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Una tragedia familiare in due atti, avvenuta nel bresciano a vent’anni di distanza, e ancora oggi senza risposte pienamente rassicuranti. Il primo colpisce un bambino. Il secondo, anni dopo, sua madre. Due storie profondamente simili, accomunate da un dettaglio inquietante: lo stesso sospettato.
È il 28 aprile 1986 quando Cristian Lorandi, 10 anni, scompare nel nulla dopo essere uscito in bicicletta per andare a trovare un amico. La nonna, che lo aveva lasciato uscire con l’accordo di tornare per i compiti, si preoccupa quando, alle 14, il bambino non rientra. Il giorno dopo, una telefonata anonima dice di cercarlo sul Monte Maddalena, poco fuori Brescia. Ed è proprio il padre, Bruno, a trovare il corpo: Cristian è stato picchiato, strangolato a mani nude, poi con un filo di ferro.
Il paese si stringe attorno alla famiglia. Le ipotesi si moltiplicano: un maniaco, un errore d’identità (il bambino aveva lo stesso cognome di una famiglia benestante), una vendetta. Poi arriva una lettera anonima: chi scrive dice di aver rapito il bambino per sbaglio. Ma a scriverla è stato proprio Bruno Lorandi, il padre di Cristian. Inizialmente confessa, poi ritratta, cambia versione più volte. Dice che il figlio è caduto accidentalmente, che ha avuto paura e ha inscenato il tutto. Le sue spiegazioni non convincono, così viene arrestato, processato, ma assolto nel 1989 per insufficienza di prove. La Corte d’Appello lo assolve con formula piena l’anno successivo.
La moglie Clara gli resta accanto, lo difende pubblicamente. Ma dentro di sé, continua a cercare risposte. Negli anni successivi, Clara si convince che nuove tecnologie come il test del DNA potrebbero riaprire il caso e scoprire la verità sulla morte del figlio. Purtroppo non farà in tempo a vedere nulla.
Il 10 febbraio 2007, Clara viene trovata morta nella loro casa. Anche lei è stata strangolata: prima con le mani, poi con la cintura dell’accappatoio. Le analogie con la morte di Cristian sono impressionanti. La scena del crimine è sospetta: il ferro da stiro è acceso ma inutilizzato, il televisore acceso ma senza volume. Secondo gli inquirenti, si tratta di una messinscena per simulare una rapina finita in tragedia.
Il principale – e unico – sospettato è ancora una volta Bruno Lorandi. Secondo l’accusa, Clara era diventata un pericolo per l’equilibrio del marito, ossessionato dall’idea che potesse riaprire il caso di Cristian e far crollare il fragile castello costruito negli anni. I segni sul corpo, le macchie di sangue, le testimonianze sul comportamento dell’uomo e i consumi elettrici della casa portano a una sola conclusione: la donna sarebbe stata uccisa mentre dormiva, poi spostata in soggiorno. Bruno viene arrestato e condannato all’ergastolo, e la sentenza è confermata in appello.
Nel 2018 la difesa chiede la revisione del processo, portando nuove perizie sul ferro da stiro. Ma la Cassazione respinge la richiesta: per la giustizia italiana, Bruno Lorandi ha ucciso sua moglie Clara, e forse anche suo figlio Cristian, vent’anni prima.
Due omicidi, vent’anni di distanza. Stessa famiglia. Stessa modalità. E forse, lo stesso colpevole.