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Napoli, 31 marzo 1981. Una donna elegante, affascinante, con lo sguardo di chi ha vissuto molte vite, rientra nella sua villa in via Petrarca. Il mare alle spalle, il vento appena tiepido di primavera sul viso, i pensieri che forse corrono a un amore finito o a una scelta ancora da compiere. Quattro colpi di pistola la raggiungono all’improvviso. Anna Parlato Grimaldi si accascia sull’asfalto, senza un grido. È la fine di una storia che Napoli non ha mai davvero dimenticato.
Chi era Anna? Una figura magnetica, appartenente a quella Napoli aristocratica e imprenditoriale che mescolava nobiltà, giornalismo, cavalli, affari. Moglie di Ugo Grimaldi, nipote di Achille Lauro, era stata a lungo presidente della società che gestiva l’Ippodromo di Agnano, prima di inseguire l’ultima passione: il giornalismo. Una donna bella, inquieta, madre di quattro figli, spesso al centro di relazioni passionali che si intrecciavano ai suoi percorsi professionali. Il suo arrivo nella redazione napoletana de Il Mattino fece rumore, non tanto per i titoli, quanto per i legami.
Accanto a lei, in quella parentesi professionale breve ma intensa, c’è Ciro Paglia, capocronista del quotidiano, noto per le sue inchieste sulla nuova camorra. Paglia è anche il marito di Elena Massa, giornalista altrettanto combattiva, ma rimasta ai margini. La storia tra Anna e Ciro diventa presto un segreto di Pulcinella, sussurrato nei corridoi e tra le righe di editoriali non scritti. Il matrimonio tra Paglia ed Elena si dissolve. L’amore con Anna, però, si consuma in fretta. Poco prima della sua morte, Anna lascia l’anello che lui le aveva regalato sul letto della garçonnière che condividevano e riconsegna le chiavi. Forse era un addio. Forse no.
La sera del delitto, Napoli si ferma. Non tanto per lo shock, quanto per l’imbarazzo. Un delitto “in casa”, tra la redazione, le famiglie che contano, gli amici di sempre. Il Mattino tace. Gli altri giornali si accaniscono. Si cerca un movente, si guarda nelle tasche della vittima e nei cassetti della città. Il primo indizio viene proprio da Paglia, che rivela agli inquirenti che sua moglie possedeva una pistola Browning Baby, lo stesso modello di quella che ha ucciso Anna. L’arma non si trova, ma Elena acconsente a sottoporsi al test dello stub: sulle mani, tracce di polvere da sparo. Lei spiega che quel giorno era stata al poligono, come ogni settimana. L’alibi però scricchiola: una partita a tennis, due bottiglie d’acqua comprate in un quartiere lontano, poi la febbre del figlio. Niente è davvero solido, ma niente è decisivo.
Si va a processo. Elena viene assolta, prima “per non aver commesso il fatto”, poi “per insufficienza di prove”. Un verdetto che suona come una porta lasciata socchiusa. Il giallo di Posillipo, così lo chiamano, resta lì, in bilico tra vendetta e mistero, tra passioni e intrighi che Napoli preferisce non raccontare.
Eppure, vent’anni dopo, la camorra torna in scena. Un pentito parla. Racconta di un sequestro, di soldi non versati, di una punizione che doveva essere solo un avvertimento. Anna, dice, fu colpita per errore. Volevano solo ferirla. Ma chi spara con l’idea di fermarsi?
Alla fine, nessuna condanna. Il tempo ha prescritto tutto. Gli atti sono chiusi, le bocche pure. Resta solo quell’ombra sulla donna che stava cercando il suo posto tra le righe di un articolo, tra le scelte di un uomo, tra le contraddizioni di una città che sa essere crudele come il più impietoso dei romanzi.
E forse, di Anna, resterà per sempre quel profilo elegante su uno sfondo di mare. E il fuoco, sempre acceso, che portava dentro.