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L’OSCURA STORIA DIETRO LA STAR DI RIVERDALE RYAN GRANTHAM

Indice

Il caso di Ryan Grantham: la baby star di Riverdale e l’omicidio che ha sconvolto il Canada

Sei in salotto, accendi la TV, scorri distrattamente tra titoli e poster alla ricerca di qualcosa di leggero. Alla fine, opti per un episodio di Riverdale, una serie comfort che puoi lasciare andare in sottofondo, mentre controlli il telefono. Ma a un certo punto, qualcosa cattura la tua attenzione. 

Sul piccolo schermo compare un volto noto, quello di un giovane attore secondario. Non è uno dei protagonisti, eppure ti sembra familiare. Lo hai già visto da qualche parte, ma non riesci subito a ricordare dove. Poi, improvvisamente, un lampo di memoria: quel volto lo hai visto al telegiornale. Non nei panni di un attore, ma in quelli di un criminale. Il suo nome si completa in pochi secondi nella barra di ricerca di Google: Ryan Grantham. 

La scoperta è scioccante. Non si tratta solo di una notizia di cronaca nera, ma di un fatto che lascia senza parole: Ryan Grantham, baby star canadese, è stato arrestato per aver ucciso la propria madre. E non solo: ha anche pianificato di assassinare il primo ministro del Canada. Una spirale di follia e violenza che nessuno avrebbe potuto prevedere guardando quel volto innocente. 

È l’inizio drammatico di una vicenda reale, che ha scosso l’opinione pubblica e lasciato una lunga scia di interrogativi. Chi era veramente Ryan Grantham? Cosa lo ha portato a compiere un gesto così estremo? E, soprattutto, quali segnali sono stati ignorati lungo il percorso? 

L’infanzia tranquilla a Squamish

Ryan Grantham nasce il 30 novembre 1998 a Squamish, una cittadina immersa nel verde della British Columbia, a circa 60 km da Vancouver. Cresce insieme alla madre Barbara Waite e alla sorella maggiore Lisa. Del padre non si sa molto: è uscito di scena quando Ryan era ancora piccolo, lasciando Barbara a crescere i figli da sola. 

Barbara è una madre attenta, affettuosa e instancabile. Lisa la definisce “la sua migliore amica”, e racconta di una donna sempre positiva, amante dello sport e della vita all’aperto. Una madre che crede profondamente nel potenziale dei suoi figli e che li sprona a inseguire i propri sogni. 

Quando Ryan, intorno agli otto anni, esprime il desiderio di diventare attore, Barbara lo sostiene con entusiasmo. Lo iscrive a corsi di recitazione, lo accompagna ai provini, lo aiuta a trovare le giuste occasioni. Ryan mostra da subito una predisposizione naturale, e Barbara lo incoraggia passo dopo passo. 

Così Ryan entra nel mondo dello spettacolo. Inizia con piccoli ruoli in spot pubblicitari e serie TV, fino a diventare testimonial di brand di abbigliamento per bambini. La sua filmografia si arricchisce di esperienze: ruoli secondari, ma utili per farsi le ossa. 

Nel 2010 ottiene il primo ruolo rilevante: Rodney Jones in Diario di una schiappa. Non è il protagonista, ma è il personaggio più importante interpretato fino a quel momento. Seguono altre apparizioni: Io & Marley 2, un episodio di Supernatural, e infine, nel 2019, il ruolo che lo renderà noto a tutti – per motivi purtroppo drammatici – in Riverdale. 

Il ruolo in Riverdale e l’episodio tributo a Luke Perry

Nel 2019, Ryan Grantham ottiene un ruolo nella serie Riverdale, nota per il suo stile oscuro e surreale, che mescola thriller, horror e musical. Ryan interpreta Jeffrey Augustine, un personaggio secondario che compare in un solo episodio, ma in un contesto carico di significato. 

L’episodio in questione, intitolato “In Memoriam”, è un tributo all’attore Luke Perry, morto improvvisamente per un ictus. Perry interpretava Fred Andrews, padre del protagonista Archie. Nella serie, Fred muore in un incidente d’auto mentre soccorre una donna in difficoltà. Il ruolo di Grantham è quello del ragazzo alla guida dell’auto che travolge Fred, rendendo la sua comparsa breve ma centrale all’interno dell’episodio. 

La puntata si distingue per il tono commosso e autentico, anche grazie alla presenza di Shannen Doherty, amica intima di Luke Perry e sua collega in Beverly Hills 90210, che interpreta proprio la donna salvata nell’incidente. 

Anche se limitata a pochi minuti, questa apparizione consolida la carriera di Ryan, che nel tempo si è costruito una credibilità da attore giovane ma esperto, grazie anche al suo aspetto da eterno adolescente, nonostante avesse già superato i vent’anni. Una caratteristica che lo rendeva perfetto per ruoli giovanili. 

Riceve diverse nomination: agli UBCP/ACTRA Awards per Becoming Redwood, al Vancouver Short Film Festival per Liz ed è candidato ai Leo Awards, tra i più importanti del cinema canadese. 

Parallelamente, si iscrive alla Simon Fraser University, ma sceglie di restare a vivere a Squamish, accanto alla madre Barbara. A questo punto, tutto sembra stabile: carriera avviata, madre amorevole, buoni guadagni. Ma sotto la superficie, qualcosa sta per incrinarsi pericolosamente. 

Il crollo: malattia, pandemia e depressione

Nel 2020, la vita di Ryan Grantham cambia radicalmente. Alla madre, Barbara Waite, viene diagnosticato un tumore. Un colpo durissimo, che arriva proprio mentre il mondo sta affrontando l’emergenza del Covid-19. Il lockdown, l’isolamento e le incertezze della pandemia si sommano alla paura e al dolore per la malattia della madre, gettando Ryan in un abisso emotivo. 

Il contesto è delicato. Secondo l’OMS, nel primo anno di pandemia i casi di depressione e ansia sono aumentati del 25%. Ryan si ritrova senza più riferimenti: i set sono fermi, le produzioni cancellate, i sogni artistici in stallo. Nonostante gli sforzi, sente di non aver mai raggiunto il successo che desiderava. 

Inizia a chiudersi in sé stesso, smette di frequentare le lezioni universitarie online e, sopraffatto dal senso di colpa, non ne parla con nessuno. Barbara è provata dalla malattia, e lui non vuole darle ulteriori preoccupazioni. Ma dietro quella facciata di normalità, la depressione si fa sempre più profonda. 

Per affrontare il dolore, comincia a fare uso pesante di marijuana. Una scelta pericolosa, che in soggetti vulnerabili può aggravare i sintomi depressivi e, in alcuni casi, portare a stati psicotici. Ryan diventa sempre più instabile, ma riesce a nascondere tutto alla famiglia. La madre e la sorella Lisa, che vive da sola, non si accorgono di nulla. 

In questo periodo oscuro, Ryan inizia a scrivere un diario disturbante. Vi annota pensieri ossessivi, piani violenti, disprezzo verso sé stesso e progetti suicidi. Si identifica nel Joker interpretato da Joaquin Phoenix, figura di ribellione e follia, e sviluppa una vera ossessione per il personaggio. 

Le sue giornate oscillano tra ore passate sul dark web, video violenti, stragi, bombe artigianali. Arriva a convincersi di poter raggiungere la notorietà in modo alternativo. E inizia a pianificare un gesto eclatante: una sparatoria nella sua università. Carica l’auto di armi, si dirige verso il campus… ma si ferma all’ultimo. 

Torna a casa e pensa a un bersaglio ancora più “visibile”: il primo ministro Justin Trudeau. Ma prima, nella sua mente distorta, c’è una persona da eliminare. Qualcuno che ama e che non deve vedere ciò che sta per accadere: sua madre. 

L’omicidio di Barbara Waite: un piano documentato

Ryan inizia a pianificare ogni dettaglio. Vuole compiere il gesto in modo rapido e indolore, senza guardare sua madre in faccia. E decide di riprendere tutto con una GoPro. Nei video – mai diffusi pubblicamente ma descritti nei documenti del processo – si vede Ryan fare delle prove con un’arma mentre la madre, ignara, suona il pianoforte. In un’occasione le punta il fucile alla nuca e rimane fermo, a pochi passi da lei. Riprende tutto, testimoniando un livello di premeditazione agghiacciante. 

E così, il 31 marzo 2020, Ryan carica e scarica il fucile seduto sulle scale, in attesa del momento prescelto. Quando sente il pianoforte suonare, si alza, si avvicina e spara alla nuca di sua madre. 

Dopo l’omicidio, accende la GoPro e registra una video-confessione. Le sue parole sono gelide: “Ho appena ucciso mia madre. Ho sparato all’unica persona che mi amava alla nuca, pochi istanti dopo lei ha capito che sono stato io”. È una frase che lascia senza fiato. Perché suggerisce che Barbara, anche se solo per un istante, abbia realizzato di essere stata uccisa dal proprio figlio. 

Nel video, Ryan mostra il corpo della madre e poi riprende sé stesso allo specchio, mentre dice: “Pensavi di essere così forte”. È un momento disturbante, che racconta la frattura definitiva della sua identità. 

Ma l’orrore non finisce qui. Ryan esce di casa, si reca al bancomat a prelevare denaro, compra birra e marijuana, e torna a casa. Passa la notte bevendo, fumando e guardando Netflix. Prima di addormentarsi, scrive una nota finale nel diario: “Mi dispiace tanto mamma. Mi dispiace tanto Lisa. Mi odio. Nessuno capirà”. 

Il giorno seguente, 1° aprile 2020, Ryan si prepara a portare a termine il suo piano: uccidere il primo ministro canadese. Carica in auto tre armi da fuoco, munizioni, dodici molotov, una tenda da campeggio e provviste. Ma prima di partire, compie un gesto quasi rituale: copre il corpo della madre e il pianoforte con un telo di plastica, accende delle candele e vi posiziona sopra un rosario. 

Poi, sale in macchina e si dirige a Ottawa. Un viaggio di oltre 4.200 chilometri, quasi 48 ore di guida. Durante il tragitto, si ferma per testare una delle molotov. Vuole essere sicuro che funzioni. Il piano è chiaro: creare confusione, penetrare nella residenza del primo ministro e uccidere Justin Trudeau. 

Ma più si avvicina, più qualcosa in lui cambia. 

La resa e la scoperta dell’omicidio

Durante le lunghe ore di guida verso Ottawa, qualcosa in Ryan si incrina nuovamente. Mentre attraversa il Paese, la realtà inizia a imporsi con più forza delle sue fantasie. Si rende conto che il suo piano è irrealistico. La sicurezza attorno alla casa di Justin Trudeau è altissima. Non può semplicemente lanciare delle molotov e sperare di superare le difese armate. 

Questa consapevolezza non lo ferma del tutto, ma lo destabilizza. Cambia piano e obiettivo. Torna a pensare alla sua università, oppure a un altro luogo affollato dove provocare una strage. La sua nuova idea è colpire un punto iconico e frequentato: il Lions Gate Bridge di Vancouver, un ponte sospeso di oltre un chilometro, simbolo della città. 

Ma mentre si avvicina a Vancouver, ha un improvviso momento di lucidità. Per la prima volta, realizza pienamente ciò che ha fatto. Ha ucciso sua madre. Il peso dell’azione lo travolge. Si ferma in un parcheggio e, secondo quanto racconterà poi, tenta il suicidio, ma non riesce ad andare fino in fondo. La giustificazione che si dà è disturbante: avendo tolto una vita, ora sarebbe in debito con il mondo, e quindi non può morire. 

Così, invece di dirigersi verso il ponte, Ryan cambia direzione e si presenta alla polizia di Vancouver. Senza tentativi di fuga, senza resistenza, si costituisce. La sua dichiarazione è semplice e sconvolgente: “Ho ucciso mia madre”. 

Nel frattempo, Lisa, la sorella maggiore, è preoccupata. Non riesce a contattare né la madre né il fratello da giorni. È molto legata a Barbara, e trovarla irreperibile è fuori dal normale, soprattutto in pieno lockdown, con la madre malata di cancro. Dopo tentativi andati a vuoto, decide di andare direttamente a casa loro a Squamish. 

Appena entra in soggiorno, Lisa trova il pianoforte coperto, candele spente con la cera ormai colata ovunque, e un rosario. Sotto il telo, il corpo senza vita della madre. 

Chiama immediatamente la polizia, in preda al panico. In quel momento, Lisa non ha alcun sospetto su Ryan. Anzi, pensa di doverlo avvertire. Solo più tardi scoprirà l’orribile verità. 

La polizia capisce subito che è accaduto qualcosa di sinistro. La scena del crimine non è casuale. Il corpo è stato sistemato, le candele disposte con cura, il rosario appoggiato. Non è l’opera di uno sconosciuto. È il gesto di qualcuno che conosceva Barbara intimamente. 

Nonostante la gravità del delitto, le autorità di Squamish non lanciano un allarme generale. Sono convinte che si tratti di un caso isolato, un delitto circoscritto alla sfera familiare. In questo, si sbagliano: Ryan ha tentato due volte di compiere una strage prima di costituirsi. 

Quando, poco dopo, arriva la comunicazione da Vancouver, ogni dubbio viene spazzato via. Ryan Grantham ha confessato. Il 3 aprile 2020, la notizia viene ufficializzata in conferenza stampa. Si rivela l’identità della vittima e, soprattutto, si annuncia che l’ex attore di Riverdale, ventunenne, è accusato dell’omicidio di sua madre. 

La notizia fa rapidamente il giro del mondo. I media non esitano a sottolineare il passato da baby star di Ryan. La sua carriera, il volto noto, la partecipazione a Riverdale: tutto contribuisce a rendere il caso clamoroso. 

Il processo: tra confessione, diagnosi e condanna

Il processo a Ryan Grantham si apre nel giugno del 2022, oltre due anni dopo l’omicidio. Ryan ha già confessato e si è dichiarato colpevole: il procedimento serve a stabilire il grado del reato e la pena. Il dibattimento si svolge a porte chiuse, secondo la legge canadese, ma resta aperto al pubblico. 

L’obiettivo della difesa è far riconoscere l’omicidio di secondo grado, evitando quello di primo. La distinzione è cruciale: il primo grado implica premeditazione, il secondo solo l’intenzionalità. Entrambi prevedono l’ergastolo, ma solo nel secondo è possibile chiedere la libertà vigilata dopo un certo periodo. 

Ryan si dichiara colpevole di secondo grado, pur avendo pianificato l’omicidio nei minimi dettagli. Una strategia legale per poter accedere in futuro alla libertà condizionale. 

Il focus si sposta sulla salute mentale di Ryan. Due psichiatri nominati dal tribunale certificano che soffriva di disturbo dell’umore e dipendenza da cannabis, ma che era capace di intendere e volere. Non presentava segni di psicosi. Il suo stato viene definito “fragile”, ma non incompatibile con la responsabilità penale. 

La difesa sostiene che Ryan abbia agito per impedire alla madre di assistere a un gesto estremo. Un pensiero distorto, figlio della depressione. L’avvocato afferma: “Non l’ha fatto per odio. L’ha fatto nel caos mentale in cui si trovava”. 

In aula vengono mostrati i video registrati da Ryan, compreso quello in cui confessa. Viene letto anche il diario, dove emergono ossessioni, rabbia e idolatria verso il personaggio del Joker. Ryan, durante la proiezione, non riesce a guardare le immagini, tiene la testa fra le mani. 

Quando parla, dice: “Non posso giustificare ciò che ho fatto. Dire scusa è inutile, ma sono profondamente dispiaciuto”. 

La difesa porta lettere in suo favore, persino una del padre, che lo aveva abbandonato da piccolo. L’accusa ribadisce la premeditazione. Ryan aveva acquistato l’arma pur sapendo di non stare bene. Inoltre, era un tiratore esperto, e l’uso del fucile diventa un’aggravante. 

Lisa, la sorella, sale sul banco dei testimoni. Il suo intervento è durissimo: “Mia madre non aveva motivo di temerlo. Ryan ha approfittato della sua vulnerabilità. Come posso fidarmi di qualcuno che ha giustiziato nostra madre mentre era di spalle?” 

Il 23 settembre 2022, arriva la condanna: omicidio di secondo grado. Ryan Grantham riceve l’ergastolo con possibilità di chiedere la libertà vigilata dopo 14 anni. Potrà presentare richiesta dal 2036, ma senza alcuna certezza di ottenerla. 

Gli viene revocato il porto d’armi a vita e viene trasferito in una struttura specializzata per la salute mentale, dove è attualmente detenuto e segue un programma terapeutico. 

Una tragedia tra fama, fragilità e silenzio

Il caso di Ryan Grantham è uno dei più sconvolgenti tra quelli che vedono protagoniste le cosiddette baby star. Un giovane attore, con alle spalle una carriera in crescita, una madre amorevole, una famiglia unita, eppure incapace di fronteggiare il crollo interiore che lo stava consumando. 

Nonostante i riconoscimenti e le opportunità, Ryan si è trovato intrappolato in una spirale di isolamento, frustrazione e disperazione. La malattia della madre, l’interruzione della carriera durante la pandemia, la perdita di senso e direzione, lo hanno portato a elaborare una visione del mondo profondamente distorta. 

Questa storia ci costringe a riflettere su molte questioni: quanto pesa la pressione della fama sui più giovani? Quanto siamo in grado di riconoscere i segnali del disagio psicologico, soprattutto in chi ci è vicino? E fino a che punto possiamo comprendere – o almeno prevenire – certe derive tragiche?