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Essere perfettamente svegli, trovarsi in un luogo familiare e circondati da persone conosciute, eppure vedere improvvisamente la realtà trasformarsi in qualcosa di minaccioso e irriconoscibile. I volti sembrano deformarsi, le persone amate assumono sembianze demoniache e il buio diventa un pericolo dal quale soltanto la luce sembra poter offrire protezione. Per chi osserva dall’esterno non sta accadendo nulla di tutto questo. Per chi vive quelle percezioni, invece, ogni minaccia appare assolutamente reale.
Nella notte tra il 27 e il 28 dicembre 2015, il diciannovenne Thomas Chan si trova a Peterborough, in Ontario, quando una serata trascorsa con alcuni amici e l’assunzione di funghi allucinogeni sfociano in una violentissima alterazione della realtà. Convinto di essere circondato da presenze demoniache e di dover combattere per salvarsi, Thomas raggiunge l’abitazione del padre, il medico Andrew Chan. Prima che quella notte finisca, Andrew perderà la vita e la sua compagna, Lynn Witteveen, rimarrà gravemente ferita.
Ma ciò che accade all’interno di quella casa rappresenta soltanto l’inizio di un caso giudiziario destinato a protrarsi per quasi sette anni. Al centro dei processi ci sarà infatti una domanda estremamente complessa: quanto può essere considerata responsabile una persona che commette un atto violento durante uno stato di intossicazione estrema, talmente grave da poterle impedire il controllo cosciente delle proprie azioni?
Il caso di Thomas Chan arriverà fino alla Corte Suprema del Canada, intrecciandosi con il dibattito sull’automatismo, sulla psicosi indotta da sostanze e sui limiti della responsabilità penale. Prima di arrivare a quella notte, però, è necessario ricostruire la storia di Thomas e comprendere cosa è accaduto negli anni precedenti.
La storia ha inizio a Peterborough, una città dell’Ontario, in Canada. Oggi conta più di 83.000 abitanti: non è una piccola comunità isolata, ma nemmeno una metropoli delle dimensioni di Toronto. È una città dotata di università, di un importante ospedale e di tutti i principali servizi, ma sufficientemente raccolta perché un medico che vi esercita per quasi vent’anni possa diventare un volto conosciuto e stimato da moltissime persone. È esattamente ciò che accade ad Andrew Chan.
Nato a Hong Kong il 17 agosto 1965, Andrew intraprende la propria formazione medica a Liverpool e nel 1991 si trasferisce in Canada, dove prosegue la specializzazione. Cinque anni più tardi, nel 1996, apre a Peterborough il proprio studio di gastroenterologia e in seguito gestisce anche una clinica di endoscopia. Chi lavora con lui lo descrive come un professionista preparato, interessato alle nuove ricerche del proprio settore e, soprattutto, particolarmente attento ai pazienti.
Nella vita privata Andrew sposa Rosalia Vastano, chiamata da tutti Roz. Dal matrimonio nascono due figli, Christina e, il 17 dicembre 1996, Thomas. Andrew e Roz divorziano nel 2008, ma la separazione non porta a una rottura conflittuale. I due mantengono buoni rapporti e scelgono di vivere in abitazioni distanti appena 600 metri l’una dall’altra. In questo modo Christina e Thomas possono continuare a passare il proprio tempo con entrambi i genitori senza vedere completamente stravolta la loro quotidianità.
Nel 2010, Andrew inizia una relazione con Cheryl Lynn Witteveen, conosciuta come Lynn, che aveva incontrato perché lavorava come sua assistente. Con il passare degli anni la relazione diventa stabile e Lynn entra pienamente nella vita dei figli di Andrew. Con Thomas, in particolare, costruisce un rapporto molto stretto: lo accompagna a fare acquisti prima dell’inizio del college, condivide con lui la passione per Star Wars e arriva a considerarlo quasi come un figlio.
È all’interno di questa famiglia, apparentemente stabile e affettuosa, che cresce Thomas. E per molti anni, nella sua vita, il centro di tutto sarà soprattutto una cosa: il rugby.
Thomas Chan trascorre l’adolescenza alla Lakefield College School, una scuola superiore privata poco distante da Peterborough. È qui che conosce molti degli amici che continueranno a far parte della sua vita anche dopo il diploma, ma soprattutto è qui che il rugby assume un ruolo centrale nel suo futuro. Thomas non pratica semplicemente questo sport: ha talento. Gioca per la scuola, per il Team Ontario e per il Team Canada e, quando ha appena 15 anni, viene selezionato per la nazionale Under-17. Un articolo pubblicato dalla stessa scuola dopo quella convocazione descrive un futuro che sembra già tracciato, con la possibilità di continuare a giocare e viaggiare sia a livello nazionale sia internazionale.
Il rugby, tuttavia, è anche uno sport estremamente fisico. Placcaggi, cadute e scontri fanno parte del gioco e possono esporre gli atleti a traumi importanti. Durante gli anni delle superiori, Thomas subisce complessivamente sette commozioni cerebrali. Due, in particolare, si verificano durante il penultimo anno di scuola a distanza di appena una settimana l’una dall’altra. In occasione della prima Thomas perde conoscenza e rimane privo di sensi per circa dieci minuti. Sua madre Roz, comprensibilmente preoccupata, decide che il figlio non deve più tornare in campo.
Una settimana più tardi, però, qualcuno della scuola contatta Andrew per chiedergli l’autorizzazione affinché Thomas possa riprendere a giocare. Andrew, che è anche un medico, concede il proprio consenso. Thomas torna così in campo, ma già durante la prima partita subisce un altro colpo e perde nuovamente conoscenza. Questa volta Roz non lascia più spazio alla discussione: Thomas deve abbandonare definitivamente il rugby.
Le commozioni cerebrali sono un elemento che diventerà importante nel successivo procedimento giudiziario, ma da sole non permettono di spiegare ciò che accadrà anni dopo.
Dopo i traumi subiti sul campo, Thomas comincia a manifestare problemi che incidono profondamente sulla sua quotidianità. Soffre di fortissimi mal di testa e sviluppa una marcata sensibilità alla luce. Il dolore, in alcuni momenti, diventa tanto intenso che sua madre Roz deve andare a prenderlo a scuola. In diverse occasioni lo trova nell’infermeria dell’istituto, sdraiato con un panno bagnato sulla fronte e incapace quasi di muoversi per il dolore.
A questi sintomi si aggiungono presto difficoltà altrettanto importanti sul piano cognitivo. Thomas fatica a concentrarsi, ha problemi di memoria e lo studio, che prima faceva parte normalmente della sua vita, diventa sempre più complicato. I genitori decidono quindi di sottoporlo a una valutazione neuropsicologica, dalla quale emergono difficoltà nel mantenimento dell’attenzione, nella memoria di lavoro e nella velocità di elaborazione delle informazioni. Sulla base di questi risultati, la scuola gli concede alcune misure di supporto: durante gli esami può avere più tempo a disposizione e sostenerli da solo, in una stanza separata.
Ma le conseguenze non riguardano soltanto la scuola. Thomas ha perso il rugby, e con esso qualcosa che per anni aveva rappresentato molto più di uno sport. Era il campo nel quale eccelleva, una passione attorno alla quale aveva costruito una parte importante della propria identità e soprattutto un futuro che non si limitava più a immaginare: aveva già cominciato concretamente a viverlo. Ora, improvvisamente, quel futuro non esiste più.
Thomas sprofonda così in un periodo di profonda depressione e arriva ad avere anche diversi pensieri suicidari. Per alcuni mesi viene seguito da uno psicologo e, dopo qualche tempo, dall’esterno sembra che la situazione stia migliorando. Anni più tardi, però, sarà Thomas stesso a descrivere quel periodo in maniera molto più ambigua. Non saprà dire se la terapia lo avesse davvero aiutato oppure se avesse semplicemente imparato a comprendere quali risposte gli adulti si aspettassero da lui, iniziando quindi a dire ciò che pensava volessero sentirsi dire.
In altre parole, Thomas non riesce a stabilire se fosse realmente tornato a stare meglio oppure se fosse semplicemente diventato più capace di sembrare quello di prima. Dietro un’apparente normalità, il suo disagio non era necessariamente scomparso. E proprio nel tentativo di trovare qualcosa che potesse farlo sentire meglio, Thomas finirà per avvicinarsi alle sostanze.
Verso la fine delle superiori, Thomas comincia a fare uso di marijuana ogni giorno. Quello che potrebbe apparire come un tentativo di trovare sollievo, però, non produce l’effetto sperato: sarà Thomas stesso, in seguito, a definire quel consumo seriamente debilitante. Poi prova qualcosa di diverso. Per la prima volta assume dei funghi allucinogeni e l’esperienza, almeno in quell’occasione, è completamente differente.
Thomas la descriverà come qualcosa che gli ha cambiato la vita. Durante l’esperienza psichedelica ha la sensazione molto intensa di aver finalmente ritrovato se stesso e arriva alla conclusione di non avere più bisogno della marijuana. Qualche tempo dopo, infatti, smette definitivamente di fumarla. Parallelamente sembra recuperare anche una parte della motivazione che aveva perso: più in generale, Thomas sente di stare meglio.
Questa prima esperienza positiva è importante per comprendere ciò che accadrà successivamente. Quando Thomas tornerà ad assumere funghi allucinogeni, non lo farà sulla base di un precedente traumatico o spaventoso. Al contrario, nella sua esperienza personale quella sostanza era stata associata a una sensazione di benessere e a un cambiamento che lui aveva percepito come positivo.
Si arriva così al 27 dicembre 2015. Thomas ha appena compiuto 19 anni ed è tornato a Peterborough per le vacanze di Natale, che sta trascorrendo tra la famiglia e gli amici. La giornata comincia senza nulla che lasci immaginare ciò che accadrà poche ore più tardi. Nel pomeriggio esce insieme alla sorella Christina e ad alcuni amici e passa anche dal centro commerciale per salutare sua madre Roz, che si trova al lavoro.
Intorno alle 18:30, Thomas e alcuni amici, questa volta senza Christina, si spostano in un bar. Guardano una partita e bevono qualche birra. Circa due ore più tardi, verso le 20:30, il gruppo raggiunge la casa di Roz. I ragazzi si sistemano nel seminterrato con l’intenzione di trascorrere lì la notte, mentre al piano superiore Roz, il suo compagno e Christina guardano un film.
A un certo punto, qualcuno del gruppo propone di assumere dei funghi allucinogeni. Due degli amici di Thomas, Soren Christianson e Dylan Purves, escono per procurarseli. Quando tornano, i ragazzi ne prendono un po’. Non è possibile stabilire con precisione la quantità assunta: secondo quanto racconteranno successivamente, ciascuno ne prende all’incirca una manciata.
Trascorsa circa mezz’ora, gli amici di Thomas iniziano ad avvertire gli effetti della sostanza. Thomas, invece, non sente praticamente nulla. Ed è a quel punto che prende una decisione destinata ad avere un peso enorme su tutto ciò che accadrà nelle ore successive: decide di assumere una seconda manciata.
Per comprendere ciò che accade nelle ore successive è necessario soffermarsi brevemente sulla sostanza assunta quella sera. I funghi allucinogeni contengono psilocibina, che una volta nell’organismo viene trasformata in psilocina, la sostanza responsabile degli effetti psichedelici. Gli effetti possono iniziare generalmente entro 15-45 minuti dall’assunzione e possono comprendere euforia e alterazioni della percezione, ma anche ansia, confusione, paura e paranoia.
Un altro elemento rende particolarmente difficile ricostruire la quantità effettivamente assunta da Thomas: due funghi che esteriormente appaiono simili, se non identici, possono contenere concentrazioni differenti di principio attivo. Sapere che Thomas aveva assunto una o due “manciate”, quindi, non permette di stabilire con precisione la dose di psilocibina entrata nel suo organismo.
L’esperienza può essere neutra o positiva, con colori e suoni percepiti in maniera più intensa e sensazioni di euforia o benessere. In altri casi, però, può trasformarsi in quello che viene comunemente definito bad trip: un’esperienza psichedelica profondamente spaventosa, caratterizzata da panico, paranoia, disorientamento o dalla convinzione di trovarsi realmente in pericolo. Una dose elevata, un ambiente stressante, uno stato d’ansia precedente all’assunzione oppure la combinazione con alcol o altre sostanze possono contribuire a un’esperienza negativa. Rimane, tuttavia, anche una componente di imprevedibilità: un’esperienza iniziata senza particolari problemi può assumere improvvisamente una direzione completamente diversa.
Ed è proprio durante quella notte che nel comportamento di Thomas cominciano ad apparire i primi segnali insoliti.
Tra l’una e le due, mentre Soren, Dylan e Nik preparano nel seminterrato un grande letto di fortuna per trascorrere la notte, Thomas rivolge a Soren una domanda apparentemente banale, ma decisamente strana considerando il contesto: gli chiede dove dovrebbe dormire. Si trovano a casa di Thomas, che dovrebbe naturalmente sapere dove sistemarsi. Soren nota la stranezza, ma avendo assunto anche lui i funghi non le attribuisce particolare importanza.
Thomas, intanto, continua a non percepire gli effetti che si aspettava. Decide allora di salire nella propria stanza e provare a meditare, nella speranza di amplificarli. In seguito racconterà di avere sul telefono del materiale relativo a una meditazione guidata sulla ghiandola pineale, associata in alcuni ambienti spirituali al cosiddetto “terzo occhio”. Non è possibile sapere esattamente cosa abbia letto o quale meditazione abbia seguito quella notte.
Quello che sappiamo è che, quando Thomas torna nel seminterrato dagli amici, il suo comportamento è cambiato.
Ha molto caldo, parla in maniera difficile da comprendere e muove le mani davanti al volto di Dylan come se stesse cercando di modificare qualcosa sulla sua faccia. Tiene il telefono premuto contro il petto con la torcia rivolta verso l’esterno e appare sempre più confuso. Poi comincia a parlare di qualcosa di molto più inquietante: sostiene che i suoi amici siano stati “presi” da qualcosa di demoniaco.
Nella percezione di Thomas, il buio è diventato pericoloso. La luce, invece, è l’unica cosa capace di proteggerlo.
La realtà che vedono le persone intorno a lui e quella che Thomas sta vivendo hanno ormai iniziato a separarsi.
Alle 3:18 del mattino, Thomas entra nella camera da letto dove stanno dormendo sua madre Roz e il compagno di lei, Jeff. Accende la luce, si siede sul pavimento e dice di voler parlare. Roz, ancora assonnata e senza comprendere fino in fondo cosa stia accadendo, gli chiede di spegnere la luce e di tornare a letto. Thomas, però, si rifiuta. A quel punto è Roz ad alzarsi e a spegnerla.
Quel gesto, apparentemente insignificante, provoca in Thomas una reazione immediata. Nella realtà alterata che sta vivendo, il buio rappresenta un pericolo, mentre la luce è diventata una forma di protezione. Quando la stanza piomba nell’oscurità, Thomas si terrorizza e corre nella propria camera, chiudendo la porta con forza. Roz lo segue, ormai preoccupata dal comportamento del figlio. Il rumore sveglia anche Christina, che raggiunge la madre.
Le due cercano di entrare nella stanza, ma non ci riescono. Poi, improvvisamente, Thomas spalanca la porta. È senza maglietta, tiene il telefono in mano e punta la torcia verso sua madre e sua sorella. È visibilmente terrorizzato. Le chiama “il diavolo” e “Satana”, ordina loro di stare lontane e continua a parlare della luce.
Thomas, in realtà, sa chi ha davanti. Riconosce sua madre e sua sorella, ma ciò che vede non corrisponde più alla realtà condivisa dagli altri. I loro volti gli appaiono deformati; vede i capelli di Roz diventare progressivamente più lunghi e più scuri e il volto della madre assumere sembianze demoniache. Più Roz e Christina tentano di avvicinarsi per aiutarlo, più Thomas interpreta quei movimenti come una minaccia. È convinto che vogliano aggredirlo, che siano dei demoni e che lui sia stato mandato da Dio e debba difendersi.
Per Roz e Christina, invece, davanti a loro c’è semplicemente Thomas, in evidente difficoltà. Non comprendono cosa stia vedendo né perché sia così spaventato. Cercano soltanto di raggiungerlo e calmarlo.
Thomas decide allora di scappare. La destinazione che sceglie non è casuale: vuole raggiungere suo padre. Andrew abita ad appena 600 metri di distanza e, nel corso della sua vita, Thomas si era sempre rivolto a lui quando aveva bisogno di aiuto. Anche nel pieno di quella violentissima alterazione percettiva, il suo istinto sembra quindi portarlo verso la persona dalla quale si aspetta di essere protetto.
Fuori, però, è pieno inverno. Siamo in Canada alla fine di dicembre, la temperatura è abbondantemente sotto lo zero e Thomas esce di casa indossando soltanto i pantaloni. È a torso nudo, senza scarpe e senza calze. Percorre centinaia di metri scalzo nella neve senza apparentemente rendersi conto del gelo. In quel momento esiste soltanto una convinzione: è in pericolo e deve raggiungere casa di suo padre.
Roz prende una giacca e corre dietro al figlio. Nel frattempo Jeff si veste, sale in macchina insieme a uno degli amici di Thomas, raggiunge Roz lungo il percorso e insieme proseguono verso l’abitazione di Andrew. Quando arrivano nella zona, Thomas è già nei pressi della casa del padre e sta camminando avanti e indietro davanti al vialetto di un’abitazione vicina.
Roz prova nuovamente ad avvicinarsi. Vuole soltanto consegnargli la giacca e proteggerlo dal freddo, ma Thomas la guarda e la chiama ancora “diavolo”. Per lui, in quel momento, sua madre rappresenta una minaccia reale.
A quel punto interviene l’amico Soren Christianson. Gli si avvicina con calma, gli domanda se stia bene e gli porge la giacca. Per qualche istante sembra verificarsi qualcosa di diverso. Thomas la prende, la indossa e chiede a Soren se sia lui a stare bene. L’amico descriverà successivamente la voce utilizzata da Thomas in quel momento come quasi infantile. È un brevissimo frammento nel quale sembra riaffiorare una certa lucidità. Dura pochissimo.
Subito dopo Thomas afferra Soren e tenta di buttarlo a terra. Soren si siede allora a gambe incrociate sull’asfalto, cercando attraverso il proprio comportamento di comunicargli di non rappresentare una minaccia. Thomas, però, continua ad agitarsi: comincia a ringhiare, lo provoca e lo sfida a combattere. Poi raccoglie una pietra e la scaglia contro il finestrino dell’automobile di Jeff.
È in quel momento che Jeff comprende che la situazione è ormai fuori controllo. Riporta Roz e Soren a casa e decide di chiamare la polizia.
Thomas rimane invece per strada e continua a urlare, tanto da svegliare alcuni vicini. Parla della volontà di Dio, sostiene di essere Dio e afferma che nessuno possa fermarlo. Eppure non è ancora entrato nell’abitazione del padre, dove Andrew sta dormendo insieme a Lynn.
Christina, nel frattempo, tenta ripetutamente di telefonare ad Andrew e Lynn. Vuole avvertirli che Thomas sta arrivando e che qualcosa non va. Nessuno dei due, però, risponde.
Thomas potrebbe entrare normalmente nella casa del padre: all’ingresso è presente un lettore di impronte digitali nel quale è registrata anche la sua. Ma in quello stato di profonda confusione non sembra ricordarsene. Invece di utilizzare il sistema di accesso, rompe una finestra e passa attraverso l’apertura, ferendosi.
Entra così nell’abitazione a piedi scalzi, con la giacca aperta sul petto. Una volta dentro comincia ad accendere le luci e grida di non avere più paura.
Poi si dirige verso la camera da letto di Andrew e Lynn.
Le riprese delle telecamere di sicurezza documentano l’ingresso di Thomas nell’abitazione e il rumore del vetro infranto. Fuori dall’inquadratura si sente una porta colpita con forza.
A quel punto, Andrew e Lynn si svegliano. Lynn si sveglia sentendo Thomas gridare una frase precisa: “questo è il giorno del giudizio”. E per Andrew, il figlio che quella notte era corso fino a casa sua cercando quello che nella sua vita aveva sempre rappresentato un punto di riferimento e di aiuto, è ormai immerso in una realtà completamente diversa.
Andrew si sveglia e si trova davanti suo figlio in uno stato di profonda alterazione. Cerca immediatamente di raggiungerlo, di farsi riconoscere, continuando a ripetergli: «Thomas, sono papà». Ma anche in questo caso si verifica ciò che era già accaduto poco prima con Roz e Christina. Thomas sa che l’uomo davanti a lui è suo padre, eppure la sua percezione di Andrew è completamente distorta: vede il suo volto trasformarsi, assumere sembianze demoniache, e interpreta la situazione come una lotta nella quale deve difendere la propria vita.
A un certo punto Thomas corre in cucina, prende un coltello e si scaglia contro Andrew. Lo colpisce ripetutamente. Le ferite sono fatali: Andrew Chan muore all’interno della propria abitazione.
Thomas si dirige poi verso Lynn. Quando lo vede avvicinarsi con il coltello, la donna alza istintivamente le mani per proteggersi, ma nello stesso momento cerca anche di raggiungere il ragazzo che conosce e al quale è profondamente legata. Lo chiama per nome, gli parla e utilizza persino il nomignolo affettuoso “Lynnie”, nel tentativo di farsi riconoscere. Gli dice che gli vuole bene. Non basta.
Thomas colpisce anche lei, ferendola all’addome, a un braccio, alla schiena e al torace. Nonostante le ferite, Lynn riesce a raggiungere la camera da letto e a chiamare il 911. La sua voce durante la telefonata è debole e poco chiara, tanto che l’operatore deve chiederle più volte di ripetere ciò che sta dicendo. Lynn riesce comunque a comunicare le informazioni essenziali: dice di essere stata accoltellata, chiede aiuto e fornisce l’indirizzo dell’abitazione.
Mentre è ancora al telefono con i soccorsi, però, Thomas la raggiunge nuovamente nella stanza. Lynn continua a tentare di calmarlo e gli ripete che gli vuole bene. Thomas le risponde che anche lui le vuole bene, ma lo fa con una voce che Lynn descriverà successivamente come insolitamente profonda, completamente diversa da quella che gli aveva sempre sentito usare.
Subito dopo Thomas la colpisce con il coltello all’occhio destro.
Lynn è ancora al telefono con il 911 e riesce a comunicare all’operatore ciò che è appena accaduto: è stata pugnalata alla testa.
Thomas lascia quindi la camera e torna nella zona principale della casa. Per qualche momento si siede vicino all’ingresso, poi si rialza, raggiunge ancora una volta Lynn e la ferisce nuovamente, questa volta al collo.
Nel frattempo Roz e Christina sono tornate nei pressi dell’abitazione. Roz guarda attraverso la finestra accanto alla porta e vede Thomas camminare avanti e indietro all’interno della casa, sedersi per qualche momento e poi ricominciare a muoversi.
Quando viene suonato il campanello nel tentativo di farsi aprire, dall’interno Thomas comincia a gridare frasi sconnesse. Prima implora: «Per favore smettila, smettila». Poi pronuncia parole che, alla luce di quanto è appena accaduto dentro quella casa, assumono un significato particolarmente drammatico: «Vi amo tutti moltissimo, non voglio fare tutto questo».
Nel giro di pochissimo, però, il suo tono cambia nuovamente. Thomas torna aggressivo e ordina alle persone all’esterno di stare lontane, definendo l’abitazione un “posto sacro”.
Christina, in quel momento, è rimasta in macchina. Non conosce ancora la gravità di ciò che è successo all’interno della casa e non sa che Lynn ha già chiamato i soccorsi. Decide quindi di telefonare anche lei al 911. Spiega all’operatore che suo fratello è diventato incredibilmente aggressivo, racconta che ha lanciato una pietra contro il finestrino dell’automobile e comunica la via in cui si trova la casa.
È allora che riceve un’informazione sconvolgente.
L’operatore le dice che da quello stesso indirizzo è già arrivata una telefonata. A chiamare è stata una donna che ha riferito di essere stata accoltellata. È così che Christina scopre che, mentre la famiglia cercava di gestire quella che sembrava essere una gravissima crisi di Thomas, all’interno della casa qualcuno era stato ferito.
Poco dopo arrivano gli agenti di polizia. In quel momento sanno soltanto che nell’abitazione si trova una donna ferita. Cercano di entrare, ma non riescono a sfondare la porta e ordinano quindi a Thomas di aprire.
Inaspettatamente, lui obbedisce immediatamente.
Apre la porta, alza le mani e si mette a terra. È completamente ricoperto di sangue e sudore. Subito dopo, però, comincia a divincolarsi con una forza tale che i primi due agenti non riescono a tenerlo fermo e devono chiedere l’intervento dei colleghi che stanno controllando l’area circostante.
Alla fine, riescono a immobilizzarlo e a portarlo nella volante. Thomas continua a ripetere di essere Dio e di avere compiuto la sua volontà.
Soltanto allora gli agenti possono entrare nell’abitazione.
In cucina trovano Andrew, ormai senza vita. Lynn, invece, è incredibilmente ancora cosciente, nonostante presenti una gravissima emorragia al collo e numerose altre ferite. I paramedici riescono a salvarla, ma le conseguenze dell’aggressione saranno permanenti. Tra queste, la perdita dell’occhio destro.
Fuori dalla casa, Roz continua a chiedere disperatamente se qualcuno sia rimasto ferito, senza riuscire inizialmente a ottenere una risposta. Lei e Christina erano arrivate lì pensando di dover aiutare Thomas durante una crisi. Nel giro di pochi minuti cominciano invece a comprendere che dentro quella casa è successo qualcosa di molto più grave di quanto avessero immaginato.
Ancora, però, non conoscono tutta la verità.
Roz e Christina vengono portate in centrale, dove vengono ascoltate e infine informate di quanto è accaduto: Andrew è morto, Lynn è gravemente ferita e Thomas è stato arrestato.
Nel giro di poche ore, una famiglia è stata completamente sconvolta. E mentre Roz e Christina iniziano a confrontarsi con ciò che è successo, Thomas sta lentamente tornando alla realtà.
Passano alcune ore. Intorno alle 12 del giorno successivo, Thomas viene portato in una stanza della centrale di polizia per essere interrogato dalla detective Jo-Anne Elliott. A questo punto gli effetti più violenti delle sostanze sembrano essersi attenuati e il ragazzo è tornato sostanzialmente lucido, o quantomeno sta progressivamente recuperando il contatto con la realtà.
Thomas è già stato informato delle accuse nei suoi confronti: omicidio e tentato omicidio. Ha parlato con un avvocato e sa di avere il diritto di rimanere in silenzio. Ma c’è un aspetto ancora più difficile da affrontare. Deve iniziare a ricostruire quello che ha fatto durante quelle ore nelle quali la realtà, per lui, aveva assunto una forma completamente diversa.
All’inizio dell’interrogatorio, la detective Elliott gli rivolge domande relativamente semplici. Gli chiede della scuola, del rugby, degli amici e della famiglia. Thomas a volte risponde, altre preferisce non farlo. Quando però la conversazione arriva ad Andrew, la sua reazione cambia. Thomas comincia a piangere. Nel dolore riesce soltanto a dire di amare suo padre, di volergli bene.
Progressivamente racconta anche ciò che ricorda della sera precedente. Spiega di avere già assunto funghi allucinogeni in passato e che, fino ad allora, quelle esperienze erano sempre state positive. Poi descrive la paura provata durante quella notte e parla apertamente di un delirio religioso. Non riesce a comprendere perché la sua mente abbia costruito proprio quello scenario: Thomas non si considera una persona religiosa e sostiene di non esserlo mai stato. Eppure, quella notte, era assolutamente convinto che le persone che lo circondavano fossero diventate entità demoniache, che si stessero rivoltando contro di lui e che lui stesso fosse impegnato in una sorta di missione affidatagli da Dio.
Durante l’interrogatorio appare profondamente sconvolto. Piange, manifesta incredulità e dice che soltanto in quel momento la morte di suo padre sta iniziando a sembrargli davvero reale. Continua a ripetere di amarlo e arriva a dire di non meritare il perdono della propria famiglia.
È questo uno degli aspetti più drammatici del caso: alla violenza della notte precedente segue il momento in cui Thomas deve confrontarsi con le sue conseguenze. Quello che per ore aveva interpretato attraverso una realtà completamente alterata adesso assume contorni concreti. Suo padre è morto. Lynn è stata gravemente ferita. E lui è accusato di aver commesso entrambi gli attacchi.
Quando Roz e Christina riescono a parlare con Thomas per la prima volta dopo l’arresto, sono appena state travolte dalla perdita di Andrew e dalla scoperta di quanto accaduto. Eppure, nonostante il dolore, ricordano a Thomas quanto gli vogliono bene e gli promettono che cercheranno insieme a lui di comprendere cosa sia successo quella notte.
Quel legame non si interromperà negli anni successivi. Roz e Christina rimarranno accanto a Thomas durante il lungo percorso giudiziario che seguirà.
Thomas trascorre i primi quattro mesi in carcere, spesso in isolamento. Inizialmente viene accusato di omicidio di secondo grado e tentato omicidio; successivamente viene aggiunta anche l’accusa di aggressione aggravata. Rimane in custodia fino all’aprile del 2016, quando ottiene la libertà su cauzione.
A quel punto diventa sempre più evidente che il procedimento non ruoterà principalmente attorno alla ricostruzione materiale della notte. La presenza di Thomas nella casa e le aggressioni ad Andrew e Lynn non saranno infatti il vero oggetto della controversia.
La questione fondamentale sarà un’altra: stabilire in quale condizione mentale si trovasse Thomas mentre compiva quelle azioni e, soprattutto, quali conseguenze quella condizione dovesse avere sulla sua responsabilità penale.
Il processo comincia il 10 settembre 2018 davanti alla Corte Superiore dell’Ontario, a Peterborough. Sono trascorsi quasi tre anni dalla morte di Andrew. Il tribunale dovrà ora affrontare una domanda estremamente complessa: Thomas era in grado, quella notte, di comprendere la natura delle proprie azioni e di capire che ciò che stava facendo era sbagliato?
Da questa domanda dipenderà praticamente tutto il processo.
Il processo contro Thomas Chan inizia il 10 settembre 2018 davanti alla Corte Superiore dell’Ontario, a Peterborough. Su un punto fondamentale accusa e difesa non sono in disaccordo: è Thomas ad aver aggredito Andrew Chan e Lynn Witteveen quella notte. Il nodo del procedimento riguarda invece la sua responsabilità penale, e quindi la capacità che aveva, nel momento degli attacchi, di comprendere pienamente ciò che stava facendo e il significato morale delle proprie azioni.
La stessa accusa riconosce che non esistono prove sufficienti per dimostrare la specifica intenzione necessaria a sostenere le iniziali imputazioni di omicidio e tentato omicidio. Per questo chiede che Thomas venga riconosciuto colpevole di manslaughter per la morte del padre e di aggressione aggravata per l’attacco a Lynn. La difesa percorre invece una strada differente e chiede che Thomas venga dichiarato NCR, Not Criminally Responsible on Account of Mental Disorder, cioè non penalmente responsabile a causa di un disturbo mentale.
Non si tratta di sostenere che Thomas non abbia compiuto materialmente quelle azioni. Una dichiarazione di NCR presuppone che il fatto sia avvenuto, ma che al momento del reato la persona fosse affetta da un disturbo mentale tale da renderla incapace di comprendere la natura e le conseguenze delle proprie azioni oppure di sapere che fossero moralmente sbagliate.
Ed è proprio qui che il caso diventa particolarmente complesso.
Durante il processo vengono ascoltati due psichiatri forensi: Gary Chaimowitz, chiamato dalla difesa, e Phillip Klassen, per l’accusa. Su un aspetto essenziale le loro conclusioni coincidono. Entrambi ritengono che quella notte Thomas si trovasse in uno stato di psicosi indotta da sostanze e che, durante quella psicosi, non fosse in grado di comprendere che ciò che stava facendo fosse moralmente sbagliato.
Il punto sul quale le loro valutazioni divergono riguarda invece il possibile ruolo dei traumi cerebrali subiti da Thomas negli anni precedenti.
Nel corso del procedimento vengono nuovamente analizzate le conseguenze delle sette commozioni cerebrali riportate da Thomas mentre giocava a rugby. Una valutazione neuropsicologica effettuata nel 2018 restituisce risultati coerenti con quelli già emersi nel 2013: Thomas presenta ancora difficoltà nell’attenzione uditiva, nella memoria di lavoro e nella velocità di elaborazione.
Secondo il neuropsicologo Losier, il quadro è compatibile con la presenza di un danno che avrebbe interessato con maggiore probabilità le aree frontali e, probabilmente, anche quelle temporali del cervello. Il giudice ritiene inoltre che i problemi cognitivi di Thomas non siano stati inventati dopo l’arresto per costruire una strategia difensiva: erano stati documentati anni prima dei fatti e non esistevano elementi per concludere che fossero completamente scomparsi prima del dicembre 2015.
Rimane però una domanda decisiva: quei precedenti traumi hanno contribuito alla reazione estrema provocata dai funghi allucinogeni?
Per il dottor Chaimowitz, la risposta è plausibile. Secondo la sua valutazione, il trauma cerebrale avrebbe potuto rendere Thomas più vulnerabile agli effetti della psilocibina, contribuendo allo sviluppo della psicosi. Klassen assume invece una posizione più prudente. Non esclude completamente un possibile collegamento, ma ritiene che le conoscenze scientifiche disponibili non permettano di affermarlo con sufficiente certezza, soprattutto perché non si conoscono la quantità esatta, la specie dei funghi assunti né la concentrazione effettiva di principio attivo.
A questo si aggiunge la testimonianza del tossicologo Daryl Mayers, secondo il quale una dose sufficientemente elevata può provocare una psicosi indotta da sostanze anche in una persona che non presenti precedenti traumi cerebrali.
Il giudice accetta quindi due elementi fondamentali: Thomas quella notte era psicotico e, a causa di quello stato, non era in grado di comprendere la natura moralmente sbagliata delle proprie azioni. Il problema giuridico riguarda però l’origine di quella condizione. Non viene dimostrato che la psicosi fosse conseguenza di un disturbo derivante dai traumi cerebrali; le prove indicano invece come causa immediata l’assunzione volontaria dei funghi allucinogeni.
Secondo il quadro normativo applicabile in quel momento, questa distinzione impedisce alla difesa di ottenere una dichiarazione di non responsabilità penale per disturbo mentale.
Rimane però ancora una possibilità: dimostrare che Thomas, durante gli attacchi, si trovasse in uno stato di automatismo.
Ed è proprio su questa seconda linea difensiva che il caso di Thomas Chan finirà per assumere una rilevanza molto più ampia della vicenda individuale.
Per comprendere la seconda strategia della difesa è necessario distinguere la psicosi dall’automatismo. Una persona in stato psicotico può avere una percezione profondamente alterata della realtà e agire sulla base di convinzioni deliranti, mantenendo però il controllo fisico delle proprie azioni. L’automatismo riguarda invece una condizione ancora diversa: la persona agisce senza un vero controllo cosciente sui propri movimenti, in uno stato che può essere paragonato, per alcuni aspetti, a quello di chi compie determinate azioni durante il sonnambulismo.
La difesa di Thomas sostiene quindi che, al momento dell’aggressione ad Andrew e Lynn, il ragazzo potrebbe essersi trovato in uno stato di automatismo provocato dall’intossicazione estrema. Ma nel 2018 esiste un ostacolo giuridico determinante. La sezione 33.1 del Codice penale canadese, nella formulazione allora vigente, impedisce di utilizzare l’intossicazione volontaria estrema come difesa per determinati reati violenti quando la sostanza è stata assunta consapevolmente.
Nel caso di Thomas questo significa che il punto di partenza è incontestabile: i funghi allucinogeni sono stati assunti volontariamente. Di conseguenza, anche qualora l’intossicazione avesse raggiunto un livello tale da eliminare il controllo cosciente delle sue azioni, la norma impedisce alla difesa di utilizzare l’automatismo per escluderne la responsabilità.
Il giudice Boswell, quindi, non stabilisce se Thomas fosse effettivamente in stato di automatismo durante gli attacchi. Non è necessario arrivare a quella conclusione, perché la legge applicabile in quel momento rende comunque indisponibile quella difesa. È una distinzione fondamentale: il tribunale non conclude che l’automatismo non si sia verificato, ma che Thomas non può invocarlo giuridicamente a causa della modalità con cui si è prodotta l’intossicazione.
Il 6 dicembre 2018 arriva così il verdetto. Thomas Chan viene dichiarato colpevole di manslaughter per la morte di Andrew e di aggressione aggravata nei confronti di Lynn. Ma il dibattito sull’automatismo e sulla costituzionalità della sezione 33.1 è tutt’altro che concluso. Quella stessa norma diventerà infatti il fulcro dell’appello e, alcuni anni più tardi, porterà il caso fino alla Corte Suprema del Canada.
Il 19 febbraio 2019, il tribunale ascolta 14 dichiarazioni sull’impatto del reato. Sono testimonianze che mostrano quanto le conseguenze di quella notte siano andate ben oltre ciò che è accaduto fisicamente all’interno della casa di Andrew. A prendere la parola c’è anche Lynn, sopravvissuta a ferite gravissime e costretta da allora a confrontarsi con una vita profondamente diversa.
Lynn racconta che l’aggressione le ha fatto perdere dignità, indipendenza e senso di uno scopo. Le conseguenze non riguardano soltanto le lesioni fisiche, ma ogni aspetto della sua quotidianità e della sua autonomia. Alla perdita di Andrew, suo compagno, si aggiunge quindi un percorso personale segnato dalle conseguenze permanenti dell’attacco subito.
Anche Thomas interviene davanti alla corte. Chiede perdono e dichiara che, se ne avesse la possibilità, scambierebbe immediatamente il proprio posto con quello di suo padre. La morte di Andrew, inoltre, ha lasciato un vuoto che coinvolge una comunità molto più ampia della famiglia: amici, colleghi, dipendenti della sua clinica e numerosi pazienti, che hanno perso il medico specialista dal quale erano seguiti.
Il 11 marzo 2019 viene pronunciata la sentenza: Thomas riceve una pena complessiva di cinque anni di reclusione. Nel determinarla, il giudice tiene conto della gravità estrema delle conseguenze, ma anche delle circostanze particolari nelle quali sono maturati i fatti. Thomas non aveva assunto i funghi con l’intenzione di diventare violento o di fare del male a qualcuno e, secondo la valutazione del tribunale, quella reazione non era per lui ragionevolmente prevedibile.
Viene inoltre riconosciuto il periodo già trascorso in custodia: circa un anno, compresi quasi quattro mesi passati in isolamento in condizioni che il giudice descrive come inumane. Vengono considerate anche le restrizioni affrontate durante circa sei mesi di libertà su cauzione. Alla fine, a Thomas rimangono da scontare tre anni e mezzo.
Ma la sentenza non chiude il caso. Thomas presenta appello e ottiene nuovamente la libertà su cauzione mentre il procedimento prosegue.
Nel frattempo, per Lynn, le conseguenze del 28 dicembre 2015 continuano ogni giorno. E la loro portata diventerà ancora più evidente negli anni successivi.
Mentre il procedimento giudiziario prosegue, Lynn Witteveen continua ad affrontare le conseguenze fisiche dell’aggressione. Essere sopravvissuta non significa infatti essere tornata alla vita che conduceva prima del 28 dicembre 2015. Le ferite riportate quella notte richiedono un lungo percorso medico, segnato da numerosi interventi chirurgici e da conseguenze che, in alcuni casi, saranno permanenti.
Lynn deve sottoporsi a tre resezioni intestinali, a una ricostruzione della parete addominale e a diversi interventi all’occhio. Per mesi viene alimentata attraverso un sondino. Le lesioni subite compromettono inoltre la sua capacità di parlare, camminare e svolgere autonomamente alcune delle normali attività quotidiane. L’occhio destro, colpito durante l’aggressione mentre Lynn era ancora al telefono con il 911, non può essere recuperato: la donna rimane permanentemente cieca da quell’occhio.
Le conseguenze riguardano anche la sua indipendenza. Lynn non riesce più a lavorare e deve fare affidamento sull’aiuto degli altri per affrontare diversi aspetti della propria quotidianità. Alla perdita del compagno Andrew Chan si aggiungono quindi una profonda trasformazione fisica e la perdita di una parte dell’autonomia che aveva avuto prima dell’aggressione.
La vicenda arriva anche sul piano civile. Lynn avvia una causa contro Thomas e contro Roz, sostenendo, tra le altre cose, una responsabilità per negligenza da parte della madre di Thomas. Nel maggio 2020 la controversia si conclude con un accordo, i cui termini rimangono confidenziali.
Nello stesso periodo, però, sul fronte penale sta per arrivare una decisione capace di modificare radicalmente la posizione di Thomas. Il punto centrale torna a essere quello già emerso durante il primo processo: se una persona raggiunge, dopo avere assunto volontariamente una sostanza, uno stato di intossicazione talmente estremo da perdere il controllo cosciente delle proprie azioni, può essere privata in modo automatico della possibilità di dimostrarlo in tribunale?
Il 3 giugno 2020, la Corte d’Appello dell’Ontario annulla le condanne di Thomas e dispone un nuovo processo. Al centro della decisione c’è proprio la sezione 33.1 del Codice penale, la norma che durante il processo del 2018 aveva impedito alla difesa di invocare l’automatismo derivante da un’intossicazione volontaria.
Secondo la Corte d’Appello, quella disposizione è incostituzionale. Thomas deve quindi avere la possibilità di tentare di dimostrare che l’intossicazione raggiunta quella notte fosse così estrema da avergli fatto perdere completamente il controllo volontario sulle proprie azioni. Questo non significa che la Corte stabilisca che Thomas fosse effettivamente in stato di automatismo. Significa, invece, che quella possibilità non può essere esclusa in partenza soltanto perché aveva scelto volontariamente di assumere i funghi.
La distinzione è essenziale, perché il primo giudice non aveva mai stabilito se Thomas fosse realmente in stato di automatismo. La questione non era stata decisa proprio perché la sezione 33.1 impediva di utilizzare quella difesa. Con l’annullamento delle condanne, dunque, quel punto torna improvvisamente centrale.
Il caso di Thomas, inoltre, non è l’unico nel quale la norma viene contestata. La sua vicenda giudiziaria si intreccia con quella di David Sullivan, un uomo che aveva assunto una dose eccessiva di bupropione, un antidepressivo atipico. Sullivan aveva sviluppato una psicosi e aveva gravemente ferito sua madre. Nel suo caso, il giudice aveva riconosciuto che si trovava in stato di automatismo, ma lo aveva comunque condannato proprio a causa della sezione 33.1.
La posizione di Thomas è diversa sotto un aspetto determinante: nel suo primo processo il tribunale non aveva accertato l’automatismo, perché la legge aveva reso inutile affrontare quella questione. Un eventuale nuovo processo avrebbe quindi dovuto esaminare proprio ciò che nel 2018 era rimasto senza risposta.
La Crown, l’accusa canadese, decide di portare entrambi i casi davanti alla Corte Suprema del Canada. A questi viene affiancata anche la vicenda di Matthew Brown, che dopo avere consumato alcol e funghi allucinogeni aveva aggredito violentemente una donna. Nel suo caso, il giudice aveva riconosciuto l’automatismo e lo aveva assolto, dichiarando incostituzionale la stessa sezione 33.1.
Tre vicende differenti finiscono così per convergere attorno alla medesima questione costituzionale. E quando la Corte Suprema si pronuncerà, nel maggio 2022, la decisione non riguarderà più soltanto Thomas Chan: metterà in discussione direttamente il modo in cui il diritto penale canadese aveva fino a quel momento affrontato i rarissimi casi di intossicazione estrema e automatismo.
Il 13 maggio 2022, la Corte Suprema del Canada si pronuncia sui casi arrivati alla sua attenzione e dichiara incostituzionale la formulazione allora vigente della sezione 33.1 del Codice penale. La questione affrontata dalla Corte riguarda un principio fondamentale della responsabilità penale: la possibilità di attribuire a una persona un atto violento commesso quando, a causa di un’intossicazione estrema, quella persona potrebbe non avere avuto alcun controllo cosciente sulle proprie azioni.
Il ragionamento, semplificando una questione giuridica molto più articolata, parte dalla distinzione tra due momenti. Da una parte c’è la decisione volontaria di assumere una sostanza; dall’altra c’è il successivo comportamento violento compiuto in un eventuale stato di automatismo. Secondo la Corte, il fatto che il primo comportamento sia volontario non permette di considerare automaticamente volontario anche il secondo. Se una persona riesce a dimostrare di essere entrata in uno stato di intossicazione così estremo da perdere completamente il controllo volontario del proprio corpo, la legge non può escludere a priori quella condizione soltanto perché la sostanza era stata inizialmente assunta per scelta.
La decisione, però, non significa che essere molto ubriachi, sotto l’effetto di droghe, confusi o incapaci di ricordare ciò che è accaduto sia sufficiente per invocare l’automatismo. Si tratta di una condizione eccezionale, distinta dalla normale intossicazione, nella quale deve essere dimostrata una vera e propria assenza di controllo cosciente. Proprio per la sua natura, richiede prove solide e rappresenta una difesa destinata a circostanze rare.
La sentenza modifica quindi profondamente il quadro giuridico nel quale era stato giudicato Thomas nel 2018. Ma lascia ancora aperta la domanda più importante relativa alla sua notte del 28 dicembre 2015: Thomas si trovava davvero in uno stato di automatismo quando uccise suo padre e ferì gravemente Lynn? La Corte Suprema non risponde a questa domanda. Per farlo sarebbe stato necessario un nuovo processo nel quale esaminare specificamente le prove relative alle sue condizioni in quelle ore.
Nel frattempo, anche il Parlamento canadese interviene. Il 23 giugno 2022 entra in vigore una nuova formulazione della sezione 33.1, destinata a disciplinare i casi di intossicazione estrema autoindotta alla luce dei principi stabiliti dalla Corte Suprema.
Per Thomas, però, il nuovo processo non arriverà mai.
Il 4 agosto 2022, la Crown decide di ritirare definitivamente il procedimento contro Thomas Chan. Sono trascorsi quasi sette anni dalla notte in cui Andrew è morto e Lynn è rimasta gravemente ferita. Nel frattempo, Thomas ha trascorso un periodo significativo in custodia e lunghi anni sottoposto alle restrizioni della libertà su cauzione, attraversando un primo processo, una condanna, un appello e infine il passaggio del caso davanti alla Corte Suprema.
A quel punto Thomas ha 25 anni e ha cercato di ricostruire almeno una parte della propria vita. Nel 2020, mentre il procedimento giudiziario era ancora in corso, si era iscritto alla Trent University per conseguire una laurea in filosofia, seguendo inizialmente i corsi a distanza. I risultati accademici erano stati molto positivi, tanto da permettergli di entrare nella lista degli studenti distintisi per il rendimento.
La scelta di studiare filosofia può inevitabilmente richiamare alcuni dei temi che hanno attraversato la sua vicenda (la coscienza, la responsabilità, l’identità personale e il rapporto tra volontà e azione) ma non esistono elementi che permettano di stabilire che sia stata questa esperienza a determinare la sua scelta universitaria. Rimane quindi soltanto una possibile lettura, non un fatto documentato.
La decisione della Crown di interrompere definitivamente il procedimento significa soprattutto una cosa: non ci sarà un secondo processo. Di conseguenza, il tribunale non arriverà mai a pronunciarsi sulla questione che era rimasta irrisolta fin dal 2018. Non verrà stabilito giudizialmente se Thomas, durante gli attacchi ad Andrew e Lynn, si trovasse davvero in quello stato di automatismo estremo che la prima versione della sezione 33.1 gli aveva impedito di invocare come difesa.
Questo punto è essenziale per comprendere correttamente l’epilogo giudiziario. La cancellazione delle precedenti condanne e il successivo ritiro del procedimento non equivalgono a una decisione con cui un tribunale abbia accertato che Thomas fosse in stato di automatismo. Allo stesso modo, il primo processo non aveva stabilito il contrario. La questione è semplicemente rimasta senza una risposta giudiziaria definitiva.
Dopo l’agosto del 2022, le informazioni pubblicamente disponibili sulla vita di Thomas diventano estremamente limitate. L’ultima immagine ricostruibile attraverso gli elementi contenuti nello script è quella di un ragazzo di 25 anni, iscritto all’università e con ottimi risultati accademici, dopo aver trascorso quasi sette anni della propria giovinezza tra detenzione, libertà sottoposta a condizioni, processi e ricorsi.
Il procedimento penale è terminato. Ma la conclusione giudiziaria non può cancellare ciò che è accaduto quella notte, né le conseguenze che continuano a esistere per tutte le persone coinvolte.
La conclusione del procedimento penale non coincide con la conclusione della storia. Andrew Chan è morto nella propria casa, ucciso dal figlio al quale, pochi istanti prima, aveva cercato di ricordare semplicemente di essere suo padre. Lynn Witteveen è sopravvissuta, ma porta ancora le conseguenze permanenti delle ferite riportate: ha perso la vista dall’occhio destro, ha affrontato numerosi interventi chirurgici, non ha potuto riprendere il proprio lavoro e ha visto profondamente compromesse la propria salute e indipendenza. Oltre alle conseguenze fisiche dell’aggressione, ha dovuto affrontare la perdita di Andrew, l’uomo con cui aveva costruito una relazione stabile e una vita condivisa.
Anche per Roz e Christina, quella notte ha segnato una frattura irreversibile. Hanno perso Andrew e, nello stesso momento, hanno visto Thomas diventare il responsabile della sua morte. Nei quasi sette anni successivi hanno attraversato con lui arresto, detenzione, libertà su cauzione, processo, condanna, appello e ricorso alla Corte Suprema, continuando a sostenerlo pur dovendo convivere con il proprio lutto. È proprio questa sovrapposizione di conseguenze a rendere il caso difficile da racchiudere in categorie semplici.
Thomas aveva 19 anni quando decise volontariamente di assumere funghi allucinogeni e, dopo non averne inizialmente percepito gli effetti, ne prese una seconda quantità. Fu una scelta dalle conseguenze devastanti, ma nulla indica che quella sera avesse assunto la sostanza con l’intenzione di diventare violento, uccidere suo padre o ferire Lynn. Molti giovani compiono scelte imprudenti senza che queste conducano a conseguenze simili; in questo caso, invece, una decisione presa durante una serata tra amici ha cambiato definitivamente la vita di un’intera famiglia.
Nel maggio 2022, attraverso i propri avvocati, Thomas dichiarò che il dolore e l’orrore per ciò che era accaduto lo avrebbero accompagnato per sempre. Stabilire se meriti il perdono, o decidere se le conseguenze affrontate negli anni successivi siano state sufficienti, non modifica però i fatti centrali di questa storia. Possono coesistere più realtà: il dolore enorme delle vittime e dei loro familiari, la responsabilità di Thomas per avere scelto di assumere quelle sostanze e, contemporaneamente, l’impossibilità per un ragazzo di 19 anni di prevedere la catastrofe che quella scelta avrebbe prodotto.
Il caso di Thomas Chan rimane così una storia nella quale vittima, responsabilità, intenzione e colpa non si lasciano separare con facilità. E forse la domanda più difficile rimane proprio quella che ha accompagnato l’intero percorso giudiziario: come dovrebbe essere valutata la responsabilità di una persona quando una scelta volontaria conduce a uno stato mentale nel quale la capacità di controllare le proprie azioni potrebbe essere completamente scomparsa?