattimento civile vengono analizzati alcuni dettagli considerati controversi, tra cui la presenza di lividi, lesioni e altre circostanze ritenute incongruenti rispetto all’ipotesi di una morte passiva all’interno della stanza blindata.
La famiglia Torrente sostiene una ricostruzione alternativa.
Secondo questa teoria, Edmond Safra, debilitato dalla malattia e in preda alla confusione provocata dal fumo e dalla sua grave forma di morbo di Parkinson, avrebbe potuto avere una reazione di panico e trattenere fisicamente Vivian all’interno del bagno blindato.
Questa ipotesi, però, non è mai stata dimostrata in sede penale.
Nel corso della causa civile, inoltre, la famiglia Torrente accusa i Safra di aver tentato inizialmente di chiudere la questione offrendo un risarcimento inferiore rispetto alle richieste avanzate successivamente in tribunale.
Anche queste accuse generano ulteriori discussioni intorno alla gestione della vicenda.
Alla fine, però, il procedimento non arriva a una sentenza pubblica: le parti raggiungono un accordo privato. La famiglia Torrente riceve quindi un risarcimento, mettendo fine alla disputa civile.
Un altro capitolo della storia riguarda Lily Safra, la donna che per anni è rimasta al centro di numerose speculazioni sulla morte del marito.
Nonostante le teorie che l’hanno coinvolta, non è mai emersa alcuna prova giudiziaria capace di collegarla all’incendio della Belle Époque o alla morte di Edmond Safra. La cosiddetta pista Lily è rimasta quindi una ricostruzione basata principalmente su sospetti, interpretazioni e coincidenze, non su elementi processuali concreti.
Lily continua la propria attività filantropica per molti anni, sostenendo numerose iniziative benefiche in diversi ambiti. Muore a Ginevra il 9 luglio 2022, all’età di 87 anni, a causa di un tumore al pancreas. Con la sua morte si chiude anche una delle pagine più controverse della storia legata a Edmond Safra.
Nel frattempo, l’attico della Belle Époque, il luogo simbolo della tragedia, cambia completamente volto. Dopo essere stato ristrutturato, l’appartamento viene venduto a uno sceicco per una cifra straordinaria, stimata tra i 314 e i 323 milioni di dollari.
La vendita entra nella storia come una delle transazioni immobiliari private più costose mai registrate. Un luogo nato come simbolo di lusso e prestigio internazionale rimane quindi legato anche alla memoria di una delle vicende giudiziarie più complesse degli ultimi decenni.
La storia di Ted Maher ed Edmond Safra rimane ancora oggi difficile da interpretare.
Da una parte c’è la versione stabilita dal tribunale: secondo i giudici, Ted ha creato una falsa emergenza per apparire come un eroe, ma il suo piano è degenerato fino alla morte di due persone.
Dall’altra parte ci sono le teorie alternative, nate intorno alla figura di Edmond Safra, ai suoi interessi internazionali, alla posizione di Lily e ai tanti dettagli rimasti controversi.
Ma il percorso successivo di Ted aggiunge un ulteriore livello di complessità.
Dopo la tragedia di Monaco, infatti, la sua vita continua a essere segnata da episodi estremamente gravi: il tentativo di fuga dal carcere, il furto ai danni di Kim Lark, la sottrazione dei suoi cani e infine l’accusa di aver pianificato l’omicidio della sua ex moglie.
Ed è proprio questo che porta molti osservatori a interrogarsi sulla vera natura della sua storia. L’incendio della Belle Époque è stato davvero soltanto un tragico errore, un gesto irresponsabile sfuggito al controllo? Oppure quella notte rappresentava già il primo segnale di una personalità capace di manipolare la realtà e mettere gli altri in pericolo?
La risposta definitiva, probabilmente, rimarrà una delle domande più difficili legate a questo caso.
Quello che resta certo è che la vicenda di Ted Maher, Edmond Safra, Vivian Torrente e Kim Lark racconta una storia fatta di ricchezza, ambizione, paura e conseguenze impossibili da cancellare. Una storia in cui, ancora oggi, il confine tra verità, percezione e mistero continua a essere estremamente sottile.